giovedì 17 settembre 2026

Il fascismo tedesco

Un dialogo con Ilko-Sascha Kowalczuk sulla crescita del fascismo in Germania

 La prima questione che poniamo è relativa a un giudizio che ultimamente va per la maggiore: secondo alcuni la situazione attuale ricorda la Repubblica di Weimar. Kowalczuk scuote la testa: «così come in Italia Meloni ha in comune con Mussolini solo l’iniziale del cognome, allo stesso modo AfD ha davvero poco in comune con il Partito nazionalsocialista. Ma la più grande differenza con Weimar è che oggi le istituzioni tedesche sono stabili e che c’è ancora una enorme maggioranza nella società che sposa i valori della Costituzione. Tuttavia, il rischio di un nuovo fascismo tedesco c’è e AfD è effettivamente un partito fascista».

Kowalczuk rifiuta di considerare quello che sta avvenendo come un fenomeno solo tedesco-orientale: «l’Est è un paio di passi avanti rispetto al resto del Paese. La partita vera si gioca a Washington. Quello che accade in America a livello culturale, politico ed economico, si diffonde molto rapidamente in Europa. Per fortuna, persino Trump, un fascista, ha difficoltà a smantellare le istituzioni democratiche. È un fenomeno globale. Anche in Germania e in Europa sarà un processo lungo e arduo, tra democratici e fascisti. Probabilmente subiremo delle sconfitte, ma alla fine prevarranno i democratici».

Inquadrato il problema, cerchiamo di capire meglio cosa sia successo in Sachsen-Anhalt. Lo storico tedesco scherza: «non so quanti italiani sappiano davvero dove sia questo Land, che del resto conta poco più di due milioni di abitanti, un sobborgo di Roma. Del resto, lo ignorano persino molti tedeschi». Ma poi entra nel merito: «la cosa che più mi ha sorpreso è che AfD non abbia raggiunto la maggioranza assoluta e questo nel breve periodo l’obbligherà a dover fare compromessi, cosa alla quale i suoi leader non sono abituati».

«Nel medio termine, ciò potrebbe portare a una ulteriore radicalizzazione del partito, poiché non saranno in grado di attuare quanto hanno promesso. E per questa loro incapacità daranno la colpa agli altri: le élite, l’Europa, Bruxelles. In particolare, i veri colpevoli, ovviamente, sono tutti coloro che, secondo AfD, non possono essere considerati tedeschi; saranno, per così dire, il primo peccato capitale, praticamente gli ebrei dei nostri tempi, le persone di colore, e lo sentiranno in modo più acuto perché già lo subiscono: si registra un enorme aumento della violenza e del sessismo».

Quando gli chiediamo di Ulrich Sigmund, il candidato presidente di AfD in Sachsen-Anhalt, sospira: «AfD avrebbe potuto candidare anche un manico di scopa e lo avrebbero comunque eletto. È completamente errato presumere che Sigmund, con il suo sorriso accattivante, il suo aspetto gradevole e la sua natura amichevole, abbia in qualche modo realizzato qualcosa di grande».

«Dobbiamo affrontare la vicenda dal punto di vista regionale e da quello internazionale. Bisogna guardare alla storia degli ultimi cent’anni, forse anche degli ultimi centocinquant’anni. La Sassonia-Anhalt, ad esempio, è stato il primo Stato tedesco in cui un nazionalsocialista è diventato presidente nel 1932, proprio come in Turingia nel 1930 fu nominato il primo ministro [ministro dell'interno] dal Partito nazionalsocialista. Poi c’è il passato nazista irrisolto, adesso procediamo con la glorificazione della Ddr – la glorificazione di una dittatura – e con il culto del Cremlino. Non si tratta nemmeno necessariamente di Putin; la gente non ne ha la minima idea. Si tratta delle strutture autoritarie: molte persone nell’Est desiderano e bramano strutture autoritarie».

Ma il fenomeno va letto attraverso la sua componente contemporanea: «L’attuale trasformazione globale, la digitalizzazione, l’uso dell’Intelligenza artificiale stanno generando un’enorme incertezza in tutto l’Occidente. Nessuno sa cosa ne sarà dei propri progetti di vita, nessuno sa che fine farà il proprio lavoro. Credo che la profonda incertezza che circonda la rivoluzione digitale sia caratterizzata da qualcosa di cui la maggior parte delle persone nel mondo non è consapevole».

«Non che i cambiamenti in sé siano unici nella storia del mondo, ce ne sono sempre stati: ciò che è unico è la velocità vertiginosa. Una velocità che travolge praticamente tutti. Inventano qualcosa e il giorno dopo è già realtà quotidiana. Fino a cinquant’anni fa, le invenzioni impiegavano decenni per entrare a far parte della vita di tutti i giorni. Che si trattasse di giornali, radio, televisori, lavatrici o di qualsiasi altra cosa, occorrevano secoli o decenni perché diventassero parte della quotidianità. Oggi spunta un’app che sembra piuttosto insignificante, poi guardi oltre e ti rendi conto che cambia tutto; e ha cambiato il mondo perché oggi ci troviamo in una situazione che nemmeno i più arguti marxisti avrebbero potuto immaginare: siamo praticamente nelle mani di cinque o dieci miliardari della tecnologia, in tutti i settori».

«In questa situazione di incertezza, la gente ha bisogno di risposte semplici, cerca sicurezza. È ciò che la maggior parte delle persone al mondo desidera di più: la sicurezza. E c’è solo un luogo che promette sicurezza ed è il passato, perché è l’unico luogo che conosciamo, il vecchio luogo a noi familiare. Ognuno può solo interpretarlo e raccontare la propria storia, e c’è poco da fare al riguardo. E i fascisti di tutto il mondo sono uniti da una narrazione secondo cui la loro visione del futuro assomiglia all’anno 1970 o agli anni Cinquanta. Così promettono un futuro che ricorda il passato. A questo si aggiungono idee nazionaliste, come quella di una nazione presumibilmente pura e omogenea».

Su questo aspetto insistiamo: di solito nelle spiegazioni del successo di AfD torna il problema della Riunificazione e delle sue modalità. Da ultimo lo ha fatto pochi giorni fa uno dei leader della Linke, Gregor Gysi, che ha riproposto il vecchio problema della Riunificazione come causa della frustrazione a Est. Kowalczuk sembra avere le idee molto chiare: «come storici, tendiamo a dire che tutto ha un inizio, e di solito questo si colloca da qualche parte, circa 2000 anni fa o da quelle parti. E questo è senz’altro vero. D’altra parte, c’è una forza che trascende la storia vera e propria: il potere della narrazione all’interno della famiglia. È lì che si forma la politica, dove si creano i sistemi di valori, dove si forgia la moralità – non a scuola, non nei media, non all’università, ma a tavola, a casa. Mamma e papà, nonni, nipoti e figli, tutti che parlano insieme e che ascoltano. Anche il silenzio racchiude un grande messaggio. E quindi, naturalmente, gran parte di ciò che sta accadendo ora a Est ha a che fare con gli ultimi trentacinque anni – ma io direi anche gli ultimi settanta, gli ultimi cento anni – questo è indubbio».

Tuttavia, non condivide l’analisi che viene fatta discendere da queste considerazioni: «Gysi sta facendo qualcosa di diverso. C’è qualcosa di molto forte nella Germania dell’Est. Un forte movimento identitario che si presenta come qualcosa di speciale, come se l’esperienza nella Germania dell’Est fosse unica nella storia del mondo, come se non ci fosse un forte contrasto tra Nord e Sud da qualche altra parte, ad esempio in Italia».

In realtà questa narrazione è per Kowalczuk non solo errata ma persino pericolosa: «Gysi continua a fare qualcosa che i politici non dovrebbero fare, ovvero seminare ancora e ancora spaccature tra Est e Ovest. E in effetti, se guardiamo alla Germania di oggi, la Sassonia ha ben poco in comune con il Mecklenburg-Vorpommern mentre condivide molto di più con l’Assia, la Baviera o il Baden-Württemberg, Länder occidentali, e il Mecklenburg-Vorpommern, a Est; ha molto più in comune con la Bassa Sassonia e lo Schleswig-Holstein. Strutturalmente, questo ha portato a molti dei problemi che abbiamo oggi. Per questo ormai trovo insopportabile una simile ricostruzione del rapporto tra Est-Ovest, e la porto sempre all’estremo dicendo che la storia della Riunificazione tedesca è una storia di grande successo».

In questa vicenda, però, manca ancora il ruolo di una costola della Linke, il BSW, il partito di Sahra Wagenknecht, che con la sua astensione potrebbe addirittura permettere l’elezione del presidente di AfD in Sachsen-Anhalt. «Per dirla con parole chiare, e questo è un concetto difficile da comprendere per molti: Sahra Wagenknecht, semplicemente, non è di sinistra. Si è allontanata dalla politica di sinistra circa dieci anni fa. All’epoca era ancora attiva nella Linke, ma non aveva nulla a che fare con la politica di sinistra, con la politica di emancipazione, con la giustizia sociale. Già allora parlava come una populista di destra. E ora, ciò in cui Sahra Wagenknecht eccelle veramente, ciò che può davvero perfezionare, è la funzione distruttiva, la demolizione. Rifugge gli incarichi, rifugge le responsabilità, l’assunzione di responsabilità».

«Questo è, per così dire, il suo compito: la distruzione. Ed è qui che sarà interessante vedere cosa accadrà: sarà questo il fattore decisivo per portare al potere il fascista Siegmund? E forse questo andrebbe fatto presente in Italia: Siegmund, due o tre giorni dopo la sua elezione, ha affermato di sostenere la produzione di armi nel suo Stato perché gli servono per attuare la remigrazione. Per essere chiari, lo dice apertamente davanti a telecamere e microfoni, e Sahra Wagenknecht continua a sostenerlo. Quindi questo va detto molto chiaramente: non ha assolutamente nulla a che fare con la politica di sinistra».

Dal Sachsen-Anhalt andiamo a Berlino e chiediamo quali sono a suo avviso gli errori del governo federale. «Merz ha promesso di dimezzare i consensi di AfD: un’affermazione completamente fuorviante, seppur pronunciata per ragioni elettorali. In questo modo dimostra di non capire, insieme al resto della coalizione, che si tratta di un fenomeno internazionale, globale, e che non si può controllare semplicemente spostando qualche miliardo da un fondo all’altro, costruendo qualche ponte, rendendo gratuiti gli asili nido o aumentando le pensioni di tre punti percentuali. Perché non è questo il problema».

«AfD punta alla distruzione, e il nucleo dell’AfD, con i suoi elettori – e nessuno vuole sentirselo dire – è il razzismo. Si tratta, per così dire, sì, questo è il problema fondamentale, del Dna che tiene tutto insieme. E voglio dire, lo vediamo negli Stati Uniti e altrove. Pertanto, abbiamo bisogno di contenuti diversi, di una retorica diversa e di un approccio diverso nei confronti di formazioni come AfD. Del resto, non credo che si possano riottenere i voti di coloro che optano per AfD, sono completamente insensibili agli argomenti razionali. Ciò che sta accadendo ora ha a che fare con le emozioni, ha a che fare con l’irrazionalità. Non possiamo contrapporre argomenti razionali».

Ecco perché ad avviso di Kowalczuk la ricetta passa anche da un modo diverso di fare politica dei partiti tradizionali, cosa sulla quale però è piuttosto scettico: «subito dopo le elezioni ricadono nei soliti schemi di accusa, e via dicendo. Sono tutte sciocchezze. Noi, come democratici, dobbiamo tornare a un punto in cui non consideriamo i nostri avversari politici come nemici. AfD e BSW sono i veri nemici. Dobbiamo trattare i nostri avversari politici nell’arena della competizione con tale rispetto da presumere innanzitutto che, come noi, vogliano il meglio per la società».

«Anche se non condivido i loro obiettivi, devo presumere che vogliano comunque il meglio perché – e questo è il secondo punto – devo mantenerli come partner di coalizione fino al giorno dopo le elezioni, in modo da poter poi lavorare insieme in maniera ragionevole e in un’atmosfera non tossica. Ciò significa anche affrontare tutti i problemi esistenti, tutto ciò che AfD solleva, ma non con il linguaggio dei fascisti, non con le strategie dei fascisti, bensì collocandoli in contesti diversi. Questo è il punto cruciale. Questo non aiuterà affatto nel breve termine, ma nel medio termine, tutto ciò che resta da fare è costruire e sperare che la libertà e la democrazia siano abbastanza forti da non perire».

Se AfD dovesse arrivare anche al governo federale sarebbe la fine dell’Europa – del resto «chiedono da sempre l’uscita della Germania dall’euro e dall’Unione europea» – ma anche perché, prosegue Kowalczuk, «sono un grande sostenitore dell’Ucraina; fa parte della mia identità. La Terza guerra mondiale è iniziata da tempo. Noi in Germania lo stiamo vivendo ogni giorno. Ci sono attacchi alle infrastrutture sensibili, e questi aumenteranno. La Terza guerra mondiale non avrà più l’aspetto di battaglie di carri armati e guerre di trincea. Non sarà l’invasione russa su vasta scala come per l’Ucraina. Sarà invece una guerra ad alta tecnologia, combattuta al computer, condotta con tecnologie avanzate e personale altamente qualificato. È già iniziata, e il quartier generale di questa guerra contro la democrazia e la libertà è chiaramente al Cremlino. È iniziata, e sono semplicemente sbalordito da quante persone in Europa si rifiutino di riconoscerlo».

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