lunedì 19 maggio 2014

Bobbio si misura con Marx

Bruno Gravagnuolo 
Essere marxista secondo Bobbio I testi inediti dello studioso radunati in un volumetto I curatori - Cesare Pianciola e Franco Sbarberi - hanno selezionato dall'archivio scritti tra il 1949 e il 1991 incentrati sul filosofo tedesco
l'Unità, 12 aprile 2014

 Quattrocentotrenta faldoni e quattromila unità archivistiche. E i faldoni numerati hanno un nome ricavato dal posto in cui stavano in origine: «stanza corridoio, stanza laboratorio» etc. Scarne note da catasto, che ci parlano però di qualcosa di vitale. Sono i numeri e i luoghi dell'archivio di Norberto Bobbio, oggi al centro Gobetti, e proveniente da un primo archivio: casa Bobbio in Via Sacchi a Torino (perciò le stanze e i corridoi). Dal coacervo ben ordinato, Cesare Pianciola e Franco Sbarberi hanno tratto per Donzelli un volumetto. Di eminente valore filologico e non solo: Norberto Bobbio, scritti su Marx. Dialettica, stato e società civile (pp.128, Euro, 19,50). Val la pena di possederlo, nonché di leggerlo. Poiché si tratta di testi inediti del filosofo scomparso nel 2004. Conferenze, scalette, appunti per saggi e lezioni, lettere, in un arco di tempo dal 1949 al 1991. Una scelta che tralascia foglietti più minuti e corrispondenza varia. E si concentra su un certo asse strutturato del laboratorio inedito di Bobbio. L'asse si chiama Karl Marx, gioia e tormento del filosofo, che con Marx si misurò tutta la vita, e ancor di più allorché le sue dottrine si inabissarono (dopo il 1989). Proviamo a isolare qualche punto. Bobbio fu socialista liberale ed azionista. Il primo a tradurre in Italia Popper ma anche il primo fin dal 1949 a misurarsi con il giovane Marx e a curarlo per Einaudi. Siamo ben prima del pur grande Della Volpe, che agli «scritti giovanili» si dedicò con dottrina e genio. Quel Della Volpe marxista che con Togliatti fu avversario di Bobbio, sull'autonomia della cultura dalla politica. Tutto questo ritorna nella fucina del libro, e alla radice dei problemi. Marx, scriveva Bobbio, prima di uscire allo scoperto, è dapprima filosofo anti-filosofo dell'«autocoscienza». Che inclina verso il messianismo e il finalismo. E che però in seguito accede a un punto di vista sociologico e critico contro una ben precisa «alienazione»: non più solo hegeliana o speculativa. Alienazione capitalistica e incarnata dalle merci. Ecco il nesso già intravisto da Lukàcs tra umanesimo e critica del capitalismo. Senza finalismo e necessità intrinseca altresì. E senza voler essere scienza esatta o fatalistica, scrive Bobbio. Si gettano così le basi negli inediti di una feconda distinzione: il Marx profetico e il Marx critico. Il Marx quasi scienziato e quello biblico e totalizzante. Tutti temi che torneranno in fine anni 60 nel famoso Da Hobbes a Marx di Bobbio stesso, o nella celebre querelle di Colletti del 1974 sulla pseudo scienza in Marx, viziata appunto dalla «dialettica» (non scientifica, né logica per definizione). Bobbio però, al contrario di Colletti, fin dall'inizio tiene ferme alcune distinzioni. Primo: il finalismo non inficia la critica all'alienazione. Secondo: la dialettica è scienza dell'argomentare in virtù del «principio di non contraddizione». Che funziona bene in Marx nella denuncia dell'alienazione della coscienza, rivelando scarti, conflitti e ineguaglianze in cerca di riscatto. E non funziona però come rovesciamento totalizzante dei conflitti. Dunque, «Né con Marx né contro Marx», per citare il titolo di una raccolta bobbiana curata da Carlo Violi. A conferma di una vocazione critica che vide Bobbio accanto alla sinistra storica. E in perenne funzione di pungolo. Sulla democrazia, sulla libertà, sull'assenza di una teoria dello stato in Marx. Fomite di totalitarismo oltre le intenzioni marxiane. Un tema quest'ultimo, giocato contro Althusser, Guastini e Poulantzas e che divenne cavallo di battaglia della polemica tra comunisti e socialisti di fine anni '70 (Quale socialismo?). Bobbio «revisionista» quindi, ma mai post-azionista velleitario o decisionista. Anzi, difensore di partiti, parlamento e corpi intermedi. Dentro le regole della democrazia. Contro populismo e carismatismo. E con una certa idea di socialismo, vicina a Rosselli e non a La Malfa: il socialismo come «via» alla libertà della persona. Come mezzo e non «fine» chiuso. Insomma, socialismo non «liberal», né posticcio «liberismo sociale». E con chiara distinzione destra/sinistra. Idea ben compendiata dalla citazione di Jon Elster, apposta nel 1997 da Bobbio alla prefazione della raccolta di Violi: «Non è possibile essere marxisti nel senso tradizionale... io credo sia possibile essere marxisti in un senso differente del termine... la critica dell'alienazione e dello sfruttamento rimane centrale».

Nadia Urbinati
 Dall’antifascismo militante al movimento studentesco Negli inediti dello storico e filosofo italiano le fasi di un lungo studio Bobbio-Marx tre incontri cruciali
(Scritti su Marx, Norberto Bobbio, Donzelli, pagg. 132, euro 19,50)
la Repubblica, 18 maggio 2014

CHI «entra nel labirinto dell’opera di Bobbio si accorge presto che Marx non è indicato tra gli autori prediletti», eppure egli è sempre stato “affascinato” dal suo pensiero politico e filosofico. Così Cesare Pianciola e Franco Sbarberi introducono questa antologia di scritti inediti di Norberto Bobbio. I suoi “incontri” con Marx hanno coinciso con momenti cruciali della storia nazionale, a dimostrazione del fatto che le idee di Marx non hanno solo suggerito interpretazioni della società, ma ispirato l’azione politica  stessa, di movimenti e partiti.
Tre sono stati i “momenti cruciali” dell’incontro: “l’antifascismo militante” (1941-42), i “problemi della ricostruzione” (1945-50) e il movimento di contestazione degli anni ’60 e ’70. Tre momenti e tre piani di discussione su Marx: la sua filosofia della storia e quindi la via al socialismo; la sua scienza della società e quindi la totalità della dialettica; la sua visione politica e quindi il ruolo dello stato. Questi testi inediti testimoniano le tappe di questa ricerca e ci consegnano un Bobbio che legge Marx in chiave liberalsocialista centrata sul primato del potere economico, la diagnosi critica della riduzione del lavoro a merce, e la ricerca di una società nella quale l’individuo dovrebbe godere della libertà che il liberalismo ha promesso senza riuscire a garantire.
Emerge anche come Bobbio abbia riconosciuto il valore originario del movimento studentesco. È noto come avesse a più riprese criticato la democrazia assemblearistica e leaderistica del movimento. Ora, i curatori ci consegnano un Bobbio per nulla professorone pieno di certezze su quel che era vivo e morto della sinistra, ma al contrario un contestatore al pari degli studenti che lo contestavano quando si trattava di chiedere (come si legge in una lettera inedita a Pietro Nenni del dicembre 1967) “una maggiore moralizzazione della vita universitaria” o di criticare i colleghi che avevano “rivendicato il diritto di essere contemporaneamente deputati e professori”.
Andare contro corrente è stato uno stile del pensare critico di Bobbio. Come Politica e cultura (1955) maturò nel corso del dialogo con il marxismo e i comunisti nell’età della guerra fredda, Il futuro della democrazia (1984) è stata l’esito delle riflessioni su marxismo e democrazia sollevate dal movimento di contestazione; di qui la sua diagnosi dei tre maggiori problemi della democrazia rappresentativa: la “partecipazione distorta”, il “controllo inefficace” e il “dissenso limitato”. Problemi che sono ancora qui, aggravati, e che il professore ci aiuta a riesaminare. I problemi sono seri e enormi, scriveva, e “ogni forma di semplificazione” o di “ricerca delle scorciatoie” è “perfettamente inutile e imprudente”.

domenica 18 maggio 2014

L'effetto Tsipras in Europa

Adéa Guillot (Athènes, correspondance) et Alain Salles
L'«effet Tsipras» donne des ailes à la gauche de la gauche en Europe
Le Monde, 17 juillet 2014


La scène se passe début avril à Palerme, en Italie. Une foule compacte se précipite pour toucher «l'ami Alexis», lui glisser trois mots d'encouragement ou l'embrasser dans des accolades fraternelles. Le chef de l'opposition grecque, Alexis Tsipras, bien que visiblement fatigué par des semaines de tournée européenne, se prête au jeu et distribue sourires et poignées de main, encore un peu étonné de rencontrer la même ferveur dans tous ses déplacements européens. «C'est comme ça dans chaque ville où nous nous rendons. Je suis reçu comme une star du foot», raconte-t-il. Un tourbillon dans lequel il est pris depuis que le Parti de la gauche européenne (PGE) a décidé d'en faire son candidat à la présidence de la Commission européenne.
A Palerme, Alexis Tsipras venait pour quelques heures soutenir «L'Altra Europa con Tsipras» («L'Autre Europe avec Tsipras»). Une initiative de la gauche radicale italienne qui, en portant le Grec Tsipras à la tête de sa propre liste pour les européennes, essaie de dépasser ses divisions internes.
Encore inconnu en dehors de la Grèce, il y a deux ans, Alexis Tsipras a fait la «une» des journaux du monde entier et surgi dans un anglais balbutiant sur les écrans de CNN après que son parti Syriza eut récolté 27 % des suffrages, lors des législatives de 2012. Depuis, il a fait des progrès et peut tenir un entretien dans la langue de Shakespeare. Il est surtout devenu la principale force d'opposition en Grèce et l'enfant chéri de la gauche de la gauche européenne à la recherche d'un porte-drapeau capable à la fois d'incarner l'opposition au dogme de l'austérité et en mesure de porter un parti de gauche radicale au pouvoir.
Pour les élections européennes, le Syriza est en effet au coude-à-coude dans les sondages avec les conservateurs au pouvoir de la Nouvelle Démocratie (ND). Et M. Tsipras l'affirme à longueur de meeting: «Si nous passons devant la ND avec une large avance aux européennes, alors nous réclamerons des législatives anticipées en Grèce et nous prendrons le pouvoirUn rêve inaccessible pour la plupart des autres partis de gauche radicale européens qui ont fait de M. Tsipras leur champion, porteur de tous leurs espoirs.
D'Athènes à Bruxelles, en passant par Madrid, Rome, Berlin ou Paris, ce presque quadragénaire sillonne le continent pour défendre son projet pour l'Europe et pour la Grèce. Un projet qui tient en trois grandes lignes: annulation des dettes au-delà du seuil de 110 % du PIB, abrogation des plans d'austérité et lancement d'un plan Marshall pour relancer la croissance. «On doit comprendre que le modèle de l'Europe n'est pas celui de Weimar, mais celui du New Deal de Roosevelt», expliquait-il lors d'un passage à Paris.

HÉRITIER D'UN COURANT COMMUNISTE PROEUROPÉEN

Très sollicité, Alexis Tsipras a du mal à tenir le rythme de son emploi du temps et accumule les retards et les annulations de dernière minute, notamment avec la presse. Les télés et journaux du monde entier se battent auprès de son service de presse, débordé, pour obtenir un entretien. « Tous ont bien compris que se joue en Grèce l'avenir de la gauche européenne », affirme sans complexe un responsable de Syriza. «Cela a fait de Tsipras un symbole qui le dépasse un peu et sans grand rapport avec son image auprès des Grecs eux-mêmes», ajoute, un poil ironique, cet homme souhaitant garder l'anonymat.
Il est vrai que le héros européen a parfois du mal à convaincre en Grèce et surtout au sein de son propre parti. Syriza est une coalition turbulente qu'Alexis Tsipras, héritier d'un courant communiste proeuropéen, a jusqu'ici réussi à contenir. Il doit aujourd'hui souvent ferrailler avec une minorité plus radicale hostile à l'Europe et à l'euro, dont les positions sont abondamment répercutées dans les médias grecs. Les récentes négociations internes, longues et difficiles, pour l'établissement des listes pour les scrutins municipaux et européens ont révélé ses divisions. Plus largement encore, sa base électorale la plus à gauche lui reproche ses compromissions pour devenir un parti de gouvernement européen.
Ces contradictions l'empêchent, pour l'instant, de surpasser son score de 2012 dans les sondages. Et le très rigide Parti communiste grec attire des déçus du Syriza. « On ne peut pas dire que Syriza a réussi à capitaliser après notre succès de 2012 », se désole cet interlocuteur critique du parti. « Si Nouvelle Démocratie est devant Syriza, alors Tsipras sera contesté en interne », confirme le politologue Elias Nikolakopoulos.

« PRÊT À PRENDRE LE POUVOIR »

La personnalité d'Alexis Tsipras n'a jamais véritablement fait l'unanimité au sein du parti, mais son réel talent d'orateur et sa capacité à verrouiller les conflits internes à Syriza en ont fait la figure politique incontournable du parti.
Agé de 39 ans, cet ingénieur civil, père de deux enfants, est déjà un politicien de carrière, un apparatchik de la gauche radicale. Encore lycéen, ce fils d'un petit entrepreneur en bâtiment s'est enrôlé dans les rangs du Parti communiste avant de rejoindre Syriza. Ses premiers talents d'orateur et de dirigeant apparaissent lors de la mobilisation lycéenne de 1990-1991. Il rejoint le comité central du parti en 2004 et en prend la tête en 2008. Une ascension qui ne plaît pas toujours aux plus anciens, qui se sentent aussi menacés par l'équipe de jeunes conseillers ambitieux dont s'est entouré Alexis Tsipras.
Ces hommes du président forment une garde rapprochée qui décide de tout. Et notamment de la tonalité de la campagne pour les européennes. «Pour la première fois, la gauche», «La Grèce montre la voie»… autant de slogans imposés par le jeune directeur de campagne, Alexandros Bitsis, et qu'Alexis Tsipras décline à l'envi.
Il les a utilisés lors du grand débat l'opposant aux quatre autres candidats pour la présidence de la Commission, jeudi 15 mai. Si la pétillante candidate des Vertes Ska Keller lui vole désormais l'argument de la jeunesse, il a plutôt réussi son examen de passage, en interpellant directement ses adversaires à plusieurs reprises sur leur collaboration aux politiques d'austérité appliquées en Europe ces dernières années.
Tout l'enjeu pour Alexis Tsipras est de montrer aujourd'hui qu'il est «prêt à prendre le pouvoir», comme il l'affirme. Et surtout de trouver avec qui il peut gouverner – à l'intérieur comme à l'extérieur de son parti – pour mettre en place cette autre politique qu'il promet à la Grèce et à l'Europe.

sabato 17 maggio 2014

L'uccisione di Giovanni Gentile

Gianpasquale Santomassimo
Omicidio Gentile, cinque obiezioni
il manifesto Alias, 11 maggio 2014

E' sin­go­lare che di fronte a un omi­ci­dio poli­tico aper­ta­mente e quasi orgo­glio­sa­mente riven­di­cato dai comu­ni­sti siano sorti tanti dubbi e ipo­tesi stra­va­ganti. Si parla dell’uccisione di Gio­vanni Gen­tile, ese­guita da un comando dei GAP il 15 aprile 1944. Aveva comin­ciato nel 1985 Luciano Can­fora (La sen­tenza, edi­zioni Sel­le­rio), che però era par­tito da un pro­blema reale: l’aggiunta finale di Giro­lamo Li Causi a un arti­colo di con­danna di Gen­tile scritto da Con­cetto Mar­chesi e che poteva suo­nare appunto come una sen­tenza di morte. Poi si sono aggiunti nel tempo testi di vari autori che hanno finito per dar vita a un cospi­cuo filone di let­te­ra­tura complottistica.
Il mas­sic­cio libro di Luciano Mecacci (La Ghir­landa fio­ren­tina e la morte di Gio­vanni Gen­tile, Adel­phi, pp. 520, euro 25,00), se da un lato suscita sin­cera ammi­ra­zione per lo sforzo fatto dall’autore di rico­struire tutte le pos­si­bili piste che si dipa­nano attorno all’evento, sia pure solo ipo­te­ti­che e debol­mente indi­zia­rie, dall’altro lascia nel let­tore una sen­sa­zione ine­vi­ta­bile di incon­clu­denza. Alla fine non veniamo a sapere in realtà molto più di quanto non sapes­simo sull’evento in sé, se non su det­ta­gli secon­dari, anche se appren­diamo mol­tis­simo su per­so­naggi come Mario Man­lio Rossi, forse in con­tatto con i ser­vizi segreti inglesi, e sulla sua ini­mi­ci­zia con Euge­nio Garin; e sullo scoz­zese John Pur­vis, anch’egli forse reclu­tato dai ser­vizi, che nel 1938 venne a Firenze e prese appunti su molti intel­let­tuali fio­ren­tini, in un tac­cuino cui dette il nome di «Ghir­landa fio­ren­tina» (di qui il titolo del libro).
La cor­posa inda­gine di Mecacci prende avvio da un cenno di Cesare Lupo­rini a «cose che forse ancora non si pos­sono dire» riguardo all’omicidio Gen­tile, pro­nun­ciato in una inter­vi­sta radio­fo­nica del 1989. Pur­troppo non sapremo mai a cosa in par­ti­co­lare volesse rife­rirsi. Sap­piamo che Lupo­rini, legato da affetto e rico­no­scenza nei con­fronti di Gen­tile, si era recato a tro­vare il più anziano filo­sofo nella sua villa per ten­tare di dis­sua­derlo dall’esposizione vistosa in difesa di Mus­so­lini e della RSI a cui si era prestato.
Gen­tile del resto era stato deten­tore di un immenso potere nella cul­tura ita­liana nel tempo del fasci­smo: sul piano poli­tico, acca­de­mico, edi­to­riale. Attra­verso l’Enciclopedia ita­liana aveva intrat­te­nuto rap­porti con quasi tutta l’intellettualità ita­liana, anche non fasci­sta, con atti­tu­dine cer­ta­mente impron­tata a libe­ra­lità, ma che era stata in verità carat­te­ri­stica della poli­tica cul­tu­rale fasci­sta nei suoi aspetti più coin­vol­genti: lo stesso atteg­gia­mento era stato tenuto da Gioac­chino Volpe nell’organizzazione degli studi sto­rici e in maniera ancor più spre­giu­di­cata da Giu­seppe Bot­tai, soprat­tutto negli anni di «Pri­mato». Non mera­vi­glia quindi che il meglio della nostra cul­tura avesse avuto, e in parte man­te­nesse ancora, rap­porti di com­plessa vici­nanza con Gen­tile. E quindi non stu­pi­sce che mol­tis­simi intel­let­tuali si tro­vino chia­mati in causa in que­sto libro, anche se il nesso a volte sfugge: non solo Lupo­rini e Garin, ma anche Anto­nio Banfi, Guido Calo­gero, Ranuc­cio Bian­chi Ban­di­nelli, e stra­nieri ai mar­gini del qua­dro come Ber­nard Beren­son e Igor Mar­ke­vitch. E c’era anche l’immancabile Licio Gelli, che indub­bia­mente si tro­vava in Toscana e traf­fi­cava tra repub­bli­chini e alleati.
Ovvia­mente si abbonda nell’accusa agli intel­let­tuali di aver vol­tato gab­bana (cosa che in realtà può dirsi per la stra­grande mag­gio­ranza della popo­la­zione ita­liana) e si asse­ri­sce più volte, sulla scorta per la verità di altri autori, che il silen­zio degli intel­let­tuali è una con­ferma della loro impli­ca­zione, che è argo­men­ta­zione dalla logica deci­sa­mente premoderna.
L’autore fa ricorso alla meta­fora dei cer­chi nell’acqua, «per cui si parte da un cer­chio interno… da cui si irra­dia il movi­mento dei cer­chi più peri­fe­rici, fino ad arri­vare all’ultimo cer­chio, quello dei gap­pi­sti, che infine pro­voca l’onda distrut­tiva». Quindi ci sono ese­cu­tori, man­danti, com­plici. Se la prima cate­go­ria risulta fin dall’inizio paci­fica e riven­di­cata, le altre due, e soprat­tutto l’ultima, sono invece vaghis­sime. Nell’impossibilità di entrare nel det­ta­glio di un libro molto com­plesso, mi limi­te­rei a qual­che osser­va­zione di carat­tere gene­rale e det­tata soprat­tutto dal buon senso.
1. Va sot­to­li­neata la straor­di­na­ria faci­lità dell’atto, che non richie­deva grande orga­niz­za­zione. Qui non ci tro­viamo di fronte ad alcuna «geo­me­trica potenza», come nel caso Moro, che viene evo­cato a spro­po­sito. Un pic­colo gruppo di gap­pi­sti in «divisa» da stu­denti e con i libri bene in vista blocca una mac­china di fronte a un can­cello e fa fuoco sul pas­seg­gero. Gen­tile era com­ple­ta­mente indi­feso, e pur essendo per­so­na­lità di grande rilievo nella Repub­blica sociale non aveva alcuna scorta. Se si pensa che una set­ti­mana prima il suo segre­ta­rio era stato rastrel­lato e fuci­lato da tede­schi e fasci­sti, si com­pren­derà come prima che giun­gesse la riven­di­ca­zione dei Gap si fos­sero dif­fuse molte voci su un rego­la­mento di conti all’interno del fasci­smo di Salò.
2. Sulla que­stione di un atto voluto dai ser­vizi inglesi, per bloc­care la «paci­fi­ca­zione nazio­nale» per­se­guita da Gen­tile e che avrebbe potuto por­tare a una pace sepa­rata, c’è da obiet­tare in primo luogo che non si capi­sce per­ché agli inglesi dovesse risul­tare sgra­dita que­sta ipo­tesi. Ma soprat­tutto biso­gna ricor­dare in cosa con­si­stesse la paci­fi­ca­zione pro­pa­gan­data con enfasi da Gen­tile. Nei suoi inter­venti pub­blici degli ultimi mesi il filo­sofo aveva invo­cato la «con­cor­dia», dopo «l’ubriacatura dei qua­ran­ta­cin­que giorni», la neces­sità di supe­rare le lotte interne «tranne quella vitale con­tro i sobil­la­tori, i tra­di­tori, ven­duti o in buona fede, ma sadi­sti­ca­mente ebbri di ster­mi­nio», cioè i par­ti­giani. Ancora nel suo ultimo inter­vento di rilievo del 19 marzo, inau­gu­rando l’Accademia d’Italia e com­me­mo­rando Vico, aveva invi­tato alla paci­fi­ca­zione degli animi, ma sotto la guida di Mus­so­lini «voce antica e sem­pre viva della Patria» e a fianco del «Con­dot­tiero della grande Ger­ma­nia». I suoi toni erano certo diversi rispetto a quelli del fasci­smo repub­bli­chino più fana­tico, ma la linea che pro­po­neva non dif­fe­riva sostan­zial­mente da quella di Mus­so­lini. Cer­ta­mente gli attac­chi del colon­nello Ste­vens da Radio Lon­dra con­tri­bui­rono a fare di Gen­tile un ber­sa­glio evi­dente, ma non bastano a indi­care gli inglesi come «man­danti» dell’esecuzione.
3. Altro tema ricor­rente e fan­ta­sioso in que­sta let­te­ra­tura è quello dell’omicidio ordi­nato da Togliatti per «impa­dro­nirsi» della mitica «ege­mo­nia cul­tu­rale» sba­raz­zan­dosi dell’ostacolo più ingente che si frap­po­neva. C’è qui un duplice equi­voco, il primo vistoso, il secondo più sot­tile. Pen­sare che Gio­vanni Gen­tile avrebbe potuto eser­ci­tare un ruolo di rilievo nella cul­tura ita­liana del dopo­guerra è del tutto irrea­li­stico. Un’avvisaglia espli­cita di ciò che atten­deva Gen­tile si era avuta nella rispo­sta duris­sima e sfer­zante del mini­stro bado­gliano Leo­nardo Severi, resa pub­blica nell’agosto 1943 in rispo­sta a una prof­ferta di «con­si­gli» da parte di Gen­tile. Ed era stata già avviata la pro­ce­dura di epu­ra­zione del filo­sofo dall’Università. Potremmo dire anzi che la fine tra­gica rispar­miò a Gen­tile un futuro di umi­lia­zioni avvilenti.
Quanto a Togliatti, invece, va ricor­dato che era appena tor­nato in Ita­lia con una visione molto som­ma­ria della cul­tura ita­liana, che imma­gi­nava com­ple­ta­mente suc­cube dell’egemonia cro­ciana. Si lan­ciò in attac­chi molto vio­lenti nei con­fronti di Croce, al punto da pro­vo­care quasi una crisi nel governo Bado­glio (Togliatti e Croce erano entrambi mini­stri), che si com­pose solo con le scuse del lea­der del Pci. Sol­tanto nell’aprile 1952 Togliatti modi­ficò la sua inter­pre­ta­zione, rico­no­scendo che l’egemonia cul­tu­rale durante il fasci­smo era stata soprat­tutto dell’«idealismo attuale», cioè gen­ti­liana.
4. Si tra­scura o si ignora una carat­te­ri­stica fon­da­men­tale del comu­ni­smo fio­ren­tino, che era il suo carat­tere rigi­da­mente «pro­le­ta­rio», nel signi­fi­cato che il ter­mine poteva assu­mere in una città senza grandi inse­dia­menti indu­striali, ma che impli­cava in ogni caso una con­no­ta­zione for­te­mente anti-intellettualistica. Anche di qui una forte dif­fi­denza nei con­fronti degli azio­ni­sti fio­ren­tini, con­si­de­rati intel­let­tuali bor­ghesi, che sarebbe pro­se­guita a lungo nel dopo­guerra. Il solo Romano Bilen­chi aveva rap­porti col mondo dei gap­pi­sti, di cui avrebbe rico­struito la sto­ria. Lupo­rini non era iscritto al par­tito ma sarebbe stato ammesso molto più tardi, con qual­che dif­fi­coltà e per inter­ces­sione di Bilen­chi.
Anche Ranuc­cio Bian­chi Ban­di­nelli non era iscritto nell’aprile del 1944, se pure era sti­mato e ascol­tato nella pic­cola cer­chia comu­ni­sta. In ogni caso è impen­sa­bile che deci­sioni della por­tata dell’uccisione di Gen­tile potes­sero venire assunte die­tro impulso deci­sivo degli intel­let­tuali più o meno vicini al par­tito. Più sen­sato è il rin­vio a un influsso dell’ambiente mila­nese, dove si tro­vava il cen­tro e il cuore dell’attività di pro­pa­ganda e orien­ta­mento del Pci nell’Italia occu­pata (e dove anche l’ambiente azio­ni­sta era molto distante da un rap­porto di fami­lia­rità con Gen­tile, come dimo­strò l’approvazione dell’attentato, in netto con­tra­sto con l’atteggiamento dell’azionismo fiorentino).
5. Quanto alla «ecce­zio­na­lità» incom­pren­si­bile dell’assassinio di un intel­let­tuale, va ricor­dato che due mesi dopo Marc Bloch verrà tor­tu­rato e fuci­lato dai nazi­sti, e che un anno dopo Hui­zinga morirà pri­gio­niero dei tede­schi. Nella nuova gene­ra­zione di intel­let­tuali si ricor­derà che Giaime Pin­tor era caduto in azione il 1° dicem­bre del 1943 (e Gen­tile ne era stato infor­mato dall’amico For­tu­nato Pin­tor) e che Euge­nio Curiel, citato qui per il duro arti­colo Senza necro­lo­gio scritto in morte di Gen­tile, sarebbe stato ucciso dai fasci­sti nel feb­braio del 1945. Gen­tile, in ogni caso, non può essere con­si­de­rato un «nor­male» intel­let­tuale dedito esclu­si­va­mente ai suoi studi: era stato ideo­logo del regime e mini­stro, grande orga­niz­za­tore della cul­tura fasci­sta, e aveva accet­tato la carica di pre­si­dente dell’Accademia d’Italia restau­rata dal regime di Salò.
Forse alla fine biso­gnerà ras­se­gnarsi all’evidenza e a con­si­de­rare l’uccisione di Gen­tile sem­pli­ce­mente come una delle tante ese­cu­zioni di col­la­bo­ra­zio­ni­sti avve­nute nel corso della Resi­stenza europea.

venerdì 16 maggio 2014

L'incipit dell'Eneide

 

 


 


Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris
Italiam fato profugus Laviniaque venit
litora, multum ille et terris iactatus et alto
vi superum, saevae memorem Iunonis ob iram,
multa quoque et bello passus, dum conderet urbem
inferretque deos Latio; genus unde Latinum
Albanique patres atque altae moenia Romae.
Musa, mihi causas memora, quo numine laeso,
quidve dolens, regina deum tot volvere casus
insignem pietate virum, tot adire labores
impulerit. Tantaene animis caelestibus irae?

traduzione di Annibal Caro 

L’armi canto e ’l valor del grand’eroe
Che pria da Troia, per destino, ai liti
D’Italia e di Lavinio errando venne;
E quanto errò, quanto sofferse, in quanti
E di terra e di mar perigli incorse,
Come il traea l’insuperabil forza
Del cielo, e di Giunon l’ira tenace;
E con che dura e sanguinosa guerra
Fondò la sua cittade, e gli suoi Dei
Ripose in Lazio: onde cotanto crebbe
Il nome de’ Latini, il regno d’Alba,
E le mura e l’imperio alto di Roma.
Musa, tu che di ciò sai le cagioni,
Tu le mi detta. Qual dolor, qual’onta
Fece la Dea ch’è pur donna e regina
Degli altri Dei, sì nequitosa ed empia
Contra un sì pio? Qual suo nume l’espose
Per tanti casi a tanti affanni? Ahi! tanto
Possono ancor là su l’ire e gli sdegni?

traduzione di Luca Canali 

Canto le armi e l'uomo che per primo dalle terre di Troia
raggiunse esule l'Italia per volere del fato e le sponde
lavinie, molto per forza di dei travagliato in terra
e in mare, e per la memore ira della crudele Giunone,
 e molto avendo sofferto in guerra, pur di fondare
la città, e introdurre nel Lazio i Penati, di dove la stirpe
latina, e i padri albani e le mura dell'alta Roma.
O Musa, dimmi le cause, per quali offese al suo nume,
di cosa dolendosi, la regina degli dei costrinse un uomo
insigne per pietà a trascorrere tante sventure, ad imbattersi
in tanti travagli? Tali nell'animo dei celesti le ire?

traduzione di Pier Paolo Pasolini

Canto la lotta di un uomo che, profugo da Troia 
la storia spinse per primo alle sponde del Lazio: 
la violenza celeste, e il rancore di una dea nemica, 
lo trascinarono da un mare all’altro, da una terra 
all’altra, di guerra in guerra, prima di fondare la sua città 
e di portare nel Lazio la sua religione: origine 
del popolo latino, e albano, e della suprema Roma. 
Tu, spirito, esponi le intime cause: per quale offesa 
o per quale dolore, la regina degli dèi obligò quell’uomo 
così religioso, a dover affrontare tanti casi, tante 
fatiche: miseria di passioni nei cuori celesti!

Traduzione di Enzio Cetrangolo 

L'uomo guerriero, il profugo io canto che primo
dalle spiagge di Troia giunse fatalmente in Italia
sui lidi di Lavinio; molto e per terre e per mari 
quello fu sbalestrato da Numi celesti a causa dell'ira
lunga di Giunone; e molto in guerra anche sofferse
per fondare la nuova città e condurre i Penati
nel Lazio; da cui la stirpe latina e i padri 
Albani provennero e dell'alta Roma le mura.
Musa, e tu dimmi di questo le cause: per quale
offesa o dolore colei ch'è regina dei Numi
costrinse quell'uomo di fede profonda a passare
per tanti pericoli, a subire tanti travagli.
Un'ira sì grave nei petti celesti permane? 


martedì 13 maggio 2014

Gramsci lettore di Dante


Di sùbito drizzato gridò: "Come?
dicesti "elli ebbe"? non viv’elli ancora?
non fiere li occhi suoi lo dolce lume?". 69

Quando s’accorse d’alcuna dimora
ch’io facëa dinanzi a la risposta,
supin ricadde e più non parve fora. 72

Inferno, canto X

Qual è la posizione di Cavalcante, qual è il suo tormento? Cavalcante vede nel passato e vede nell’avvenire, ma non vede nel presente, in una zona determinata del passato e dell’avvenire in cui è compreso il presente. Nel passato Guido è vivo, nell’avvenire Guido è morto, ma nel presente? È morto o vivo? Questo è il tormento di Cavalcante, il suo assillo, il suo unico pensiero dominante. Quando parla, domanda del figlio; quando sente «ebbe», il verbo al passato, egli insiste e tardando la risposta, egli non dubita piú: suo figlio è morto; egli scompare nell’arca infuocata. Come Dante rappresenta questo dramma? Egli lo suggerisce al lettore, non lo rappresenta; egli dà al lettore gli elementi perché il dramma sia ricostruito e questi elementi sono dati dalla struttura. Tuttavia una parte drammatica c’è e precede la didascalia. Tre battute: Cavalcante appare, non dritto e virile come Farinata, ma umile, abbattuto, forse inginocchiato e domanda dubbiosamente del figlio. Dante risponde, indifferente o quasi e adopera il verbo che si riferisce a Guido al passato. Cavalcante coglie subito questo fatto e urla disperatamente. C’è il dubbio in lui, non la certezza; domanda altre spiegazioni con tre domande in cui c’è una gradazione di stati d’animo. «Come dicesti: egli “ebbe”?» – «Non vive egli ancora?» – «Non fiere gli occhi suoi lo dolce lome?» Nella terza domanda c’è tutta la tenerezza paterna di Cavalcante; la generica «vita» umana è vista in una condizione concreta, nel godimento della luce, che i dannati e i morti hanno perduto. Dante indugia a rispondere e allora il dubbio cessa in Cavalcante. Farinata invece non si scuote. Guido è il marito di sua figlia, ma questo sentimento non ha in lui potere in quel momento. Dante sottolinea questa sua forza d’animo. Cavalcante si affloscia ma Farinata non muta aspetto, non muove collo, non piega costa. Cavalcante cade supino, Farinata non ha nessun gesto di abbattimento; Dante analizza negativamente Farinata per suggerire i (tre) movimenti di Cavalcante, lo stravolgimento del sembiante, la testa che ricade, il dorso che si piega. Tuttavia c’è qualcosa di mutato anche in Farinata. La sua ripresa non è più così altera come la prima sua apparizione.

Quaderno 4 (XIII), § 78


 [Una lettera di Umberto Cosmo] Da una lettera del prof. U. Cosmo (dei primi mesi del 1932) riporto alcuni brani sull’argomento di Cavalcante e Farinata: «Mi pare che l’amico nostro abbia colpito giusto, e qualche cosa che s’avvicinava alla sua interpretazione ho sempre insegnato io. Accanto al dramma di Farinata c’è anche il dramma di Cavalcante, e male hanno fatto i critici, e fanno, a lasciarlo nell’ombra. L’amico farebbe dunque opera ottima a lumeggiarlo. Ma per lumeggiarlo bisognerebbe discendere un po’ più nell’anima medioevale. Ognuno dei due, Farinata e Cavalcante, soffre il suo dramma. Ma il proprio dramma non tocca l’altro. Sono legati dalla parentela dei figli, ma sono di parte avversa. Perciò non si incontrano. È la loro forza come dramatis personae, è il loro torto come uomini.

Quaderno 4 (XIII), § 86

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... In questo frangente drammatico, Nino scrive un illuminante commento al X canto dell'Inferno, erroneamente considerato «il canto di Farinata»: egli fa infatti notare come sia quella di Cavalcante Cavalcanti la figura più significativa dell'episodio ambientato nel cerchio eretici, per la sua amorosa preoccupazione per il figlio Guido di cui ignora la sorte, e non Farinata, che resta una figura convenzionale di politico militante, irrigidita da un ideologismo esibito nel suo “comizio” recitato dalla tomba. Franco Lo Piparo, in un capitolo del suo appassionato saggio dedicato al Professor Gramsci e Wittgenstein (Donzelli), fa notare come Nino si sentisse anche lui un eretico relegato in un «cieco carcere».
Armando Massarenti
 Da Gramsci a Wittgenstein (via Sraffa)  
Il Sole 24 ore, 15 giugno 2014

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Non è la grandezza che salva l'uomo nella Commedia. Farinata appare infatti, immerso e come ravvolto in una profonda infelicità. È questo il secondo motivo che accompagna, in minore, la figura del ghibellino, e sul quale si inserirà la seconda storia, quella di Cavalcante.
Farinata si duole, fin dai primi versi, per il rimorso che ancora lo tiene per la strage di Montaperti; più avanti dichiarerà il suo tormento per la sorte dei suoi, esuli per sempre da Firenze. E infine rivelerà con amara tristezza la condizione di oscurità a cui lui e i suoi compagni di pena sono destinati, per la quale possono conoscere solo il futuro, e non il presente, così che all'ultimo giorno ogni luce si spegnerà per loro.
Su questo registro doloroso si svolge, come dicevamo, tutta la vicenda di Cavalcante, introdotta all'interno della prima: egli è tutto e solo dolore: al non vedere il figlio, lo sospetta morto e già chiede di lui piangendo; alle prime parole di Dante, che quella morte gli fanno credere certa, prorompe in un accorato grido, che ancora a distanza di tanti secoli fa fremere il lettore dell'Inferno, e ricade supino nella sua tomba.
L'uno e l'altro appaiono colpiti in ciò in cui hanno riposto la loro speranza, e il senso della loro vita: la passione politica, l'orgoglio di parte, in Farinata, e la passione paterna, l'orgoglio per la grandezza del figlio, in Cavalcante. Il loro orizzonte coincide con la terra, e se quei valori terreni di cui vivono vengono meno, tutto per loro è definitivamente finito. E certo in diverso modo, velatamente, la mestizia di questi versi ravvolge attraverso lo strazio paterno anche l'ombra di Guido, che non è accanto a Dante, che non può, perché non volle, compiere quel viaggio di salvezza. (Anna Maria Chiavacci Leonardi)

 

sabato 10 maggio 2014

Il disincanto democratico

Fabio Gambaro
Democrazia il paradosso dell'antipolitica
la Repubblica, 15 dicembre 2008


«La democrazia non è solamente il voto nell'urna. Nella complessità del mondo contemporaneo, la vita democratica si decentra, dando vita a una varietà di azioni e istituzioni al di là del solo suffragio universale». È questa la conclusione cui è giunto Pierre Rosanvallon, lo studioso francese che insegna al Collège de France ed oggi considerato uno dei più influenti intellettuali d' Oltralpe. Lo spiega in un volume appena pubblicato in Francia, La légimité démocratique (Seuil, pagg. 380, 21 euro), che fa seguito a un altro corposo saggio intitolato La politica nell' era della sfiducia, in procinto di essere pubblicato in Italia da Città Aperta, aggiungendosi così ai precedenti Il popolo introvabile (Il Mulino) e Il Politico, storia di un concetto (Rubettino).
«Il disincanto democratico è oggi un'evidenza. I cittadini votano meno che in passato e soprattutto in modo diverso», spiega Rosanvallon, che ha anche creato la République des idées, un importante spazio di riflessione, dotato di un sito web e di una collana di libri. «Oggi il voto non è più un momento d'identificazione con un gruppo sociale, un territorio o un partito politico. Il voto ha cambiato natura. In passato era la manifestazione di un'identità sociale, oggi esprime un'opinione individuale. Questa trasformazione è accompagnata da una crescente disaffezione nei confronti dei partiti politici e dalla crisi dello stato inteso come amministrazione dell' interesse comune».
Il disincanto democratico favorisce il disinteresse per la cosa pubblica?
«Non credo, dato che i cittadini manifestano la loro implicazione nella vita collettiva in altro modo. Tra un'elezione e l'altra, la vitalità democratica prende altre forme, che nel volume La politica nell' era della sfiducia ho designato con il termine "controdemocrazia", un termine forte e volutamente ambiguo».
Di che si tratta?
«La "controdemocrazia" è costituita dall'insieme delle attività che non mirano ad associare il cittadino all' esercizio del potere, ma a organizzare il suo controllo su chi governa. E' impossibile che tutti partecipino direttamente alle decisioni politiche, ma tutti possono esprimere opinioni critiche e partecipare alla vigilanza civica nei confronti del potere. Naturalmente queste attività possono essere molteplici, a cominciare da quelle di sorveglianza, notazione e convalida delle procedure democratiche. Si tratta di modalità più o meno formalmente costituite, i cui attori possono essere le associazioni, la stampa o anche i singoli cittadini su internet».
Lei parla anche di sovranità negativa...
«È quella che i cittadini manifestano rifiutando alcune scelte governative. I primi teorici della democrazia pensavano che la democrazia si fondasse essenzialmente sul consenso silenzioso dei cittadini, oggi invece ci rendiamo conto che nell' attività democratica, accanto al consenso, svolge un ruolo essenziale il dissenso. Già Montesquieu sottolineava la dissimmetria tra facoltà d' impedire e facoltà d'agire, in democrazia. E' infatti molto più facile misurare i risultati ottenuti sul versante del disaccordo che su quello della proposta costruttiva. Se si riesce a bloccare una decisione del potere, i risultati si vedono subito, mentre per promuovere una legge spesso occorrono anni prima di vedere i risultati».
Quali sono le altre forme della controdemocrazia?
«Un'altra componente importante è l'esercizio che mira a mettere sotto accusa il potere. Il modello del processo, fuoriuscendo dall'ambito giudiziario, si è diffuso in tutta la società. L'atteggiamento accusatorio una volta era al centro del ruolo dell' opposizione parlamentare, col tempo però si è disseminato in tutta società, diventando un patrimonio collettivo».
Opponendosi al palazzo, la società civile sceglie a volte forme che alimentano l'antipolitica. Non è un rischio?
«Effettivamente è un rischio oggi assai diffuso. Le attività che chiamo controdemocratiche hanno sempre un carattere ambiguo. Se da un lato, infatti, queste possono essere utili a rafforzare la democrazia, stimolandola positivamente; dall' altro, possono anche indebolirla, alimentando l' antipolitica. La controdemocrazia positiva sottomette il potere a prove che lo costringano a realizzare meglio la sua missione al servizio della società. La vigilanza e la critica creano infatti vincoli virtuosi. La controdemocrazia negativa invece scava un solco sempre più profondo tra il potere e la società, allargando la distanza tra i cittadini e i politici. Il paradosso dell' antipolitica è che rende il potere sempre più distante e quindi intoccabile. La sua critica radicale non produce un'appropriazione sociale, ma una situazione in cui i cittadini sono sempre più espropriati dei procedimenti democratici. Nasce da qui quel populismo "dal basso", le cui forme sono diverse dal populismo tradizionale del XIX secolo».
Questa ambivalenza della controdemocrazia è una novità dei nostri giorni?
«No, la sua ambiguità era già evidente durante la rivoluzione francese. A quei tempi, il grande teorico della sorveglianza del potere è Condorcet, per il quale chi governa deve essere giudicato di continuo. Per lui, non esiste un potere buono in sé solo perché è stato eletto democraticamente. La democrazia esiste solo nell' interazione continua tra le istituzioni che governano e le procedure che ne regolano e ne controllano le attività. Accanto a Condorcet, però, agisce Marat, l' amico del popolo, il quale denigra di continuo la politica, trasformando coloro che governano in un' incarnazione del male da cui la società non potrà mai aspettarsi nulla di buono».
In Italia, il populismo tradizionale e quello nato dalla controdemocrazia sembrano oggi coesistere... «Quando queste due forme di populismo si sovrappongono, si rischia d' innescare un pericoloso meccanismo di disgregazione del tessuto democratico. La democrazia dovrebbe essere un movimento di appropriazione sociale delle decisioni collettive, il populismo però espropria sempre il popolo di tali decisioni. Spesso chi critica i partiti ritiene che la società civile possa essere autosufficiente, ma è un' illusione pensare che la democrazia possa ridursi alla sola società civile. La democrazia è sempre un faccia a faccia tra governo e società, tra decisioni e consenso».
Nel suo nuovo libro, La légitimité démocratique, lei sostiene che il suffragio universale non basta più a legittimare la democrazia. Quali sono le altre forme di legittimazione democratica?
«In passato - in un contesto sociale, economico e ideologico più stabile - era più facile immaginare la continuità tra il voto e le politiche che avrebbero fatto seguito. Oggi le elezioni sono diventate un semplice processo di nomina che anticipa sempre meno le scelte a venire. Una volta si votava per un progetto, oggi per un uomo. Di conseguenza, il suffragio universale procura una legittimità solo strumentale, che è certo molto importante - perché alla fine la verità aritmetica è quella che decide - ma non più autosufficiente. E' una legittimità che deve quindi continuamente essere messa alla prova e trovare l' appoggio di altre forme di legittimità».
In che modo?
«Un processo di legittimazione del potere è quello prodotto dall' imparzialità garantita dalle autorità indipendenti che vigilano per evitare che alcuni si approprino delle istituzioni in maniera partigiana. C' è poi la legittimazione derivata dalle corti costituzionali che garantiscono l' uguaglianza dei diritti e proteggono la democrazia dal capriccio dell' istante. Infine, c' è una forma di legittimazione che nasce dalla vicinanza di chi governa ai cittadini, i quali chiedono al governo di rispettare la società e di ascoltarne le sofferenze. Se in passato le democrazie hanno posto l' accento soprattutto sulle istituzioni, oggi si torna a valorizzare i comportamenti. Abbiamo bisogno di una democrazia dei comportamenti. E questo è un segno della trasformazione e dell' allargamento della concezione della democrazia».
Le diverse figure e istituzioni della realtà democratica sono date una volta per sempre? «No, la democrazia non è mai data una volta per sempre. Essa deve essere di continuo sottoposta a un processo di appropriazione, grazie alle attività della società civile, alle istituzioni e all' interazione permanente tra potere e società. Bisogna appropriarsi di continuo della democrazia. Tocqueville pensava che la democrazia semplificasse sempre di più la vita politica, in realtà avviene il contrario. Lo sviluppo della democrazia rende la vita politica sempre più complessa. Ma questa è la condizione per impedire che un qualche interesse particolare la confischi a suo vantaggio».