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mercoledì 28 ottobre 2026

Il nazionalpopulismo

Domenico Agasso 
Javier Cercas avverte l’Europa: “Il vero rischio è la seduzione nazionalpopulista”
La Stampa, 28 ottobre 2026

L'Europa che brucia tra piazze in fiamme, precarietà e rabbia giovanile non è il presagio di un’apocalisse imminente, ma il sintomo di una pericolosa “depressione democratica”. Da Parigi a Madrid, fino alle città italiane, le tensioni sociali di queste settimane riaccendono l'incubo di una frattura profonda tra cittadinanza e istituzioni. Ne abbiamo parlato con lo scrittore spagnolo Javier Cercas, che smonta la retorica del “futuro rubato ai giovani” per mettere in guardia dal “vero rischio: la seduzione delle ricette nazionalpopuliste”.

Parigi in piazza contro le riforme, scontro sociale a Madrid e Roma. Perché l’Europa sta “bruciando”?

«In Francia e Italia pesa la protesta sull'istruzione e sui tagli alla scuola, mentre in Spagna - e anche in Portogallo - la rabbia si è concentrata sul dramma dell'abitazione e il carovita. Poi contano le differenti culture politiche: in Francia si vive in una rivolta permanente. Come ricordava il filosofo Raymond Aron, i francesi non amano le riforme, amano la rivoluzione. In Spagna è tutto tradizionalmente più misurato. Ma c'è un filo rosso che unisce queste piazze, compresa quella italiana: siamo immersi in una fase di profonda e pericolosa depressione democratica».

In che senso?
«Montaigne diceva che l’uomo è ondulante, ma lo è anche la storia: a periodi di crescita seguono fasi di discesa. Dopo l’ottimismo sfrenato della fine del Novecento e la caduta del Muro di Berlino, quando si teorizzava la "fine della storia" e la democrazia sembrava l'unica opzione sul tavolo, siamo entrati in una parabola discendente. Questa crisi nasce dal trauma economico del 2008, un terremoto paragonabile soltanto a quello del 1929. Allora portò all'ascesa del fascismo e del totalitarismo».

E oggi?
«Non assistiamo al ritorno del fascismo storico, ma all'affermazione del nazionalpopulismo».

Quali sono le insidie?
«Il nazionalpopulismo è più furbo e per questo molto più pericoloso. Il fascismo andava contro la democrazia apertamente: diceva che non funzionava e che bisognava abbatterla. Il nazionalpopulismo non la attacca dall'esterno dicendo di volerla distruggere: la svuota dall'interno attaccandola nel nome della democrazia stessa, come abbiamo visto chiaramente durante l'assalto al Campidoglio a Washington. I populisti dicono di essere gli unici veri rappresentanti del popolo e che le istituzioni sono corrotte, ma ingannano il popolo e vogliono distruggere le istituzioni».

Le piazze sono piene di giovani precari, senza casa e con un’istruzione carente. C'è una rivolta generazionale contro la mancanza di futuro?
«Non credo a questa narrazione. Si ripete ovunque la formula secondo cui avremmo "rubato il futuro ai giovani", ma non risponde alla realtà. I problemi concreti ci sono eccome - la casa e il lavoro sottopagato su tutti - ed è giusto che i giovani si arrabbino perché le nostre democrazie soffrono di una vista cortissima: i politici pensano soltanto alle prossime elezioni anziché programmare interventi a cinque o dieci anni. Ma dire che un tempo c'era un'epoca d'oro e che oggi l’avvenire è solo catastrofe è del tutto falso. E può scoraggiare i ragazzi e le ragazze».

Ci spiega?
«Il discorso catastrofista e nero serve solo ai populisti per offrire soluzioni semplici e perverse a problemi complessi».

Per esempio?
«Dicono che la colpa di tutto è degli immigrati e che basta cacciarli per riavere lavoro, soldi e prosperità. È una perversità morale e una menzogna politica, economica e culturale, ma stiamo permettendo che diventi il centro della politica europea».

I populismi minacciano la tenuta dell'Unione europea?
«Sì. Chi trae vantaggio dal disagio e dalla violenza nelle piazze? Gli estremi. E temo che lo vedremo presto nelle prossime scadenze elettorali cruciali in Europa e negli Stati Uniti. Il nostro grande vantaggio rispetto agli anni Trenta è l'esistenza dell’Ue, che costituisce un pilastro fondamentale di stabilità politica ed economica. Ma i nazionalpopulisti puntano a smantellarla. Se a Parigi vincesse Marine Le Pen o un leader che rifiuta apertamente le regole di Bruxelles, l'intero edificio europeo rischia di crollare».

Molti cittadini percepiscono Bruxelles come un burocrate distante. Come si supera questa diffidenza?
«Dicendo la verità. Politica e media raccontano la favola dei "burocrati di Bruxelles", ma la verità è che burocrati sono dappertutto - Madrid, Roma, Parigi - e che circa l'80% delle decisioni che condizionano la nostra vita quotidiana passano da Bruxelles, e a governare lì ci siamo noi con i nostri voti e i nostri rappresentanti. L'Europa unita è l'unica utopia ragionevole che abbiamo saputo inventare. Per secoli lo sport nazionale europeo non è stato il calcio, è stata la guerra: ci siamo massacrati a vicenda in modo sistematico. L'Unione ha garantito decenni di pace e prosperità che non hanno eguali nella storia».

I singoli Paesi europei possono farcela ad affrontare le sfide globali?
«Da sole, l'Italia, la Spagna o la Francia non contano nulla nello scacchiere globale; uniti siamo una potenza enorme. Il mio sogno è un'Europa federale, capace di conciliare l'unità politica con la diversità linguistica, culturale e identitaria. Il federalismo è un sistema multilivello che parte dal comune e arriva a Bruxelles: la capitale europea non è un'astrazione aliena, è la nostra casa comune e l'unità dell'Europa è la nostra unica possibilità di sopravvivere nel mondo di oggi di fronte a giganteschi blocchi come Stati Uniti o Cina».

Nei momenti di forte tensione si riaffaccia la nostalgia del salvatore della patria: come va affrontata?
«È la tentazione della scorciatoia di fronte alla complessità del mondo, ed è esattamente il punto in cui il nazionalpopulismo mostra la sua matrice più autoritaria. È la promessa illusoria che un leader carismatico possa risolvere ogni male con un gesto d'imperio. La risposta della democrazia dev'essere chiara e netta: non abbiamo alcun bisogno di un uomo forte al potere, abbiamo un disperato bisogno di idee forti».

Qual è oggi il compito della cultura e della parola pubblica?
«Smontare la retorica del catastrofismo e battersi senza tregua contro la demagogia. Quando si vedono ragazzi italiani e spagnoli incontrarsi negli scambi Erasmus e capirsi subito perché condividono la stessa matrice latina e culturale, si capisce che l'Europa non è un artificio burocratico ma un'identità viva. Dobbiamo spiegare che la democrazia non va difesa perché è perfetta, ma perché è l'unico sistema che può garantire libertà, diritti e prosperità. Va custodito ogni giorno».

lunedì 26 ottobre 2026

La svolta in Serbia

Francesco Battistini
Svolta in Serbia, la lista degli studenti batte 
Vucic
Corriere della Sera, 26 ottobre 2026

Non hanno un leader, non hanno un portavoce, non hanno nemmeno un vero programma. Ma da oggi hanno il potere: la Lista degli Studenti vince in Serbia e spedisce nei libri di storia i 14 anni del regimetto di Aleksandar Vucic e degli eredi di Mladic, dei massacri anni ’90, delle sbornie nazionalistiche. Prima ancora delle proiezioni elettorali, è Vucic ad ammetterlo: «Non abbiamo ancora i risultati definitivi — dice l’ex presidente —, ma sulla base d’un campione è chiaro che abbiamo perso queste elezioni. La Lista degli Studenti ha vinto: otterrà fra i 135 e i 140 seggi, mentre noi ne avremo 105». Le prime percentuali confermano: 52% all’opposizione, 39,3 a Vucic.

La storia serba volta pagina. La gioia di Belgrado esplode nella notte, con cortei d’auto e clacson, cori a cantare una vecchia canzone popolare, «Tri poljupca ohcu ja», voglio tre baci, che serviva a indicare il numero (tre) della lista sulla scheda ed è diventata l’inno della vittoria. Il risultato degli studenti, sorprendente ma non inatteso, è il più profondo cambiamento politico dalla cacciata di Slobodan Milosevic, 26 anni fa e dopo la guerra del Kosovo. Qualcosa di paragonabile alla fine dell’era Orbán in Ungheria. Una prima volta, per una marcia studentesca cominciata con due anni d’anticipo sugli altri movimenti di protesta europei: anche un modello, per i nuovi indignados spagnoli e francesi, tedeschi e albanesi. Senza rompere un vetro e senza sparare un petardo — e partendo due anni fa dalla rabbia per una tettoia crollata alla stazione ferroviaria di Novi Sad, 16 morti, cui seguì una serie di corruzioni e d’insabbiamenti, di media imbavagliati —, gli Studenti serbi si sono fatti di mese in mese partito politico. E nel più puro movimentismo, agitando il simbolo d’una mano insanguinata, bussando porta a porta in ogni villaggio, dopo due anni sono riusciti a cacciare il piccolo autocrate balcanico che da ragazzo faceva il portavoce delle pulizie etniche e per tre lustri ha fatto della Serbia un Paese a libertà limitate. I nuovi vincitori restano comunque un’incognita. Il loro capolista è un cardiologo, Ilija Srdanovic che ora esulta («abbiamo voltato la faccia a un tiranno, andiamo verso una Serbia migliore»), ma non è affatto sicuro che farà il premier. Sono vaghe le loro posizioni internazionali su Ue, Russia, Cina e pure sull’eterna questione del Kosovo. Sono generiche le loro promesse elettorali: più onestà, più libertà ai media, più soldi alle scuole, poco altro.

Ma quel che conta, ora, è godersi la vittoria. Fino all’ultimo, Vucic aveva tentato di recuperare. S’era dimesso dalla presidenza. Aveva rivendicato la modernizzazione del Paese di questi anni, forte degl’investimenti dalla Cina, garantito dal gas russo del «fratello slavo» Vladimir Putin, equilibrista nei rapporti con l’Ue che pure dichiarava di volere come partner. Aveva anche promesso last minute un aumento delle pensioni e degli stipendi pubblici, accusando gli Studenti d’essere al soldo di governi stranieri.

La vittoria degli Studenti s’è intuita nel pomeriggio, guardando l’affluenza. Mai visti tanti votanti. L’ultima volta era stata nel 2000, quando il 70 per cento s’era presentato alle urne con un’idea ben precisa: spedire a casa, e poi al Tribunale dell’aia, Milosevic e il suo decennio di massacri balcanici. Il benservito all’erede di Slobo è arrivato con affluenze simili, oltre il 70 per cento. Sui social, per tutta la domenica sono rimbalzati video dal Canada all’Australia, coi serbi della diaspora in fila alle ambasciate per votare. Code ai confini della Croazia e del Kosovo. Perfino Vucic ha dovuto aspettare due ore, prima d’arrivare all’urna. Chiaro, il perché di tanta partecipazione: per la prima volta, sei milioni e mezzo di serbi hanno avuto l’occasione di chiudere i conti. E ne hanno approfittato.

venerdì 16 ottobre 2026

Thomas Mann al cinema

Gianluca Arnone
Fatherland
Cinematografo, 14 maggio 2026
In un film breve, chiuso, abbagliante, Pawlikowski fa della questione Mann il grande processo all’umanesimo europeo, alle sue colpe storiche e alle sue rovine. Miglior regia a Cannes 79

È, dopo l’uomo a cavallo, il movimento fondativo del cinema. Loro due in automobile, mentre il paesaggio di albe e rovine scorre fuori dal finestrino. Pawlikowski e il suo co-sceneggiatore Hendrik Handloegten (creatore di Babylon Berlin, altra opera sull'Europa tra le due guerre) hanno tagliato dal romanzo, Il mago di Colm Tóibín, il segmento più pertinente alle geometrie del grande schermo. E siccome lo spazio al cinema si misura col tempo, ecco che una traiettoria di appena 82 minuti - distillato purissimo di quel che la settima arte può fare in economia e alla faccia dello sperpero seriale - condensa un'intera mappa della crisi dell'intellettuale europeo. Il road movie di Thomas Mann e della figlia Erika lungo le macerie della Germania è, come in un altro film di un grande tedesco, falso movimento. La strada non porta avanti, ma indietro.

Siamo nel 1949. Mann (un monumentale Hanss Zischler) torna in Germania per la prima volta dopo sedici anni di esilio in California. L'occasione è il Premio Goethe, che la città di Francoforte - americana, occidentale - gli conferisce il 25 luglio, in coincidenza con il bicentenario della nascita del poeta nazionale. Ma Mann non si fermerà a Francoforte. A bordo di una Buick attraverserà la linea di demarcazione tra i due mondi nati dalle ceneri del Reich e riceverà lo stesso premio a Weimar il 1° agosto, nell'altra Germania, quella sovietica.

La decisione di onorare entrambe le Germanie senza sceglierne una fu, all'epoca, politicamente esplosiva. Gli intellettuali occidentali, primo tra tutti Walter von Molo, lo avevano già scongiurato di non tornare affatto, di non legittimare con la sua presenza il regime di Ulbricht. Ma lo scrittore era ancora quello che, dieci anni prima, aveva dichiarato ai giornalisti americani: «Dove sono io, là è la Germania». Non era arroganza ma fedeltà assoluta alla Kulturnation che trascendeva ogni frontiera politica.

«Non vi è una Germania buona e una Germania cattiva – aveva scritto nel 1945 in La Germania e i tedeschi - ma un'unica Germania il cui meglio si è per astuzia diabolica capovolto nel peggio». È la stessa logica del Doktor Faustus, scritto in quegli stessi anni, momento di espiazione e autopsia di una civiltà. Il patto col diavolo che Adrian Leverkühn stringe è quello di una nazione intera, che ha venduto l'anima alla grandezza e ne ha ricevuto in cambio la rovina. Nei suoi diari annota che si trattava del suo «Sündenbuch», il libro dei peccati, non soltanto quelli della Germania, ma anche i propri.

Tóibín intuisce e Pawlikowski recepisce che c’è un nodo europeo scoperto nella vicenda del grande scrittore. Da una parte l’umanesimo tedesco, la promessa della Bildung, la cultura come elevazione. Dall’altra il sospetto che quella stessa cultura non abbia impedito nulla, non abbia salvato nessuno, non abbia fermato il Reich. Thomas Mann, tornando a casa, si presenta al tribunale delle proprie idee. E Pawlikowski, opportunamente, non lo condanna e non lo assolve.

Anche Il mago era un romanzo sulla sproporzione tra arte e vita. Tóibín mostrava Mann come uno scrittore capace di trasformare tutto in letteratura, anche ciò che nella vita restava irrisolto: i desideri, la famiglia, la visione politica, la paura, l’attrazione per i giovani uomini, l’autodisciplina borghese, la fuga, la gloria. E al contempo parlava della difficoltà stessa di afferrare Mann. Per Tóibín era una personalità fluida, non fissabile, immersa in una materia “epica”, prima nazionalista tedesco, poi nemico di Hitler, amico di Roosevelt, infine sorvegliato dall’FBI. Pawlikowski questa fluidità la congela, dandole una forma liturgica.

Nello stesso splendore rarefatto di Ida (2014) e Cold War (2018), Łukasz Żal fotografa la Germania del 1949 come un paesaggio di anime in viaggio, né vive né morte. Rovine non ancora rimosse, campagne sopravvissute a sé stesse, cieli opprimenti e aperti nella stessa inquadratura. Il mondo di Fatherland, con cui il regista polacco torna alla storia europea come a un luogo irrisolto, sembra sospeso tra incarnazione e sparizione. I volti emergono dalla penombra come icone del purgatorio. La Buick nera è un confessionale mobile. Pawlikowski misura lo spazio filmico con metro spirituale. Tutto è paesaggio interiore. La bellezza spoglia, il male in leggero rilievo.

In un bianco e nero abbacinante, luce di un mondo che non ha ancora trovato la via del colore, tra il crepuscolo degli dei e la promessa di una nuova Europa, Thomas Mann è l’interpellato. Può ancora credere nella cultura? Può ancora esserci un Goethe ad argine del demoniaco tedesco e della dannazione tutta del Vecchio Continente? Può ancora pronunciare parole alte, solenni, classiche, dopo Auschwitz, dopo l’esilio, dopo la distruzione della Germania, dopo il suicidio di Klaus?

Già Klaus.
Pawlikowski ne fa il fantasma che percorre l’intero film. Era morto il 21 maggio 1949, proprio a Cannes, overdose da barbiturici. Aveva quarantatré anni. Un uomo esaurito dalle sostanze, dall’esilio, dalla fatica di essere il figlio di Thomas Mann. In Der Wendepunkt (Il punto di svolta, 1942), Klaus aveva tentato di fare i conti con questa doppia eredità: il dono e la maledizione di nascere da un genio.

Tra Klaus e Thomas, c’è Erika. La maggiore. Scrittrice, attrice, corrispondente di guerra, autrice di libri per l'infanzia, instancabile antifascista. Una vita piena, schiacciata però sotto l'ombra del padre.

Sandra Hüller, immensa, sa muoversi in punta di piedi intorno a quell'uomo enorme, cercando uno spazio che sia suo. È lei a porre le domande, ad accompagnarlo e incalzarlo. È figlia, segretaria, accusatrice, guardiana, sopravvissuta. È lei a costringere il vecchio Mann a confrontarsi con ciò che avrebbe preferito tenere fuori: l'identità tedesca nel momento del suo sfacelo, il ruolo dell'artista nelle macerie, la responsabilità storica di chi non si era sporcato le mani continuando a guardare il mondo bruciare lontano. E Klaus. È lei che lo vede e che lo rimette agli occhi paterni per chiedergli: padre, che cosa hai fatto della tua grandezza? E di noi figli, che ne hai fatto? Il mago stavolta non può più nascondersi dietro il prestigio della propria magia.

Per questo Fatherland è anche un film sui figli. Che cosa ereditiamo dai padri? Le opere o le omissioni? Pawlikowski sembra suggerire che non solo non c’è futuro se il passato viene cancellato, ma che non c’è nemmeno se il passato viene monumentalizzato.
Dal falso on the road tra due mondi, due Germanie, che sono contigue ma già non si parlano, a melodramma familiare chiuso nelle stanze della Storia: Fatherland, sin dal titolo, gioca su questa doppia ferita. La patria è la terra del padre, ma il padre è anche Thomas Mann: il patriarca, il monumento, il “mago”. Ed entrambi non sono - lo sono mai stati? - più accessibili.

Pawlikowski lo rende cinematograficamente con lo spazio. Con la distanza. Con i vuoti dell’inquadratura. Con la negazione di una frontalità classica. Fatherland è una lezione magistrale di messa in scena. I corpi non occupano mai davvero il centro. Sono disallineati, spinti in basso, lasciati ai margini, come in Ida, come in Cold War. Ma quel decentramento non è un fatto estetico. È morale. Pawlikowski deideologizza lo sguardo proprio perché non ci dice dove stare. Ci costringe a esperire ogni posizione come compromessa.

Il padre che ha rappresentato la Germania in esilio è anche l’uomo che ha esiliato i propri figli. Del resto, tra il farsi carico del peso della storia e rimanerne schiacciato passa un nulla. Bisogna farne conto. Thomas Mann torna così a essere nostro contemporaneo. Non come monumento dell’umanesimo, ma come problema dell’umanesimo. Al padre perduto chiediamo: quale posto possiamo ancora occupare nel mondo, quando non è più disponibile quello che la Storia, la famiglia, la patria o la cultura ci avevano assegnato?

Non resta che il finale, prelevato da un universo alternativo. Un finale potente, perfetto. Un gesto di cinema puro oltre le possibilità della Storia. Pawlikowski sa che i film non riparano, non assolvono, non restituiscono. Possono però, per un istante, aprire uno spazio. Un luogo, un’inquadratura, in cui per un momento vivi e morti, rovine e albe, padri e figli, Bach e Wagner, coesistano. Senza necessariamente stare dalla stessa parte, provando a restare nella stessa parte.
Insieme, nonostante tutto.

mercoledì 23 settembre 2026

Lezioni tedesche

Francesco Strazzari
Unità e identità, lezioni tedesche per l'opposizione

il manifesto, 23 settembre 2026

In Sassonia-Anhalt l’affluenza è cresciuta di quasi diciotto punti e ha portato alle urne elettori dell’AfD; a Berlino è cresciuta di dieci punti e ha premiato la Linke. In entrambi i casi il voto in più è andato a chi prometteva una rottura e a pagare sono stati i partiti di governo: nella capitale la Spd tocca il minimo storico al 12 per cento, la Cdu perde 8 punti.

Il voto di rottura non è disattivabile. Dove la sinistra lo attraversa, lo prende; dove lascia lo spazio vuoto, lo prende l’estrema destra. Nella capitale la sinistra si è caratterizzata con una campagna sugli affitti e sull’esproprio dei grandi proprietari immobiliari e una critica esplicita alla politica di Merz su Israele. È una risposta al paradosso che inquieta le sinistre di governo da Madrid a Brasilia: non si vince amministrando meglio, si vince restituendo controllo su qualcosa che si sente sfuggito di mano. A Berlino era il canone di locazione, la cosa più materiale che esista.

Un’altra lezione riguarda chi paga il prezzo dell’onda nera, e non è la sinistra. Il cadavere del giorno è la Cdu: sparita a Schwerin, arretrata di 8 punti nella capitale. Dove la destra tradizionale insegue temi e linguaggio dell’estrema destra, perde male. Con la Cdu fuori dal Landtag una maggioranza rosso-rosso-verde diventa possibile – per quanto la stampa tedesca faccia di tutto per scongiurarla, accampando accuse di islamismo e antisemitismo – e l’AfD resta l’unica opposizione. È il dilemma della Brandmauer (il muro tagliafuoco) nella forma più pura: un’alternanza organizzata tutta dentro l’argine consegna all’estrema destra il monopolio del malcontento. Alice Weidel l’ha capito subito, rivendicando che l’AfD è ormai il primo partito del Paese; Merz ha ammesso il disastro ma ha annunciato che non si muove.

Una terza lezione interessa chi in Italia discute di fronti unitari. In Meclemburgo è rimasta fuori anche la Bsw di Sahra Wagenknecht (intorno al 4,8) che anche a Berlino si è fermata, in calo e sotto soglia, al 4,7. Se in Sassonia-Anhalt si era offerta come sponda, qui non può offrire niente a nessuno. La Linke ha vinto la capitale dopo aver preso le distanze dal rossobrunismo su migranti e Russia. Un risultato che sorprende solo se si confonde l’unità con l’aritmetica: un fronte non è la somma di chi sta genericamente contro. Se include chi argomenta come l’avversario perde riconoscibilità e dunque la capacità di mobilitare che si è mostrata decisiva per la vittoria.

Riconoscibile, però, dentro un’alleanza che ora deve nascere. Ed è qui che Schwerin parla a Roma più di Berlino. Per governare servono Spd, Linke e Verdi, cioè tre posizioni inconciliabili sulla guerra: una Spd il cui governo regionale creò una fondazione per il clima (finita oggetto di inchiesta) allo scopo di completare Nord Stream 2 aggirando le sanzioni americane; i Verdi, che in questa legislatura sono stati la forza più atlantista sull’Ucraina; una Linke contraria all’invio di armi e al riarmo. Nessuno dei tre convincerà gli altri, del resto un Land non fa politica estera, anche se vota al Bundesrat, che non è irrilevante su scelte di riarmo.

Un disaccordo, messo per iscritto, diventa potere di veto. Se l’accordo si farà non sarà perché qualcuno ha ceduto, ma perché avranno esplicitato che cosa decidono insieme e su che cosa si astengono. È la tecnica tedesca delle clausole di astensione, che manca esattamente in Italia, dove spesso si pretende che l’intesa preceda la discussione e poi si scopre che, sotto le foglie di fico, non c’era niente.

Che l’ampiezza conti lo dimostra una scelta opposta e altrettanto istruttiva. In Serbia si vota il 25 ottobre, dopo due anni di proteste seguite alla strage di Novi Sad, con Vucic che lascia la presidenza per candidarsi premier. Il movimento studentesco ha depositato la lista «Gli studenti vincono» con 75mila firme, e diversi partiti d’opposizione hanno rinunciato a presentarsi per non disperdere voti: fra questi il Fronte Verdi-Sinistra, che aveva dieci seggi. Per una piccola formazione rinunciare al simbolo e a eletti significa dissolversi proprio quando si potrebbe capitalizzare. L’hanno fatto perché contro un regime che reprime e manipola le regole la posta non è la rappresentanza ma la possibilità stessa dell’alternanza. Resta l’avvertenza: alla lista ha offerto sostegno anche l’ultradestra di Dveri, e con essa la domanda su che cosa si accetti di condividere e fino a dove.

Le due indicazioni si contraddicono solo in apparenza: dove la competizione è compromessa, l’unità della scheda può valere il sacrificio dell’identità di partito, ma è un investimento a perdere se non si contratta qualcosa di scritto: regole, garanzie, programma di transizione. Dove la competizione è aperta, come da noi, la larghezza resta certo indispensabile, ma si tiene solo se ciascuno resta riconoscibile dentro di essa: non un fronte che cancella le differenze fingendo un’unanimità inesistente, né uno che le rinvia al giorno dopo il voto, ma un’alleanza che le nomina, le contratta e dice come intende governarle.

Resta il quadro internazionale, che stringe tutto. Un cancelliere delegittimato a metà mandato governa la potenza che decide i tempi del riarmo europeo, le regole di bilancio e il margine dell’Unione sull’Ucraina. Un’AfD prima in tre parlamenti dell’est, mentre il fianco orientale registra sabotaggi e droni, trasforma la politica estera tedesca in una variabile di quella interna. E un’Europa che ha trovato unità solo sul nemico comune regala all’estrema destra il suo argomento migliore. È qui che la sinistra deve decidere se essere argine o direzione. In una città importante ha mostrato che può essere entrambe. In un Land, a trecento chilometri, che non basta desiderarlo.

venerdì 11 settembre 2026

Como superstar

Domenico Calcagno
Spettacolo Como

Corriere della Sera, 11 settembre 2026

 La squa­dra della città che si affac­cia sul lago più bello del mondo (lo dice l’huf­fing­ton Post) non può essere banale. E nem­meno accon­ten­tarsi della rapi­dis­sima sca­lata dalla D alla A. Per­ché chi vuole diven­tare un brand di lusso nel mondo del pal­lone e ven­dere i suoi pro­dotti nelle città più grandi ed ele­ganti del mondo non può pre­scin­dere dalla Cham­pions. Il Como di Suwarso dalla fine dell’ultimo cam­pio­nato a ieri ha costruito una nuova gra­di­nata da 64 milioni e fatto un mer­cato da 165. Ma avere soldi da spen­dere non sem­pre è l’unica cosa che conta per­ché i soldi si pos­sono anche but­tare. Qua invece le cose le fanno per bene: grandi inve­sti­menti e anche buoni sen­ti­menti. E infatti non dimen­ti­cano di invi­tare per que­sta notte, che per molti è stata un po’ come quella di Natale, i fede­lis­simi, i tifosi nati prima del 1950, che seguono il Como da una vita e che, dopo aver fatto la foto fuori dallo sta­dio con lo stri­scione blu, come la maglia della loro squa­dra e con le stelle dell’europa, sono andati a godersi la par­tita dei sogni

Per­ché la Cham­pions, in fondo, cos’è se non un sogno? E se arrivi a gio­car­tela quasi all’improv­viso e te la gio­chi come ha fatto il Como, che ha vinto 4-1, allora hai poco altro da chie­dere.

Fabre­gas aveva chia­rito che è tanto bello esserci arri­vati, che tanti hanno dei meriti ma lui doveva sce­gliere quelli adatti per vin­cere la prima par­tita di Cham­pions, la più impor­tante della sto­ria del

Como, almeno per ora.

Il Como ha giu­sto sba­gliato qual­che gol con­tro il Lip­sia, per il resto è stato scin­til­lante. I mediani Milla e Da Cunha hanno subito preso pos­sesso della terra di mezzo, stop­pato con pre­ci­sione le ope­ra­zioni del cen­tro­campo avver­sa­rio e rilan­ciato con tempi per­fetti gli attac­canti in blu. Dopo un ini­zio quasi cir­co­spetto, il Como capi­sce che può spin­gere senza pre­oc­cu­parsi troppo. Dopo 15 minuti Batu­rina chiude un’azione in velo­cità par­tita sulla sini­stra e con­fe­ziona il van­tag­gio. Al 38’ il rad­dop­pio, ancora con Batu­rina nel mezzo: pas­sag­gio per Dou­vi­kas che in area con­trolla, si coor­dina e rad­dop­pia. In mezzo anche un po’ di Lip­sia: un paio di nitide acce­le­ra­zione del talento nor­ve­gese Nusa, un bel colpo di testa (fuori) di Guiu, una bella parata di Butez su Mak­si­mo­vic. Nkunku flotta tra il tri­dente d’attacco e il cen­tro­campo senza lasciare tracce.

Dopo un tempo intero i tede­schi ten­tano di cam­biare la sto­ria della par­tita. Met­tono più velo­cità nel loro gioco, spin­gono, insomma ci pro­vano ma non serve. La fac­cenda dura 9 minuti, fin­ché il Como non orga­nizza la prima ripar­tenza. Nico Paz allarga per Diao che dalla destra segna il 3-0. C’è ancora tempo per le reti di Mak­si­mo­vic e Per­rone, per i cambi (anche di modulo) di Fabre­gas, ma i gio­chi sono fatti. Ed era dif­fi­cile per il Como comin­ciare meglio di così.

lunedì 7 settembre 2026

La rivolta di una Germania perduta

Mara Gergolet
"Hanno riempito tutti i vuoti a Est. Definirli fascisti non serve a niente"

Corriere della Sera, 7 settembre 2026 

MAGDEBURGO «L’AFD vede nell’Est una Germania originaria, senza stranieri», dice Ingo Schulze. Non pensava alla vigilia che l’afd ottenesse la maggioranza, e ora che è sulla soglia dell’impensabile, è frastornato, come tutti.
Con l’Est, o meglio con la Ddr, Schulze è associato da sempre, fino a essere lo scrittore più rappresentativo uscito da quelle terre. «Ho sempre scritto della Ddr in relazione al mondo dopo il 1990. Per me è stata, e continua a essere, uno sfondo che permette di comprendere meglio le ovvietà del presente». È proprio in queste terre che l’Afd sta dilagando.

La AfD si è riappropriata di quel passato comune? Cancellando, al contempo, tutto quello che la ddr aveva di violento e repressivo?
«La mia tesi è sempre stata che proprio l’immagine che ci facciamo della Ddr contiene anche un potenziale per contrastare la destra, o l’estrema destra. Si tratta di ricordare ciò che vi era di progressista: l’educazione dei bambini, l’uguaglianza tra uomini e donne, il sistema sanitario, molti aspetti del diritto di famiglia e, più in generale, tutto ciò che riguardava i servizi pubblici. Non sono questi, però, gli aspetti su cui insiste l’Afd. L’AfD vede nell’Est una Germania originaria, senza stranieri. È difficile opporsi a questa narrazione se ci si limita a ricordare soltanto il carattere repressivo della Ddr».
Ritiene giusto 
definire l'AfD fascista?
«Non amo queste etichette, perché ci fanno pensare immediatamente al nazionalsocialismo. Bisogna fare lo sforzo di descrivere l’AfD con maggiore precisione. Se dovesse arrivare al potere, provocherebbe enormi danni soprattutto nell’istruzione e nella cultura, prima ancora di fallire. La sua lettura del mondo non è sociale, ma etnico-nazionale».
Riscrivere la cultura e la storia: è questo il suo aspetto più pericoloso?
«Senza alcun dubbio. Le faccio un esempio. Alla fine di maggio abbiamo tenuto l’assemblea primaverile dell’accademia tedesca per la lingua e la letteratura ad Halberstadt, in Sassonia-anhalt. Il nostro partner locale era il Gleimhaus, il museo dedicato all’illuminismo tedesco. L’AFD sta attaccando personalmente la direttrice, che da anni svolge un lavoro straordinario, perché definisce l’illuminismo un movimento internazionale e non nazionale. Anche molti insegnanti temono di essere denunciati come “politicamente di parte”. È assolutamente possibile che diversi docenti perdano il posto. E lo stesso potrebbe estendersi alle università, ai musei, alla storiografia».
L'AfD usa deliberatamente il linguaggio del 1989: "Noi siamo il popolo", la resistenza contro le élite, l'idea di una nuova rivoluzione. Lei la visse in prima persona, manifestando per le strade, cosa pensa?
«La mia impressione è che proprio coloro che allora gridavano: “Siamo un solo popolo! Il marco subito! L’adesione subito!”, cioè quelli ai quali l’auto-dissoluzione della Germania orientale non sembrava abbastanza rapida, siano oggi quelli che parlano più forte del “completamento” della rivoluzione. La cosa pericolosa è soprattutto che nessun altro partito è riuscito ad appropriarsi positivamente della tradizione dell’est, o forse non lo ha nemmeno voluto. Inoltre l’AfD è l’unico che pretende di avere una visione del futuro, un’alternativa allo status quo. Per alcuni questo rappresenta un orizzonte che altrove non trovano. Bisognerebbe prenderne atto».
Molte persone non hanno sentimenti negativi verso la Russia, nonostante l'occupazione sovietica.
«Gli abitanti della Ddr vedevano che i vincitori della Seconda guerra mondiale vivevano peggio di loro. I soldati sovietici, confinati nelle caserme della Ddr in condizioni molto dure, suscitavano piuttosto compassione. Inoltre, nel 1989, l’urss di Gorbaciov fu la garante del fatto che le manifestazioni dell’autunno non venissero represse con la violenza. Nell’ovest “i russi” sono sempre rimasti una parola che evocava paura; nell’est era diverso, anche se il rapporto era ben lontano dagli ideali ufficiali dell’amicizia socialista. A questo si aggiunge il fatto che in Germania la guerra in Ucraina viene raccontata in modo unilaterale. Nell’est la diffidenza verso i media è maggiore. Si ha l’impressione che l’identità politica tedesca, o dell’europa occidentale, venga definita quasi esclusivamente dalla lotta degli ucraini. Questo non fa bene a nessuno, meno che mai agli stessi ucraini».
Non è paradossale il legame quasi istintivo che l'AfD sente con Trump?
«Sì, imparano gli uni dagli altri. E proprio osservando Trump si può capire quale Germania abbia in mente l’afd. Personalmente considero più interessante ciò che ha tentato la Spagna, cioè la regolarizzazione degli immigrati irregolari. Non invidio affatto i politici che devono trovare un compromesso tra immigrazione e rimpatri. Non è qualcosa che riusciremo semplicemente a fare, come diceva Angela Merkel».

domenica 30 agosto 2026

Brueghel, un marchio

Annachiara Sacchi 
Brueghel. Fantasioso e affollato. Un Rinascimento pop
Corriere della Sera La Lettura, 30 agosto 2026

 L’altro Rina­sci­mento è la gioia di una festa con­ta­dina, musica e balli; è l’interno di una casa spo­glia ma acco­gliente: davanti al fuoco una bam­bina man­gia in com­pa­gnia del suo cagno­lino; è una gior­nata tra­scorsa a pat­ti­nare su un lago ghiac­ciato; è un tri­pu­dio di pro­verbi spas­so­sis­simi; è l’inven­zione della natura morta, del pae­sag­gio che da sfondo diventa pro­ta­go­ni­sta della scena. È il talento dirom­pente di una dina­stia di pit­tori fiam­min­ghi, i Brue­ghel, sopraf­fini inter­preti di que­sta rivo­lu­zione. Una mostra a Milano cele­bra il loro con­tri­buto all’arte moderna occi­den­tale.

Fiori, mari in tem­pe­sta, alle­go­rie. Scene bibli­che e bat­ta­glie. Oltre ottanta opere — dipinti, dise­gni, stampe — sono in arrivo a Palazzo Reale per I Brue­ghel. Le ori­gini dei generi pit­to­rici in Europa (29 set­tem­bre - 31 gen­naio), retro­spet­tiva, la prima di que­ste dimen­sioni in Ita­lia, dedi­cata alla fami­glia di cele­ber­rimi arti­sti delle Fian­dre. Il pro­getto è dello sto­rico dell’arte Ber­nard Aikema (sue le mostre su Albre­cht Dürer nel 2018 e Hie­ro­ny­mus Bosch nel 2022, sem­pre a Milano), la cura­tela di Car­lotta Striolo, il focus è sul «brand Brue­ghel» che con le sue inno­va­zioni e stra­te­gie di dif­fu­sione tra­sformò il mer­cato dell’arte: bot­tega, pro­du­zioni in serie, «generi».

Si parte dun­que con il capo­sti­pite, Pie­ter Brue­gel il Vec­chio (Breda, Paesi Bassi, circa 1525 - Bru­xel­les, 1569; atten­zione: la h nel cognome la aggiun­gono i figli e rimarrà per tutti i discen­denti del mar­chio Brue­ghel). Pit­tore, dise­gna­tore, inci­sore, Pie­ter rac­co­glie l’ere­dità di Bosch rivi­si­tan­dola, pre­fe­rendo ai demoni del «mae­stro» le visioni più ter­rene della vita con­ta­dina: «Ad Anversa — spiega Aikema — ha una breve ma fol­go­rante car­riera. La sua con­ce­zione del mondo si distin­gue net­ta­mente dal clas­si­ci­smo rina­sci­men­tale ita­liano, pre­fe­ri­sce le scene popo­lari, le nozze con­ta­dine e le vende alle élite colte dei Paesi Bassi. La sua non è ancora una pro­du­zione seriale, a quello pen­se­ranno i figli: Pie­ter il Gio­vane (Bru­xel­les, 1564 - Anversa, 1638) e Jan il Vec­chio (Bru­xel­les, 1568 - Anversa, 1625). La mostra si con­cen­tra su que­sta triade: il padre fon­da­tore, i due eredi. A seguire, suc­ces­sori ed emuli di una stirpe che for­merà decine di pit­tori, anche qual­che pit­trice».

Tocca a Pie­ter il Gio­vane, figlio mag­giore del Vec­chio, diven­tare il fedele «dif­fu­sore» dello stile del padre. Basti pensare ai Pro­verbi: in mostra ci sarà la tavola (1607) di Pie­ter il Gio­vane pro­ve­niente dal museo belga di Lier (ora il qua­dro è alle Gal­le­rie d’Ita­lia di Milano per Bel­lezza e Brut­tezza e vi rimarrà fino al 18 otto­bre, solo allora avverrà il tra­sloco al vicino Palazzo Reale dove fino a quella data sarà espo­sta una replica), simile alla ver­sione paterna del 1559. Eppure il gusto del pri­mo­ge­nito si vede. Soprat­tutto lo spi­rito mana­ge­riale: Pie­ter comin­cia a rea­liz­zare una serie di pro­verbi «sin­goli» in for­mato rotondo, da ven­dere velo­ce­mente e a costi con­te­nuti.

Discorso diverso per Jan il Vec­chio. Aikema sor­ride: «Lo lan­ciamo come genio del Cin­que­cento euro­peo. Par­tendo dagli sti­lemi del padre, Jan si con­cen­tra su dipinti di for­mato medio-pic­colo, estre­ma­mente det­ta­gliati. In più, orga­nizza la pro­du­zione nelle cate­go­rie che dal Sei­cento in poi pren­dono il nome di “generi pit­to­rici”: la natura morta, il pae­sag­gio, la scena mito­lo­gica, quella reli­giosa, la bur­ra­sca... Sono le sud­di­vi­sioni che vediamo ancora oggi nei musei. La sfida che por­tiamo in mostra è il lan­cio di Jan Brue­ghel il Vec­chio come pro­pul­sore del moderno sistema delle arti».

Dina­stia geniale. Intra­pren­dente, viag­gia­trice. «Sia il fon­da­tore che il secon­do­ge­nito Jan visi­tano l’Ita­lia, eppure nes­suno dei due si misura con il clas­si­ci­smo alla Raf­faello o alla Tiziano. Non sono inte­res­sati, anche se certe influenze si notano. Jan nel 1590 è a Napoli, nel 1592 a Roma, nel 1595 a Milano, dove trova mece­nati come il car­di­nale Fede­rico Bor­ro­meo, che col­tiva una sin­cera pas­sione per le sue opere. Lo dimo­strano l’epi­sto­la­rio tra i due e il favo­loso nucleo di dipinti di Jan con­ser­vato all’Ambro­siana: la Pina­co­teca con i suoi tesori è una sorta di appen­dice alla nostra mostra, visto che la sepa­rano da Palazzo Reale 500 metri».

Effetto Brue­ghel. Oltre ai dipinti saranno espo­ste inci­sioni, stampe, «ma por­tiamo anche qual­che dise­gno raris­simo di Pie­ter il Vec­chio e alcuni esempi che fanno capire come l’arte secen­te­sca euro­pea tra le Fian­dre, la Spa­gna e l’Ita­lia segua i “generi” dei Brue­ghel». La sor­presa: «In Ita­lia esi­ste una dina­stia di arti­sti paral­lela ai Brue­ghel ed è quella dei Bas­sano (di Bas­sano del Grappa). Jacopo Dal Ponte detto Bas­sano (circa 1515-1592) e i figli pro­pon­gono un lin­guag­gio sor­pren­den­te­mente non clas­sico, non ita­liano, più vicino allo stile dei fiam­min­ghi Brue­ghel. Lo vedrete seguendo il per­corso espo­si­tivo». Altre con­nes­sioni: «In Spa­gna il pit­tore Pedro Orrente (1580-1645) si rifà al modello dei Bas­sano tenendo a mente le novità dei Brue­ghel». Con­ta­mi­na­zioni che arri­vano da lon­tano. Aikema sot­to­li­nea: «Nelle mie mostre cerco di tenere insieme studi nuovi e una sele­zione di opere accat­ti­vanti. Tro­vare un equi­li­brio tra ricerca e atten­zione nei con­fronti del pub­blico è la poli­tica delle mie espo­si­zioni, che vogliono essere serie e sexy».

Capo­la­vori dai musei di Dre­sda, Madrid, Gine­vra, Vienna, Amster­dam. Dei Brue­ghel e dei loro seguaci. Le bat­ta­glie, il mito di Plu­tone e Pro­ser­pina, le scene con le virtù, l’Alle­go­ria della pit­tura di Jan Brue­ghel il Gio­vane (1601-1678; è il figlio di Jan il Vec­chio) dove com­pa­iono i ritratti di Raf­faello, Miche­lan­gelo, di nonno Pie­ter. «È una mostra ricca e diver­si­fi­cata». Aspet­ta­tive alte, il fascino dei Brue­ghel è noto. Il motivo lo spiega lo stu­dioso: «L’atten­zione alla realtà delle cose, le nature morte con i fiori che sboc­ciano in periodi diversi dell’anno (quella di Jan il Vec­chio del 1618 arri­verà a Palazzo Reale diret­ta­mente dall’Ambro­siana), l’inte­resse per la vita popo­lare, la dignità del mondo con­ta­dino senza dimen­ti­carne le sof­fe­renze, i det­ta­gli rea­li­stici anche in scene fan­ta­sti­che come il Trionfo della morte (in mostra ci sarà quello di Jan il Gio­vane): tutti que­sti ele­menti con­tri­bui­scono alla fama eterna dei Brue­ghel».

Un altro Rina­sci­mento. Con­clude Aikema: «È mia inten­zione dimo­strare come non ci sia solo quello ita­lo­cen­trico e clas­si­ci­stico. Esi­ste un Rina­sci­mento più fan­ta­sioso, più popo­lare e vario­pinto che trova i suoi grandi pro­ta­go­ni­sti in Hie­ro­ny­mus Bosch nella prima metà del Cin­que­cento e nei Brue­ghel nella seconda. Que­sta è la vera scom­messa».

mercoledì 26 agosto 2026

Il diritto internazionale

 

Il diritto penale internazionale va difeso, nell'interesse di tutti. Un'intervista a Chantal Meloni

a cura della Redazione

Dissonanze, 7 agosto 2026

  • Chantal Meloni è professoressa di Diritto penale all'Università Statale di Milano, dove insegna fra l'altro Diritto penale internazionale. Ha lavorato in passato alla Corte penale internazionale e dal 2015 è Senior Legal Advisor dell'European Center for Constitutional and Human Rights a Berlino. Proprio a Berlino l'abbiamo incontrata per uno scambio di idee sullo stato del diritto internazionale nel contesto di tensioni e conflitti che caratterizza la nostra epoca.

Partiamo da una domanda tanto semplice quanto fondamentale: «esiste ancora il diritto internazionale?».

C.M. Il diritto internazionale è vivo e vegeto, anche se forse non ci rendiamo conto di quanto sia indispensabile per tante piccole cose della nostra vita quotidiana, dall’utilizzo della tecnologia che ci permette di comunicare ogni giorno, agli scambi internazionali, ai trasporti aerei. Viviamo in un mondo irrimediabilmente interconnesso, che poggia sulle regole del diritto internazionale, dove la stragrande maggioranza dei suoi princìpi è rispettato. A destare scandalo in questi anni, a partire forse dallo shock subito dall’Europa il 24 di febbraio del 2022 con l’aggressione dell’Ucraina da parte della Federazione russa, è la violazione di uno dei pilastri del diritto internazionale, vale a dire l’uso della forza. Dopo la Seconda guerra mondiale abbiamo vissuto nell’illusione che quella regola, contenuta nell’articolo 2, comma 4 della carta fondativa delle Nazioni unite, fosse un dato assodato. In Europa ci siamo dovuti ricredere amaramente. Da lì una catena di eventi che fanno sì che oggi molte persone dubitino dell’esistenza del diritto internazionale, come se fosse qualcosa in cui credere e nel quale avere fede quando in realtà si tratta di uno strumento che può essere utilizzato bene o male. Sta a noi, e in particolare ovviamente ai governi, rispettarne le regole o meno.

Negli ultimi anni abbiamo assistito, alla messa in discussione di alcuni princìpi, per non dire altro. Siamo di fronte a un arretramento rispetto a questi princìpi o c’è qualcosa di più? Siamo forse a un passaggio per cui le regole che abbiamo scritto non sono più adeguate al nuovo mondo che sta emergendo?

C.M. È il rischio di fronte a eventi come quelli che abbiamo visto in questi anni in Palestina, a Gaza, in Ucraina, in Sudan. Se tali regole siano o meno ancora in grado di porre un freno alla violenza è una domanda aperta: credo che molto dipenda da quello che sarà l’atteggiamento degli Stati. Le aggressioni, in particolare da parte di alcuni Stati molto potenti sullo scacchiere mondiale – penso in primo luogo alla Russia, agli Stati Uniti, a Israele – sono tali da scardinare tutto l’impianto che è stato faticosamente costruito ottant’anni fa. Gli organismi a tutela di queste regole ci sono ancora e continuano a ribadirne la validità. Prendiamo il pilastro del diritto internazionale umanitario: attaccare i civili è vietato ed è da considerarsi un crimine di guerra. Una norma oggi costantemente violata: pensiamo a Gaza, dove sono stati attaccati scuole, ospedali e infrastrutture civili; ma anche all’Ucraina, dove tra l’altro sono state ripetutamente prese di mira le strutture sanitarie. Quello che tuttora non si riesce a ottenere è sanzionare queste violazioni a partire dall’accertamento delle responsabilità.

Da questo punto di vista la situazione peggiora da quando la guerra non è tanto contro altre realtà statali ma contro «il terrorismo».

Si tratta di un pretesto: la cosiddetta «guerra al terrorismo», così come definita dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001, un momento spartiacque del nostro tempo, è stata usata come pretesto per giustificare ciò che il diritto vieta in modo assoluto. Da allora è stato sdoganato un sistema per combattere un nemico amorfo. Pensiamo ai targeted killings, gli omicidi mirati, l’utilizzo dei droni, il disconoscimento di qualsiasi tipo di protezione al nemico che non è più né un combattente e neanche un civile protetto ma appunto enemy combatant, come lo chiamano gli americani; appunto un nemico combattente privato di ogni tipo di garanzia. Basti pensare a Guantanamo.

Attaccare i civili è vietato ed è da considerarsi un crimine di guerra. Ma si tratta ormai di una norma costantemente violata

Tu hai citato l’Ucraina la Siria, la Striscia di Gaza, il Sudan. Tutti àmbiti su cui può esserci una risposta del diritto internazionale, quantomeno per cercare di intervenire ed evitare diciamo l’estendersi del conflitto?

C.M. In realtà, si tratta di situazioni differenti e come tali vanno affrontate. Un conto è parlare della Siria, dove esiste un conflitto armato di carattere domestico che adesso, dopo l’esautorazione di Assad, cerca di trovare le risorse internamente per passare oltre in una fase di transitional justice ancora tutta da verificare, con enormi problemi e difficoltà. Per quanto riguarda il conflitto russo ucraino, invece, abbiamo a che fare con due Stati, due entità sovrane che si confrontano. In questo caso penso ci sia bisogno di un intervento esterno della comunità internazionale, specialmente in situazioni di sproporzione così evidente: se non ci fossero stati gli aiuti all’Ucraina la guerra sarebbe finita molto tempo fa. Ciò che trovo riprovevole da parte della comunità internazionale è aver fatto finta di aprire gli occhi solo il 24 febbraio 2022, quando c’erano segnali da molto tempo, perlomeno dal 2014, l’annessione della Crimea, come pure i fatti di Maidan dopo che l’Ucraina si era espressa a favore del proprio ingresso nell’Unione europea. Tant’è vero che la Corte penale internazionale aveva un fascicolo di indagine aperto allo stadio preliminare già dal 2014.

Si sono persi moltissimi anni in cui il popolo ucraino è stato lasciato al proprio destino. Certamente non possiamo abbandonarlo adesso: l’Ucraina si trova in una situazione così compromessa anche perché noi europei ci siamo fatti garanti insieme ad altri Paesi terzi della sua sicurezza. Non credo che le soluzioni siano tanto sul piano militare, né che queste crisi possano essere risolte con una corsa al riarmo, anche se purtroppo il mondo sta andando in questa direzione. Israele e Palestina sono un altro caso in cui, senza un intervento della comunità internazionale, la Palestina non può avere nessuna possibilità neanche di sopravvivere. Mentre il Sudan è un ulteriore esempio di un grave ritardo da parte della comunità internazionale; anche qui si tratta di un problema interno, quindi per certi versi più difficile da gestire. Oggi siamo di nuovo di fronte a una situazione che è, sostanzialmente, ai limiti del genocidio, a causa di decenni di mancanze che si sono stratificate. Non esistono facili soluzioni, anche se credo si debba passare, innanzitutto, attraverso a un serio accertamento delle responsabilità individuali.

Proprio pensando a tutte le violazioni di cui abbiamo parlato, che negli ultimi anni sono aumentate e vengono perpetrate anche da Stati ideologicamente diversi fra loro, viene il sospetto che ci si stia abituando al fatto di chiamare «diritti» situazioni che non sono poi effettivamente tutelate, contribuendo così a un generale arretramento dell’idea stessa dei diritti, che prima o poi investirà anche i diritti oggi ancora sotto tutela.

C.M. Ma non abbiamo iniziato certamente oggi a chiamare diritti queste situazioni. Perlomeno da quando abbiamo le Carte costituzionali, quindi da almeno ottant’anni per quanto riguarda una parte dell’Europa, abbiamo deciso in modo molto netto che tutti noi in quanto esseri umani abbiamo dei diritti che sono inalienabili – come il diritto alla vita, il diritto all’integrità fisica, quello a non essere sottoposti a tortura – il diritto, se vogliamo parlare di questioni più collettive, all’autodeterminazione dei popoli ormai un patrimonio globale. Il vero problema è che non abbiamo mai preso abbastanza sul serio la loro tutela. È vero che, anche in Europa, è stato fatto un lavoro molto importante, ma dobbiamo renderci conto che non tutti i Paesi, non tutti i sistemi funzionano sulle stesse premesse.

Abbiamo accettato a livello statuale che esista un livello sovraordinato, che è quello del diritto internazionale; per cui, in modo in parte simile in parte diverso, tutti i Paesi europei si conformano al diritto internazionale. C’è quindi un assunto in base al quale se uno Stato si pone al di fuori del diritto internazionale con le sue leggi, con i suoi comportamenti, con le sue politiche ci può essere un giudice superiore – la Corte europea dei diritti dell’uomo o, a livello penale, la Corte penale internazionale – che può permettersi di giudicare. Bisogna però tener presente che ci sono altri Paesi che questi princìpi non li hanno mai accettati: non solo gli Stati Uniti, ma anche la Cina, l’India, Israele.

Ma se persino gli Stati Uniti, che sono stati tra i fondatori di quest’ordine, se ne allontanano, spesso anche in modo brusco, come si può difendere e custodire l’ordinamento internazionale?

C.M. Innanzitutto, bisogna bloccare gli Stati Uniti, per quanto possibile e con i mezzi e le misure che abbiamo. Faccio solo un esempio. Da quando Trump è tornato al potere nel gennaio del 2025, il suo governo ha adottato, attraverso una serie di ordini esecutivi, sanzioni anche di natura penale nei confronti di un numero sempre più ampio di giudici della Corte penale internazionale. Si tratta di misure draconiane: nel momento in cui una persona è sanzionata dagli Stati Uniti, allora le banche devono chiuderne il conto corrente, bloccarne le carte di credito; quindi, ci sono giudici o esperti dell’Onu che non possono più pagare una spesa, usare un servizio di prenotazione o abbonarsi a un servizio di streaming. Persino chi li aiuta può essere sanzionato. In Europa ci sarebbe la possibilità di attivare una legislazione che si chiama blocking statute che mitiga, perlomeno, se non addirittura neutralizza le conseguenze di tali sanzioni. Si tratta di rovesciare questa situazione kafkiana nella quale coloro che cercano di accertare le responsabilità dei criminali di guerra vengono trattati come se fossero a loro volta criminali o terroristi.

Abbiamo ascoltato di recente il segretario di Stato degli Stati Uniti, Marco Rubio, dichiarare esplicitamente i prossimi passi che il suo governo ha intenzione di effettuare per, uso le sue parole, «smantellare la Corte penale internazionale, se necessario mattone per mattone». Fra questi, oltre alle sanzioni, ci sono tutta una serie di pressioni sugli altri Stati che fanno invece parte della Corte penale internazionale per tentare di farne uscire il maggior numero possibile. Attualmente, nella Corte ci sono 125 Stati: Rubio sostiene che si tratta di un’istituzione illegittima che si erge ad arbitro assoluto. Nella concezione dell’amministrazione americana gli Stati Uniti costituirebbero l’unica autorità in grado di interpretare il diritto internazionale. Tuttavia, bisogna aggiungere che questa ossessione nei confronti dei giudici della Corte, paradossalmente, lascia qualche speranza, perché dimostra che in fondo i meccanismi della giustizia, e in particolare della giustizia penale internazionale, funzionano. Altrimenti non si darebbero tanta pena per smantellarla.

Ma, come si diceva poc’anzi, non ci sono solo gli Stati Uniti. Anche la Cina, non sembra interessarsi alle regole del diritto internazionale. Se il mondo va verso quello che alcuni chiamano multipolarismo, non è forse necessario individuare regole per questo nuovo mondo multipolare e non affidarsi esclusivamente alle attuali istituzioni sovranazionali?

C.M. Magari ci fosse un multipolarismo. Non credo sia questo il caso, al contrario c’è un’egemonia ancora molto forte degli Stati Uniti, forse si può parlare di un duopolio Stati Uniti e Cina che si delinea all’orizzonte, ma non andiamo molto oltre. Ne è dimostrazione il fatto che nessuno sembra in grado di contrapporsi al delirio trumpiano che sulla questione dell’attacco alla Corte penale internazionale trova nell’attuale governo israeliano un alleato. Spererei che ci fosse un multipolarismo e un riequilibrio, che comporti anche una rifondazione dell’Onu e in particolare del suo Consiglio di sicurezza su basi più democratiche, che rispecchino equilibri diversi rispetto a quelli creatisi dopo la Seconda guerra mondiale, in base ai quali solo cinque Paesi hanno il diritto di veto e un saggio permanente nel Consiglio di sicurezza, il che genera un sistema di veti incrociati.

L’Unione europea dovrebbe innanzitutto prendere sul serio le cose che essa stessa ha sottoscritto. Dovremmo far applicare le regole che ci siamo dati

La Corte penale internazionale, limitandoci alla giustizia penale, rappresenta esattamente il multilateralismo, la negoziazione. Costituisce il primo giudice internazionale non imposto dalle potenze vincitrici come a Norimberga o a Tokyo o dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, come per i casi nella ex Jugoslavia o del Ruanda. È veramente deprimente pensare che gli Stati più ricchi e più potenti possano affossare il progetto di profonda umanità, per certi versi rivoluzionario, rappresentato dalla Corte penale internazionale: ogni Stato, come nell’Assemblea generale dell’Onu, vale uno. A comandare non è la legge del più forte ma la forza del diritto.

Cosa dovrebbe o potrebbe fare l’Unione europea, quantomeno per rafforzare la sua voce in quest’ambito?

C.M. Da anni penso che l’Unione europea dovrebbe innanzitutto prendere sul serio le cose da essa stessa sottoscritte: facciamo accordi di associazione con Paesi extraeuropei che sono basati su clausole di rispetto dei diritti umani. Dovremmo far applicare le regole che ci siamo dati. E invece, purtroppo, da parte europea assistiamo a molti doppi standard. In questi anni l’Unione ha utilizzato due pesi e due misure rispetto alla Russia e rispetto a Israele, indebolendo la propria credibilità. Dopodiché, in particolare rispetto agli Stati Uniti, dall’Ue ci si aspetterebbe di vederla porsi in modo compatto nel rifiutare una determinata logica della violenza.

Occorre proteggere la Corte penale internazionale, che non è solo frutto dell’Europa ma nasce anche dal contributo degli Stati africani e degli Stati dell’America Latina. Il problema è che siamo noi europei per primi a essere molto divisi e a non prendere sufficientemente sul serio la questione. Basti citare, ad esempio, il caso Almasri, che può apparire secondario rispetto alle cose di cui stiamo parlando – trattandosi di una mancata cooperazione nell’Italia con la Corte penale internazionale rispetto al ricercato libico. Ma in realtà cela un atteggiamento e una politica molto preoccupanti. Dimostra, in modo concreto, come anche un Paese come l’Italia, che si dice ancora legato al progetto di giustizia internazionale, in realtà ha evitato di consegnare una persona ricercata per gravissimi crimini per proprio tornaconto politico-economico. Tutto ciò è sintomatico di un sistema che, alla lunga, sta perdendo credibilità dal suo interno ancora prima che a causa di attacchi esterni.


giovedì 13 agosto 2026

L'eclisse dall'Islanda alla Spagna

Ashifa Kassam a Madrid, Miranda Bryant e Chris Michael a Londra
Navi da crociera, città tranquille e un festival che dura tutto il giorno: milioni di persone accorrono in tutta Europa per ammirare l'eclissi
The Guardian, 13 agosto 2026

È stato un momento di stupore condiviso da milioni di persone in tutta Europa: un'eclissi che ha oscurato il sole, immergendo parti del continente in un'oscurità diurna in cui le temperature sono crollate e gli uccelli hanno improvvisamente smesso di cantare.

L'eclissi di mercoledì è iniziata nella remota regione artica della Russia, per poi tracciare un arco su gran parte dell'Europa occidentale. Dal Regno Unito al nord Italia, decine di milioni di persone hanno rivolto lo sguardo al cielo mentre la luce del sole al tramonto veniva quasi completamente oscurata.

Le esperienze più ambite si sono registrate in Groenlandia, Islanda e Spagna, insieme a una piccola striscia di Portogallo. È stato proprio in alcune zone di questi paesi che si è potuta osservare l'eclissi totale, ovvero quando la luna oscura completamente il sole, attirando milioni di residenti e migliaia di turisti da tutto il mondo lungo la traiettoria dell'eclissi.

"È stata una delle cose più belle che abbia mai visto in vita mia", ha dichiarato Sara García Alonso, astronauta di riserva dell'Agenzia Spaziale Europea , all'emittente RTVE. "Mi ha fatto venire la pelle d'oca."

In piedi accanto a lei, l'astronauta Pablo Álvarez Fernández annuì in segno di assenso: "Me l'avevano descritto tante volte, ma era molto più bello di quanto mi aspettassi".

In Islanda, persone da ogni dove si sono riversate sul territorio per assistere alla prima eclissi solare total22e degli ultimi 72 anni. Nel timore che le nuvole potessero oscurare la vista, un numero record di 31 navi da crociera ha solcato le acque al largo della costa occidentale del paese, nella speranza di garantire una visuale ottimale a circa 53.000 passeggeri ed equipaggio.

Le attività a tema eclissi includevano un festival musicale di un'intera giornata, presentato dall'artista islandese Björk nel parco Víðistaðatún, con un DJ set che ha accompagnato l'evento mentre il pubblico ammirava l'eclissi. La scaletta di 10 ore prevedeva due minuti dedicati alla totalità, come annunciato dall'artista sui social media, mentre il sito web del festival specificava che ogni biglietto includeva un paio di occhiali omologati per l'eclissi solare.

Tra coloro che osservavano dall'Islanda c'era l'agenzia spaziale statunitense NASA, che ha seguito l'ombra della Luna utilizzando un aereo ad alta quota WB-57, mentre squadre finanziate dalla NASA hanno lanciato palloni aerostatici per studiare l'impatto atmosferico dell'improvvisa oscurità e del raffreddamento.


sabato 1 agosto 2026

L'Italia sorda e cieca

 




Afflusso di migranti a Ceuta: la Spagna di fronte a una crisi senza precedenti e sotto il fuoco della destra mondiale
Le Monde, 1 agosto 2026 

Mentre la maggior parte delle 50 000 persone che sono entrate nell’enclave spagnola in Marocco giovedì 30 luglio sono già partite, l’Italia di Giorgia Meloni vuole sospendere la Spagna dall’area Schengen.

Par  (Barcelone, correspondance),  (Rome, correspondant) et

Publié aujourd’hui à 05h00, modifié à 08h18Le chef du gouvernement espagnol, Pedro Sanchez, et son ministre de l’intérieur, Fernando Grande-Marlaska, le long de la clôture frontalière de Tarajal, séparant l’enclave espagnole de Ceuta du Maroc, le 31 juillet 2026.
Lo sgomento della Spagna di fronte all'ondata di aggressioni verbali contro di essa è commisurata alle violenze scatenate contro il suo governo, il giorno dopo l'improvviso arrivo di 50 000 migranti dal Marocco nell'enclave spagnola di Ceuta.
 Venerdì 31 luglio il premier socialista, Pedro Sanchez, si è recato sul posto per denunciare “un attacco” e una “violazione dell’integrità territoriale della Spagna” da parte delle “mafie” accusate di essere all’origine della voce di aprire il confine. Alla fine della giornata, ha annunciato Madrid, più di 48 000 migranti – la maggior parte dei quali marocchini, principalmente giovani uomini – si erano voltati indietro e avevano lasciato Ceuta. Trentaquattro sono morti.

Anche se non sappiamo per il momento cosa abbia spinto il Marocco, che di solito controlla da vicino le sue frontiere, a lasciare passare decine di migliaia di migranti, la ripresa politica è stata immediata. In Spagna, alcuni vedono la mano di Donald Trump in questo caso che è tempestiva per tutti i leader in inimicizia con Pedro Sanchez, uno degli ultimi capi di governo di sinistra in Europa, a causa delle sue posizioni contro il riarmo dei paesi membri della NATO, il suo rifiuto di aprire lo spazio aereo del suo paese agli aerei americani per la guerra in Iran, o le sue dichiarazioni a favore della Palestina.

Venerdì 31 luglio il premier socialista, Pedro Sanchez, si è recato sul posto per denunciare “un attacco” e una “violazione dell’integrità territoriale della Spagna” da parte delle “mafie” accusate di essere all’origine della voce di aprire il confine. Alla fine della giornata, ha annunciato Madrid, più di 48 000 migranti – la maggior parte dei quali marocchini, principalmente giovani uomini – si erano voltati indietro e avevano lasciato Ceuta. Trentaquattro sono morti.

Anche se non sappiamo per il momento cosa abbia spinto il Marocco, che di solito controlla da vicino le sue frontiere, a lasciare passare decine di migliaia di migranti, la ripresa politica è stata immediata. In Spagna, alcuni vedono la mano di Donald Trump in questo caso che è tempestiva per tutti i leader in inimicizia con Pedro Sanchez, uno degli ultimi capi di governo di sinistra in Europa, a causa delle sue posizioni contro il riarmo dei paesi membri della NATO, il suo rifiuto di aprire lo spazio aereo del suo paese agli aerei americani per la guerra in Iran, o le sue dichiarazioni a favore della Palestina.

“Stiamo assistendo a un’importante operazione di destabilizzazione in cui gli Stati Uniti, notoriamente vicini al Marocco, partecipano ampiamente”, ha detto Guillermo Fernandez Vazquez, ricercatore di scienze politiche presso l’Università Complutense di Madrid. A Washington, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che da mesi definisce Spagna (“partner spaventoso”, ha accusato il presidente degli Stati Uniti, venerdì, di aver compiuto “sforzi deliberati” per promuovere questa immigrazione illegale.

In Israele, il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, ha invitato Pedro Sanchez, con tono sarcastico, ad “ospitare tutta la gente di Gaza che vorrebbe emigrare”, mentre a New York Danny Danon, ambasciatore dello Stato ebraico alle Nazioni Unite, ha preso in giro una Spagna “che non perde mai l’occasione di dare lezioni a Israele, ha dichiarato lo stato di emergenza « au monde entier pourquoi elle maintient des enclaves coloniales en Afrique »in Africa”

Madrid convoca l'ambasciatore italiano

Un errore di fatto, il governo spagnolo ha indicato, giovedì, che non era legalmente possibile per dichiarare lo stato di emergenza a Ceuta nonostante l'insistente richiesta delle autorità locali in questa direzione, e una falsità storica - l'esistenza delle enclave spagnole in Marocco risale al 1580 per Ceuta e 1497 per Melilla. “Questi territori riconosciuti come tali dal diritto internazionale sono antichi come la stessa Spagna. Chiedere la decolonizzazione è sciocco come immaginare che la Francia chieda la sovranità sulle isole britanniche di Jersey e Guernsey”, ha dichiarato Ignacio Molina, direttore della ricerca presso il Royal Elcano Institute di Madrid.

Tutta l'Unione europea è scossa da questa crisi straordinaria che supera di gran lunga l'ingresso di 10 000 migranti a Ceuta nel maggio 2021. In Italia, la presidente del consiglio, Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia, di estrema destra), e i suoi alleati hanno annunciato, con il sostegno di Finlandia e Danimarca, la “sospensione” del regime di Schengen per i legami aerei e marittimi con la Spagna. Su X, ha parlato di una “misura eccezionale per proteggere la sicurezza nazionale”.

Questo tipo di sospensione è temporaneamente possibile, ma deve essere notificato e giustificato alle istituzioni europee, come ha sottolineato la Commissione. Essa intende affrontare solo condizioni eccezionali di minaccia per la sicurezza interna degli Stati membri. Tuttavia, nessun furto o traghetto è probabile che porti persone che sono entrate illegalmente a Ceuta, che non possono raggiungere liberamente la Spagna continentale senza identificarsi a un posto di blocco della polizia. “L’integrità dell’area Schengen è assolutamente garantita”, ha detto il ministro degli Esteri spagnolo Jose Manuel Albares. In risposta agli attentati di Giorgia Meloni, Pedro Sanchez ha ricordato che, secondo l'agenzia europea Frontex, tra il 2021 e il 2026, 478 600 migranti sono arrivati in Italia, 340 600 nei Balcani occidentali, rispetto ai 234 760 in Spagna. “Non è il momento di dividerci. È tempo di continuare a costruire un’Unione europea forte e unita”, ha scritto il primo ministro spagnolo su X.

Per il leader italiano, vicinissimo al leader della formazione spagnola di estrema destra Vox, Santiago Abascal, e in sintonia con l'internazionale reazionaria sulla puntata di Ceuta, la sfida è lanciare la campagna delle elezioni legislative del 2027, anche se rischia una crisi diplomatica con la Spagna.

Il giorno prima, Madrid aveva già annunciato di convocare l’ambasciatore italiano dopo la trasmissione sul suo racconto X del ministro degli Affari esteri, Antonio Tajani, delle false informazioni che il governo di Sanchez aveva fatto la scelta di “dare la cittadinanza spagnola, e quindi europea, a più di 500 000 immigrati irregolari”. Un'allusione alla recente regolarizzazione dei migranti privi di documenti in primavera in Spagna, che riguardava solo le persone già presenti nel Paese e doveva rilasciare loro un permesso di soggiorno per lavorare, in nessun caso per concedere loro un passaporto spagnolo.

"Una crisi puramente politica"

Il caso di Ceuta “non è una crisi migratoria, ma una crisi puramente politica”, afferma Haizam Amirah Fernandez, direttore del Centro per gli studi arabi contemporanei di Madrid. Quest'ultimo ricorda che quando la Bielorussia, alleata del Cremlino, aveva facilitato il passaggio dei migranti iracheni, siriani e afghani in Polonia nel 2021, la Spagna non aveva richiesto la sospensione del regime Schengen contro Varsavia.

Pol Morillas, direttore del Centro Affari Internazionali di Barcellona, ha dichiarato: “La questione della sostanza è geopolitica. Se la Finlandia sostiene l’Italia nel suo piano di escludere la Spagna dall’area Schengen è tanto più curioso perché Madrid partecipa da quest’anno alla missione delle forze di terra avanzate della NATO al confine russo-finlandese. “Oggi, l’importante per la Spagna è mantenere un forte legame con i suoi partner europei”, ha detto il politologo, che osserva che Antonio Costa, il presidente del Consiglio europeo, ha espresso la sua “solidarietà” con Madrid venerdì, una dichiarazione con il tono marziale utilizzato nella Commissione da Ursula von der Leyen e dal suo commissario alla migrazione, il conservatore austriaco Magnus Brunner, per il quale la situazione a Ceuta è “inaccettabile”

Sulla scena politica interna spagnola, pochi osservatori credono in un punto di svolta nel mandato di Pedro Sanchez, al massimo un anno prima delle elezioni politiche. “Nessuno è ingannato dalla retorica dello shock di civiltà che alimenterebbe la politica migratoria spagnola”, ha detto Steven Forti, professore di storia contemporanea presso l’Università autonoma di Barcellona. D'altra parte, il Primo Ministro è sempre più solo in Europa e potrebbe temere una mobilitazione ancora maggiore dell'elettorato di destra contro di lui.»

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