Visualizzazione post con etichetta Europa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Europa. Mostra tutti i post

venerdì 24 aprile 2026

La stagnazione

Pierluigi Ciocca
L'economia tra il dramma e la farsa

il manifesto, 24 aprile 2023

La tragedia dell’economia italiana è che per l’ignavia di governi e imprese la crescita della produzione e della produttività da tre decenni abbia superato a stento lo “zero per cento l’anno”. Si sfiora il dramma, ma altresì il grottesco, per il rischio di recessione e di inflazione.

Rischio sorto dal conflitto acceso in Oriente dagli Stati Uniti e da Israele. Il conflitto, dall’esito tuttora incerto, ha innescato con effetti sia immediati sia ritardati pesanti ripercussioni sull’attività economica internazionale.

Di fronte a tanta follia e a un rischio siffatto l’Europa difetta di una strategia sul terreno della politica monetaria e della politica di bilancio. Mai come in questa occasione si sono appalesati i limiti della costruzione europea nel governo di breve periodo dell’economia dell’area. Due obbiettivi in potenziale contrasto – la stabilità dei prezzi e il pieno impiego delle risorse – richiederebbero due strumenti, indipendenti ma complementari, da applicare con saggia discrezionalità. Alla Banca Centrale Europea è invece precluso di ricercare il compromesso fra i due obbiettivi perché l’Istituto è stato inopinatamente costruito come privo del necessario “doppio mandato”. Quindi Francoforte non anticipa, segue gli eventi…

Dall’altro lato la politica di bilancio è inchiodata ai vincoli di Maastricht e… Bruxelles paradossalmente attende una recessione grave per agire in senso espansivo della domanda globale.

Non risulta che sia nemmeno allo studio un robusto piano di produttivi investimenti pubblici alimentati almeno al loro avvio da debito comune.

Il governo italiano – in carica da quattro anni, durante i quali nulla ha fatto per il ritorno dell’economia alla crescita – lamenta l’assurdità europea, che tuttavia alla stregua dei governi precedenti, politici e tecnici, ha supinamente avallato. Ora non ha senso alcuno unire al lamento la minaccia – impraticabile quindi inefficace – di ripudiare i vincoli di bilancio europei.

Fondamentale sarebbe, invece, agire nelle sedi europee competenti, diplomatiche e politiche, affinché l’auspicata saggia discrezionalità prevalga nei fatti, al di là delle regole. I margini vi sono. Resta naturalmente imperdonabile la incapacità della guida dell’economia italiana, di reperire i settecento milioni di euri necessari a restare nei prescritti limiti di disavanzo del bilancio pubblico nel 2025.

Ma al di là di quanto saprà fare l’esecutivo europeo il governo italiano per contenere la stagflation deve agire in autonomia.

La fiducia di imprese e consumatori, quindi la domanda globale e l’occupazione, sarebbero sostenute dal mero annuncio di un programma nazionale di investimenti pubblici che, spegnendosi il PNNR, sia rivolto a messa in sicurezza del territorio e dell’ambiente, sanità, grandi infrastrutture, istruzione e ricerca.

Gli investimenti si autofinanzierebbero nel medio termine nella misura in cui avranno sull’attività economica e sulla produttività del sistema effetti moltiplicativi che a propria volta accrescerebbero il gettito delle imposte.

Il programma dovrebbe naturalmente unirsi al ribadito impegno di invertire la tendenza del debito contenendo la spesa pubblica non sociale e l’evasione delle imposte.

Contro le aspettative di inflazione e quindi contro l’inflazione è essenziale una politica dei redditi che con l’avallo di opposizioni e sindacati eviti rincorse fra salari, profitti e prezzi quali quelle vissute negli anni Settanta-Ottanta.

A questa politica va unita una chiara, forte determinazione delle istituzioni a contrastare ogni conato di inflazione che scaturisca da vuoti di concorrenza.

Questi vuoti stanno già dischiudendo alle imprese, pubbliche oltre che private, ampi gradi di libertà nell’innalzare, anche speculativamente, i prezzi.


giovedì 16 aprile 2026

L' Ungheria di Stefano Bottoni


Francesca De Benedetti 
Questo libro su 
Orbán è una eresia. E la tipografia deve restare segreta
Domani, 28 maggio 2023

Ci sono libri che contengono storie, e poi ci sono libri che sono in sé una storia. È in sé una storia, un libro che viene stampato in una tipografia segreta, per esempio. «Abbiamo un patto: non dobbiamo rivelare qual è». Ed è in sé una storia, un libro che «nessuno era abbastanza coraggioso da pubblicare», come dice Csaba Lukács, che si è reinventato editore per l’occasione.

Che libro è questo, allora? Cosa conterrà mai di così eretico da dover essere stampato senza che si sappia dove? Nessuno immaginerebbe mai che la risposta a questa domanda sia: la rigorosa opera di uno storico. Nessuno lo immaginerebbe, a meno di rivelargli un dettaglio: l’opera ha un protagonista che non ammette critiche, Viktor Orbán, e viene stampata in Ungheria.

Questa è la storia di un libro il cui titolo recita: A hatalom megszállottja. Orbán Viktor Magyarországa, che in italiano suona: Stregato dal potere. L’Ungheria di Viktor Orbán.

L’autore e il «despota»


A scriverlo è stato lo storico Stefano Bottoni. Insegna storia dell’Europa orientale a Firenze, e in precedenza ha fatto ricerca all’accademia ungherese delle scienze: «Sono un cervello rientrato in Italia», scherza lui. Non si può dire che sia semplicemente italiano, né che sia ungherese: Bottoni ha passato mezza vita di qua, mezza di là. Il primo quarto di secolo a Bologna, e un’altra ventina d’anni a Budapest: oltre alla madre, anche la moglie è ungherese; i figli di Bottoni padroneggiano con disinvoltura entrambe le lingue.

Seguendo i crismi di un intellettuale che di lingue se ne intendeva, Bottoni è da definirsi a tutti gli effetti europeo: come diceva Umberto Eco, «la lingua dell’Europa è la traduzione». Il fatto è che non sempre tradurre – far parlare mondi, mettere in comunicazione culture, convertire da un contesto all’altro – è cosa semplice. Portare una biografia di Orbán in Ungheria, per esempio, si è rivelata un’impresa.

«A novembre del 2019 era già uscito il mio libro italiano, Orbán. Un despota in Europa. A distanza di quattro anni, in Ungheria Orbán è più despota, mentre c’è meno Europa. Il sistema orbaniano è uscito dalla zona ibrida ed è entrato nitidamente in quella che tra studiosi chiamiamo patronal autocracy, autocrazia padronale».

Tra l’edizione italiana e quella ungherese intercorrono quattro anni, una pandemia, la guerra in Ucraina, e una svolta; va detto che già nel 2019 Bottoni aveva inquadrato le derive dispotiche del premier, ma oggi sono maturate. «Basti pensare che lo stato di emergenza in Ungheria è stato continuamente prorogato, e vige tuttora: si governa spesso per decreto. Nella versione ungherese del mio lavoro, poi, il rapporto di Orbán con la Russia diventa un tema centrale: ricostruisco tutto l’arco delle sue relazioni con Putin».

domenica 12 aprile 2026

Il cerchio delle umane cose

Roberto Barzanti
Machiavelli, Guicciardini e quel groviglio fiorentino: un saggio di Ciliberto

il manifesto, 12 aprile 2026

Nell’avvertenza premessa al suo saggio Il cerchio delle umane cose (Laterza «Sagittari», pp. XII-165, € 18,00) Michele Ciliberto formula con nettezza la domanda da cui muove: «come sia stato possibile, e quando, il passaggio in Italia dalla libertà alla servitù, dalla ‘civiltà’ alla decadenza, alla ‘barbarie’, in un processo che inizia alla fine del Quattrocento e che è durato a lungo». Fino a che punto si può tout court scrivere di Italia? Quale spazio occupava in Europa? Di quale «libertà», cioè di quanta indipendenza, godeva? L’incisività con cui il problema è enunciato deriva dalla passione che spinge l’autore a una serrata analisi sul come e sul quando il decadimento cominciò. La centralità di Firenze quale epicentro di una tormentata aspirazione è sicura. Il nucleo dell’arco temporale in cui si addensarono e si spensero ardite speranze animosamente discusse va dal 1494 al 1527: poco più di un trentennio, del quale si mettono a fuoco i travagli, i mutamenti, le cadute.

Il percorso è scandito in quattro parti, non seguendo una lineare cronologia, ma intrecciando idee e fatti in una dialettica rappresentazione di rispondenze e contrasti. Per Ciliberto, uno dei massimi conoscitori delle vicende e dei protagonisti del Rinascimento, questo testo è quasi la conclusione (provvisoria) di una messe di studi che indagano il passato facendolo rivivere nel presente. Indubbio è nelle concezioni accreditate dell’Umanesimo e/o del Rinascimento il ruolo fondativo di eccelse personalità quali Machiavelli, Guicciardini e Savonarola, per limitarsi alle vette, ma sarebbe difettoso tentar di comprendere le ragioni delle sconfitte senza riferirsi alle medolla e soffermandosi alle cortecce per usare la distinzione guicciardiniana, tralasciando di sviscerare la «verità effettuale» delle cose e privilegiando la loro immaginazione. Si tradirebbe l’ammonimento di Machiavelli. Con la morte del Magnifico (aprile 1492) vien meno l’accorta pratica di una «tirannide repubblicana», che sarà acutamente descritta da Guicciardini nelle Considerazioni sui Discorsi di Machiavelli.

Sarebbe stato da stolti proibire a un popolo abituato a una sfrenata e faziosa libertà feste e balli come ai dotti biblioteche e agi di corte. Alla forza era opportuno si accompagnasse una controllata dolcezza di vita, almeno per chi nella scala sociale abitava i piani più decorosi. Ma la mancanza di una difesa armata sostenuta dal popolo rivelò la sua fatale debolezza alla discesa di Carlo VIII, in grado di prendere l’Italia col gesso, secondo la lapidaria sintesi del «Machia». Lorenzo non aveva perseguito l’obiettivo di creare una salda forza militare cittadina perché temeva che potesse diventare un contropotere avverso alla sua sovrana leadership. A contrastare il caos che derivò dalla fine di una difficile egemonia irruppe – si direbbe oggi – un «papa straniero». Dopo il biennio di Piero il Fatuo è instaurata una Repubblica che durerà fino al 1512. Ne fu protagonista, negli anni della «grande mutazione», il domenicano ferrarese Girolamo Savonarola che nella predicazione dai toni apocalittici additava un futuro in cui si fondevano invettive profetico-religiose e canoni del reggimento civile tra l’infuriare di polemiche tra Arrabbiati e Palleschi, Bigi e Piagnoni. Il tipo di riforma da lui esaltato non riguardava solo Firenze ed era in grado di far maturare posizioni aperte a una vasta partecipazione popolare, attenuando quindi o sradicando il dominio di malviste oligarchie, quelle della Chiesa cattolica in primis. Dapprima osannato fu poi odiato e condannato al rogo con l’accusa di usare metodi dispotici da tiranno vecchio stampo. Fatto è che si assiste a un paradosso.

Proprio quando si rafforzava e si stava espandendo lo splendore di una cultura che sarebbe stata alla base della modernità, inizia la decadenza della penisola.

Questo deficit di concretezza politica è la causa più rovinosa dell’inizio di un declino che avrebbe segnato in profondità la crisi della sognata Italia. Da questa divaricazione tra creatività speculativa e divisiva faziosità prende forma un’Europa che nel groviglio fiorentino ha una tragica esemplarità. Fu un’Europa doppia. Emanuele Severino, giusto in una conferenza tenuta all’Istituto nazionale di studi sul Rinascimento di palazzo Strozzi, indicò in questa doppiezza i tratti tipici dell’Europa, per un verso centro propulsore dei più nobili concetti della modernità, quali la tollerante libertas philosophandi, per l’altro dilaniata da sanguinose guerre e da una ferocia distruttiva fino all’abissale inferno di Auschwitz.

Il duello tra Machiavelli e Guicciardini è tra le sezioni più vivaci del libro. Machiavelli era considerato dall’aristocratico Guicciardini un «estravagante», un impulsivo sostenitore di un’impresa eroica destinata a fallire: quando, nel 1538, si mise a stendere l’unica sua opera destinata al pubblico, non da lui intitolata Storia d’Italia, centellinò in apertura un incipit ispirato a un impianto umanistico tutto ricavato dalla vita: «Io ho deliberato di scrivere le cose accadute alla memoria nostra in Italia, (…) tutte quelle calamità con le quali i miseri mortali, ora per l’ira giusta di Dio ora dall’empietà e dalla scelleratezza degli altri uomini, essere vessati». Guicciardini non credeva nell’unità politica di un anomalo territorio in cui tenacemente coesistevano elementi specifici. L’Italia sarebbe rintracciabile nella diaspora degli italiani in esilio. «È un fatto singolare – conclude Ciliberto –, e per certi versi paradossale, ma la storia è imprevedibile: da un paese politicamente servo si dipanano – spostandosi in Europa ad opera di ribelli, eretici, perseguitati – fili che vengono da lontano e contribuiscono a costruire alcune delle principali libertà nelle quali è consistita per secoli l’identità europea». Le perduranti divisioni e discordie «sono l’opposto di quello di cui ha bisogno uno Stato ben ordinato, se vuole avere un solido assetto all’interno e un ruolo nella politica internazionale». Lezione che risuona terribilmente contemporanea. Ma l’allievo dell’iperstoricista Eugenio Garin non abbozza grossolane analogie con la «grande mutazione» odierna, né si vede come i capricci indomabili della Fortuna avrebbero potuto offrire occasioni da afferrare per conferire all’Italia un peso determinante in un lacerato contesto globale.

Guicciardini nei Ricordi (C 138) tirò in ballo un proverbio di Seneca: «Né e pazi né e savii non possono finalmente resistere a quello che ha a essere: però io non lessi mai cosa che mi paressi meglio decta che quella che dixe colui: ‘Ducunt volentes fata, nolentes trahunt’». Il destino guida coloro che lo assecondano, travolge quelli che gli si oppongono: amara massima che Oswald Splenger citò nel suo Il tramonto dell’Occidente.

In coincidenza con l’uscita del saggio recensito sopra, che si collega a molti fondamentali contributi su una transizione fra epoche rovistate con acribia filologica e innovativo ardimento, è annunciata la presentazione di un’impresa editoriale in quattro volumi: L’età nuova. Umanesimo e Rinascimento (Edizioni della Normale in unione con l’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento, pp. 3938, € 280,00). Frutto di un lavoro quadriennale svolto sotto la guida scientifica di Michele Ciliberto, l’opera, comprendente 250 saggi elaborati da 148 studiosi, si è avvalsa del sostegno della Regione Toscana. Su di essa varrà la pena tornare nei prossimi mesi, dopo una disamina non superficiale di un materiale che costituirà uno snodo cruciale nella rigogliosa bibliografia su temi tanto dibattuti.

Intanto si può sottolineare, sulla traccia introduttiva, che essa non ha una classica struttura per «voci» da enciclopedia. I vari autori offrono saggi su questioni aperte o con profili biografici, obbedendo a una partizione che fa intravedere un’architettura non scontata. A partire dalla distinzione tra Umanesimo e Rinascimento, nonché dagli interrogativi sulla loro reciproca autonomia o sulla feconda continuità. Fa quindi il punto sullo status quaestionis, a iniziare dalla coscienza della «rinascita» avvertita dai cancellieri della Repubblica fiorentina. Subito dopo un gruppo di saggi spazia da Jules Michelet a Giovanni Gentile e alle trasfigurazioni che il concetto di Rinascimento ha traversato nel Novecento. Significativo è che i confini si slarghino fino a evidenziare la trasmissione dell’umanesimo europeo in Cina.

Nel secondo volume ci si sofferma su ritratti e modelli con monografie di personalità che vanno da Francesco Petrarca a Vittoria Colonna e comprendono scritture apocalittiche e profetiche quali premonizioni della Riforma. Sono valorizzati gli aspetti della cultura figurativa, della musica e delle scienze. Nel terzo volume si passa, ad esempio, ai nuovi strumenti pedagogici e ai nuovi generi che insorgono. Ovviamente non è trascurata la dialettica tra storia e storiografia. Infine, nel quarto volume si dà spazio alla migrazione intellettuale degli italiani in Europa, da Bernardino Ochino ai Sozzini.

L’itinerario europeo giunge fino a Montaigne e a Shakespeare.

«Si tratta di un’opera in movimento – chiarisce Ciliberto –, con l’ambizione di guardare a quell’epoca con occhi nuovi, da prospettive critiche differenti secondo un approccio che esclude in linea di principio antichi modelli critici e concetti storiografici su cui si è ampiamente insistito». Si è spesso parlato del tramonto o addirittura della dissoluzione del concetto di Rinascimento ma, come la Fenice, esso è via via risorto:«È morto e rinato molte volte per la forza e l’importanza dei valori civili di cui esso si è sostanziato, coincidenti – nel modello illuministico e moderno – con quelli propri di un’umanità libera, autonoma, responsabile, estranea a ogni forma di servitù, di qualunque specie essa sia».


martedì 31 marzo 2026

Democrazie sotto attacco, Italia compresa

Jon Henley
Cinque governi dell'Ue sono stati accusati di smantellare "sistematicamente" lo Stato di diritto
The Guardian, 30 marzo 2026

 Secondo quanto avvertito dalla principale organizzazione europea per le libertà civili, i governi di cinque Stati membri dell'UE stanno erodendo "in modo sistematico e intenzionale" lo stato di diritto, mentre gli standard democratici si stanno deteriorando in altri sei, comprese democrazie storicamente solide.

Basandosi su prove fornite da oltre 40 ONG in 22 paesi, l'Unione per le libertà civili in Europa (Liberties) ha descritto i governi di Bulgaria , Croazia, Ungheria, Italia e Slovacchia come "smantellatori" che stavano attivamente indebolendo lo stato di diritto.

Il rapporto del gruppo per il 2026 , pubblicato lunedì, afferma che lo stato di diritto ha subito una regressione in tutti i settori – giustizia, lotta alla corruzione, libertà di stampa e meccanismi di controllo e bilanciamento della società civile – in Slovacchia sotto il governo populista, autoritario e filo-russo di Robert Fico.

Il quadro era altrettanto desolante in Bulgaria, mentre l'Ungheria , dove i 16 anni di potere di Viktor Orbán potrebbero concludersi dopo le elezioni del 12 aprile, "rimane in una categoria a sé stante, continuando a perseguire leggi e politiche sempre più regressive senza alcun segno di cambiamento".

In altri contesti, Liberties ha identificato Belgio, Danimarca, Francia, Germania e Svezia, tutti paesi con solide tradizioni democratiche, come paesi "in declino": luoghi in cui lo stato di diritto è in declino in alcune aree, senza che tale erosione faccia parte di una strategia politica complessiva.

Secondo il rapporto di 800 pagine, la Repubblica Ceca, l'Estonia, la Grecia, l'Irlanda, la Lituania, i Paesi Bassi, la Romania e la Spagna sono state classificate come "paesi stagnanti", ovvero paesi in cui le condizioni dello stato di diritto non mostravano né miglioramenti né peggioramenti.

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán interviene durante una manifestazione elettorale a Győr il 27 marzo. Fotografia: Bernadett Szabó/Reuters

Anche la Polonia rientra in questa categoria: il primo ministro, Donald Tusk, sta cercando di ripristinare elementi chiave dello stato di diritto, come l'indipendenza della magistratura, smantellati dal precedente governo di Diritto e Giustizia (PiS), ma è ostacolato dal veto presidenziale.

Secondo Liberties, i limitati progressi compiuti finora dalla Polonia "dimostrano quanto possa essere difficile e fragile ripristinare un'indipendenza istituzionale compromessa". Solo la Lettonia si è meritata lo status di "paese che si impegna a fondo", con un governo che sta attivamente migliorando gli standard dello stato di diritto.

Il rapporto afferma inoltre che i meccanismi dell'UE per affrontare l'erosione dello stato di diritto sono in gran parte inefficaci, e che la maggior parte degli Stati membri non riesce a tradurre le linee guida in azioni concrete, nonostante diversi anni di raccomandazioni da parte della Commissione europea.

È emerso che il 93% di tutte le raccomandazioni contenute nella relazione sullo stato di diritto del 2025, redatta dalla stessa Commissione europea, erano ripetute rispetto agli anni precedenti, molte delle quali senza alcuna modifica nella formulazione, mentre il numero di nuove raccomandazioni si era dimezzato rispetto al 2024.

Delle 100 raccomandazioni della commissione valutate da Liberties, 61 non hanno mostrato alcun progresso, mentre altre 13 erano in peggioramento. "Il rapporto della commissione aveva lo scopo di stimolare azioni concrete", ha affermato Ilina Neshikj, direttrice esecutiva di Liberties.

Ma dopo sette edizioni annuali, i risultati di Liberties evidenziano “non solo una regressione, ma anche sforzi continui e deliberati per minare lo stato di diritto. Ripetere le raccomandazioni senza un seguito significativo non invertirà questa tendenza”, ha affermato.

Il rapporto ha inoltre criticato le istituzioni dell'UE in generale, affermando che nel 2025 non solo avevano "rispecchiato molti dei problemi riscontrati negli Stati membri", ma non erano riuscite ad applicare e difendere in modo coerente i diritti fondamentali.

lunedì 2 marzo 2026

L' Europa e la guerra



Dominique de Villepin: "Iran, metti fine alla tragedia,
trova una via di speranza
"
Le Nouvel Observateur, 28 febbraio 2026


Il popolo iraniano ha sofferto per cinquant'anni l'oppressione di un regime tirannico e assassino, le ambizioni imperiali di questo regime che stanno destabilizzando l'intera regione e la povertà indotta dalle sanzioni. Oggi è intrappolata tra le bombe dal cielo e le mitragliatrici di un apparato repressivo che, in guerra, non si incrina, ma si irrigidisce.
Sono consapevole dell'angoscia e delle aspettative del popolo iraniano e delle diaspore in tutto il mondo, che chiedono la liberazione del regime dei Mullah, dopo aver provato orrore di fronte ai massacri di decine di migliaia di donne e uomini. Voglio chiarire che questa aspirazione alla libertà è legittima e la sofferenza immensa. Questo intervento sostiene di tenere conto di questa aspirazione, la invoca, si adorna con essa. Ma in realtà, non tiene mai conto degli interessi del popolo iraniano. Non ha ambizione di servire il ripristino della libertà e della democrazia in Iran. Aggiunge sofferenza alla sofferenza, quando decine di persone innocenti muoiono in un attacco a una scuola femminile nel sud dell'Iran. Obbedisce a una logica di potere, coercizione e sicurezza immediata. I popoli diventano un argomento, mai una finalità.
Questa nuova guerra scatenata da Israele e Stati Uniti contro l'Iran non serve né alla pace, né alla democrazia, né alla legge. Si svolge al di fuori di qualsiasi quadro collettivo e apre una spirale di ritorsioni il cui risultato, portata e costo umano nessuno può controllare. C'è cinismo, e persino una forma di codardia, nel gettare un popolo sotto le mitragliatrici del regime invocando una rivolta senza dargli i mezzi e il sostegno per realizzarla, così come è irresponsabile esporre i paesi del Golfo e del Medio Oriente a bombe e fiamme senza poter garantire la loro sicurezza. né oggi né domani. Mi rammarico anche che le trattative non siano mai state concluse. Scoraggiando la buona volontà delle potenze mediatrici, il ricorso automatico alla guerra è ancora più facilitato.

Schiacciare ogni dissenso

Il Medio Oriente è stanco dell'oppressione dei popoli, ma questa guerra, come nessun'altra, è capace di stabilire la democrazia. Senza il dispiegamento di uomini sul terreno, il regime potrà sopravvivere e rafforzarsi ulteriormente. Sotto i colpi, sono i Guardiani della Rivoluzione e i Basij a vincere, lo stato di eccezione, la paura, le purghe, le esecuzioni di massa, la chiusura di Internet, lo schiacciamento di ogni dissenso. Anche se ogni popolo e nazione è unico, se ci fosse un impegno sul campo, saremmo in una situazione simile a quella dell'Iraq nel 2003, dove la caduta di un sanguinoso dittatore ha portato a un decennio di sanguinosa guerra civile. Un regime che sorga da queste condizioni non sarebbe né stabile né legittimo. Una democrazia non si esporta con ultimatum. È costruito da istituzioni, garanzie, uno stato di diritto e dalla volontà di un popolo, liberamente espressa. Nessun intervento militare per cambiare il regime di un grande paese verso la democrazia ha mai raggiunto il suo obiettivo.
Il Medio Oriente è malato del virus imperiale. Ma gli imperi non vengono guariti da altri imperi. Oggi, Stati Uniti e Israele si arrogano un diritto assoluto di intervenire ovunque e in qualsiasi momento, senza dover rispondere alla comunità internazionale. Questo è il caso, oltre all'Iran oggi, nel sud della Siria e nel sud del Libano. Questo precedente è esplosivo. Stabilì l'idea che in Medio Oriente il governo lasci il posto alla forza, e che ogni potere possa diventare giudice e parte in nome della sua "prevenzione". Sostituire un impero iraniano con un altro impero non avrebbe creato le condizioni per una pace duratura. Ora ci sono due vie d'uscita. In altre parole, la costante ripetizione della stessa logica dei bombardamenti, in una strategia del "tosaerba", come dice l'esercito israeliano, si estese a un'ampia regione del mondo. In altre parole, la trasformazione dell'Iran in un proxy dell'asse Washington-Tel Aviv. Ma un Iran "vassallizzato" sarebbe una bomba a orologeria politica. Genererebbe meccanicamente nuove opposizioni, nuovi radicali, nuove destabilizzazioni, perché non si può umiliare una nazione a lungo termine senza fabbricare la vendetta di domani. Questa dinamica potrebbe riattivare il terreno fertile per il terrorismo e alimentare la tentazione generalizzata della proliferazione.

Il ruolo dell'Europa

Il Medio Oriente è stanco della povertà e dello scarso sviluppo, con disuguaglianze colossali di ricchezza. Questa guerra, creando insicurezza e rendendo l'economia prigioniera delle armi, devia le risorse dei popoli verso la sopravvivenza e la rendita, e accelera la fuga della ricchezza a favore della logica del potere. Questa guerra, che non può essere priva del desiderio di controllare le risorse petrolifere del Medio Oriente, produrrà solo un'ulteriore evasione della ricchezza regionale e un ulteriore approfondimento delle fratture sociali.
La Francia non può aderire a un approccio così unilaterale. C'è un altro modo, l'unico responsabile, quello del diritto e della politica. Prima di tutto, dobbiamo fermare l'escalation, fermare gli attacchi e le rappresaglie, proteggere i civili come priorità e aprire canali per la de-escalation e la prevenzione degli incidenti. La crisi deve quindi essere riportata in un quadro di legittimità collettiva, attraverso una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
L'Europa ha un ruolo da svolgere mobilitando una coalizione politica di potenze europee e regionali in grado di garantire una transizione negoziata verso la democrazia e una ricostruzione ambiziosa del paese. L'ambizione sarebbe quella di strappare il maggior numero possibile di forze economiche, sociali e politiche dalla presa del regime. Infine, dobbiamo dissociare gli obiettivi. Sull'energia nucleare e sui missili, solo negoziati verificabili, supervisionati e controllati possono prevenire la proliferazione, perché la bomba non può essere combattuta a lungo termine con bombe. Sui diritti umani, deve esserci una strategia basata sulla verità, sulle prove, sanzioni mirate contro i responsabili della repressione e protezione delle vittime, senza punire collettivamente il popolo iraniano. Sul futuro politico dell'Iran, bisogna affermare un principio intangibile. Non può essere dettato dall'esterno. Deve essere restituito agli iraniani, con un orizzonte credibile di sovranità, ricostruzione e reintegrazione.
Il Medio Oriente non ha bisogno di una nuova guerra. Ha bisogno di un nuovo contratto basato su sovranità valida, sicurezza collettiva e sviluppo condiviso. Il coraggio, oggi, non è colpire. Il coraggio è aggrapparsi alla regola quando tutto spinge a romperla, perché è l'unica forza che protegge nel lungo termine.


mercoledì 25 febbraio 2026

Per una Ucraina neutrale

Riccardo Michelucci
Ucraina, c’è una proposta di pace in arrivo dalla Germania. "Sì a una Kiev neutrale"
Avvenire, 25 febbraio 2026

Michael von der Schulenburg è tra i promotori dell'appello lanciato da un gruppo di personalità tedesche, tra cui Peter Brandt, figlio del cancelliere della distensione: «Si cessi di aizzare l'odio, anche da parte del Parlamento europeo. Irrealistica la richiesta di Bruxelles di un ritiro totale delle truppe russe prima dell'avvio dei negoziati».
Un cessate il fuoco immediato, negoziati sui territori e garanzie di sicurezza, uno status internazionale che assicuri la sovranità dell’Ucraina e insieme un nuovo quadro di sicurezza paneuropeo: è il cuore della proposta di pace elaborata da un gruppo di personalità tedesche con lunga esperienza diplomatica e militare, che invita l’Ue ad assumere un’iniziativa autonoma per fermare la guerra. Il documento – “Ukraine and Russia: How this war can be ended with a negotiated peace” – entra nel merito dei nodi più controversi: dalla gestione delle aree occupate al possibile assetto di neutralità di Kiev o a un suo diverso rapporto con la Nato, dalle garanzie internazionali alla futura consistenza delle forze armate ucraine, fino a un trattato di pace accompagnato da un cessate il fuoco e da una nuova architettura di sicurezza regionale.
Tra i promotori c’è Michael von der Schulenburg, per oltre trent’anni diplomatico delle Nazioni Unite in scenari di crisi e oggi deputato al Parlamento europeo, dove si occupa di politica estera e sicurezza. Con lui hanno firmato la proposta l’ex generale Harald Kujat, ex capo di Stato Maggiore della Bundeswehr e presidente del Comitato militare della Nato, lo storico Peter Brandt (figlio del cancelliere fautore della distensione con la Ddr), il politologo Hajo Funke e Horst Teltschik, già consigliere per gli affari esteri e la sicurezza del cancelliere Helmut Kohl.
La proposta parte dalla constatazione dello stallo bellico e dal fatto che l’ipotesi di una soluzione puramente militare appare sempre più remota e rischiosa. Per questo indica tre obiettivi generali da condividere prima ancora di sedersi al tavolo: garantire l’esistenza di un’Ucraina sovrana, indipendente e funzionante; porre le basi di un ordine di sicurezza europeo che tenga conto anche della minaccia russa; sviluppare compromessi concreti e graduali per chiudere il conflitto.
Von der Schulenburg, perché sostenete che l’Ue deve cambiare linguaggio?
Nel quarto anniversario della guerra in Ucraina, il Parlamento europeo ha presentato una risoluzione carica di odio e di richieste completamente irrealistiche. Noi crediamo che, se l’Europa vorrà mai negoziare, o vorrà far parte di futuri negoziati, dovrà convincersi che l’unico modo per salvare l’Ucraina e porre fine alla guerra passa attraverso la diplomazia. Ma finché i politici occidentali crederanno di poter mettere in ginocchio la Russia prolungando la guerra a tempo indeterminato, i negoziati non saranno possibili. Questa convinzione è anche pericolosa, perché dopo il ritiro degli Stati Uniti, i membri europei della Nato non hanno né le risorse finanziarie né quelle militari per mantenere tale linea. Dobbiamo evitare a tutti i costi che le forze armate ucraine crollino, perché ciò causerebbe inevitabilmente anche il crollo politico di Kiev.
Ritenete realistica la richiesta di Bruxelles di un ritiro totale delle truppe russe prima dell’avvio dei negoziati?
È assolutamente inverosimile. Non accadrà, né ora né in futuro. Per il semplice motivo che non siamo in grado di cambiare le sorti della guerra in Ucraina sul piano militare. Dobbiamo accettare il fatto che certi territori sono stati occupati e che gran parte della popolazione di queste aree non vuole più far parte dell’Ucraina. Come accadde anni fa in Kosovo, dove molta gente non voleva più far parte della Serbia.
Quindi cosa proponete per questi territori?
Il congelamento della linea del fronte nelle regioni di Zaporizhzhia e Kherson e la rinuncia da parte di Mosca di parte dei territori che attualmente occupa. In cambio, Kiev dovrebbe riconoscere l’indipendenza di Donetsk e Luhansk, con un ritiro reciproco delle forze armate e una fase di amministrazione fiduciaria sotto l’egida Onu. Entro cento giorni dovrebbe poi tenersi un referendum sulla secessione delle due regioni, sotto osservazione internazionale. Con l’impegno di entrambe le parti a rispettarne e recepirne l’esito.
Pensate che la neutralità dell’Ucraina sia l’unica soluzione praticabile?
Sì. Un’Ucraina neutrale potrebbe ristabilire le sue relazioni con la Russia, con l'Asia centrale, con la Cina, ma anche con l’Ue. Kiev non può diventare parte di un’alleanza militare, così come non sarebbe possibile per Cuba, il Messico o il Venezuela far parte di un'alleanza ostile agli Stati Uniti.
Quali garanzie di sicurezza renderebbero credibile tale soluzione?
Dobbiamo garantire innanzitutto la sopravvivenza dell’Ucraina come stato sovrano indipendente e poi gettare le basi di un ordine paneuropeo che tenga conto degli interessi di sicurezza di entrambe le parti. Abbiamo una grande responsabilità nei confronti dell’Ucraina, che oggi è distrutta. E dobbiamo garantire un futuro agli ucraini.


domenica 15 febbraio 2026

Meloni e la sfida di Merz

Andrea Malaguti
Meloni-Maga. L'attrazione fatale per Trump

La Stampa, 15 febbraio 2026

«Ciò che Trump offre è una via di fuga facile dal dolore. Le sue promesse sono l’ago nella vena collettiva dell’America. Lui è eroina culturale. Fa sentire alcuni meglio per un po’. Ma non sa sistemare ciò che li affligge, e un giorno lo capiranno».
JD Vance (Atlantic Magazine, 4 luglio 2016)

Monaco, conferenza internazionale per la sicurezza. Ascoltavo affascinato il cancelliere tedesco Friedrich Merz prendere radicalmente le distanze dal mondo Maga (Make America Great Again), dunque da Donald Trump, JD Vance, Peter Thiel e persino dall’ormai marginale, ma pur sempre aggressivo Steve Bannon, e mi chiedevo quale sarebbe stata la reazione di Giorgia Meloni che, appena ventiquattro ore prima, aveva annunciato al mondo la costruzione di un sorprendente asse Roma-Berlino (absit iniuria verbis), pensato per creare, dirigere ed esaltare una nuova, illuminata, strategia Mega, Make Europe Great Again. Loro sono forti, ma anche noi non scherziamo.

L’America ci considera parassiti, ci schiaccia con i dazi, reclama la Groenlandia, strizza l’occhio a Putin e manda l’Ice in strada a rastrellare gli immigrati e a sparare in testa ai propri concittadini di Minneapolis?

Noi democrazie liberali del Vecchio Continente, forti delle atomiche di Parigi e Londra e di un mercato che solo nell’Unione raduna quasi quattrocentocinquanta milioni di esseri umani, dichiariamo la nostra estraneità a questo modo di agire e al supposto universo valoriale che lo sostiene. La violenza della Casa Bianca, amplificata dall’ossessione per il dominio delle Big Tech guidate da Palantir, non farà mai parte della nostra idea delle relazioni internazionali. Eccola qua la posizione di Merz. E, si supponeva, anche nostra. Errore.

Impegnata in Africa per il Piano Mattei (forse la cosa migliore studiata dal suo governo), la Presidente del Consiglio, nel giro di ventiquattro ore, ha pensato bene di chiarire il suo pensiero: Merz sbaglia, Trump ha ragione. Testualmente: «Non condivido le critiche di Merz al mondo Maga». A lei, gli ultranazionalisti bianchi piacciono. Scaricato il Cancelliere, bye bye asse Roma-Berlino. Difficile stupirsi se l’Europa sarà ancora una volta a trazione franco-tedesca.

Non paga, la Presidente ha annunciato che l’Italia parteciperà come «osservatrice» al Board of Peace, allegra organizzazione privata di dittatorelli orientali, desiderosi di dar vita ad una strampalata Onu parallela e di trasformare quel che resta di Gaza nella spettacolare Hollywood sul Mediterraneo. Domanda: perché da osservatore e non da azionista diretto? Le risposte sono due. La prima: la nostra Costituzione glielo vieta, ma la premier non ha resistito alla tentazione di schierarsi con l’immobiliarista di Mar-a-Lago, chissà che non ci scappino un paio di grattacieli anche per noi. La seconda: nonostante la plateale sintonia con Trump e con il trumpismo, Palazzo Chigi continua a fingere di condividere il destino di Bruxelles, nella speranza che le cancellerie confinanti siano cieche e sorde. Se il fato ci avesse assegnato il territorio canadese al posto del nostro meraviglioso Stivale, oggi saremmo orgogliosamente il cinquantunesimo Stato americano. A salvarci ci ha pensato l’Oceano. Per ora.

Convinti che Meloni avesse la forza di gestire gli incomprensibili umori variabili dell’irascibile Tycoon, abbiamo scoperto che è invece l’ottantenne presidente americano ad orientare lei, unica leader europea ad evitare da tre anni la Conferenza di Monaco, dove sarebbe costretta a spiegare ufficialmente quale ruolo intendiamo giocare sullo scacchiere del mondo, e a snobbare anche l’incontro delle élite globali a Davos. Trump era lì, il Board of Peace era lì. Lei no. Sarebbe stata una brutta fotografia da restituire ad un Paese, il nostro, in cui – come testimonia un sondaggio di Alessandra Ghisleri – sette elettori su dieci detestano il Caro Presidente Donald.

In questo scenario senza né capo né coda, ripensavo a Piero Gobetti. Al fascismo come autobiografia della nazione. Alla sua avversione per il «giolittismo», cioè per il regime del compromesso, per il voltagabbanismo, per il salto istintivo sul carro del vincitore, per il tentennamento da «vediamo dove soffia il vento». È morto domani, esattamente cent’anni fa. Aveva venticinque anni, ma era un tipo di leader cristallino e inflessibile che oggi non abbiamo. Non mi sembra un caso che il presidente Mattarella partecipi qui a Torino alle sue celebrazioni.

Rigore, coerenza, valori. Merce di seconda mano per un governo ormai certo che qualunque passo esplicito per uscire dall’ambiguità produca un danno elettorale. Meglio il piccolo cabotaggio che ti garantisce cinque anni di potere ulteriore, di un vincolo strategico che ti mette al centro del progetto europeo con il rischio di perdere una quota, per quanto risibile, di consenso interno. Fa impressione pensare che le destre continentali, dopo averci spiegato per decenni che Bruxelles era lenta e incapace di decollare a causa di pastoie burocratiche e interessi di bottega, oggi siano la sabbia di un motore che Berlino, Parigi, persino Londra, e si sperava Roma, hanno finalmente acceso. Meloni si è lasciata scappare il suo momento Churchill, giurando fedeltà a The Donald, lo stesso uomo che, nel 2016, JD Vance raccontava così: «Ciò che Trump offre è una via di fuga facile dal dolore. Le sue promesse sono l’ago nella vena collettiva dell’America. Lui è eroina culturale. Fa sentire alcuni meglio per un po’. Ma non sa sistemare ciò che li affligge, e un giorno lo capiranno». Quel giorno è ancora lontano, Vance si è convertito sulla strada lastricata d’oro che porta al 1600 di Pennsylvania Avenue e Giorgia Meloni ha sposato assieme a lui la religione Maga. Un culto che l’intelligenza artificiale del mio computer fotografa con questa neutra chiarezza: «Antiglobalismo, eurofobia, protezionismo economico, lotta alle energie rinnovabili, remigrazione, disprezzo per le élite liberali, per le Università e i media tradizionali». Il movimento, mi spiega ancora l’Ai, si avvale di una vasta rete di influencer e podcaster della “manosphere”, crasi tra le parole “man”, uomo, e “sphere”, sfera. Neologismo che identifica i paladini del machismo in lotta perenne contro il femminismo. Naturalmente America First. Come non sognare di finire tra le braccia di questi stravaganti squinternati?

Capace di tenere a bada lo scomposto Salvini e di disinnescare, per il momento, il Generale Vannacci, grazie ad una capacità politica superiore, la premier rischia di scivolare però sul referendum di marzo, sempre più simile a una consultazione su di lei, e sull’imperdonabile subalternità al Monarca americano ormai impossibile da nascondere. Nessuno è in grado di giocare tutte le parti in commedia, neppure lei. Il Cancelliere Merz si rifiuta di passare alla Storia come un nuovo Paul von Hindeburg, Feldmaresciallo e presidente della Germania che consegnò il potere a Hitler. E la durezza delle sue dichiarazioni ha spinto il Segretario di Stato americano Mark Rubio ad abbassare i toni e a giurare una posticcia fedeltà a noi vecchi alleati. Dimostrazione che perdendo la dignità si perde automaticamente la battaglia politica.

Giorgia Meloni sembra avere risolto il dilemma in modo opposto, fiera del suo rapporto con Trump come Cervantes lo fu del suo braccio paralizzato e Beethoven della sua sordità. Sostegno senza se e con pochi ma ai Nuovi Stati Uniti degli Orchi, un Paese dominato da un’élite trasversale che si sente al di sopra della legge e che ha prodotto lo sconvolgente scandalo Epstein, un abisso fatto di ricatti, torture e pedofilia. Un mondo marcio, ricchissimo e buio, in cui le Big Tech si fanno Big State, manipolato dai servizi segreti di più Paesi, costruito attorno alle penose debolezze e ai deliri di onnipotenza degli uomini più in vista della Terra. Davvero le piacciono queste élite, davvero le piace questa America, davvero è disposta a lasciar naufragare l’Europa in nome dei principi Maga, davvero non è in grado di interrompere questa lunga camminata nel giardino del suo orgoglio?


Mario Monti
Ue, i rischi delle idee Maga

Corriere della Sera, 15 febbraio 2026

La settimana che si è chiusa ha permesso di cogliere meglio come in Europa (Consiglio europeo di giovedì) e nel mondo (Conferenza sulla sicurezza di Monaco da venerdì a oggi) i diversi Paesi si stanno posizionando in risposta al sisma Trump di un anno fa e ai continui moti sussultori e ondulatori che continuano.

Ci limitiamo qui a considerare gli aspetti di maggiore interesse per l’Italia, che proprio nei giorni scorsi è stata protagonista di un’iniziativa importante con la Germania sul mercato unico e sulla competitività.

Chi scrive non può che rallegrarsi per un’intesa tra questi due Paesi. Quindici anni fa tra il governo di Silvio Berlusconi, costituito dalle forze politiche dell’attuale maggioranza e nel quale Giorgia Meloni era ministro, e il governo di Angela Merkel (come peraltro quello di Nicolas Sarkozy) si era creata una profonda frattura, con gravi conseguenze finanziarie e politiche per il nostro Paese. Il primo compito del governo che seguì fu proprio quello di ricostruire, in pochi giorni, un rapporto di reciproco rispetto e fiducia, premessa per il risanamento dell’Italia e, qualche mese dopo, per ottenere con la Francia che la Germania mollasse la presa sulla Bce, permettendole di intervenire e porre fine alla crisi.

Ciò non toglie che le proposte specifiche del documento Meloni-Merz possano sollevare critiche.

Come è stato osservato da più parti, esse sono contrarie all’interesse europeo perché frammenterebbero il mercato, invece di renderlo più «unico»; e contrarie all’interesse italiano, dato che le nostre imprese verrebbero penalizzate a vantaggio di quelle tedesche. Quindici anni fa l’Italia persuase la Germania a limitare se stessa nell’interesse dell’Europa; ora l’Italia aiuta la Germania ad avere più mano libera in Europa, anche a danno della stessa Italia.

La vocazione dei tre Paesi maggiori della Ue dovrebbe essere, come fu allora, di esercitare congiuntamente una leadership, superando nel dibattito tra loro divergenze anche rilevanti, senza riversarle in pubblico e alimentare tensioni di falso patriottismo tra le opinioni pubbliche.

Se tra due dei tre Paesi si verifica in un certo momento e su determinate questioni un’obiettiva convergenza, stiano attenti i governi, ma anche gli osservatori, a non presentarla come «asse». Altrimenti può accadere, come questa settimana, che un giorno si brindi all’asse italo-tedesco, gustando l’emarginazione della Francia, e che il giorno dopo ci si accorga, con malcelato disappunto, che è ancora vivo l’asse franco-tedesco.

È naturale che sia così. Non c’è niente di male se i due Paesi più industriali d’Europa elaborano una linea comune e cercano di sostenerla a Bruxelles. Se mai, si può auspicare che ne valutino più accuratamente le conseguenze e non dimentichino che la crescita industriale non si giova, a lungo termine, di poteri pubblici proni alle organizzazioni imprenditoriali come avviene oggi in Italia e Germania; così come, nell’epoca in cui era la classe operaia ad essere considerata «classe egemone», tanti provvedimenti presi in Italia nell’interesse dei lavoratori hanno finito alla lunga per danneggiarli.

Altrettanto naturale è che la Francia, unico Paese della Ue dotato dell’arma nucleare, intrattenga un rapporto particolare con la Germania, il Paese che in questa fase è più orientato a rafforzare molto la propria difesa. È bene che questi due Paesi lavorino insieme, su una difesa il più possibile europea. Più volte, in passato, quei due Paesi non si parlavano. Si affrontavano direttamente in guerra.

Del resto, Keir Starmer, primo ministro dell’altro detentore in Europa dell’arma nucleare, il Regno Unito, pur essendo tra i Paesi europei quello tradizionalmente più vicino agli Stati Uniti, ha ribadito la volontà di intensificare la cooperazione con la Ue, in particolare sulla difesa ma non solo.

Per parte sua il cancelliere tedesco Merz, apparso finora tra i capi di governo dei grandi Paesi Ue il più riluttante dopo Giorgia Meloni a pronunciarsi criticamente sulla nuova amministrazione americana, a Monaco ne ha preso le distanze con parole molto ferme, criticando anche la cultura Maga.

In proposito la premier Meloni, ad una domanda di un inviato del Corriere della Sera che le chiedeva se condividesse le critiche di Merz a tale cultura, ha risposto: «No, queste sono valutazioni politiche, ogni leader le fa come ritiene, ma non è un tema di interesse e competenza della Ue, sono valutazioni che spettano ai partiti».

Giorgia Meloni ha ragione, queste sono valutazioni eminentemente politiche, che toccano ai partiti e ai leader. Ma non ha interamente ragione. Vari aspetti della cultura Maga, se tradotti in azione di governo, sarebbero certamente di interesse e competenza della Ue, così come porrebbero in Italia problemi di costituzionalità. Ciò avverrebbe là dove superano lo Stato di diritto, che deve cedere di fronte all’imperativo di affermare quella visione, negli Stati Uniti ma anche altrove nel mondo, in particolare in Europa.

Questo emerse con brutale chiarezza nell’intervento dell’anno scorso del vice presidente Vance proprio a Monaco, dove ieri il segretario di Stato Rubio, in modo più diplomatico, non è arretrato. Del resto in più occasioni durante l’anno intercorso il presidente Trump ha dato concretezza a quelle idee.

L’ordinamento della Ue è estremamente flessibile. Gli Stati membri possono praticare politiche molto conservatrici o molto progressiste, possono dare dimensioni piccole o grandi al loro settore pubblico, possono avere imprese a proprietà interamente privata o interamente pubblica, senza per questo violare i trattati su cui si fonda la Ue. Non possono però violare i pochi principi fondamentali dello Stato di diritto che vi sono sanciti, né la legislazione comunitaria anche se possono cercare di modificarla.

Se l’adesione alla cultura Maga, da ideologica si trasformasse in azione politica e di governo, essa assumerebbe rilievo non solo per il Paese in questione, ma anche per la Ue.