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domenica 4 ottobre 2026

Il nodo del fisco

Francesca Schianchi
Cacciari: "Serve coraggio sulle politiche fiscali, è a rischio la nostra tenuta democratica"

La Stampa, 4 ottobre 2026

C'è stato in passato un capitalismo diverso. «Fino alla fine degli anni Ottanta-primi anni Novanta, aveva un’anima borghese, che favoriva una distribuzione delle ricchezze. Cercava, nei limiti del possibile, di salvaguardare i redditi più bassi», spiega il filosofo Massimo Cacciari. «Era un atteggiamento legato anche alla Guerra fredda: questo capitalismo borghese, sui temi sociali doveva fronteggiare la competizione dell’Unione sovietica». A un certo punto, però, qualcosa è cambiato: «Con Margaret Thatcher e con la destra americana, Ronald Reagan, c’è stata una svolta, quel capitalismo è finito».

Oltre trent’anni dopo siamo arrivati a un capitalismo sfrenato: tanto da mettere in discussione la tenuta democratica delle nostre società?

«È evidente: non può reggere una società democratica dove la speranza di crescita di benessere e l’incremento dell’area dei diritti vengono interrotti. La democrazia non è un’ideologia, si innesta su processi economici».

E qui viene il tema della redistribuzione. Nota però Carofiglio come si sia consolidata la retorica del merito, che tende a colpevolizzare la povertà come una responsabilità individuale.

«Questo fa parte dell’ideologia del nuovo capitalismo. È chiaro che il merito è essenziale, una politica redistributiva deve essere efficace, non vuol dire egualitarismo, ma questo non significa un capitalismo finanziario che assorbe l’intera ricchezza prodotta e persegue le diseguaglianze con ogni mezzo».

A proposito di merito, chiedo a lei che è docente universitario: lo studio è ancora in grado di svolgere la funzione di ascensore sociale?

«Assolutamente no. Pensi che il nuovo capitalismo dei Peter Thiel e degli Elon Musk sostiene di assumere solo quelli che non hanno frequentato l’Università: le persone vanno formate all’interno delle loro tecnostrutture. Certo, questo è un atteggiamento soprattutto americano, di rottura polemica con la scuola. Ma è un dato che anche le nostre Università non riescono più a fare da ascensore sociale».

Lei attribuisce la nascita di questo nuovo capitalismo in particolare alla destra americana. C’è una responsabilità anche della sinistra? Ad esempio nel sottovalutare i rischi della globalizzazione?

«Non c’è dubbio che ci sia stata l’illusione diffusa che bisognasse mettersi sui binari della globalizzazione, e ci si sono accomodati tutti, compresi Tony Blair e Bill Clinton. Poi, certo, loro sostenevano la necessità di contemperare con politiche sociali, ma sono saliti tutti sul carro del vincitore. Per anni non c’è stata una politica critica, e ora ci svegliamo dolorosamente».

La politica ha capito i rischi che stiamo correndo secondo lei?

«Neanche un po’. L’Europa in particolare non sta capendo nulla, né di queste questioni, né di politica estera. Altrimenti non avrebbe perso così tanto peso e importanza».

Da queste pagine Carofiglio ha lanciato la proposta di un fondo imprevisti per la classe media da finanziare con un’imposta progressiva sopra i 10 milioni di euro. La convince?

«Il punto è esattamente che bisogna parlare di progressività delle imposte. È stata il perno delle politiche dei social-democratici ma anche dei cristiano-popolari nel secondo Dopoguerra, fino agli anni Novanta. Poi si è diffuso il mantra delle tasse che, per carità, non si toccano, la flat tax tutte quelle robe lì…».

Lo slogan berlusconiano mai tramontato del «Meno tasse per tutti».

«Una retorica che si è diffusa ovunque».

E ha contagiato anche la sinistra?

«Contagiato? (ride). La sinistra si è profondamente ammalata! Non vede che non ha il coraggio di dire niente sulle politiche fiscali per paura di perdere voti?».

Dovrebbe avere il coraggio di parlare apertamente di patrimoniale?

«Dovrebbe avere il coraggio di proporre delle politiche fiscali accentuatamente progressive. La progressività è prevista in Costituzione, e se non si pratica, tutti i discorsi sulle proposte sociali sono privi di fondamento, perché dove le trovi le risorse? Con più di tremila miliardi di debito pubblico non possiamo più indebitarci, devi trovare le coperture: che sia la patrimoniale o altro, considerato anche che un terzo degli italiani non pagano le tasse. Altrimenti tutte le proposte come quelle su sanità e scuola sono pura retorica».

È favorevole alla proposta di salario minimo?

«È una proposta assolutamente sensata che diventerà necessaria, con uno sviluppo economico così squilibrato e un’accelerazione tecnologica che andrà verso la riduzione del cosiddetto lavoro necessario. Ma va articolata bene e, appunto, sostenuta da una politica fiscale coerente, altrimenti non è sostenibile a lungo».

Le sembra che, in vista delle elezioni, lo schieramento progressista, il cosiddetto campo largo, stia facendo uno sforzo per affrontare il tema gigantesco delle diseguaglianze?

«Speriamo, ammesso che un programma prima o poi verrà fuori… Il fatto è che c’è un problema speculare in entrambe le coalizioni».

Cioè, quale?

«In nessuna delle due c’è una vera unità, ci sono faglie di divisione analoghe sui perni fondamentali della politica economica e della politica estera».

Questo rende difficile proposte coraggiose?

«Servirebbe uno sparigliatore che metta insieme i pezzi di destra e di sinistra che sono d’accordo su alcuni temi».

Uno che scompagina gli schieramenti e rimescola le carte?

«Esatto. Dieci anni fa avrebbe potuto farlo Matteo Renzi, ma non c’è riuscito».

sabato 19 settembre 2026

Gli elettori che nessuno ascolta

Luciano Violante
Gli elettori che nessuno ascolta
Corriere della Sera, 19 settembre 2026

Nel mondo occidentale si stanno delineando due società. Quella delle persone che hanno bisogno di protezione perché sono prive dei necessari mezzi di sostentamento e quella delle élite che vivono bene indipendentemente dalle politiche dei diversi governi. La prima società sta trovando nelle formazioni di estrema destra chi da loro ascolto, promette liberazione dalle cause del loro malessere, identificate negli immigrati e nell’unione Europea. Le élite criticano queste formazioni politiche perché populiste, neofasciste, neonaziste. Le accusano di parlare alla pancia degli elettori. E sbagliato; ma se la pancia è vuota? Si sapeva della vittoria dell’AfD da almeno tre mesi. In questi tre mesi oltre a demonizzare quel partito e i suoi leader, qualcuno è andato a parlare al loro elettorato, ad ascoltare i loro bisogni, a dare loro risposte ragionevoli e realizzabili? Dopo le elezioni in Sassonia-Anhalt il copione si è ripetuto. Foto degli eletti con l’elenco dei difetti, per concludere, implicitamente, «non si trattava di gentiluomini». E allora? Forse quegli eletti non gentiluomini sono stati gli unici che hanno risposto alle domande del popolo. Probabilmente in modo sbagliato, ma hanno risposto. Il fenomeno non è solo di quel piccolo land tedesco. E’ presente, in tutta Europa e negli Stati Uniti. Trump e Putin si sono rallegrati per il successo dell’AfD. Non basta scandalizzarci; come europei dovremmo soprattutto preoccuparci. Non pare che sia accaduto. Un ministro israeliano ha detto che bisogna uccidere ogni notte 30 o 40 palestinesi. C’è stata qualche reazione politica significativa? Il DRL (Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor), agenzia federale degli Stati Uniti, ha pubblicato il 13 luglio 2026 un bando che stanzia circa cinque milioni di dollari, per sovvenzionare ricerche e proposte dirette a rafforzare la difesa dei diritti umani in Europa, evidentemente sul presupposto che tali diritti non siano adeguatamente garantiti.

Il documento si pone nel solco della National Security Strategy (novembre 2025): «Tra le questioni di maggiore portata che l’Europa deve affrontare figurano le attività dell’Unione Europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà politica e la sovranità, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e generando conflitti, la censura della libertà di espressione e l repressione dell’opposizione politica, il crollo della natalità, nonché la perdita delle identità nazionali e della fiducia in se stessi». Al bando possono partecipare organizzazioni non governative che hanno sede tanto negli Stati Uniti quanto in altri Paesi. Le attività devono consistere in ricerche, conferenze, iniziative culturali e di sostegno della società civile «al fine di affrontare le sfide legate alla sovranità nazionale, alla migrazione, alla censura e alle strategie di “lawfare” (uso strumentale del sistema giudiziario per danneggiare un avversario)». C’è stata qualche reazione? Le democrazie occidentali sembrano attraversate da una sorta di sonnambulismo politico; camminano sui cornicioni ad occhi chiusi per non vedere cosa ribolle lì sotto. La rivoluzione digitale ha migliorato i sistemi produttivi, ha aumentato la produzione di beni, ma ha ridotto l’occupazione e ha creato una frattura tra le élite e le persone che sono arrabbiate perché non ricevono benefici significativi dalla crescita economica e finiscono per considerare le istituzioni come puri strumenti di potere controllati da gruppi privilegiati. Non si sentono soltanto impoverite, ma anche ignorate e disprezzate, come è apparso da qualche recente infelice uscita di un dirigente politico di sinistra. Peraltro anche Hillary Clinton e Kamala Harris in due diverse campagne elettorali, perse entrambe, avevano detto qualcosa del genere sugli elettori di Trump. La democrazia non può sopravvivere dileggiando gli avversari e difendendo formalmente i diritti individuali, mentre il potere economico e tecnologico si concentra in poche mani. La libertà politica diventa fragile quando milioni di persone perdono sicurezza economica, capacità professionale e fiducia nelle istituzioni. In Italia abbiamo il fenomeno Vannacci. La destra sta reagendo con una legge elettorale che dovrebbe danneggiarlo. Il centro sinistra accusandolo di neofascismo e maschilismo. Ma qualcuno ha deciso di andare a parlare ai suoi potenziali elettori per rispondere con efficacia e in forme democratiche alla loro domanda di protezione? Per non scivolare nel pantano della democrazia delle élite, rischio che può correre anche la destra, occorre avere chiara la gerarchia dei problemi che non vedono al primo posto né la riforma elettorale né le primarie del campo largo. Al primo posto vengono i bisogni della gente che ha bisogno. A quella gente bisogna andare a parlare guardandosi negli occhi, da sinistra e da destra. Il resto può seguire.

giovedì 17 settembre 2026

Il fascismo tedesco

Un dialogo con Ilko-Sascha Kowalczuk sulla crescita del fascismo in Germania

 La prima questione che poniamo è relativa a un giudizio che ultimamente va per la maggiore: secondo alcuni la situazione attuale ricorda la Repubblica di Weimar. Kowalczuk scuote la testa: «così come in Italia Meloni ha in comune con Mussolini solo l’iniziale del cognome, allo stesso modo AfD ha davvero poco in comune con il Partito nazionalsocialista. Ma la più grande differenza con Weimar è che oggi le istituzioni tedesche sono stabili e che c’è ancora una enorme maggioranza nella società che sposa i valori della Costituzione. Tuttavia, il rischio di un nuovo fascismo tedesco c’è e AfD è effettivamente un partito fascista».

Kowalczuk rifiuta di considerare quello che sta avvenendo come un fenomeno solo tedesco-orientale: «l’Est è un paio di passi avanti rispetto al resto del Paese. La partita vera si gioca a Washington. Quello che accade in America a livello culturale, politico ed economico, si diffonde molto rapidamente in Europa. Per fortuna, persino Trump, un fascista, ha difficoltà a smantellare le istituzioni democratiche. È un fenomeno globale. Anche in Germania e in Europa sarà un processo lungo e arduo, tra democratici e fascisti. Probabilmente subiremo delle sconfitte, ma alla fine prevarranno i democratici».

Inquadrato il problema, cerchiamo di capire meglio cosa sia successo in Sachsen-Anhalt. Lo storico tedesco scherza: «non so quanti italiani sappiano davvero dove sia questo Land, che del resto conta poco più di due milioni di abitanti, un sobborgo di Roma. Del resto, lo ignorano persino molti tedeschi». Ma poi entra nel merito: «la cosa che più mi ha sorpreso è che AfD non abbia raggiunto la maggioranza assoluta e questo nel breve periodo l’obbligherà a dover fare compromessi, cosa alla quale i suoi leader non sono abituati».

«Nel medio termine, ciò potrebbe portare a una ulteriore radicalizzazione del partito, poiché non saranno in grado di attuare quanto hanno promesso. E per questa loro incapacità daranno la colpa agli altri: le élite, l’Europa, Bruxelles. In particolare, i veri colpevoli, ovviamente, sono tutti coloro che, secondo AfD, non possono essere considerati tedeschi; saranno, per così dire, il primo peccato capitale, praticamente gli ebrei dei nostri tempi, le persone di colore, e lo sentiranno in modo più acuto perché già lo subiscono: si registra un enorme aumento della violenza e del sessismo».

Quando gli chiediamo di Ulrich Sigmund, il candidato presidente di AfD in Sachsen-Anhalt, sospira: «AfD avrebbe potuto candidare anche un manico di scopa e lo avrebbero comunque eletto. È completamente errato presumere che Sigmund, con il suo sorriso accattivante, il suo aspetto gradevole e la sua natura amichevole, abbia in qualche modo realizzato qualcosa di grande».

«Dobbiamo affrontare la vicenda dal punto di vista regionale e da quello internazionale. Bisogna guardare alla storia degli ultimi cent’anni, forse anche degli ultimi centocinquant’anni. La Sassonia-Anhalt, ad esempio, è stato il primo Stato tedesco in cui un nazionalsocialista è diventato presidente nel 1932, proprio come in Turingia nel 1930 fu nominato il primo ministro [ministro dell'interno] dal Partito nazionalsocialista. Poi c’è il passato nazista irrisolto, adesso procediamo con la glorificazione della Ddr – la glorificazione di una dittatura – e con il culto del Cremlino. Non si tratta nemmeno necessariamente di Putin; la gente non ne ha la minima idea. Si tratta delle strutture autoritarie: molte persone nell’Est desiderano e bramano strutture autoritarie».

Ma il fenomeno va letto attraverso la sua componente contemporanea: «L’attuale trasformazione globale, la digitalizzazione, l’uso dell’Intelligenza artificiale stanno generando un’enorme incertezza in tutto l’Occidente. Nessuno sa cosa ne sarà dei propri progetti di vita, nessuno sa che fine farà il proprio lavoro. Credo che la profonda incertezza che circonda la rivoluzione digitale sia caratterizzata da qualcosa di cui la maggior parte delle persone nel mondo non è consapevole».

«Non che i cambiamenti in sé siano unici nella storia del mondo, ce ne sono sempre stati: ciò che è unico è la velocità vertiginosa. Una velocità che travolge praticamente tutti. Inventano qualcosa e il giorno dopo è già realtà quotidiana. Fino a cinquant’anni fa, le invenzioni impiegavano decenni per entrare a far parte della vita di tutti i giorni. Che si trattasse di giornali, radio, televisori, lavatrici o di qualsiasi altra cosa, occorrevano secoli o decenni perché diventassero parte della quotidianità. Oggi spunta un’app che sembra piuttosto insignificante, poi guardi oltre e ti rendi conto che cambia tutto; e ha cambiato il mondo perché oggi ci troviamo in una situazione che nemmeno i più arguti marxisti avrebbero potuto immaginare: siamo praticamente nelle mani di cinque o dieci miliardari della tecnologia, in tutti i settori».

«In questa situazione di incertezza, la gente ha bisogno di risposte semplici, cerca sicurezza. È ciò che la maggior parte delle persone al mondo desidera di più: la sicurezza. E c’è solo un luogo che promette sicurezza ed è il passato, perché è l’unico luogo che conosciamo, il vecchio luogo a noi familiare. Ognuno può solo interpretarlo e raccontare la propria storia, e c’è poco da fare al riguardo. E i fascisti di tutto il mondo sono uniti da una narrazione secondo cui la loro visione del futuro assomiglia all’anno 1970 o agli anni Cinquanta. Così promettono un futuro che ricorda il passato. A questo si aggiungono idee nazionaliste, come quella di una nazione presumibilmente pura e omogenea».

Su questo aspetto insistiamo: di solito nelle spiegazioni del successo di AfD torna il problema della Riunificazione e delle sue modalità. Da ultimo lo ha fatto pochi giorni fa uno dei leader della Linke, Gregor Gysi, che ha riproposto il vecchio problema della Riunificazione come causa della frustrazione a Est. Kowalczuk sembra avere le idee molto chiare: «come storici, tendiamo a dire che tutto ha un inizio, e di solito questo si colloca da qualche parte, circa 2000 anni fa o da quelle parti. E questo è senz’altro vero. D’altra parte, c’è una forza che trascende la storia vera e propria: il potere della narrazione all’interno della famiglia. È lì che si forma la politica, dove si creano i sistemi di valori, dove si forgia la moralità – non a scuola, non nei media, non all’università, ma a tavola, a casa. Mamma e papà, nonni, nipoti e figli, tutti che parlano insieme e che ascoltano. Anche il silenzio racchiude un grande messaggio. E quindi, naturalmente, gran parte di ciò che sta accadendo ora a Est ha a che fare con gli ultimi trentacinque anni – ma io direi anche gli ultimi settanta, gli ultimi cento anni – questo è indubbio».

Tuttavia, non condivide l’analisi che viene fatta discendere da queste considerazioni: «Gysi sta facendo qualcosa di diverso. C’è qualcosa di molto forte nella Germania dell’Est. Un forte movimento identitario che si presenta come qualcosa di speciale, come se l’esperienza nella Germania dell’Est fosse unica nella storia del mondo, come se non ci fosse un forte contrasto tra Nord e Sud da qualche altra parte, ad esempio in Italia».

In realtà questa narrazione è per Kowalczuk non solo errata ma persino pericolosa: «Gysi continua a fare qualcosa che i politici non dovrebbero fare, ovvero seminare ancora e ancora spaccature tra Est e Ovest. E in effetti, se guardiamo alla Germania di oggi, la Sassonia ha ben poco in comune con il Mecklenburg-Vorpommern mentre condivide molto di più con l’Assia, la Baviera o il Baden-Württemberg, Länder occidentali, e il Mecklenburg-Vorpommern, a Est; ha molto più in comune con la Bassa Sassonia e lo Schleswig-Holstein. Strutturalmente, questo ha portato a molti dei problemi che abbiamo oggi. Per questo ormai trovo insopportabile una simile ricostruzione del rapporto tra Est-Ovest, e la porto sempre all’estremo dicendo che la storia della Riunificazione tedesca è una storia di grande successo».

In questa vicenda, però, manca ancora il ruolo di una costola della Linke, il BSW, il partito di Sahra Wagenknecht, che con la sua astensione potrebbe addirittura permettere l’elezione del presidente di AfD in Sachsen-Anhalt. «Per dirla con parole chiare, e questo è un concetto difficile da comprendere per molti: Sahra Wagenknecht, semplicemente, non è di sinistra. Si è allontanata dalla politica di sinistra circa dieci anni fa. All’epoca era ancora attiva nella Linke, ma non aveva nulla a che fare con la politica di sinistra, con la politica di emancipazione, con la giustizia sociale. Già allora parlava come una populista di destra. E ora, ciò in cui Sahra Wagenknecht eccelle veramente, ciò che può davvero perfezionare, è la funzione distruttiva, la demolizione. Rifugge gli incarichi, rifugge le responsabilità, l’assunzione di responsabilità».

«Questo è, per così dire, il suo compito: la distruzione. Ed è qui che sarà interessante vedere cosa accadrà: sarà questo il fattore decisivo per portare al potere il fascista Siegmund? E forse questo andrebbe fatto presente in Italia: Siegmund, due o tre giorni dopo la sua elezione, ha affermato di sostenere la produzione di armi nel suo Stato perché gli servono per attuare la remigrazione. Per essere chiari, lo dice apertamente davanti a telecamere e microfoni, e Sahra Wagenknecht continua a sostenerlo. Quindi questo va detto molto chiaramente: non ha assolutamente nulla a che fare con la politica di sinistra».

Dal Sachsen-Anhalt andiamo a Berlino e chiediamo quali sono a suo avviso gli errori del governo federale. «Merz ha promesso di dimezzare i consensi di AfD: un’affermazione completamente fuorviante, seppur pronunciata per ragioni elettorali. In questo modo dimostra di non capire, insieme al resto della coalizione, che si tratta di un fenomeno internazionale, globale, e che non si può controllare semplicemente spostando qualche miliardo da un fondo all’altro, costruendo qualche ponte, rendendo gratuiti gli asili nido o aumentando le pensioni di tre punti percentuali. Perché non è questo il problema».

«AfD punta alla distruzione, e il nucleo dell’AfD, con i suoi elettori – e nessuno vuole sentirselo dire – è il razzismo. Si tratta, per così dire, sì, questo è il problema fondamentale, del Dna che tiene tutto insieme. E voglio dire, lo vediamo negli Stati Uniti e altrove. Pertanto, abbiamo bisogno di contenuti diversi, di una retorica diversa e di un approccio diverso nei confronti di formazioni come AfD. Del resto, non credo che si possano riottenere i voti di coloro che optano per AfD, sono completamente insensibili agli argomenti razionali. Ciò che sta accadendo ora ha a che fare con le emozioni, ha a che fare con l’irrazionalità. Non possiamo contrapporre argomenti razionali».

Ecco perché ad avviso di Kowalczuk la ricetta passa anche da un modo diverso di fare politica dei partiti tradizionali, cosa sulla quale però è piuttosto scettico: «subito dopo le elezioni ricadono nei soliti schemi di accusa, e via dicendo. Sono tutte sciocchezze. Noi, come democratici, dobbiamo tornare a un punto in cui non consideriamo i nostri avversari politici come nemici. AfD e BSW sono i veri nemici. Dobbiamo trattare i nostri avversari politici nell’arena della competizione con tale rispetto da presumere innanzitutto che, come noi, vogliano il meglio per la società».

«Anche se non condivido i loro obiettivi, devo presumere che vogliano comunque il meglio perché – e questo è il secondo punto – devo mantenerli come partner di coalizione fino al giorno dopo le elezioni, in modo da poter poi lavorare insieme in maniera ragionevole e in un’atmosfera non tossica. Ciò significa anche affrontare tutti i problemi esistenti, tutto ciò che AfD solleva, ma non con il linguaggio dei fascisti, non con le strategie dei fascisti, bensì collocandoli in contesti diversi. Questo è il punto cruciale. Questo non aiuterà affatto nel breve termine, ma nel medio termine, tutto ciò che resta da fare è costruire e sperare che la libertà e la democrazia siano abbastanza forti da non perire».

Se AfD dovesse arrivare anche al governo federale sarebbe la fine dell’Europa – del resto «chiedono da sempre l’uscita della Germania dall’euro e dall’Unione europea» – ma anche perché, prosegue Kowalczuk, «sono un grande sostenitore dell’Ucraina; fa parte della mia identità. La Terza guerra mondiale è iniziata da tempo. Noi in Germania lo stiamo vivendo ogni giorno. Ci sono attacchi alle infrastrutture sensibili, e questi aumenteranno. La Terza guerra mondiale non avrà più l’aspetto di battaglie di carri armati e guerre di trincea. Non sarà l’invasione russa su vasta scala come per l’Ucraina. Sarà invece una guerra ad alta tecnologia, combattuta al computer, condotta con tecnologie avanzate e personale altamente qualificato. È già iniziata, e il quartier generale di questa guerra contro la democrazia e la libertà è chiaramente al Cremlino. È iniziata, e sono semplicemente sbalordito da quante persone in Europa si rifiutino di riconoscerlo».

La tirannia del presente

Anne Dujin e Pascal Riché  
Pierre Rosanvallon, storico: "La questione oggi è come integrare la preoccupazione per il lungo termine nell'ideale democratico."
Le Monde, 17 settembre 2026

Di fronte alle crisi climatica, democratica e sociale, la difficoltà di proiettarci nel futuro e di abbracciare una prospettiva a lungo termine appare sempre più insormontabile. Le ragioni di questa "miopia" sono al centro dell'ultimo libro di Pierre Rosanvallon , *La tirannia del presente* (Seuil, 256 pagine, €23, ebook €17). Con quest'opera, lo storico e teorico politico conclude la sua trilogia sui "punti ciechi" della democrazia. Dopo aver esplorato la questione delle emozioni ( *Le prove della vita: capire i francesi in modo diverso *, 2021) e poi quella dell'autorità, della fiducia e della legittimità ( *Istituzioni invisibili *, 2024), ora esamina il nostro rapporto con il tempo e, attraverso di esso, le sfide delle relazioni intergenerazionali.

Le democrazie, soprattutto a causa dei cicli elettorali, faticano a considerare il lungo termine. La loro impotenza di fronte alla catastrofe climatica ne è un sintomo. Hanno forse un difetto di progettazione?

La miopia non è semplicemente un difetto delle democrazie. È profondamente legata alla natura stessa della modernità. Il programma della modernità è stato quello di porre l'individuo al centro del mondo e di concedergli il diritto di plasmarlo. Questo individuo era inteso come un "essere del presente". Per emanciparsi, doveva rompere con il peso del passato e, allo stesso tempo, non aspettarsi più tutto da un futuro redentore, come le religioni lo esortavano a fare. Questa aspirazione all'autonomia si legò all'ideale democratico, con la preoccupazione che non sorgessero nuovi padroni. Da qui la brevissima durata – un anno – dei mandati legislativi previsti dalle Costituzioni dei tredici stati americani nel 1776, o dai testi costituzionali del periodo rivoluzionario in Francia.

La visione a breve termine si accompagnava all'idea che il cittadino fosse anche definito come proprietario. Nel diritto dell'Ancien Régime, la proprietà era legata all'esercizio di diverse funzioni: il diritto di usarla, il diritto di ricavarne i frutti e il diritto di abusarne – usus, fructus e abusus. La Rivoluzione francese del 1789 cambiò questo approccio: il proprietario è colui che ha il controllo immediato e completo sulle cose. Questo controllo sarebbe diventato il principio cardine del capitalismo.

Individualismo, democrazia, capitalismo e visione a breve termine sono dunque inseparabili?

Sì, perché storicamente il riconoscimento dell'individuo si è espresso sia attraverso il riconoscimento della sua sovranità sociale (democrazia) e della sua sovranità personale (diritti), sia attraverso la materializzazione di tale sovranità (proprietà).

Fin dal XIX secolo, si sono susseguiti tentativi di conciliare le preoccupazioni di lungo termine con gli imperativi della modernità, senza però riuscirci pienamente o con risultati problematici. Questi tentativi, infatti, sono stati spesso guidati da forze conservatrici. Ne è un esempio la creazione di camere seconde, i Senati, la cui funzione originaria era quella di rallentare il ritmo delle democrazie e moderare gli animi popolari.

Ciò comportò anche la promozione di uno Stato che sarebbe stato descritto come "rappresentante della perpetuità sociale", secondo la formula coniata dall'economista Paul Leroy-Beaulieu [1843-1916] nel 1900. La graduale formazione di una tecnocrazia, con il suo corpo elitario, controbilanciò la volatilità dei cicli elettorali, ma portò a una forma di confisca del potere democratico. Infine, i conservatori anticiparono silenziosamente lo svolgimento della geopolitica, che si sviluppa secondo tendenze di lunghissimo periodo, popolando il corpo diplomatico con aristocratici. Alexis de Tocqueville [1805-1859] lo aveva notato e giustificato: l'aristocratico è un "essere per il tempo", perché si definisce in relazione a una stirpe. Era quindi percepito come il miglior custode del lungo termine.

Questi tre principali tentativi storici di ancorare la modernità al lungo termine si sono tutti scontrati con lo stesso problema: hanno voltato le spalle alla democrazia, come accade oggi, va notato, in paesi totalitari come la Cina, dove le preoccupazioni ambientali vengono imposte dall'alto. La questione da risolvere, quindi, è come integrare pienamente l'attenzione al lungo termine nell'ideale democratico.

Anche la sinistra non ha forse considerato il lungo termine come un campo profughi e utopico?

La caratteristica distintiva delle utopie è il sogno di un mondo definitivamente ideale, e quindi statico. Alla base dell'utopia si cela l'idea di stabilità, non quella di un mondo in continua trasformazione. Il progresso è concepito come il movimento che conduce a questa società ideale. Nel pensiero utopico non esiste una pianificazione a lungo termine. C'è solo l'intuizione che sia necessario un grande sconvolgimento.

Per tenere conto del lungo termine, scrivi, sarebbe necessario attribuirgli un valore, un prezzo. Concretamente, come si tradurrebbe questo in pratica?

Per dare valore a lungo termine, dobbiamo ampliare la portata del soggetto. Storicamente, avevamo già avviato questo processo di "de-individualizzazione" sovrapponendo la figura del cittadino a quella dell'individuo. Quest'ultimo era riconosciuto come portatore di doveri verso la società. Oggi, dobbiamo andare oltre e creare una terza figura, l'Essere Terrestre, che sarebbe un riflesso non della società immediata, ma dell'umanità insita nell'individuo. Il filosofo Auguste Comte [1798-1857] aveva già delineato questo progetto promuovendo l'umanità, che definiva come "la somma degli esseri passati, presenti e futuri che contribuiscono liberamente al perfezionamento dell'ordine universale".

La cittadinanza è stata riconosciuta perché non era un'astrazione. Ha acquisito significato attraverso prove concrete (guerre, conflitti sociali). Lo stesso deve accadere con il concetto di "abitante della Terra" di fronte alle minacce odierne, come il cambiamento climatico. Anche questo concetto potrà affermarsi solo se avrà una dimensione immediatamente tangibile. È proprio questa dimensione che manca quando si parla di lungo termine in modo indeterminato.

Eppure tutti vivono l'esperienza del lungo termine, all'interno di una famiglia in cui sono connesse almeno tre generazioni. Partendo da questa osservazione, propongo di sperimentare "esercizi democratici", come la creazione di "parlamenti generazionali". Questi non assumerebbero necessariamente la forma di istituzioni formali; l'idea potrebbe essere adattata a diversi spazi di scambio tra persone di età diverse.

Inoltre, è fondamentale che la competenza cessi di essere estranea alla vita dei cittadini. Nel periodo tra le due guerre, i comunisti avevano previsto questa necessità, associando i grandi scienziati alla loro lotta. Questo legame più stretto tra cittadini e conoscenza può rendere tutti più sensibili alle problematiche a lungo termine.

Infine, dobbiamo affrontare e riconoscere le contraddizioni sociali che sottendono alla gestione del tempo. Popolazioni diverse vivono i propri interessi secondo scale temporali diverse. Il mondo agricolo, di per sé diviso, non percepisce il tempo nello stesso modo dell'attivista climatico urbano. Il lungo termine è fonte di divisione. Dobbiamo rendere esplicite queste divisioni per poter tentare di superarle.

Non manca forse una narrazione che permetta ai cittadini di proiettarsi nel futuro?

La grande narrazione della modernità è quella di un programma per l'emancipazione dell'individuo e dei mezzi per realizzarla attraverso l'organizzazione democratica. Questa nuova grande narrazione deve essere legata alla trasformazione dell'individuo in agente di sopravvivenza dell'umanità. Ma questo attivismo può prendere forma e rafforzarsi solo se connesso alle esperienze immediate.

Alcuni pensatori e attivisti hanno proposto di superare il concetto di individuo, concedendo diritti anche agli esseri non umani (fiumi, animali, ecc.). Vale la pena esplorare questa strada?

Sono scettico. Condivido l'obiettivo di proteggere la natura, ma non personificandola raggiungeremo questa manifestazione dell'umanità nell'individuo. Piuttosto, la raggiungeremo dimostrando che la natura è necessaria per lo sviluppo dell'individuo e che difenderla significa anche garantire la nostra stessa difesa come esseri umani.

Ritiene che la crisi del debito pubblico rifletta questa difficoltà nel pensare a lungo termine e nel risolvere le divergenze di interessi tra le generazioni?

Che cos'è il debito, se non un rinvio delle difficoltà di compiere scelte nel presente alle generazioni future? Per questo motivo, è necessario discuterne in un quadro che tenga conto di questo futuro, coinvolgendo le diverse generazioni interessate. Il concetto di "giustizia intergenerazionale" è oggi essenziale. La questione della giustizia tra le classi sociali è da tempo un orizzonte imprescindibile dei regimi democratici. Ma si trattava di costruirla nel presente, per riequilibrare, ad esempio, i redditi o la ricchezza.

Solo oggi cominciamo a considerare i diritti degli individui che non sono ancora nati. Tuttavia, la difesa dei diritti può essere universale e rivoluzionaria solo se coinvolge anche le generazioni future.

Tuttavia, ci mancano gli strumenti per organizzare questa espansione dei diritti. Prendiamo ad esempio le pensioni. La maggior parte delle riforme di cui discutiamo riguarda le generazioni presenti o future. Eppure, raramente le consideriamo da questa prospettiva.

Quale forma concreta potrebbero assumere questi spazi di discussione, che voi chiamate "parlamenti generazionali"?

Possono assumere molte forme – conferenze di consenso, assemblee cittadine – attraverso le quali le generazioni possono dialogare su vari argomenti. I risultati potrebbero poi arricchire i tradizionali dibattiti parlamentari. Ciò consentirebbe una comprensione più ampia delle politiche pubbliche attraverso la lente del rapporto intergenerazionale che le plasma. Si può tracciare un parallelo con le istituzioni che, all'inizio del XX secolo  , aiutarono le democrazie a organizzare il dibattito sulla redistribuzione tra le classi sociali: i contratti collettivi, i forum di discussione tra sindacati e datori di lavoro. Dobbiamo costruire un equivalente per le relazioni intergenerazionali.

Lei accenna anche alla necessità di "laboratori di conoscenza sensoriale". Cosa intende con questo?

Quest'idea mi è venuta da un esperimento che ebbe luogo in Francia dopo la Seconda Guerra Mondiale: le missioni di produttività. La Commissione di Pianificazione, responsabile della pianificazione economica del paese, organizzò viaggi di studio negli Stati Uniti per comprendere le ragioni della prosperità americana. Invece di coinvolgere solo alti funzionari pubblici o esperti, si decise di inviare imprenditori, rappresentanti sindacali e membri della società civile. Di conseguenza, le discussioni in seno alle commissioni di pianificazione si basarono su esperienze, lavori e un linguaggio condivisi. Le ideologie dividono, ma la conoscenza pratica unisce le persone.

La consapevolezza delle difficoltà attuali è un ingrediente essenziale per la pianificazione a lungo termine. Tuttavia, se questa conoscenza non permea la società, risulta inutile. Questa è la limitazione riscontrata dall'IPCC [Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici]  : le competenze esistono, ma, in assenza di sostegno da parte di governi, imprese, sindacati, associazioni e di tutte le sfere della vita collettiva, gli esperti vengono visti come una sorta di profeta, distaccato dall'esperienza vissuta dalle persone.

Rendere la società comprensibile ai suoi membri e garantire che ognuno abbia il proprio posto nella narrazione condivisa è uno dei compiti più urgenti che la democrazia si trova ad affrontare. Questo lavoro deve essere svolto in collaborazione con tutte le organizzazioni della sfera sociale. Solo allora si potrà riaprire il futuro.

https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/09/17/pierre-rosanvallon-historien-la-defense-des-droits-ne-peut-etre-universelle-que-si-elle-implique-aussi-les-generations-a-venir_6775976_3232.html

mercoledì 9 settembre 2026

Come è cambiato il mondo


Daron Acemoglu
Un errore la demonizzazione dell'AfD: aveva già il voto di milioni di tedeschi 

La Stampa, 9 settembre 2026

Pubblichiamo un estratto del libro Cosa è successo alla democrazia liberale? di Daron Acemoglu, premio Nobel 2024 per l’economia, edito in Italia da Rizzoli.

Al termine della Seconda guerra mondiale, gli uomini e le donne del proletariato britannico votarono contro Winston Churchill, malgrado la sua leggendaria leadership durante i giorni più bui del conflitto. Al suo posto, installarono un governo laburista che prometteva di mettere in pratica i principi sostenuti in tempo di guerra dal Beveridge Report, firmato dall’economista liberale William Beveridge.

Il rapporto raccomandava uno Stato sociale che rendesse l’economia più equa, le unioni sindacali più forti, i servizi pubblici più ampiamente accessibili e la vita della gente meno precaria con l’assicurazione sanitaria nazionale e la previdenza sociale. In tutta Europa, furono eletti governi fautori di proposte analoghe.

Negli anni Duemila, la situazione era ormai cambiata. Molti elettori erano convinti che la democrazia liberale si fosse rimangiata le sue promesse fondamentali. La crescita economica dopo la metà degli anni Settanta non sembrava affatto come quella degli anni Cinquanta o Sessanta. Le crisi energetiche del 1973 e del 1979 avevano causato brusche contrazioni economiche e una debilitante stagflazione (elevata inflazione e disoccupazione).

La decelerazione economica fu temporanea e la produttività riprese a crescere negli anni Ottanta. Cosa che i salari non fecero. I salari statunitensi mediani al netto dell’inflazione, che erano cresciuti di oltre il 2,5% all’anno tra il 1948 e il 1973, erano in fase di stallo. Dal 1980 in poi, la crescita dei salari annua era appena dello 0,45 per cento. Perfino i salari medi, trainati da quelli più alti, non se la passavano meglio dei mediani.

I salari medi e mediani raccontano solo una parte della storia. Gli operai e coloro che non possedevano un diploma universitario vedevano calare i propri stipendi, mentre professionisti, manager e impiegati in ambito tecnico continuavano a godere di una rapida crescita. Il più ricco 1% di famiglie statunitensi ha visto passare la propria quota di prodotto nazionale da circa il 10% nel 1980 a uno sbalorditivo 19% nel 2019. La loro quota di patrimonio totale del Paese era perfino più estrema: circa il 35 per cento. (...)

Gli americani non hanno, forse, capito immediatamente in che modo l’economia e le regole di condivisione al suo interno fossero cambiate. Ma adesso ne hanno piena consapevolezza. Una recente indagine del Pew Research Center rivela dati allarmanti: quasi tre americani su quattro pensano che i ragazzi di oggi staranno economicamente peggio di quelli della loro generazione. (...)

Molti americani hanno, pertanto, finito per avere l’impressione che la loro voce non contasse e che fossero in effetti ridotti al silenzio. In parte è stato per via di falsità e propaganda diffuse dai social e dai programmi radiofonici, ma c’è anche un fondo di verità. Prendiamo la questione dell’immigrazione. Nel corso degli ultimi decenni, circa metà della popolazione statunitense ha espresso preoccupazione per l’immigrazione, soprattutto quella clandestina (anche se queste preoccupazioni erano a volte molto amplificate da false informazioni e, in generale, gli americani convengono che una certa quota di immigrazione faccia bene al Paese).

All’incirca il 50% di americani bianchi è dell’idea che ci siano troppi immigrati provenienti da almeno una delle principali regioni del mondo e circa il 54% ritiene che l’immigrazione andrebbe ridotta. I politici mainstream non hanno prestato grande attenzione a tali preoccupazioni per gran parte di questo periodo. Queste percezioni si sono intensificate con l’evidente ascesa della politica identitaria e dei dibattiti sul razzismo e sulle questioni di genere nei programmi scolastici.

È difficile identificare l’esatto fattore scatenante. Possibile che siano stati i genitori bianchi e borghesi ad aver dato un’occhiata ai programmi scolastici mentre i loro figli seguivano le lezioni da casa durante il Covid. Potrebbero essere stati i dibattiti sul razzismo sistemico in seguito all’assassinio di George Floyd, che molti genitori bianchi hanno preso come una personale accusa di razzismo. Può essere stato per via di tutti i discorsi sulla «teoria critica della razza» e dei «bagni transgender», così tanto amplificati dagli influencer e dagli attivisti politici di destra. In ogni caso, l’effetto generale è stato inequivocabile: molti americani ritenevano che scuole, pubblica amministrazione, politici e attivisti stessero promuovendo programmi culturali a cui loro erano contrari.

La percezione della perdita della voce dell’elettorato era presente anche in Europa, soprattutto in relazione a questioni riguardanti la cultura e l’immigrazione. Durante le elezioni federali del 2025, il partito AfD (Alternative für Deutschland, cioè Alternativa per la Germania), violentemente anti-immigrazione, ha ottenuto quasi il 50% dei voti in parti dell’ex Germania dell’Est, ma altri partiti hanno convenuto che non sarebbero entrati in coalizione con l’AfD e i media mainstream hanno criticato con decisione il partito, la sua ideologia e i suoi sostenitori.

Nel 2024, il resto dei parlamentari tedeschi aveva perfino deciso di vietare ai deputati dell’AfD di far parte della squadra amatoriale di calcio del Parlamento. Pur avendo avuto una qualche efficacia nel rallentare l’ascesa di questo movimento ribelle e nel difendere le libertà fondamentali degli immigrati e delle minoranze etniche in Germania, queste strategie hanno anche fatto sì che milioni di tedeschi sentissero zittita la loro voce democratica. Dinamiche analoghe hanno avuto luogo in diversi altri Paesi europei.

La conclusione è stata che per tanti elettori in Occidente la democrazia non ha mantenuto fede alle sue promesse. Questo non significa che sistemi alternativi avrebbero fatto meglio. È ormai dimostrato che la democrazia è molto più reattiva alla voce dei cittadini rispetto ad altri regimi. In genere, gestisce meglio l’instabilità e offre sanità e istruzione migliori. Studi recenti attestano che le democrazie hanno, inoltre, più probabilità di condurre a una crescita economica più rapida rispetto alle alternative.

Ci sono importanti ragioni tecnologiche e sociali per lo scarso rendimento delle democrazie nell’era postindustriale. Ma è una magra consolazione quando la ragion d’essere della democrazia, ovvero la sua promessa di migliori condizioni economiche, di vita e politiche per le masse, annaspa.

lunedì 4 maggio 2026

La memoria della Comune

 


Michel Winock, storico: "Nell'universo simbolico della sinistra, la Comune è un punto di riferimento indiscutibile."

Nel suo nuovo libro, lo storico rende giustizia alla ricchezza sociale e politica dell'insurrezione parigina del 1871, un "mito universale" che ancora oggi infonde speranza.

Intervista di 

Le Monde, 30 aprile 2026 
Commemorazione del 150° anniversario della Comune di Parigi, davanti al Municipio di Parigi, il 18 marzo 2021.

“La Comune. La guerra civile francese. 18 marzo 1871”, di Michel Winock, Gallimard, “I giorni che hanno fatto la Francia”, 336 p., €22,50, versione digitale €16.

Il 18 marzo 1871, Parigi fu teatro di un'insurrezione che diede vita alla Comune di Parigi, un'esperienza il cui ricordo rimane ricco di significato e speranza, soprattutto per la sinistra, ma non esclusivamente. "Il cadavere giace a terra, ma l'idea resta viva ", riassumerebbero gli eredi di questa rivolta, riprendendo una frase di Victor Hugo (che visse prima della Comune). È proprio con una sensibilità affine a quella del grande scrittore che lo storico Michel Winock ha scritto il suo nuovo libro, * La Comune: La guerra civile francese* , pubblicato da Gallimard nella collana "Giorni che hanno fatto la Francia". Scritta con uno stile elegante e commovente, questa sintesi rende giustizia alla ricchezza sociale e politica di un evento divenuto un "mito universale " .

Il suo primo libro, scritto in collaborazione con  Jean-Pierre Azéma, scomparso nel luglio 2025 , era dedicato ai comunardi. Sessant'anni dopo, come si è evoluta la sua prospettiva di storico riguardo a questo evento?

"I comunardi" , un breve libro scritto con Jean-Pierre Azéma, fu pubblicato da Seuil nel 1964, lo stesso anno de "Il processo ai comunardi" di Jacques Rougerie [1932-2022] , pubblicato da Juilliard. Pur diverse tra loro, le due opere condividevano un punto in comune: la loro fuga dal dominio storiografico del Partito Comunista. Rougerie stava allora preparando la sua tesi sulla Comune; noi eravamo semplicemente divulgatori. Pur rifiutando la storia militante, eravamo simpatizzanti della Comune di Parigi, dove potevamo individuare i fondamenti di un socialismo autogestito, indipendente dal Partito Comunista (screditato dopo la repressione in Ungheria nel 1956) e dal Partito Socialista (che aveva condotto la guerra d'Algeria).

Per quanto riguarda l'accertamento dei fatti, nulla mette in discussione questa ricostruzione iniziale, che è stata però arricchita dalla ricerca condotta da Rougerie. È piuttosto nell'ambito dell'interpretazione che la mia prospettiva si è modificata. In parole semplici, direi che non guardo più all'evento attraverso gli occhi di Jules Vallès, ma attraverso quelli di Victor Hugo. Vale a dire, attraverso gli occhi degli altri vinti, i conciliatori, coloro che, come Hugo o Clemenceau, cercarono di scongiurare la guerra civile. Lo stesso Karl Marx scrisse a un suo corrispondente nel 1881: "Con un po' di buon senso, [la Comune] avrebbe potuto raggiungere un compromesso con Versailles che sarebbe stato utile a tutta la massa del popolo, l'unica cosa possibile a quel tempo".

La memoria della Comune è stata a lungo legata allo studio di quello che viene definito il "movimento operaio", un'espressione ormai oscura a molti. La relativa marginalizzazione della storia sociale porta forse alla marginalizzazione dell'esperienza comunarda?

Per lungo tempo, la storia sociale è stata spesso confusa con la storia del "movimento operaio": lo studio degli scioperi, delle organizzazioni e delle figure sindacali o socialiste. Il Dizionario biografico del movimento operaio di Jean Maitron e la rivista Le Mouvement social (Il movimento sociale ) illustrano la portata di questa nascente "storia del lavoro" dopo il maggio 1968. Diversi fattori hanno indebolito questa corrente: la disillusione seguita alla vittoria socialista del 1981, la deindustrializzazione, il crollo del comunismo e così via. Sono emersi nuovi ambiti di studio: la condizione femminile, l'emigrazione, l'ambiente, gli studi postcoloniali e così via. Oggi, storia sociale e storia del lavoro non sono più confuse. Tuttavia, la Comune di Parigi appartiene a diverse categorie. È ormai assodato che la maggior parte dei comunardi erano operai. Tuttavia, la Comune è anche parte della storia del patriottismo (la Resistenza), della storia politica (la difesa della Repubblica, l'esperimento della democrazia diretta, la richiesta di una Repubblica federale) e della storia religiosa (l'anticlericalismo, la separazione tra Chiesa e Stato), della storia delle donne, della storia della città, della storia letteraria, per non parlare della storia della mitologia politica tramandata dai suoi discendenti e della sua universalità.

Nel suo libro, lei sottolinea in particolare la dimensione patriottica della rivolta, che a suo dire è stata spesso sottovalutata. Perché?

La Comune non sarebbe esistita senza la guerra franco-prussiana. Fu durante l'assedio di Parigi che sorse l'opposizione contro il governo provvisorio, succeduto a Napoleone III, da parte di molti parigini e di gran parte della Guardia Nazionale, che invocavano la guerra "fino alla fine". All'inizio dell'assedio, si accese un barlume di speranza per un'unione sacra, come espresse Auguste Blanqui nel suo diario. Questa speranza non durò a lungo e, di fronte all'inazione del generale Trochu e dei suoi colleghi, i rivoluzionari lanciarono il grido di battaglia "Comune!" in ricordo del 1792-1793. Questo aspetto è spesso sottovalutato o criticato (come accadde con Lenin), perché il patriottismo nato dalla Rivoluzione francese si era nel frattempo spostato a destra. Eppure, per molti, il sostegno alla Comune fu determinato dall'umiliazione dell'armistizio.

Oggigiorno, la memoria della Comune è in gran parte custodita dalla sinistra tradizionale, che alcune figure di La France Insoumise (LFI) chiamano con condiscendenza "sinistra bianca". Eppure, lei ci ricorda la dimensione internazionalista della Comune, molti dei cui partecipanti non erano francesi…

Questa nozione di "sinistra bianca" è assurda e mira solo a dividere. La cultura di sinistra comprende sia le lotte per la decolonizzazione e l'antirazzismo, sia le lotte sociali. Inoltre, il movimento comunardiano era in larga parte internazionalista. In primo luogo, al suo interno: si pensi a Elisabetta Dmitrieff, una delle figure di spicco della Comune, che era russa; Jarosław Dombrowski, uno dei suoi migliori comandanti militari, insieme a Walery Wroblewski, entrambi polacchi… Mille settecentoventicinque stranieri furono fatti prigionieri dopo la "Settimana di Sangue": i più numerosi erano belgi, italiani, olandesi, polacchi e svizzeri. Versailles accusò l'insurrezione parigina di essere "cosmopolita". Fu anche attraverso le sue ripercussioni all'estero che la Comune assunse una dimensione internazionale, come Quentin Deluermoz dimostrò chiaramente nella sua opera Commune(s), 1870-1871. Un viaggio attraverso i mondi nel XIX  secolo [ Seuil, 2020] . Manifestazioni di sostegno ebbero luogo in particolare a Londra, Bruxelles, Hannover, New York… Non dimentichiamo inoltre la minoranza del consiglio della Comune che apparteneva all'Internazionale dei Lavoratori, la cui sede era a Londra, guidata da Karl Marx.

«Se sarò eletto, andrò al Muro dei Comunardi», dichiarò Jean-Luc Mélenchon nel 2021, autoproclamandosi “custode” di questa storia. Più recentemente, durante le elezioni comunali, il suo movimento ha invocato il “comunalismo”. Cosa vi suggerisce tutto ciò?

Nell'universo simbolico della sinistra, la Comune è un punto di riferimento indiscutibile. Ma, come sappiamo, l'insurrezione parigina del 1871 si è prestata, e continua a prestarsi, a interpretazioni divergenti. LFI (La France Insoumise) allude al "comunalismo": significa forse che Mélenchon aderisce all'idea di una repubblica federale, ispirata da Proudhon, come spiegato nella Dichiarazione al popolo francese del 19 aprile 1871: "L'autonomia assoluta della Comune non avrà altri limiti se non il diritto all'uguale autonomia per tutte le altre comuni aderenti al contratto, la cui associazione deve garantire l'unità francese"? Si dice generalmente che Mélenchon sia rimasto un trotskista; la sua adesione al "comunalismo" dimostrerebbe il contrario. Trotsky affermava che ai comunardi mancava "un'organizzazione di leadership centralizzata ". Quindi, Mélenchon, come lui o come Lenin, è un sostenitore del centralismo? Oppure si è convertito a Proudhon, difensore dell'autonomia delle comuni, "apostolo del principio federale su cui si fonda il movimento comunalista" [Edmond Lepelletier, Histoire de la Commune de 1871, 1911]  ? Questa seconda ipotesi sarebbe uno scoop per me.

Come ha dimostrato Eric Fournier in un saggio sugli usi contrastanti della memoria comunarda ("La Comune non è morta", Libertalia, 2013), questa memoria continua a essere rivendicata sia dalla sinistra che dalla destra identitaria. Come si può spiegare questo fenomeno?

Anarchici, marxisti, comunisti, socialisti… Tutte le fazioni della sinistra traggono dalla Comune un esempio creativo ed eroico, pur giungendo a conclusioni divergenti. Esiste però anche una tradizione di estrema destra filo-comunista, iniziata da Édouard Drumont [1844-1917] , autore del pamphlet antisemita *La Francia ebraica *. In *La fine di un mondo*, elogia figure come Benoît Malon, Varlin, Theisz, Avrial e Langevin, descrivendoli come bravi operai francesi, e spiega la sconfitta della Comune con il ruolo svolto dagli ebrei, "i veri istigatori delle guerre civili". Per Drumont, l'obiettivo era quello di allontanare i lavoratori dalla Repubblica corrotta e odiata. Questa tradizione si ritrova nella storia del populismo fino ai giorni nostri, con la difesa del "popolo" contro le élite "ebraiche" . Nel 1938, Brasillach, insieme ai suoi amici fascisti di Je suis partout , depose una corona di fiori al Muro dei Comunisti, "alle prime vittime del regime". François Duprat [1940-1978] , ideologo e numero due del Fronte Nazionale, proclamò: "Non saremo mai dalla parte del governo di Versailles". L'antisemita e negazionista dell'Olocausto Alain Soral, dal canto suo, contrappose il popolo patriottico dei Comunisti a una borghesia venduta alla Germania nel 2011.

Lei dimostra l'importanza della Comune nell'immaginario collettivo delle "guerre francesi". Come dovremmo considerare la sua eredità in un momento in cui lo spettro della "guerra civile" si ripresenta con forza?

I settantadue giorni della Comune di Parigi si inseriscono a pieno titolo nel ciclo di conflitti interni che hanno scandito la nostra storia, almeno dalle guerre di religione. La Comune è anche Versailles. È il grido di battaglia del ministro Jules Favre che chiedeva che l'insurrezione parigina fosse "punita" senza pietà; è il rifiuto del governo di negoziare con il Comitato Centrale della Guardia Nazionale; sono le grida di odio manifestate dalla stampa di Versailles; è, infine, l'implacabile repressione degli insorti. Da parte parigina, è la stessa intransigenza nei confronti dei pacificatori che, facendo la spola tra Versailles e l'Hôtel de Ville, cercarono di scongiurare il peggio; è l'esecuzione degli ostaggi durante la "Settimana di Sangue". Questo radicalismo alimenta le posizioni intolleranti della nostra narrativa politica di lunga data. Pur potendo rallegrarci del fatto che la guerra delle armi sia stata sostituita dalla guerra delle parole, resta il fatto che, nell'Assemblea Nazionale, nella stampa e soprattutto sui social media, gli scontri sono ancora il più delle volte di natura bellicosa: gli avversari sono quasi sempre nemici, e nemici da eliminare. Contro questa imitazione della guerra civile, contro l'ascesa dell'estremismo, la nostra cultura repubblicana non è priva di risorse: è anche la cultura del superamento delle nostre divisioni storiche.

https://www.lemonde.fr/livres/article/2026/04/30/michel-winock-historien-dans-l-univers-symbolique-de-la-gauche-la-commune-est-une-reference-indiscutable_6684548_3260.html