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sabato 3 gennaio 2026

Sartre e Rossanda


Massimo Raffaeli
Un'amicizia istintiva che interroga il mondo

il manifesto, 3 gennaio 2026

Quasi una generazione divideva Jean-Paul Sartre (1905-1980) da Rossana Rossanda (1924-2020) ma un particolare sentimento ne ordiva il rapporto di istintiva intelligenza delle cose prima che di assennata amicizia, ed era un nucleo profondo in cui si combinavano la non-conciliazione nei riguardi dell’esistente e una ricerca di umana integrità, non più ferita né offesa dalla divisione in classi e da una diseguaglianza così antica tra chi ha e non ha, ad ogni livello, da essere ormai iscritta nel senso comune come fosse un dato ontologico.

SARTRE, che non fu mai un uomo politico stricto sensu né un marxista dottrinario, dettò in epigramma il suo testamento e scrisse di avere votato alla borghesia un odio che si sarebbe estinto soltanto con la morte mentre Rossana Rossanda, marxista antidogmatica il cui stile elegante riassorbiva i moti di un pensiero portato a interrogare il differenziale fra teoria e prassi, per parte sua testimoniava di una scelta di campo sempre ribadita tra la Resistenza, la militanza nel Pci e la fondazione del manifesto con la lunga straordinaria vicenda che ne sarebbe conseguita: ora attesta la ricchezza del loro rapporto Sartre e Rossanda.

Una ingombrante intransigenza (Donzelli, Saggi, pp. 232, euro 25), il volume che Sandra Teroni allestisce con grande accuratezza, limpidamente delineando nel saggio introduttivo le fasi di un rapporto che inizia nel dopoguerra, quando Rossanda è una ex resistente nonché giovanissima dirigente del Pci e responsabile della Casa della cultura a Milano mentre il filosofo, lo stesso che ci viene incontro dalla celebre foto scattata da Cartier-Bresson sul Pont Neuf, è fra molte altre cose l’autore del romanzo La nausea (’38), il fondatore della rivista che doppia in Francia il «Politecnico» di Vittorini, «Les Temps Modernes», ed è insomma l’emblema dell’esistenzialismo: dunque il loro è un rapporto – nota Teroni – che sussiste «nella formazione letteraria, nella polarizzazione tra letteratura e politica, nel sacrificio della prima alla seconda».

Paradossalmente più recente da parte di Sartre è l’impegno politico esplicito i cui apici, in piena guerra fredda, corrispondono a due saggi che si legano in generale alla storia del comunismo ed in particolare al Partito comunista francese (il più segnato in Occidente dall’impronta staliniana) di cui il filosofo continuerà a sentirsi un compagno di via nonostante le diffidenze e alcuni anatemi memorabili come quello che gli rivolse Aleksandr Fadeev, l’autore de La guardia bianca, definendolo una iena con la stilografica ma Sartre non vorrà mai replicare alle infamie di uno scrittore suicidatosi dopo la denuncia dei crimini di Stalin: il primo saggio del ’52, I comunisti e la pace, è appunto l’ammissione di una ineluttabilità e cioè la difesa dell’Urss in quanto baluardo anticapitalista, mentre l’altro del ’56, eloquentemente intitolato Il fantasma di Stalin, viceversa è una reprimenda del blocco sovietico colpevole, ai suoi occhi, di avere accettato l’identica logica dell’imperialismo occidentale fino a diventarne la controfigura.

È UNA TESI che in Francia scandalizza i vertici del Pcf con l’aggravante di un avallo incondizionato alla Resistenza algerina e alle lotte anticoloniali in armi, come attestano due tra i suoi saggi più smaglianti, l’introduzione a I dannati della terra di Frantz Fanon e quella ad Aden Arabia di Paul Nizan, l’amico di gioventù caduto nel ’40 ma diffamato dal Pcf per essersi opposto al Patto Molotov-Ribbentrop. Da questa altezza cronologica, sul principio degli anni sessanta, muove la documentazione prodotta da Teroni, precisamente tredici testi (fra interviste a Sartre e articoli o saggi di Rossanda) cui si aggiungono una decina di testimonianze, per lo più epistolari, accessibili grazie all’infaticabile lavoro di Doriana Ricci, erede testamentaria di Rossanda.

NON È CASUALE che in apertura si legga un necrologio, Il mio amico Togliatti, dove c’è un consenso largo e simpatetico non tanto alla linea di un partito, il Pci, quanto alla franchezza di un leader, Togliatti, che incarna in prima persona l’etica dei comunisti italiani e, involontariamente, richiama il gelido profilo dei comunisti francesi che sono al vertice del Pcf.

Del resto Sartre, insieme con Simone de Beauvoir, frequenta assiduamente l’Italia e si lega d’amicizia con alcuni comunisti anche molto lontani dalle sue posizioni, per esempio Mario Alicata. Ma non è nemmeno un caso che l’attenzione di Rossanda, nei frangenti immediatamente successivi, vada al mondo della contestazione, alla crisi irreversibile dell’Urss con l’invasione della Cecoslovacchia e alla definitiva messa in discussione, di fronte all’insorgenza dei movimenti giovanili e delle rivendicazioni operaie, della stessa forma-partito.

SU TUTTO questo interroga Sartre, il quale, non che si sottragga, ma è come se volesse smarcarsene. Sta diventando vecchio e cieco, vive in un appartamento della Tour Montparnasse (in un ménage di cui dice il libro toccante, testamentario, che gli dedica Simone de Beauvoir, La cerimonia degli addii, ’81) e sta scrivendo un’opera grandiosa e perfettamente impolitica, L’idiota della famiglia, tremila pagine inconcluse dove si interroga su come possa l’esperienza umana fondarsi e riconoscersi nell’atto di parola, quasi obiettivando la domanda che aveva rivolto a sé medesimo nello scrivere una delle sue opere maggiori, Le parole (’64).

Costui è lo stesso uomo che va a parlare agli operai davanti alla Renault di Billancourt, che finanzia e vende di persona sui boulevard La cause du peuple (foglio dei maoisti, «les mao», da cui è tratta La chinoise di Jean-Luc Godard), che collabora alla pari con i militanti dei groupuscules (vedi le conversazioni di Ribellarsi è giusto, Einaudi 1975) persuaso che tra il pensare e l’agire la scissione sia definitiva e, perciò, occorra intervenire nella concretezza o, anzi, nella immediatezza dello spazio e del tempo. Colui che era stato prima un marxisant antipositivista (per intendersi, l’antipode di un Althusser), poi a lungo un pensatore «antigerarchico», infine approda a un agire politico che corrisponde ad una permanente messa in questione di sé e delle cose del mondo.

NEL SUO SAGGIO più impegnativo, scritto nel ’73 per «aut-aut» dal titolo Sartre e la pratica politica, Rossanda coglie il senso di una presenza che nei pieni anni settanta a qualcuno è potuta invece sembrare di abbandono o di deriva: «A Sartre va riconosciuto di aver rischiato, nell’intervento politico, non solo il favore dei potenti, ma la propria stessa immagine, il proprio ascolto, la propria parte sicura di intellettuale, gettando a mare la soluzione più facile: una coerenza sul puro terreno delle idee, dove le verifiche sono sempre vaghe e le sconfitte sempre opinabili». Perciò ne individua la eredità non in una qualche dottrina ma nella permanente incandescenza e nella perpetuità medesima del rapporto fra politica e morale. Lo ribadisce nello stupendo necrologio, Una vita splendida, che esce sul manifesto il 17 aprile del 1980 alla vigilia del funerale del filosofo a Montparnasse, quando scrive che il suo marxismo era «un tumultuoso procedere di uomini e masse spinti dal bisogno».

Ma le esequie di Sartre preludevano a un rapido processo di diffamazione e, presto, di smaltimento o rimozione. «Les mao» erano ormai dei nouveaux philosophes, dei convinti conservatori e in taluni casi dei reazionari, comunque capaci di rinfacciare al maestro, che oramai compativano preferendogli Raymond Aron, persino una scarsa filologia nella lettura di Marx. E però l’amica Rossana aveva visto giusto perché Jean-Paul Sartre, a differenza di taluni suoi mediocri allievi, era un borghese diventato e rimasto per tutta la vita un anti-borghese, il quale amava ripetere, infatti, che ogni anticomunista è un cane: c’è da immaginare che questo, soprattutto, non gli verrà mai perdonato.

martedì 31 dicembre 2024

Guccini



Aldo Cazzullo, La Locomotiva? Non era violenta. Incredibile, ho un amico cardinale
Corriere della Sera, 31 dicembre 2024


 È vero che negli anni più bui del terrorismo lei evitava di cantare la Locomotiva nei concerti? «No. Perché avrei dovuto?».
Non ha mai avuto timore che qualcuno ne fosse suggestionato?

«E prendesse una locomotiva per gettarsi contro un treno?».

No. Che prendesse le armi.

«Certo che no. È una canzone politica, ma è prima di tutto una suggestione letteraria. È ispirata al fascino del movimento anarchico di fine 800 e inizio 900. Figure come Gaetano Bresci e Carlo Cafiero, pronte a morire per il loro ideale, l’uguaglianza tra gli uomini, e certo anche a dare alla morte; come Luigi Licheni, che uccide l’imperatrice Sissi con una lima».

Come ha scritto la Locomotiva?

«In venti minuti. Eppure è lunghissima: tredici strofe. Ma ogni volta che ne finivo una, mi venivano in mente le rime di quella successiva. All’ultima ero stremato. Una canzone nata fortunata».

Successo immenso.

«L’hanno pure tradotta in catalano: La locomotora. Nel 1977, poco dopo la morte di Franco, mi capitò di cantarla a Barcellona, in un bar sulle Ramblas. Si fermò ad ascoltarmi un gruppo di giovani baschi. Quando citai “la fiaccola dell’anarchia”, impazzirono».

Succedeva anche in Italia, nei concerti: tutti

in piedi a salutare a pugno chiuso.

«Ma io non pensavo al comunismo, pensavo ad “Addio Lugano bella” di Pietro Gori, a “Nel fosco fin del secolo morente” di Luigi Molinari, che per quella canzone finì in carcere, con l’accusa di aver acceso i moti in Lunigiana del 1893… Anni in cui i poveri facevano letteralmente la fame, anche sulle mie montagne».

... L’altra strofa della Locomotiva che infiammava il pubblico era: «E sembra dire ai contadini curvi quel fischio che si spande in aria, “fratello non temere che corro al mio dovere, trionfi la giustizia proletaria!”». Negli anni 70 molti giovani pensarono che la rivoluzione, che il partito comunista non voleva più fare, l’avrebbero fatta loro.

«Togliatti per due volte aveva chiarito che in Italia, dove erano arrivati gli americani, la rivoluzione era impossibile. Lo disse quando tornò dall’Unione Sovietica: la svolta di Salerno. E lo ripeté quando gli spararono, il 14 luglio 1948: “Non perdete la testa”. Erano anni cupi, più ancora degli anni di piombo. Nel dopoguerra la polizia sparava regolarmente su operai e contadini in sciopero. Nel 1950 lo fece a Modena, Togliatti adottò la sorella di una delle vittime».

Marisa Malagoli.

«Era il 9 gennaio quando la polizia aprì il fuoco sugli operai delle Fonderie che protestavano contro i licenziamenti. Avevo nove anni; chiusero le scuole e ci rimandarono a casa. I morti di Reggio Emilia invece sono del 1960. Nel gruppo dei brigatisti di Reggio c’erano parenti di ex partigiani. Una follia, figlia dell’ideologia. Ci vuole ben altro, per sollevare un popolo... E io, come ci siamo già detti, non sono mai stato comunista».


Musiche di Luigi Molinari
1894

Nel fosco fin del secolo morente,
sull'orizzonte cupo e desolato,
già spunta l'alba minacciosamente
del dì fatato.

Urlan l'odio, la fame ed il dolore
da mille e mille facce ischeletrite
ed urla col suo schianto redentore
la dinamite.

Siam pronti e dal selciato d'ogni via,
spettri macàbri del momento estremo,
sul labbro il nome santo d'Anarchia,
insorgeremo.

Per le vittime tutte invendicate,
là nel fragor dell'epico rimbombo,
compenseremo sulle barricate
piombo con piombo.

E noi cadrem in un fulgor di gloria,
schiudendo all'avvenir novella via:
dal sangue spunterà la nuova istoria
dell'Anarchia.


Musiche di Pietro Gori

1894
Addio, Lugano bella,
o dolce terra pia,
cacciati senza colpa
gli anarchici van via

e partono cantando
con la speranza in cor.

Ed è per voi sfruttati,
per voi lavoratori,
che siamo ammanettati
al par dei malfattori;

eppur la nostra idea
non è che idea d'amor.

Anonimi compagni,
amici che restate,
le verità sociali
da forti propagate:

è questa la vendetta
che noi vi domandiam.

Ma tu che ci discacci
con una vil menzogna,
repubblica borghese,
un dì ne avrai vergogna

ed oggi t'accusiamo
di fronte all'avvenir.

Banditi senza tregua,
andrem di terra in terra
a predicar la pace
ed a bandir la guerra:

la pace tra gli oppressi,
la guerra agli oppressor.

Elvezia, il tuo governo
schiavo d'altrui si rende,
di un popolo gagliardo
le tradizioni offende

e insulta la leggenda
del tuo Guglielmo Tell.

Addio, cari compagni,
amici luganesi,
addio, bianche di neve
montagne ticinesi,

i cavalieri erranti
son trascinati al nord.

domenica 25 agosto 2024

Come si diventa antifascisti

 

Filippo La Porta, Lungo viaggio nella giovinezza sempre tradita, la Repubblica, 25 agosto 2024

... Mettiamo che in prima liceo vi mettano nello stesso banco con il figlio primogenito del Duce, Vittorio Mussolini (di cui divenite sodale e amico fraterno). E' accaduto a Ruggero Zangrandi nel 1929 al Tasso di Roma. [Il giovane liceale era allora fascista come il suo amico]. Nel pomeriggio andava a fare i compiti a Villa Torlonia, residenza di Mussolini. [Nel 1948 Zangrandi pubblica da Einaudi Il lungo viaggio, che è la storia, individuale e ambientale, di una conversione all'antifascismo. L'espressione stessa del titolo servirà a designare il percorso di una intera generazione, quella del "lungo viaggio", appunto]. Quando esce il libro, la destra lo accusa di tradimento, la sinistra di ambiguità. Soltanto una recensione positiva del "tattico" Togliatti lo salva dall'ostracismo.

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Pubblichiamo il testo di quella recensione, uscita sul numero 1, anno V, di Rinascita (gennaio 1948).
Ruggero Zangrandi, Il lungo viaggio, Einaudi, Torino, 1948, pp. 167.

Mi pare che questo libro sia il più interessante e il più utile di quanti sino ad ora siano stati scritti circa la crisi che la giovane generazione italiana ha attraversato dopo il 1930, e che ha portato una grande parte dei giovani di allora a staccarsi dal fascismo e persino a combattere contro di esso. Forse esagera lo Zangrandi nel dire che la storia ch'egli racconta sia quella di tutta una generazione. Molti giovani di quella generazione hanno seguìto una via diversa, alcune volte più diritta, altre volte più tortuosa e anche senza sbocchi; un viaggio il quale parte dalla familiarità col figlio di Mussolini, con la famiglia del "duce" e con i gerarchi più in vista, e termina con l'attività clandestina per l'organizzazione di un "partito socialista rivoluzionario", è però certamente un lungo viaggio, e contiene senza dubbio il maggior numero di momenti caratteristici della evoluzione ideale e politica di una generazione intiera. Certo, il punto di partenza è molto confuso. Questi giovani pensavano a un fascismo "universale", ed raccogliendosi sotto questa insegna elaboravano una loro soluzione dei grandi problemi della nazione, dell'Europa e dell'umanità. La loro ispirazione era conforme con la sostanza dell'animo giovanile, che è fatta di coerenza e di intransigenza; - coerenza in tutte le manifestazioni della vita con i principî accolti all'inizio, intransigenza nell'applicazione di questi principî a tutti i campi di attività. Se questi giovani fossero stati degli scettici, o dei corrotti, o dei disincantati, nulla sarebbe uscito di nuovo dalle loro menti, così come nulla uscì dal vano agitarsi dei gerarchi attorno ai posti di direzione del partito e dello Stato.
Appunto perché credevano nelle idee predicate dal fascismo tra i giovani e per i giovani, questi giovani hanno potuto iniziare e condurre a termine un così lungo viaggio, e la loro generazione ha avuto una funzione e una storia. Non bisogna però ricercare nel libro dello Zangrandi l'esposizione di una evoluzione di posizioni ideali. Questa esposizione non c'è; ma in questo appunto mi sembra consista l'interesse più grande del libro, di cui la maggior parte delle pagine trattano questioni che noi chiameremmo "di organizzazione", e riguardano la composizione e la consistenza dei diversi gruppi di giovani fascisti "oppositori", il modo ch'essi avevano di collegarsi tra di loro, di svolgere un'azione, di fare del proselitismo, e così via.
Lo Zangrandi stesso, del resto, avverte e segnala la importanza della cosa: sin dal primo momento, sin da quando cioè erano ancora veramente e propriamente fascisti, tanto per le idee quanto per l'attività, questi giovani sentivano il bisogno di organizzarsi tra di loro clandestinamente. Questo vuol dire ch'era nascosta in loro e istintiva la ribellione al "regime" come tale, di cui coglievano l'ipocrisia nelle parole e nei gesti, e tutta la loro storia non è che la storia del dispiegarsi di questo stato d'animo e del suo diventar cosciente, sino a generare orientamenti ideali e pratici nuovi. Per noi comunisti soprattutto, e in particolare per quelli di noi che hanno sempre sostenuto la necessità per i vecchi antifascisti di accostarsi alle nuove generazioni "fasciste", iniziare un colloquio, la descrizione di questo sviluppoha un grandissimo valore. Da essa ricaviamo ancora una volta la convinzione che fra noi e una massa ingente di giovani fascisti , la distanza enorme da cui sembrava che ci muovessimo era dovuta per gran parte a un malinteso. Anche essi, in sostanza, erano per istinto in rivoltacontro quella società, ed è curioso e persino commovente per noi apprendere come lo Zangrandi, per fare il suo lavoro, di proselitismo e collegamento, dovesse far fronte alle stesse difficoltà, e affrontasse e risolvesse con metodi analoghi gli stessi problemi che si presentavano ai nostri organizzatori di cellule e legami clandestini. Bisogna riconoscere, però, che questa gioventù non ha trovato aiuti nel suo cammino, o ne ha trovato pochi, e non sempre della natura che sarebbe stato necessario. Se li avesse trovati nella misura adeguata e nelle forme adeguate, forse oggi la gioventù antifascista d'allora sarebbe più vicino a noi di quanto non sia. Noi restammo lontani per settarismo, i vecchi democratici per impotenza; Benedetto Croce per aperto disprezzo. Nemmeno dopo la liberazione il terreno perduto non è stato riconquistato, e tuttora siamo, su questo campo, molto più indietro di quanto sarebbe necessario e possibile. Sia benvenuto il libro dello Zangrandi se la sua lettura farà capire a molti democratici, socialisti e comunisti, che per giungere alla conquista della gioventù che fu, per convinzione, fascista, la strada da seguirsi può essere molto diversa da quella che s'immaginano coloro che vivono soltanto di tradizioni vive o morte, di parole, di frasi fatte o di amor proprio. Bisogna saper capire la realtà; e la realtà nello sviluppo reale di una generazione di giovani è oroginale e nuova quasi sempre e, vorremmo dire, "per definizione".
                                                                PALMIRO TOGLIATTI   


domenica 1 novembre 2015

Gramsci prigioniero non tanto avveduto


Gianpasquale Santomassimo
Gramsci vittima della sua strategia
il manifesto, 1 novembre 2015









A par­tire dai primi studi di Spriano, la vicenda dei ten­ta­tivi fal­liti di libe­rare Gram­sci ha cono­sciuto una for­tuna sto­rio­gra­fica che ne ha fatto un tema sem­pre più ricor­rente, e anche ine­lu­di­bile nella discus­sione sul comu­ni­smo ita­liano, per le impli­ca­zioni che con­te­neva attorno al con­tra­sto tra il «capo» dei comu­ni­sti e i suoi com­pa­gni che dall’estero tene­vano in vita le sten­tate for­tune di quel par­tito. Nel tempo si è tra­sfor­mato, anche, in un «genere let­te­ra­rio» aperto a scor­ri­bande com­plot­ti­sti­che, a pro­cessi som­mari basati su bran­delli di docu­menti decon­te­stua­liz­zati.
Oggi con il libro di Gior­gio Fabre (Lo scam­bio Come Gram­sci non fu libe­rato, Sel­le­rio «La dia­go­nale», pp. 536, euro 24,00) si esce deci­sa­mente dal com­plot­ti­smo o dalla reti­cenza (che è stata a esso spe­cu­lare), e la vicenda viene ripor­tata alla sua dimen­sione sto­rica effet­tiva, den­tro la quale però si annida anche un grumo di pen­sieri, di cose non dette e solo accen­nate o adom­brate, e che tali ine­vi­ta­bil­mente reste­ranno.
È un qua­dro molto ampio e fra­sta­gliato, di cui è impos­si­bile ren­dere conto in det­ta­glio. Forse non tutto è egual­mente signi­fi­ca­tivo, e non è detto che die­tro a ogni sin­golo gesto, sup­po­si­zione od omis­sione debba nascon­dersi parte di un dise­gno o di molti dise­gni che si inter­se­cano.
La trat­ta­zione segue le tre fasi che si suc­ce­dono: una prima col­le­gata a una spe­rata media­zione vati­cana tra potere fasci­sta e governo sovie­tico (scam­bio con vescovi) che si rivela incon­si­stente. Poi quello che Gram­sci defi­ni­sce il «ten­ta­tivo grande», fase più lunga, che inter­viene men­tre i rap­porti fra Ita­lia fasci­sta e Urss cono­scono un momento di incon­tro e col­la­bo­ra­zione (Patto di ami­ci­zia del set­tem­bre 1933), che non dà vita nep­pure sta­volta allo scam­bio auspi­cato ma che si con­clude comun­que con la con­ces­sione della «libertà con­di­zio­nale» presso le cli­ni­che di For­mia e poi di Roma. Libertà che diviene però ben pre­sto molto con­di­zio­nata e sor­ve­gliata e non si tra­duce nella con­ces­sione dell’espatrio in Rus­sia per ricon­giun­gersi alla fami­glia, che è l’ultimo ten­ta­tivo di un Gram­sci ormai pie­gato e desti­nato a spe­gnersi il 27 aprile del 1937.
Posto che la man­cata libe­ra­zione di Gram­sci dipese in ultima istanza dalla volontà di Mus­so­lini di man­te­nere uno stretto con­trollo sulla sua per­sona, la discus­sione che si apre riguarda il ruolo dei sovie­tici e, soprat­tutto, dei comu­ni­sti ita­liani.
Qui si pos­sono cogliere molte novità. Intanto, con­tra­ria­mente a quanto molti ave­vano adom­brato, si può dire che non viene mai meno l’impegno dei sovie­tici per otte­nere la libe­ra­zione di un loro uomo, mal­grado le cri­ti­che del 1926, rivolte non tanto alla mag­gio­ranza sta­li­niana quanto alle moda­lità di eser­ci­zio del suo pre­do­mi­nio. Più com­pli­cato e dolente è il qua­dro dei rap­porti con i com­pa­gni ita­liani. Lasciando da parte dis­sensi e dis­sa­pori sulle scelte dell’Internazionale, che pure agi­scono sullo sfondo, la que­stione si pone sui pochi e spesso male improv­vi­sati inter­venti nella que­stione. Alla fine, si può anche con­ve­nire con l’autore che «gli ita­liani non face­vano una gran bella figura» nella vicenda, sia per­ché «era dif­fi­cile tro­vare qual­che epi­so­dio che li vedesse posi­ti­va­mente coin­volti nei ten­ta­tivi di libe­ra­zione del loro lea­der», sia per­ché alcuni inter­venti furono con­tro­pro­du­centi e tali ven­nero seve­ra­mente giu­di­cati da Gram­sci. Imba­razzo e reti­cenza che accom­pa­gne­ranno tale memo­ria e che impe­di­ranno fino all’ultimo una rico­stru­zione veri­tiera della vicenda. Ma qui è giu­sto ricor­dare che i comu­ni­sti ita­liani si mos­sero sotto un con­di­zio­na­mento dif­fi­ci­lis­simo tanto da igno­rare quanto da accet­tare pie­na­mente.
Infatti la novità più rile­vante del libro è quella di porre al cen­tro di tutta la vicenda Gram­sci stesso, non solo in quanto oggetto di ini­zia­tive altrui ma soprat­tutto in quanto regi­sta e stra­tega delle tor­tuose strade che avreb­bero dovuto con­durre alla sua libe­ra­zione. Una stra­te­gia lar­ga­mente fal­li­men­tare, biso­gna pur dire. Fin dall’inizio, con una fidu­cia immo­ti­vata nella dispo­ni­bi­lità vati­cana a trat­tare il suo scam­bio. Ma soprat­tutto con una stra­te­gia pro­ces­suale debo­lis­sima e che si sarebbe rive­lata all’origine di tutti i con­tra­sti e di tutte le ama­rezze vis­sute nel rap­porto con i com­pa­gni ita­liani.
Volontà di Gram­sci era che gli ita­liani si tenes­sero fuori da ogni aspetto di quella trat­ta­tiva, inte­ra­mente deman­data all’impulso sovie­tico. Una pesante intro­mis­sione era stata con­si­de­rata la «fami­ge­rata» let­tera di Grieco del 1928, sulla quale molto si è scritto, e che pro­curò in Gram­sci un’irritazione desti­nata a riaf­fio­rare nel tempo, men­tre non suscitò rea­zioni simili in Ter­ra­cini e Scoc­ci­marro, che erano gli altri desti­na­tari della mis­siva. Al riguardo, biso­gne­rebbe comin­ciare pure a chie­dersi se dav­vero una poli­zia effi­cien­tis­sima come quella fasci­sta avesse biso­gno della let­tera di Grieco per «sco­prire» che Gram­sci era uno dei mas­simi diri­genti del par­tito comu­ni­sta. Ma tutta la stra­te­gia pre­scelta pun­tava ad atte­nuare e porre in dub­bio l’esercizio di quel ruolo diri­gente: il che com­por­tava anche la rac­co­man­da­zione di evi­tare cam­pa­gne pro­pa­gan­di­sti­che volte a riven­di­care la sua libe­ra­zione.
A que­sto era par­ti­co­lar­mente dif­fi­cile atte­nersi, per un par­tito clan­de­stino in patria e che aveva un com­pito natu­rale di mobi­li­ta­zione di coscienze sul piano inter­na­zio­nale. Tanto più diverrà dif­fi­cile col pas­sare del tempo, quando, ad esem­pio, col patto di unità d’azione siglato con i socia­li­sti nel 1934 il nome di San­dro Per­tini verrà sta­bil­mente ad asso­ciarsi a quello di Ter­ra­cini tra le vit­time del car­cere fasci­sta di cui si chie­deva la libe­ra­zione.
Al riguardo, è sin­go­lare che in que­sta let­te­ra­tura non si sia mai tenuto conto della let­tera di Togliatti a Turati del 30 otto­bre 1930, nella quale veni­vano segna­late le gravi con­di­zioni di salute di Per­tini nel car­cere di Santo Ste­fano, si invi­tava a una mobi­li­ta­zione uni­ta­ria e si sug­ge­riva di inol­trare la richie­sta di tra­sfe­ri­mento a un car­cere più ido­neo: come poi avvenne, nel carcere-sanatorio di Turi nel quale era recluso anche Gram­sci (San­dro Per­tini com­bat­tente per la libertà, a cura di S. Caretti e M. Degl’Innocenti, Lacaita 2006, pp. 70–71). La vicenda, tanto più signi­fi­ca­tiva per­ché avve­nuta in piena epoca di «social­fa­sci­smo», fa com­pren­dere come da parte comu­ni­sta si tenes­sero unite le dimen­sioni dell’agitazione poli­tica e dell’esperire le vie «legali» con­sen­tite dai rego­la­menti.
Se si eccet­tuano cadute appros­si­ma­tive e dilet­tan­te­sche (il modo in cui Azione popo­lare del 29 dicem­bre 1934, diretta da Teresa Noce, diede conto della scar­ce­ra­zione di Gram­sci, irri­gi­dendo la posi­zione di Mus­so­lini e dando luogo a quello che ancora nel 1969 Sraffa defi­niva un «disa­stro» rispetto alle spe­ranze di Gram­sci), la posi­zione del gruppo diri­gente comu­ni­sta fu nel com­plesso di accet­ta­zione della richie­sta di Gram­sci, se pure non con­di­visa e rite­nuta sicu­ra­mente one­rosa sul piano poli­tico. Anche il ruolo di Togliatti emerge come par­ti­co­lar­mente rispet­toso della per­so­na­lità dell’amico e vòlto a sal­va­guar­darne la memo­ria, attri­buen­do­gli per­fino colo­rite espres­sioni con­tro Tro­tskij nel momento in cui Grieco, Di Vit­to­rio e altri sol­le­ci­ta­vano un pro­cesso postumo con­tro Gram­sci, che riu­scì a bloc­care. A Togliatti si deve in larga misura anche l’invenzione della frase eroica pro­nun­ciata di fronte al Tri­bu­nale spe­ciale, dibat­ti­mento che invece si svolse in forma timida e sten­tata.
Quando all’inizio del 1934 Dimi­trov venne espulso dalla Ger­ma­nia, dopo avere trion­fato con­tro il Tri­bu­nale nazi­sta, Gram­sci dovette pro­ba­bil­mente porsi delle que­stioni e venire assa­lito da dubbi. Per­ché la stra­te­gia seguita dall’«eroe di Lip­sia» era stata esat­ta­mente oppo­sta a quella che Gram­sci aveva pre­scelto: poli­ti­ciz­zare al mas­simo il dibat­ti­mento, dare a esso la mas­sima pub­bli­cità, con­vo­gliare l’attenzione della stampa e dell’opinione pub­blica inter­na­zio­nale.
Gli ultimi anni di Gram­sci furono ama­ris­simi, segnati da delu­sione e sco­ra­mento, da sen­sa­zioni di abban­dono e tra­di­mento. Un esito di cui fu cer­ta­mente vit­tima, ma che in qual­che misura con­tri­buì anche a determinare.

https://palomarblog.wordpress.com/2015/10/21/come-gramsci-non-fu-liberato/

mercoledì 9 settembre 2015

Napolitano e Malaparte a Capri




Autore dell'intervista, che risale al 29 ottobre 2012, è Maurizio Serra, autore di Malaparte vite e leggende, Marsilio 2012.


Signor Presidente, potrebbe raccontare in quali circostanze fece la conoscenza di Malaparte?
«Fu nel gennaio 1944, a Capri, dove una parte della mia famiglia era stata evacuata. Napoli aveva subito più di cento bombardamenti devastanti e la liberazione era stata seguita dalla carestia, nell'inverno 1943-44. Nondimeno, la città ricominciava a vivere e avevamo appena pubblicato il primo (e solo) numero di una rivista intitolata ‘‘Latitudine'', vicina ai comunisti ma indipendente, che affrontava temi audaci come l'ermetismo, il surrealismo e la letteratura americana, e conteneva citazioni di autori eretici come Gide e Malraux. Ebbi l'idea di andare a farne omaggio a Malaparte».

Quale fu la sua reazione?
«Devo dire innanzitutto che noialtri giovani universitari napoletani, appassionati di letteratura, di poesia, di teatro, di cinema, formavamo una comunità molto vivace già nel 1942-43, prima della caduta del fascismo. Ho debuttato io stesso come critico cinematografico e regista nel teatro universitario, accanto ad amici che si sono fatti conoscere in seguito come Giuseppe Patroni Griffi, Luigi Compagnone, Raffaele La Capria, Francesco Rosi, Massimo Caprara, futuro segretario di Togliatti. Eravamo quindi orientati a sinistra, ma non condividevamo il pregiudizio contro Malaparte dei dirigenti comunisti appena usciti dalla clandestinità. Anzi, la copertina rosso sangue di ‘‘Prospettive'', che si apriva con il suo grande servizio dall'assedio di Leningrado, intitolato ‘‘Sangue operaio'', ci aveva entusiasmati. Considero ancora oggi che le corrispondenze de ‘‘Il Volga nasce in Europa'' rappresentino quel che ha scritto di meglio, con ‘‘Kaputt''. Per farla breve, non conoscevamo il suo passato d'uomo compromesso col regime, ma, in quanto intellettuale, lo sentivamo vicino a noi».

E il suo atteggiamento lo confermò?
«Assolutamente, fu prodigo di elogi e ci incoraggiò a continuare. Purtroppo la nostra rivista era stata accolta male dai responsabili della federazione napoletana del Pci, il che ne provocò la fine e accrebbe le mie perplessità riguardo al partito. Decisi allora di prendere le distanze e andai a fare la mia prima esperienza di lavoro in una filiale della Croce Rossa americana, a Capri, che era stata trasformata in campo di riposo dell'aviazione degli Stati Uniti. Ciò mi diede l'occasione di vedere Malaparte molto spesso, quasi quotidianamente, fino all'incirca all'autunno 1944, allorché le nostre strade si separarono. Con me era di una grande disponibilità, cosa che mi colpiva, anche perché tutti lo conoscevano, ma piuttosto da lontano. Era considerato un eccentrico e si mescolava poco alla vita locale. Aveva, in definitiva, pochi amici, tra cui l'ambasciatore Rulli».

Come si svolgevano i vostri incontri?
«Non appena lasciavo il lavoro, lo raggiungevo all'albergo Quisisana, che era il suo punto d'incontro. Da lì ci dirigevamo a piedi alla casa di Capo Masullo, lungo uno degli itinerari più pittoreschi dell'isola, che da un golfo immette sull'altro. Bisognava risalire una scalinata intagliata nella roccia di più di cento gradini, ma lui non aveva mai bisogno di riprendere fiato. Dopo di che, si arrivava a ‘‘Casa come Me'': l'ingresso incredibile, che sembrava quello di una nave, si apriva sul grande salone arredato con mobili finlandesi, che allora erano d'avanguardia, fino alla sua scrivania, con la macchina da scrivere di fronte all'immensa vetrata sui Faraglioni, i tre scogli forse più impressionanti del Mediterraneo... La sua conversazione era straordinaria, faceva girare la testa. Non avevo ancora compiuto diciannove anni, ma potevo rendermi conto lo stesso che affabulava quasi a ogni frase: era comunque uno spettacolo indimenticabile. Dire che avesse una grande opinione di sé è dir poco; ma aveva anche una spiccata capacità di seduzione, un fascino notevole. Parlava di tutto: i suoi incontri, i suoi viaggi, le sue idee sull'arte e l'avvenire del mondo. Era quasi una replica di ‘‘Kaputt'' che si svolgeva sotto i miei occhi, cosa che ho capito solo più tardi, quando mi offrì la prima edizione del libro, pubblicata dall'editore Casella, a Napoli, con una dedica molto lusinghiera: ‘‘A Giorgio Napolitano, che non perde mai la calma, nemmeno durante l'Apocalisse'', con riferimento alle devastazioni di Napoli.
Purtroppo, ho imprestato il libro a Maria Antonietta Macciocchi, che non me lo ha mai restituito».

Malaparte si era avvicinato al Pci in quel momento.
«Direi che era un comunista quasi dichiarato. Si figuri che mi confidò di essere pronto ad aprire una scuola di leninismo nella sua casa! Togliatti, sbarcato a Napoli al ritorno dall'Unione Sovietica, il 27 marzo 1944, si precipitò a trovarlo dopo pochi giorni, accompagnato da due dirigenti del pci napoletano, Eugenio Reale, futuro ambasciatore a Varsavia, e Velio Spano, che fu il primo direttore de ‘‘l'Unità'': Togliatti non attese neppure di pronunciare il suo grande discorso dell'11 aprile sulla necessità di una svolta nazionale nella nuova politica del partito. L'incontro fu molto cordiale. Malaparte mi raccontò di essere stato molto impressionato da Togliatti, il quale lo avrebbe addirittura messo in difficoltà, parlandogli di Stendhal, che Malaparte si vantava di aver introdotto in Italia! Fu allora che venne autorizzato a diventare corrispondente del quotidiano comunista sul fronte di Firenze, a condizione di adottare uno pseudonimo, Gianni Strozzi».

In cambio, scrisse per Togliatti la celebre autobiografia.
«Sì, e all'indomani della morte di Malaparte, sarà pubblicata su ‘‘Rinascita'', accompagnata da un elogio vibrante del segretario generale al valore e alla... sincerità di quel documento. Era anche vicino, in quel periodo, ai servizi americani. Gli americani controllavano Capri, che avevano occupato una ventina di giorni prima della liberazione di Napoli. Malaparte provò anche a mettere in piedi un corpo di spedizione per combattere i tedeschi. Le adesioni si raccoglievano in un caffè. Mi sono iscritto anch'io. Naturalmente, non se n'è fatto nulla».

La collaborazione con il Pci s'interruppe poco dopo la liberazione di Firenze, nell'agosto 1944.
«Già qualche mese prima, dopo la liberazione di Roma, alcuni dirigenti influenti del partito, come Mario Alicata, avevano denunciato i trascorsi fascisti di Malaparte. La cosa prese rapidamente delle proporzioni tali che Togliatti, pur rammaricandosene, non fu più in condizione di difenderlo».

Ma Togliatti lo salvò dai rigori dell'epurazione, nonostante Malaparte fosse scivolato subito dopo nel campo anticomunista.
«È probabile. Ma ufficialmente i rapporti furono rotti a ogni livello, il che riguardava anche me, visto che nel frattempo ero entrato nel partito. A Napoli continuavamo a svolgere una grande azione culturale, in un clima di effervescenza ben diverso da quello di prostrazione, descritto ne ‘‘La pelle''. Alicata era diventato condirettore di un quotidiano frontista, ‘‘La Voce'', e mi propose di fondare con altri due compagni una associazione culturale per ampliare il nostro uditorio. Potei così invitare delle personalità straniere. Ricordo l'accoglienza calorosa che riservammo a Eluard, che recitò meravigliosamente i suoi versi nell'anfiteatro del Conservatorio, e che è rimasto uno dei miei poeti prediletti. Più tardi, fu la volta di Pablo Neruda, che scrisse e pubblicò a Napoli, in edizione privata, alcuni dei suoi poemi più belli. Ma con Malaparte erano tagliati tutti i ponti. Mi è capitato di incontrarlo più di una volta nei corridoi della Camera, all'inizio degli anni cinquanta. Io cominciavo la carriera politica e lui ci veniva come giornalista. I nostri sguardi si sono incrociati, ma abbiamo evitato di salutarci. Lei si deve ricollocare nella mentalità dell'epoca».

Fu il vostro ultimo contatto?
«No, ho seguito con interesse il suo riavvicinamento al partito, nel 1956-57, quando partì per l'Urss e la Cina e inviò delle corrispondenze sempre scintillanti a ‘‘Vie Nuove'', diretto da Maria Antonietta Macciocchi. E beninteso sono andato a trovarlo, al suo ritorno, alla ‘‘Sanatrix''».

Come l'accolse?
«Nel modo più naturale del mondo, come se ci fossimo appena lasciati. Non perdeva mai il senso della battuta, nemmeno sul letto di morte. Sembrava che niente potesse sorprenderlo. Mi ricordo che Togliatti stava uscendo, mentre entravo, e Malaparte commentò: ‘‘Che impressione mi ha fatto Togliatti! Sembra un vecchio saggio...''».






Signor Presidente, potrebbe raccontare in quali circostanze fece la conoscenza di Malaparte? Fu nel gennaio 1944, a Capri, dove una parte della mia famiglia era stata evacuata. Napoli aveva subito più di cento bombardamenti devastanti e la liberazione era stata seguita dalla carestia, nell’inverno 1943-44. Nondimeno, la città ricominciava a vivere
e avevamo appena pubblicato il primo (e solo) numero di una rivista intitolata «Latitudine», vicina ai comunisti ma indipendente, che affrontava temi audaci come l’ermetismo, il surrealismo e la letteratura americana, e conteneva citazioni di autori eretici come Gide e Malraux. Ebbi l’idea di andare a farne omaggio a Malaparte.
Quale fu la sua reazione?
Devo dire innanzitutto che noialtri giovani universitari napoletani, appassionati di letteratura, di poesia, di teatro, di cinema, formavamo una comunità molto vivace già nel 1942-43, prima della caduta del fascismo. Ho debuttato io stesso come critico cinematografico e regista nel teatro universitario, accanto ad amici che si sono fatti conoscere in seguito come Giuseppe Patroni Griffi, Luigi Compagnone, Raffaele La Capria, Francesco Rosi, Massimo Caprara, futuro segretario di Togliatti. Eravamo quindi orientati a sinistra, ma non condividevamo il pregiudizio contro Malaparte dei dirigenti comunisti appena usciti dalla clandestinità. Anzi, la copertina rosso sangue di «Prospettive», che si apriva con il grande servizio dall’assedio di Leningrado, intitolato Sangue operaio, ci aveva entusiasmati. Considero ancora oggi che le corrispondenze de Il Volga nasce in Europa rappresentino quel che ha scritto di meglio, con Kaputt. Per farla breve, non conoscevamo il suo passato d’uomo compromesso col regime, ma, in quanto intellettuale, lo sentivamo vicino a noi.
E il suo atteggiamento lo confermò?
Assolutamente, fu prodigo di elogi e ci incoraggiò a continuare. Purtroppo la nostra rivista era stata accolta male dai responsabili della federazione napoletana del pci, il che ne provocò la fine e accrebbe le mie perplessità riguardo al partito. Decisi allora di prendere le distanze e andai a fare la mia prima esperienza di lavoro in una filiale della Croce Rossa americana, a Capri, che era stata trasformata in campo di riposo dell’aviazione degli Stati Uniti. Ciò mi diede l’occasione di vedere Malaparte molto spesso, quasi quotidianamente, fino all’incirca all’autunno 1944, allorché le nostre strade si separarono. Con me era di una grande disponibilità, cosa che mi colpiva, anche perché tutti lo conoscevano, ma piuttosto da lontano. Era considerato un eccentrico e si mescolava poco alla vita locale. Aveva, in definitiva, pochi amici, tra cui l’ambasciatore Rulli.
Come si svolgevano i vostri incontri?
Non appena lasciavo il lavoro, lo raggiungevo all’albergo Quisisana, che era il suo punto d’incontro. Da lì ci dirigevamo a piedi alla casa di Capo Masullo, lungo uno degli itinerari più pittoreschi dell’isola, che da un golfo immette sull’altro. Bisognava risalire una scalinata intagliata nella roccia di più di cento gradini, ma lui non aveva mai bisogno di riprendere fiato. Dopo di che, si arrivava a «Casa come Me»: l’ingresso incredibile, che sembrava quello di una nave, si apriva sul grande salone arredato con mobili finlandesi, che allora erano d’avanguardia, fino alla sua scrivania, con la macchina da scrivere di fronte all’immensa vetrata sui Faraglioni, i tre scogli forse più impressionanti del Mediterraneo… La sua
conversazione era straordinaria, faceva girare la testa. Non avevo ancora compiuto diciannove anni, ma potevo rendermi conto lo stesso che affabulava quasi a ogni frase: era comunque uno spettacolo indimenticabile. Dire che avesse una grande opinione di sé è dir poco; ma aveva anche una spiccata capacità di seduzione, un fascino notevole. Parlava di tutto: i suoi incontri, i suoi viaggi, le sue idee sull’arte e l’avvenire del mondo. Era quasi una replica di
Kaputt che si svolgeva sotto i miei occhi, cosa che ho capito solo più tardi, quando mi offrì la prima edizione del libro, pubblicata dall’editore Casella, a Napoli, con una dedica molto lusinghiera: «A Giorgio Napolitano, che non perde mai la calma, nemmeno durante l’Apocalisse», con riferimento alle devastazioni di Napoli. Purtroppo, ho imprestato il libro a Maria Antonietta Macciocchi, che non me lo ha mai restituito.
Malaparte si era avvicinato al PCI in quel momento.
Direi che era un comunista quasi dichiarato. Si figuri che mi confidò di essere pronto ad aprire una scuola di leninismo nella sua casa! Togliatti, sbarcato a Napoli al ritorno dall’Unione Sovietica, il 27 marzo 1944, si precipitò a trovarlo dopo pochi giorni, accompagnato da due dirigenti del pci napoletano, Eugenio Reale, futuro ambasciatore a Varsavia, e Velio Spano, che fu il primo direttore de «l’Unità»: Togliatti non attese neppure di pronunciare il suo grande discorso dell’11 aprile sulla necessità di una svolta nazionale nella nuova politica del partito. L’incontro fu molto cordiale. Malaparte mi raccontò di essere stato molto impressionato da Togliatti, il quale lo avrebbe addirittura messo in difficoltà, parlandogli di Stendhal, che Malaparte si vantava di aver introdotto in Italia! Fu allora che venne autorizzato a diventare corrispondente del quotidiano comunista sul fronte di Firenze, a condizione di adottare uno pseudonimo, Gianni Strozzi.
In cambio, scrisse per Togliatti la celebre autobiografia.
Sì, e all’indomani della morte di Malaparte, sarà pubblicata su «Rinascita», accompagnata da un elogio vibrante del segretario generale al valore e alla… sincerità di quel documento.
Era anche vicino, in quel periodo, ai servizi americani.
Gli americani controllavano Capri, che avevano occupato una ventina di giorni prima della liberazione di Napoli. Malaparte provò anche a mettere in piedi un corpo di spedizione per combattere i tedeschi. Le adesioni si raccoglievano in un caffè. Mi sono iscritto anch’io. Naturalmente, non se n’è fatto nulla.
La collaborazione con il PCI s’interruppe poco dopo la liberazione di Firenze, nell’agosto 1944.
Già qualche mese prima, dopo la liberazione di Roma, alcuni dirigenti influenti del partito, come Mario Alicata, avevano denunciato i trascorsi fascisti di Malaparte. La cosa prese rapidamente delle proporzioni tali che Togliatti, pur rammaricandosene, non
fu più in condizione di difenderlo.
Ma Togliatti lo salvò dai rigori dell’epurazione, nonostante Malaparte fosse scivolato subito dopo nel campo anticomunista.
È probabile. Ma ufficialmente i rapporti furono rotti a ogni livello, il che riguardava anche me, visto che nel frattempo ero entrato nel partito. A Napoli continuavamo a svolgere una grande azione culturale,
in un clima di effervescenza ben diverso da quello di prostrazione, descritto ne La pelle. Alicata era diventato condirettore di un quotidiano frontista, «La Voce», e mi propose di fondare con altri due compagni una associazione culturale per ampliare il nostro uditorio. Potei così invitare delle personalità straniere. Ricordo l’accoglienza calorosa che riservammo a Eluard, che recitò meravigliosamente i suoi versi nell’anfiteatro del Conservatorio, e che è rimasto uno dei miei poeti prediletti. Più tardi, fu la volta di Pablo Neruda, che scrisse e pubblicò a Napoli, in edizione privata,
alcuni dei suoi poemi più belli. Ma con Malaparte erano tagliati tutti i ponti. Mi è capitato di incontrarlo più di una volta nei corridoi della Camera, all’inizio degli anni cinquanta. Io cominciavo la carriera politica e lui ci veniva come giornalista. I nostri sguardi si sono incrociati, ma abbiamo evitato di salutarci. Lei si deve ricollocare nella mentalità dell’epoca.
Fu il vostro ultimo contatto?
No, ho seguito con interesse il suo riavvicinamento al partito, nel 1956-57, quando partì per l’urss e la Cina e inviò delle corrispondenze sempre scintillanti a «Vie Nuove», diretto da Maria Antonietta Macciocchi. E beninteso sono andato a trovarlo, al suo ritorno, alla «Sanatrix».
Come l’accolse?
Nel modo più naturale del mondo, come se ci fossimo appena lasciati. Non perdeva mai il senso della battuta, nemmeno sul letto di morte. Sembrava che niente potesse sorprenderlo. Mi ricordo che Togliatti stava uscendo, mentre entravo, e Malaparte commentò: «Che impressione mi ha fatto Togliatti! Sembra un vecchio saggio…».
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Signor Presidente, potrebbe raccontare in quali circostanze fece la conoscenza di Malaparte? Fu nel gennaio 1944, a Capri, dove una parte della mia famiglia era stata evacuata. Napoli aveva subito più di cento bombardamenti devastanti e la liberazione era stata seguita dalla carestia, nell’inverno 1943-44. Nondimeno, la città ricominciava a vivere
e avevamo appena pubblicato il primo (e solo) numero di una rivista intitolata «Latitudine», vicina ai comunisti ma indipendente, che affrontava temi audaci come l’ermetismo, il surrealismo e la letteratura americana, e conteneva citazioni di autori eretici come Gide e Malraux. Ebbi l’idea di andare a farne omaggio a Malaparte.
Quale fu la sua reazione?
Devo dire innanzitutto che noialtri giovani universitari napoletani, appassionati di letteratura, di poesia, di teatro, di cinema, formavamo una comunità molto vivace già nel 1942-43, prima della caduta del fascismo. Ho debuttato io stesso come critico cinematografico e regista nel teatro universitario, accanto ad amici che si sono fatti conoscere in seguito come Giuseppe Patroni Griffi, Luigi Compagnone, Raffaele La Capria, Francesco Rosi, Massimo Caprara, futuro segretario di Togliatti. Eravamo quindi orientati a sinistra, ma non condividevamo il pregiudizio contro Malaparte dei dirigenti comunisti appena usciti dalla clandestinità. Anzi, la copertina rosso sangue di «Prospettive», che si apriva con il grande servizio dall’assedio di Leningrado, intitolato Sangue operaio, ci aveva entusiasmati. Considero ancora oggi che le corrispondenze de Il Volga nasce in Europa rappresentino quel che ha scritto di meglio, con Kaputt. Per farla breve, non conoscevamo il suo passato d’uomo compromesso col regime, ma, in quanto intellettuale, lo sentivamo vicino a noi.
E il suo atteggiamento lo confermò?
Assolutamente, fu prodigo di elogi e ci incoraggiò a continuare. Purtroppo la nostra rivista era stata accolta male dai responsabili della federazione napoletana del pci, il che ne provocò la fine e accrebbe le mie perplessità riguardo al partito. Decisi allora di prendere le distanze e andai a fare la mia prima esperienza di lavoro in una filiale della Croce Rossa americana, a Capri, che era stata trasformata in campo di riposo dell’aviazione degli Stati Uniti. Ciò mi diede l’occasione di vedere Malaparte molto spesso, quasi quotidianamente, fino all’incirca all’autunno 1944, allorché le nostre strade si separarono. Con me era di una grande disponibilità, cosa che mi colpiva, anche perché tutti lo conoscevano, ma piuttosto da lontano. Era considerato un eccentrico e si mescolava poco alla vita locale. Aveva, in definitiva, pochi amici, tra cui l’ambasciatore Rulli.
Come si svolgevano i vostri incontri?
Non appena lasciavo il lavoro, lo raggiungevo all’albergo Quisisana, che era il suo punto d’incontro. Da lì ci dirigevamo a piedi alla casa di Capo Masullo, lungo uno degli itinerari più pittoreschi dell’isola, che da un golfo immette sull’altro. Bisognava risalire una scalinata intagliata nella roccia di più di cento gradini, ma lui non aveva mai bisogno di riprendere fiato. Dopo di che, si arrivava a «Casa come Me»: l’ingresso incredibile, che sembrava quello di una nave, si apriva sul grande salone arredato con mobili finlandesi, che allora erano d’avanguardia, fino alla sua scrivania, con la macchina da scrivere di fronte all’immensa vetrata sui Faraglioni, i tre scogli forse più impressionanti del Mediterraneo… La sua
conversazione era straordinaria, faceva girare la testa. Non avevo ancora compiuto diciannove anni, ma potevo rendermi conto lo stesso che affabulava quasi a ogni frase: era comunque uno spettacolo indimenticabile. Dire che avesse una grande opinione di sé è dir poco; ma aveva anche una spiccata capacità di seduzione, un fascino notevole. Parlava di tutto: i suoi incontri, i suoi viaggi, le sue idee sull’arte e l’avvenire del mondo. Era quasi una replica di
Kaputt che si svolgeva sotto i miei occhi, cosa che ho capito solo più tardi, quando mi offrì la prima edizione del libro, pubblicata dall’editore Casella, a Napoli, con una dedica molto lusinghiera: «A Giorgio Napolitano, che non perde mai la calma, nemmeno durante l’Apocalisse», con riferimento alle devastazioni di Napoli. Purtroppo, ho imprestato il libro a Maria Antonietta Macciocchi, che non me lo ha mai restituito.
Malaparte si era avvicinato al PCI in quel momento.
Direi che era un comunista quasi dichiarato. Si figuri che mi confidò di essere pronto ad aprire una scuola di leninismo nella sua casa! Togliatti, sbarcato a Napoli al ritorno dall’Unione Sovietica, il 27 marzo 1944, si precipitò a trovarlo dopo pochi giorni, accompagnato da due dirigenti del pci napoletano, Eugenio Reale, futuro ambasciatore a Varsavia, e Velio Spano, che fu il primo direttore de «l’Unità»: Togliatti non attese neppure di pronunciare il suo grande discorso dell’11 aprile sulla necessità di una svolta nazionale nella nuova politica del partito. L’incontro fu molto cordiale. Malaparte mi raccontò di essere stato molto impressionato da Togliatti, il quale lo avrebbe addirittura messo in difficoltà, parlandogli di Stendhal, che Malaparte si vantava di aver introdotto in Italia! Fu allora che venne autorizzato a diventare corrispondente del quotidiano comunista sul fronte di Firenze, a condizione di adottare uno pseudonimo, Gianni Strozzi.
In cambio, scrisse per Togliatti la celebre autobiografia.
Sì, e all’indomani della morte di Malaparte, sarà pubblicata su «Rinascita», accompagnata da un elogio vibrante del segretario generale al valore e alla… sincerità di quel documento.
Era anche vicino, in quel periodo, ai servizi americani.
Gli americani controllavano Capri, che avevano occupato una ventina di giorni prima della liberazione di Napoli. Malaparte provò anche a mettere in piedi un corpo di spedizione per combattere i tedeschi. Le adesioni si raccoglievano in un caffè. Mi sono iscritto anch’io. Naturalmente, non se n’è fatto nulla.
La collaborazione con il PCI s’interruppe poco dopo la liberazione di Firenze, nell’agosto 1944.
Già qualche mese prima, dopo la liberazione di Roma, alcuni dirigenti influenti del partito, come Mario Alicata, avevano denunciato i trascorsi fascisti di Malaparte. La cosa prese rapidamente delle proporzioni tali che Togliatti, pur rammaricandosene, non
fu più in condizione di difenderlo.
Ma Togliatti lo salvò dai rigori dell’epurazione, nonostante Malaparte fosse scivolato subito dopo nel campo anticomunista.
È probabile. Ma ufficialmente i rapporti furono rotti a ogni livello, il che riguardava anche me, visto che nel frattempo ero entrato nel partito. A Napoli continuavamo a svolgere una grande azione culturale,
in un clima di effervescenza ben diverso da quello di prostrazione, descritto ne La pelle. Alicata era diventato condirettore di un quotidiano frontista, «La Voce», e mi propose di fondare con altri due compagni una associazione culturale per ampliare il nostro uditorio. Potei così invitare delle personalità straniere. Ricordo l’accoglienza calorosa che riservammo a Eluard, che recitò meravigliosamente i suoi versi nell’anfiteatro del Conservatorio, e che è rimasto uno dei miei poeti prediletti. Più tardi, fu la volta di Pablo Neruda, che scrisse e pubblicò a Napoli, in edizione privata,
alcuni dei suoi poemi più belli. Ma con Malaparte erano tagliati tutti i ponti. Mi è capitato di incontrarlo più di una volta nei corridoi della Camera, all’inizio degli anni cinquanta. Io cominciavo la carriera politica e lui ci veniva come giornalista. I nostri sguardi si sono incrociati, ma abbiamo evitato di salutarci. Lei si deve ricollocare nella mentalità dell’epoca.
Fu il vostro ultimo contatto?
No, ho seguito con interesse il suo riavvicinamento al partito, nel 1956-57, quando partì per l’urss e la Cina e inviò delle corrispondenze sempre scintillanti a «Vie Nuove», diretto da Maria Antonietta Macciocchi. E beninteso sono andato a trovarlo, al suo ritorno, alla «Sanatrix».
Come l’accolse?
Nel modo più naturale del mondo, come se ci fossimo appena lasciati. Non perdeva mai il senso della battuta, nemmeno sul letto di morte. Sembrava che niente potesse sorprenderlo. Mi ricordo che Togliatti stava uscendo, mentre entravo, e Malaparte commentò: «Che impressione mi ha fatto Togliatti! Sembra un vecchio saggio…».
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Signor Presidente, potrebbe raccontare in quali circostanze fece la conoscenza di Malaparte? Fu nel gennaio 1944, a Capri, dove una parte della mia famiglia era stata evacuata. Napoli aveva subito più di cento bombardamenti devastanti e la liberazione era stata seguita dalla carestia, nell’inverno 1943-44. Nondimeno, la città ricominciava a vivere
e avevamo appena pubblicato il primo (e solo) numero di una rivista intitolata «Latitudine», vicina ai comunisti ma indipendente, che affrontava temi audaci come l’ermetismo, il surrealismo e la letteratura americana, e conteneva citazioni di autori eretici come Gide e Malraux. Ebbi l’idea di andare a farne omaggio a Malaparte.
Quale fu la sua reazione?
Devo dire innanzitutto che noialtri giovani universitari napoletani, appassionati di letteratura, di poesia, di teatro, di cinema, formavamo una comunità molto vivace già nel 1942-43, prima della caduta del fascismo. Ho debuttato io stesso come critico cinematografico e regista nel teatro universitario, accanto ad amici che si sono fatti conoscere in seguito come Giuseppe Patroni Griffi, Luigi Compagnone, Raffaele La Capria, Francesco Rosi, Massimo Caprara, futuro segretario di Togliatti. Eravamo quindi orientati a sinistra, ma non condividevamo il pregiudizio contro Malaparte dei dirigenti comunisti appena usciti dalla clandestinità. Anzi, la copertina rosso sangue di «Prospettive», che si apriva con il grande servizio dall’assedio di Leningrado, intitolato Sangue operaio, ci aveva entusiasmati. Considero ancora oggi che le corrispondenze de Il Volga nasce in Europa rappresentino quel che ha scritto di meglio, con Kaputt. Per farla breve, non conoscevamo il suo passato d’uomo compromesso col regime, ma, in quanto intellettuale, lo sentivamo vicino a noi.
E il suo atteggiamento lo confermò?
Assolutamente, fu prodigo di elogi e ci incoraggiò a continuare. Purtroppo la nostra rivista era stata accolta male dai responsabili della federazione napoletana del pci, il che ne provocò la fine e accrebbe le mie perplessità riguardo al partito. Decisi allora di prendere le distanze e andai a fare la mia prima esperienza di lavoro in una filiale della Croce Rossa americana, a Capri, che era stata trasformata in campo di riposo dell’aviazione degli Stati Uniti. Ciò mi diede l’occasione di vedere Malaparte molto spesso, quasi quotidianamente, fino all’incirca all’autunno 1944, allorché le nostre strade si separarono. Con me era di una grande disponibilità, cosa che mi colpiva, anche perché tutti lo conoscevano, ma piuttosto da lontano. Era considerato un eccentrico e si mescolava poco alla vita locale. Aveva, in definitiva, pochi amici, tra cui l’ambasciatore Rulli.
Come si svolgevano i vostri incontri?
Non appena lasciavo il lavoro, lo raggiungevo all’albergo Quisisana, che era il suo punto d’incontro. Da lì ci dirigevamo a piedi alla casa di Capo Masullo, lungo uno degli itinerari più pittoreschi dell’isola, che da un golfo immette sull’altro. Bisognava risalire una scalinata intagliata nella roccia di più di cento gradini, ma lui non aveva mai bisogno di riprendere fiato. Dopo di che, si arrivava a «Casa come Me»: l’ingresso incredibile, che sembrava quello di una nave, si apriva sul grande salone arredato con mobili finlandesi, che allora erano d’avanguardia, fino alla sua scrivania, con la macchina da scrivere di fronte all’immensa vetrata sui Faraglioni, i tre scogli forse più impressionanti del Mediterraneo… La sua
conversazione era straordinaria, faceva girare la testa. Non avevo ancora compiuto diciannove anni, ma potevo rendermi conto lo stesso che affabulava quasi a ogni frase: era comunque uno spettacolo indimenticabile. Dire che avesse una grande opinione di sé è dir poco; ma aveva anche una spiccata capacità di seduzione, un fascino notevole. Parlava di tutto: i suoi incontri, i suoi viaggi, le sue idee sull’arte e l’avvenire del mondo. Era quasi una replica di
Kaputt che si svolgeva sotto i miei occhi, cosa che ho capito solo più tardi, quando mi offrì la prima edizione del libro, pubblicata dall’editore Casella, a Napoli, con una dedica molto lusinghiera: «A Giorgio Napolitano, che non perde mai la calma, nemmeno durante l’Apocalisse», con riferimento alle devastazioni di Napoli. Purtroppo, ho imprestato il libro a Maria Antonietta Macciocchi, che non me lo ha mai restituito.
Malaparte si era avvicinato al PCI in quel momento.
Direi che era un comunista quasi dichiarato. Si figuri che mi confidò di essere pronto ad aprire una scuola di leninismo nella sua casa! Togliatti, sbarcato a Napoli al ritorno dall’Unione Sovietica, il 27 marzo 1944, si precipitò a trovarlo dopo pochi giorni, accompagnato da due dirigenti del pci napoletano, Eugenio Reale, futuro ambasciatore a Varsavia, e Velio Spano, che fu il primo direttore de «l’Unità»: Togliatti non attese neppure di pronunciare il suo grande discorso dell’11 aprile sulla necessità di una svolta nazionale nella nuova politica del partito. L’incontro fu molto cordiale. Malaparte mi raccontò di essere stato molto impressionato da Togliatti, il quale lo avrebbe addirittura messo in difficoltà, parlandogli di Stendhal, che Malaparte si vantava di aver introdotto in Italia! Fu allora che venne autorizzato a diventare corrispondente del quotidiano comunista sul fronte di Firenze, a condizione di adottare uno pseudonimo, Gianni Strozzi.
In cambio, scrisse per Togliatti la celebre autobiografia.
Sì, e all’indomani della morte di Malaparte, sarà pubblicata su «Rinascita», accompagnata da un elogio vibrante del segretario generale al valore e alla… sincerità di quel documento.
Era anche vicino, in quel periodo, ai servizi americani.
Gli americani controllavano Capri, che avevano occupato una ventina di giorni prima della liberazione di Napoli. Malaparte provò anche a mettere in piedi un corpo di spedizione per combattere i tedeschi. Le adesioni si raccoglievano in un caffè. Mi sono iscritto anch’io. Naturalmente, non se n’è fatto nulla.
La collaborazione con il PCI s’interruppe poco dopo la liberazione di Firenze, nell’agosto 1944.
Già qualche mese prima, dopo la liberazione di Roma, alcuni dirigenti influenti del partito, come Mario Alicata, avevano denunciato i trascorsi fascisti di Malaparte. La cosa prese rapidamente delle proporzioni tali che Togliatti, pur rammaricandosene, non
fu più in condizione di difenderlo.
Ma Togliatti lo salvò dai rigori dell’epurazione, nonostante Malaparte fosse scivolato subito dopo nel campo anticomunista.
È probabile. Ma ufficialmente i rapporti furono rotti a ogni livello, il che riguardava anche me, visto che nel frattempo ero entrato nel partito. A Napoli continuavamo a svolgere una grande azione culturale,
in un clima di effervescenza ben diverso da quello di prostrazione, descritto ne La pelle. Alicata era diventato condirettore di un quotidiano frontista, «La Voce», e mi propose di fondare con altri due compagni una associazione culturale per ampliare il nostro uditorio. Potei così invitare delle personalità straniere. Ricordo l’accoglienza calorosa che riservammo a Eluard, che recitò meravigliosamente i suoi versi nell’anfiteatro del Conservatorio, e che è rimasto uno dei miei poeti prediletti. Più tardi, fu la volta di Pablo Neruda, che scrisse e pubblicò a Napoli, in edizione privata,
alcuni dei suoi poemi più belli. Ma con Malaparte erano tagliati tutti i ponti. Mi è capitato di incontrarlo più di una volta nei corridoi della Camera, all’inizio degli anni cinquanta. Io cominciavo la carriera politica e lui ci veniva come giornalista. I nostri sguardi si sono incrociati, ma abbiamo evitato di salutarci. Lei si deve ricollocare nella mentalità dell’epoca.
Fu il vostro ultimo contatto?
No, ho seguito con interesse il suo riavvicinamento al partito, nel 1956-57, quando partì per l’urss e la Cina e inviò delle corrispondenze sempre scintillanti a «Vie Nuove», diretto da Maria Antonietta Macciocchi. E beninteso sono andato a trovarlo, al suo ritorno, alla «Sanatrix».
Come l’accolse?
Nel modo più naturale del mondo, come se ci fossimo appena lasciati. Non perdeva mai il senso della battuta, nemmeno sul letto di morte. Sembrava che niente potesse sorprenderlo. Mi ricordo che Togliatti stava uscendo, mentre entravo, e Malaparte commentò: «Che impressione mi ha fatto Togliatti! Sembra un vecchio saggio…».
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