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martedì 9 giugno 2015

Scenari poco rassicuranti per la Grecia e l'Europa



Lucrezia Reichlin
I troppi equivoci su Atene
Corriere della Sera, 25 maggio 2015


Domenica il ministro dell’Interno greco Voutsis annunciava che il suo governo non avrebbe pagato i soldi dovuti al Fondo monetario Internazionale (Fmi) in giugno. Lunedì sera la smentita: «Atene farà ogni sforzo per onorare i suoi debiti». Questo è solo l’ultimo episodio nel confuso susseguirsi di annunci e precisazioni che accompagnano le trattative in corso tra il governo greco e i partner europei. Se non fosse una tragedia, questo continuo flusso di notizie difficilmente interpretabili potrebbe bene essere descritto dalla commedia di Shakespeare Much ado about nothing («Molto rumore per nulla»): pettegolezzi, annunci, voci e chiacchiere che portano i protagonisti a false mosse e a una sequenza di errori. La commedia shakespeariana ha un lieto fine, sarebbe potuta andare altrimenti.

Come nel caso della Grecia, si rimane fino all’ultimo in bilico tra il lieto fine e l’esito tragico. Il testo si insegna nelle scuole come una riflessione sull’onore, la vergogna e la politica. Riflessione più che mai urgente per tutte le parti in causa anche per il caso greco. Dopo quattro mesi di incertezza ed errori da ogni parte, i negoziati tra Atene e la troika (comunque la si voglia chiamare adesso) sembrano ora focalizzarsi esclusivamente su aspetti di bilancio, volti a un accordo dell’ultimo minuto che eviti il peggio ma che non garantisce alcuna sostenibilità di lungo periodo. Non c’è tempo, né volontà politica per cercare di costruire un percorso con un orizzonte non immediato, basato sulla coerenza tra un programma riformatore e la sostenibilità di bilancio. Si stanno ripetendo gli errori del passato. È probabile (ma assolutamente non certo) che, nonostante la confusione di messaggi, la Grecia pagherà il Fmi alla prossima scadenza - si tratta di pochi soldi - e che ci si ritrovi alla fine di giugno senza un incidente maggiore. A quel punto è probabile che si arrivi a un accordo per ottenere l’esborso della ultima tranche prevista dal secondo programma di aiuti o, ancora più probabile, che per arrivarci si prenderà ancora un po’ di tempo e si andrà a nuove elezioni. Ancora tempo perso per la ripresa, ancora incertezza e possibilità di incidenti di percorso.
Ma anche se lo scenario più roseo si materializzasse - cioè un accordo pieno sul secondo programma - questa non sarà certo la fine della saga greca. La Grecia avrà bisogno di un terzo programma di aiuti. Questo dovrebbe idealmente essere basato su buoni principi, che evitino il disastro dei primi due. E paradossalmente sembra che ormai in Europa ci sia un consenso su quali siano questi principi. Per esempio, bisogna evitare che le riforme - necessarie - siano pro-cicliche, cioè limitino la capacità di spesa dei cittadini quando l’economia è in recessione. Anche l’Ocse sostiene sia meglio cominciare prima dalle riforme meno socialmente divisive: dal mercato dei prodotti alla riforma dello Stato, al sistema giudiziario ma comunque non dal lavoro. Inoltre, ormai sono molti a dire che non si può imporre un surplus primario irrealistico che finisca, come è avvenuto nel passato, per strozzare l’economia. Ma se su questi principi di base c’è un largo consenso, quale è la difficolta a formulare un nuovo programma o meglio a costruire il ponte tra un accordo sulla chiusura del secondo e la formulazione del terzo? I problemi sono due. Primo, non è chiaro se il governo greco e l’Europa abbiano lo spazio politico e quindi la volontà di farlo. Secondo, anche se lo avessero, non è chiaro se la Grecia sia capace, pur condividendolo, di metterlo in pratica. Ma la condivisione sul contenuto del programma e la capacità di attuarlo sono due condizioni essenziali per la sua credibilità e il suo successo. 


Se nessuna delle parti in causa, come sembra, sarà capace di partire da questa osservazione essenziale e quindi di prendere la leadership del negoziato, si aprono due scenari alternativi. Il primo è che si continui come nel passato: negoziati infiniti su aspetti esclusivamente di bilancio e un susseguirsi di accordi dell’ultimo secondo per continuare a sopravvivere e non creare un incidente costoso per l’Unione. La Grecia, secondo questo scenario, vivrebbe ai margini dell’Unione, un po’ sussidiata e un po’ depauperizzata. Il secondo è che la Grecia vada in default , fallisca ed esca dall’euro. Con quest’ultima opzione non è realistico pensare che ciò che l’Europa le ha prestato sia restituito nella sua interezza. Sperare in una restituzione del 50% è fin troppo ottimista. Ma se è cosi l’Italia, terzo Paese creditore di Atene, tornerebbe a essere a rischio e per l’Unione si riaprirebbe il problema di come far fronte alla sostenibilità del debito sovrano senza un intervento massiccio della Banca centrale europea. Facendo vacillare quel fragile consenso così faticosamente costruito.

domenica 18 maggio 2014

L'effetto Tsipras in Europa

Adéa Guillot (Athènes, correspondance) et Alain Salles
L'«effet Tsipras» donne des ailes à la gauche de la gauche en Europe
Le Monde, 17 juillet 2014


La scène se passe début avril à Palerme, en Italie. Une foule compacte se précipite pour toucher «l'ami Alexis», lui glisser trois mots d'encouragement ou l'embrasser dans des accolades fraternelles. Le chef de l'opposition grecque, Alexis Tsipras, bien que visiblement fatigué par des semaines de tournée européenne, se prête au jeu et distribue sourires et poignées de main, encore un peu étonné de rencontrer la même ferveur dans tous ses déplacements européens. «C'est comme ça dans chaque ville où nous nous rendons. Je suis reçu comme une star du foot», raconte-t-il. Un tourbillon dans lequel il est pris depuis que le Parti de la gauche européenne (PGE) a décidé d'en faire son candidat à la présidence de la Commission européenne.
A Palerme, Alexis Tsipras venait pour quelques heures soutenir «L'Altra Europa con Tsipras» («L'Autre Europe avec Tsipras»). Une initiative de la gauche radicale italienne qui, en portant le Grec Tsipras à la tête de sa propre liste pour les européennes, essaie de dépasser ses divisions internes.
Encore inconnu en dehors de la Grèce, il y a deux ans, Alexis Tsipras a fait la «une» des journaux du monde entier et surgi dans un anglais balbutiant sur les écrans de CNN après que son parti Syriza eut récolté 27 % des suffrages, lors des législatives de 2012. Depuis, il a fait des progrès et peut tenir un entretien dans la langue de Shakespeare. Il est surtout devenu la principale force d'opposition en Grèce et l'enfant chéri de la gauche de la gauche européenne à la recherche d'un porte-drapeau capable à la fois d'incarner l'opposition au dogme de l'austérité et en mesure de porter un parti de gauche radicale au pouvoir.
Pour les élections européennes, le Syriza est en effet au coude-à-coude dans les sondages avec les conservateurs au pouvoir de la Nouvelle Démocratie (ND). Et M. Tsipras l'affirme à longueur de meeting: «Si nous passons devant la ND avec une large avance aux européennes, alors nous réclamerons des législatives anticipées en Grèce et nous prendrons le pouvoir.» Un rêve inaccessible pour la plupart des autres partis de gauche radicale européens qui ont fait de M. Tsipras leur champion, porteur de tous leurs espoirs.
D'Athènes à Bruxelles, en passant par Madrid, Rome, Berlin ou Paris, ce presque quadragénaire sillonne le continent pour défendre son projet pour l'Europe et pour la Grèce. Un projet qui tient en trois grandes lignes: annulation des dettes au-delà du seuil de 110 % du PIB, abrogation des plans d'austérité et lancement d'un plan Marshall pour relancer la croissance. «On doit comprendre que le modèle de l'Europe n'est pas celui de Weimar, mais celui du New Deal de Roosevelt», expliquait-il lors d'un passage à Paris.

HÉRITIER D'UN COURANT COMMUNISTE PROEUROPÉEN

Très sollicité, Alexis Tsipras a du mal à tenir le rythme de son emploi du temps et accumule les retards et les annulations de dernière minute, notamment avec la presse. Les télés et journaux du monde entier se battent auprès de son service de presse, débordé, pour obtenir un entretien. « Tous ont bien compris que se joue en Grèce l'avenir de la gauche européenne », affirme sans complexe un responsable de Syriza. «Cela a fait de Tsipras un symbole qui le dépasse un peu et sans grand rapport avec son image auprès des Grecs eux-mêmes», ajoute, un poil ironique, cet homme souhaitant garder l'anonymat.
Il est vrai que le héros européen a parfois du mal à convaincre en Grèce et surtout au sein de son propre parti. Syriza est une coalition turbulente qu'Alexis Tsipras, héritier d'un courant communiste proeuropéen, a jusqu'ici réussi à contenir. Il doit aujourd'hui souvent ferrailler avec une minorité plus radicale hostile à l'Europe et à l'euro, dont les positions sont abondamment répercutées dans les médias grecs. Les récentes négociations internes, longues et difficiles, pour l'établissement des listes pour les scrutins municipaux et européens ont révélé ses divisions. Plus largement encore, sa base électorale la plus à gauche lui reproche ses compromissions pour devenir un parti de gouvernement européen.
Ces contradictions l'empêchent, pour l'instant, de surpasser son score de 2012 dans les sondages. Et le très rigide Parti communiste grec attire des déçus du Syriza. « On ne peut pas dire que Syriza a réussi à capitaliser après notre succès de 2012 », se désole cet interlocuteur critique du parti. « Si Nouvelle Démocratie est devant Syriza, alors Tsipras sera contesté en interne », confirme le politologue Elias Nikolakopoulos.

« PRÊT À PRENDRE LE POUVOIR »

La personnalité d'Alexis Tsipras n'a jamais véritablement fait l'unanimité au sein du parti, mais son réel talent d'orateur et sa capacité à verrouiller les conflits internes à Syriza en ont fait la figure politique incontournable du parti.
Agé de 39 ans, cet ingénieur civil, père de deux enfants, est déjà un politicien de carrière, un apparatchik de la gauche radicale. Encore lycéen, ce fils d'un petit entrepreneur en bâtiment s'est enrôlé dans les rangs du Parti communiste avant de rejoindre Syriza. Ses premiers talents d'orateur et de dirigeant apparaissent lors de la mobilisation lycéenne de 1990-1991. Il rejoint le comité central du parti en 2004 et en prend la tête en 2008. Une ascension qui ne plaît pas toujours aux plus anciens, qui se sentent aussi menacés par l'équipe de jeunes conseillers ambitieux dont s'est entouré Alexis Tsipras.
Ces hommes du président forment une garde rapprochée qui décide de tout. Et notamment de la tonalité de la campagne pour les européennes. «Pour la première fois, la gauche», «La Grèce montre la voie»… autant de slogans imposés par le jeune directeur de campagne, Alexandros Bitsis, et qu'Alexis Tsipras décline à l'envi.
Il les a utilisés lors du grand débat l'opposant aux quatre autres candidats pour la présidence de la Commission, jeudi 15 mai. Si la pétillante candidate des Vertes Ska Keller lui vole désormais l'argument de la jeunesse, il a plutôt réussi son examen de passage, en interpellant directement ses adversaires à plusieurs reprises sur leur collaboration aux politiques d'austérité appliquées en Europe ces dernières années.
Tout l'enjeu pour Alexis Tsipras est de montrer aujourd'hui qu'il est «prêt à prendre le pouvoir», comme il l'affirme. Et surtout de trouver avec qui il peut gouverner – à l'intérieur comme à l'extérieur de son parti – pour mettre en place cette autre politique qu'il promet à la Grèce et à l'Europe.

giovedì 29 agosto 2013

L'Europa tedesca

ULRICH BECK, Europa sull'orlo del collasso
Scritto da Benedetto Vecchi, il manifesto
Giovedì 29 Agosto 2013 07:33 -
Un'intervista con il sociologo tedesco, che sarà fra gli ospiti del Festival della Mente di Sarzana. «Una visione apocalittica della crisi del capitalismo rafforza il modello neoliberista e lo blinda, negando così le possibilità di trasformarlo»

L'Europa parla sempre più tedesco. È il commento che, come un virus, si è diffuso nel vecchio continente. Attesta l'indubbia egemonia di Berlino nel definire le politiche dell'Unione Europea. A questo tema lo studioso tedesco Ulrich Beck ha dedicato un saggio - Europa tedesca, Laterza. Ne ha scritto su queste pagine Marco Bascetta il 31 maggio -, nel quale analizza la politica portata avanti da Angela Merkel. Beck non esita a criticarla e a mettere in evidenza il doppio regime seguito da Berlino: neoliberista in Europa, moderatamente in difesa del modello renano in casa.
Ma la sua riflessione si concentra anche sul fatto che la crisi economica ha accelerato la formazione di movimenti sociali che si muovono certamente sul piano locale, nazionale, ma all'interno di una cornice globale. O come preferisce qualificarla: cosmopolita. Da qui la consapevolezza di una crescente «provincializzazione» del Vecchio Continente all'interno di una geografia del potere mondiale che vede ormai protagonisti paesi come l'India, la Cina, il Brasile.
Allo stesso tempo individua nei movimenti sociali l'unico antidoto possibile per le forme di nazionalismo che carsicamente ritorna ad occupare la scena nei paesi europei.
Ulrich Beck non è nuovo nell'analisi di come la «società del rischio» - espressione da lui coniata nel tramonto del Novecento - imponga di fare i conti con l'interdipendenza del capitalismo mondiale e con le ambivalenze dei fenomeni sociali emergenti nel capitalismo neoliberista. Esercita un cauto ottimismo della ragione e della volontà, proprio a partire da quei movimenti sociali che ormai sono diventati una costante nell'agenda politica globale. Sia ben chiaro, il teorico tedesco non propone nessun superamento del capitalismo. Il suo punto di vista è semmai da inscrivere nei tentativi di innovazione del modello sociale che si è soliti definire come il capitalismo del welfare state. Ma esprime posizioni che lo rendono un «compagno di strada» per chi invece opera per un superamento dell'attuale regime di accumulazione capitalista. Sapendo però che per superarlo non c'è spazio per un ritorno nostalgico allo Stato-nazione, considerato a sinistra come l'ultima linea di resistenza al capitalismo glocale.
L'intervista affronta i temi che il teorico tedesco proporrà il primo settembre, in qualità di ospite al Festival della mente di Sarzana.
Nel suo ultimo libro - Europa tedesca, Laterza - concentra la sua analisi sull'egemonia tedesca nel definire la politica economica e sociale dell'Unione Europea. Tuttavia, in Germania, il welfare state - e i corrispondenti diritti sociali - è un modello sociale e politico che, seppur modificato nel corso degli anni Ottanta e Novanta, continua a essere un punto fermo dell'agenda politica. Questo è però in contraddizione con la cornice neoliberista che racchiude invece le politiche economiche europee. Come spiega questa contraddizione?
La politica di Angela Merkel è piena di contraddizioni. Sul piano europeo, vuol imporre un'agenda politica neoliberale ai paesi mediterranei e alla Francia. Sul piano nazionale attua, invece, una politica moderatamente socialdemocratica. Un caso esemplare di questo doppio regime viene dalla difesa del settore dell'acciaio tedesco: un protezionismo che tende a difendere i livelli occupazionali che è in contraddizione con il credo del libero mercato che plasma invece le politiche economiche degli altri paesi. Potremmo affermare che l'ortodossia neoliberale vale come principio regolatore, ma che può conoscere deroghe a livello domestico. Un'altra contraddizione: Angela Merkel persegue una strategia che delega alla Banca centrale europea la gestione della crisi economica che ha colpito molti paesi del vecchio continente. Questo non significa tuttavia che la Germania sia insensibile al destino dell'Europa. La sua vocazione europea emerge proprio dal tentativo di condizionare la politica dell'Ue affinché non accada quel big bang del Vecchio Continente che molti analisti hanno visto profilarsi all'orizzonte.
In Europa assistiamo, però, a una crisi del processo di unificazione politica che coincide con la cosiddetta crisi del debito sovrano. E questo avviene proprio quando sono pochi gli studiosi o i leader politici che mettono in discussione l'ortodossia neoliberale....
C'è una significativa distanza tra la visione dell'Europa delle élite continentali e la percezione che ne hanno i popoli europei. La stragrande maggioranza dei governi del Vecchio Continente impone politiche di austerità in nome degli imperativi del mercato che hanno nell'Unione europea un solerte guardiano. Spesso la retorica dominante afferma che non «c'è alternativa» a quegli imperativi. I popoli europei vedono così svanire ogni possibilità di poter influire, condizionare le politiche stabilite in nome del libero mercato.
L'austerità è quindi vista come un marchingegno che li rende ostaggio e sudditi di qualcosa di lontano dalla loro vita. La distanza che emerge da quanto impongono le élite e i bisogni dei popoli spiega ad esempio la genesi di molti movimenti sociali di protesta in Europa, Nordafrica, ma anche, come è accaduto recentemente, in Turchia. È una distanza che non va sottovalutata, perché potrebbe portare alla morte del processo di unificazione politico dell'Europa.
Recentemente, il filosofo francese Etienne Balibar ha sostenuto che in Europa il potere politico ha imposto una «rivoluzione dall'alto» per trovare una via d'uscita neoliberale dalla crisi del neoliberismo. Balibar si riferiva all'esperienza dei governi tecnici, come in Italia, o al commissariamento di alcuni governi dell'Europa mediterranea, come in Grecia. Stiamo dunque assistendo a prove tecniche di una rivoluzione dall'alto?
Non sono sicuro di essere d'accordo con questa analisi. Sono invece interessato a capire come il sotterraneo nazionalismo che vediamo manifestarsi carsicamente possa mettere in discussione l'Unione Europea. Sono cioè convinto che il nazionalismo sia il nemico non tanto dell'Europa, bensì degli interessi dei paesi europei. La difesa degli interessi dell'Italia, ad esempio, può rafforzarsi solo in un ambito europeo e non in una politica nazionalista. E questo vale per tutti i paesi europei, non solo per il vostro paese. Per me, sovranità significa esercitare un potere all'interno di una cornice sovranazionale. E quel potere, in Europa, lo puoi esercitare solo se accetti lo spazio europeo come il miglior contesto nel quale far valere le tue ragioni nazionali per quanto riguarda le politiche ambientali, l'immigrazione, la disoccupazione.
Vorrei insistere sulle forme politiche che si stanno sviluppando durante la crisi del debito sovrano. Abbiamo visto prima profilarsi il governo dei tecnici, il commissariamento di alcuni paesi. Ora assistiamo a governi di grande coalizione, come quello italiano delle larghe intese. Dal 2008 in poi abbiamo anche notato il manifestarsi di movimenti sociali che hanno espresso una critica e una opposizione alle politiche di austerità. Abbiamo osservato movimenti di difesa dei cosiddetti beni comuni, movimenti per interventi contro una disoccupazione e una precarietà sempre più diffusi. Cosa ne pensa di una visione politica che crede nell'Europa, ma che è contro l'Unione europea?
Da tempo, ho sviluppato una prospettiva cosmopolita che considera l'Europa solo come componente del pianeta Terra. Tuttavia, noi europei siamo chiamati a costruirla. L'obiettivo è realizzarla dal basso e non dall'alto, come invece è accaduto finora. Dobbiamo cioè costruire una società europea che contrasti e affronti i rischi di un capitalismo che, se lasciato a se stesso, corrode il legame sociale e mette a repentaglio le misure di protezione, pazientemente costruite in passato. Le politiche di austerità sono state presentate come misure necessarie per fronteggiare la crisi finanziaria, ma alimentano diseguaglianze sociale, favoriscono il salvataggio delle banche responsabili di quella stessa crisi finanziaria che legittima le politiche di austerità.
Molti uomini e donne vedono nell'austerità un vero e proprio mostro che divora le loro vite. Di fronte a questa situazione, assume nuova centralità l'antico termine «comunità». Al cospetto del dominio dell'individuo senza legami e responsabilità verso gli altri, la solidarietà che si intravede dietro il richiamo alla comunità ha un forte potere attrattivo. Rispetto alla sua domanda, potrei dire che abbiamo bisogno di maggiore sicurezza sociale e dunque di più Europa, perché è il contesto politico che la può favorire.
Nella società del rischio, il possibile collasso dell'economia può essere vista come un'opportunità per trasformare la realtà. Recentemente, tuttavia, molti opinion makers parlano di una possibile apocalisse del capitalismo. Le cosa pensa di questa «profezia»?
Non sono d'accordo con loro. E la realtà comunque non è così semplice così come la descrivono. Dobbiamo invece fare i conti con la complessità e l'ambivalenza della società del rischio. Quando ho cominciato a parlarne, mi sono concentrato sull'interdipendenza di alcuni fenomeni. E sulla loro ambivalenza. Successivamente, ho posto al centro della mia riflessione, il cosmopolitismo, che è una visione della realtà pregna di speranza nel poter cambiare la realtà.
Il cosmopolitismo politico basato su una società civile globale può prevenire gli effetti collaterali - il cambiamento climato, le migrazioni, le diseguaglianze sociali - insiti nello sviluppo capitalistico. Il cambiamento climatico, ad esempio, impone come realistico il motto «cooperare o morire». In questo caso, il cosmopolitismo è un antidoto alla guerra e una via per superare il modello neoliberista e trovare nuove forme di responsabilità sovranazionali. Allo stesso tempo rafforzerebbe le richieste di maggiore di giustizia sociale e eguaglianza avanzate dai paesi «poveri». In altri termini, una visione apocalittica della crisi del capitalismo rafforza il modello neoliberista, lo blinda rispetto le possibilità di trasformarlo.
Impero, neoimperialismo, governo multilivello: sono queste le forme politiche usate per dipingere la globalizzazione. Ma corrono il rischio di fornire una rappresentazione statica del potere mondiale. Ci sono paesi - l'India, la Cina, il Brasile, la stessa Russia - che mettono in discussione gli assetti di potere globale. Qual è secondo lei la nuova geografia del potere che sta emergendo?
Parto dal presupposto che dobbiamo guardare all'Europa con gli occhi degli altri per avere chiara la prospettiva di ciò che è accaduto e che accadrà. Non c'è stato solo uno spostamento del potere a favore di alcuni paesi postcoloniali (fattore che si riflette nella partecipazione di alcuni di loro ai summit del G-20). Abbiamo infatti assistito a uno spostamento del centro di gravità del potere economico dall'Atlantico al Pacifico. E, cosa meno prevedibile, è la perdita del monopolio del dollaro negli affari. Le riserve federali non costituiscono più l'alfa e l'omega degli scambi commerciali perché si stanno sviluppando forme bilaterali di scambi economici che fanno leva su valute diverse da quella statunitense.
Sono tutti fenomeni che hanno il loro centro nei rapporti di cooperazione economica tra paesi nel Sud del mondo o tra quelli del Sud e dell'Est del pianeta. Questo significa che l'asso tra Europa e Stati Uniti sta perdendo non solo importanza economica, ma anche «morale». Il risultato è che il modello occidentale delle relazioni tra centro e periferia è al collasso. La novità è che i paesi, un tempo sottoposti al potere coloniale dell'Europa, svolgono oggi un ruolo sempre più egemonico nel Vecchio Continente. L'India è ormai una potenza economica; la Cina ha investito miliardi di euro in Grecia, costituendo per il paese ellenico una alternativa credibile all'Europa. E Pechino sta investendo molto anche in Spagna. La geografia del potere è dunque molto mutata e presenta un pianeta che non potrà mai più avere il suo centro di gravità nell'Occidente.
In un suo libro, dedicato al lavoro nella globalizzazione, lei ha sostenuto che il reddito di cittadinanza è la soluzione alla precarietà e alla disoccupazione strutturale nel capitalismo. Ha anche sostenuto che il lavoro ha perso la sua centralità nella vita sociale. Eppure la disoccupazione e la precarietà sono l'inferno dentro il quale si trovano a vivere milioni di uomini e donne in Europa. Come spiega questo paradosso costituito dalla crisi dell'etica del lavoro con la disoccupazione e la precarietà?
Molti dei paesi europei guardano con ammirazione il miracolo tedesco della piena occupazione. Ma chiudono gli occhi che più della metà degli occupati tedeschi sono precari. In Germania, infatti, si parla di mini-jobs, di lavoro in affitto. Non è soltanto il lavoro ad essere in crisi, bensì il suo significato stesso. Nel cuore dell'Europa stiamo assistendo a un ridisegno del mercato del lavoro, con le caratteristiche che ricordano il lavoro e l'economia informale di molti paesi nel Sud del pianeta.
Nel libro a cui fa riferimento scrivevo di una «brasilianizzazione» del mercato del lavoro. Era certo una descrizione approssimativa, ma quello che è certo è che il vecchio arsenale delle politiche del lavoro è insufficiente, se non inutile. L'ideologia del libero mercato e le politiche conseguenti hanno distrutto l'insieme delle sicurezze sociali costruite nel secolo scorso. E rischia di distruggere anche la democrazia.
È questa la vera questione sociale e politica con cui fare i conti.

lunedì 13 maggio 2013

New York Times, Come l'austerità uccide

David Stuckler  Sanjay Basu
New York Times, 12 maggio 2013

All'inizio del mese scorso, un triplice suicidio è stato segnalato nella città balneare di Civitanova Marche, Italia. Una coppia sposata, Anna Maria Sopranzi, 68 anni, e Romeo Dionisi, 62 anni, si era battuta per vivere con una pensione mensile di circa 500 euro (circa $ 650), ed era rimasta indietro per l'affitto.
Poiché il bilancio di austerità del governo italiano aveva alzato l'età pensionabile, il signor Dionisi, ex operaio edile, è diventato uno degli esodati d'Italia (gli espulsi) - i lavoratori anziani immersi nella povertà, senza una rete di sicurezza. Il 5 aprile, lui e sua moglie ha lasciato un biglietto sulla vettura di un vicino per chiedere perdono, poi si sono impiccati in un ripostiglio a casa. Quando il fratello della signora Sopranzi, Giuseppe Sopranzi, 73 anni, ha sentito la notizia, si è annegato nel mare Adriatico.
La correlazione tra disoccupazione e suicidio è stata osservata fin dal 19 ° secolo. Persone in cerca di lavoro hanno circa due volte più probabilità di finire la loro vita rispetto a coloro che un lavoro ce l’hanno.
Negli Stati Uniti, il tasso di suicidi, che era lentamente andato aumentando a partire dal 2000, ha compiuto un salto durante e dopo la recessione 2007-9. In un nuovo libro, si stima che 4.750 suicidi "in eccesso" - vale a dire, le morti sopra quello che le tendenze pre-esistenti potrebbero prevedere – si sono verificati nel 2007-2010. I tassi di questi suicidi erano significativamente maggiori negli stati che hanno registrato le maggiori perdite di posti di lavoro. I morti per suicidio superato quelli per incidenti stradali nel 2009.
Se i suicidi fossero una conseguenza inevitabile della recessione economica, questa sarebbe solo un'altra storia sul costo umano della Grande Recessione. Ma non è così. I paesi che hanno tagliato i bilanci di protezione sanitaria e sociale, come la Grecia, l'Italia e la Spagna, hanno visto i risultati di salute crudamente peggiori di nazioni come la Germania, l'Islanda e la Svezia, che hanno mantenuto le loro reti di sicurezza sociale e hanno optato per stimolo più austerità. (la Germania predica le virtù dell’austerità - per gli altri).
Come studiosi di salute pubblica e di economia politica, abbiamo guardato inorriditi come politici dibattano all'infinito di debiti e deficit, con poco riguardo per i costi umani delle loro decisioni. Negli ultimi dieci anni, abbiamo estratto insiemi di dati enormi da tutto il mondo per capire come shock economici - dalla Grande Depressione alla fine dell'Unione Sovietica alla crisi finanziaria asiatica alla Grande Recessione - influenzano la nostra salute. Quello che abbiamo scoperto è che la gente non si ammala inevitabilmente o muore perché l'economia ha vacillato. La politica fiscale, si scopre, può essere una questione di vita o di morte.
Ad un estremo è la Grecia, che è al centro di un disastro sanitario. Il budget sanitario nazionale è stato ridotto del 40 per cento dal 2008, in parte per raggiungere gli obiettivi di riduzione del deficit fissati dalla cosiddetta troika - il Fondo monetario internazionale, la Commissione europea e la Banca centrale europea - come parte di un pacchetto di austerità 2010. Circa 35.000 medici, infermieri e altri operatori sanitari hanno perso il lavoro. I ricoveri ospedalieri sono saliti alle stelle dopo che i greci hanno evitato di ricorrere a un trattamento di routine o di prevenzione a causa dei lunghi tempi di attesa e dell'aumento dei costi dei farmaci. La mortalità infantile è aumentata del 40 per cento. Le nuove infezioni da HIV sono più che raddoppiate, a seguito del crescente uso di droghe per via endovenosa – dal momento che il bilancio per i programmi di scambio di aghi è stato tagliato. Dopo che i programmi di spruzzo antizanzare sono stati tagliati nel sud della Grecia, i casi di malaria sono stati segnalati in numero significativo, per la prima volta dall’inizio degli anni 1970 .
Al contrario, l'Islanda evitato un disastro sanitario, anche se ha vissuto, nel 2008, la più grande crisi bancaria nella storia, in rapporto alle dimensioni della sua economia. Dopo il fallimento delle tre principali banche commerciali, il debito totale è salito, la disoccupazione è aumentata di nove volte, e il valore della moneta, la corona, è crollato. L'Islanda è diventato il primo paese europeo a chiedere al FMI un piano di salvataggio dal 1976. Ma invece di salvataggio delle banche e tagli di bilancio, come il FMI aveva chiesto, i politici islandesi hanno compiuto un passo radicale: hanno sottoposto l'austerità a un voto. In due referendum, nel 2010 e 2011, gli islandesi hanno votato in modo schiacciante per pagare i creditori stranieri a poco a poco, piuttosto che tutto in una volta attraverso l'austerità. L’ economia islandese ha ampiamente recuperato, mentre quella greca è sull’orlo del crollo. Nessuno ha perso la copertura sanitaria e l'accesso ai farmaci, anche se il prezzo dei farmaci importati è aumentato. Non vi è stato alcun aumento significativo nei suicidi. L'anno scorso, il primo Rapporto mondiale dell'Onu sulla Felicità ha classificato l’Islanda come una delle nazioni più felici del mondo.
Gli scettici potranno puntare a differenze strutturali tra la Grecia e l'Islanda. L’adesione della Grecia alla zona euro reso impossibile la svalutazione della moneta, e il margine politico per respingere i piani di austerità del FMI era più ristretto. Ma il contrasto gioca a favore della nostra tesi che la crisi economica non deve necessariamente comportare una crisi di salute pubblica.
Tra questi due estremi ci sono gli Stati Uniti. Inizialmente, il pacchetto di stimolo 2009 puntellava la rete di sicurezza. Ma ci sono segnali di pericolo - al di là del tasso di suicidi più alto – per cui le tendenze nel campo della salute registravano un deterioramento. Le prescrizioni di antidepressivi erano salite alle stelle. 750mila persone (in particolare giovani disoccupati) si sono dedicati alla pratica delle abbuffate alcoliche [binge drinking = assunzione di 5 o più bevande alcoliche in un intervallo di tempo più o meno breve]. Più di cinque milioni di americani hanno perso l'accesso alle cure sanitarie durante la recessione perché hanno perso il posto di lavoro (e delle due l’una: o non poteva permettersi di estendere l’assicurazione ai sensi della legge Cobra o aveva esaurito la propria ammissibilità). Le visite mediche preventive sono scese di numero perché le persone ritardavano le cure mediche e finivano al pronto soccorso. (L’Obama Care espande la copertura, ma solo gradualmente.)
Il “sequestro” di 85 miliardi di dollari che ha avuto inizio il 1 ° marzo taglierà i sussidi di nutrizione per circa 600.000 donne incinte, neonati e bambini per la fine dell'anno. I budget per alloggi pubblici saranno tagliati da quasi 2 miliardi di dollari quest'anno, mentre per di più 1,4 milioni di case sono in pignoramento. Anche il bilancio dei Centri per il Controllo delle Malattie e la Prevenzione, principale difesa della nazione contro le epidemie come un'epidemia di meningite fungina dello scorso anno, è stato tagliato, per almeno 18 milioni di dollari.
Per testare la nostra ipotesi che l'austerità è mortale, abbiamo analizzato i dati provenienti da altre regioni ed epoche. Dopo che l'Unione Sovietica si è dissolta, nel 1991, l'economia della Russia è crollata. La povertà è salita e l'aspettativa di vita è scesa, in particolare tra i giovani, gli uomini in età lavorativa. Ma questo non si è verificato in tutta l'ex sfera sovietica. La Russia, il Kazakistan e gli Stati baltici (Estonia, Lettonia e Lituania) - che hanno adottato la "terapia shock" dei programmi economici sostenuti da economisti come Jeffrey D. Sachs e Lawrence H. Summers – hanno sperimentato i peggiori aumenti dei suicidi, infarti e morti correlate all’uso di alcol.
Paesi come la Bielorussia, la Polonia e la Slovenia hanno adottato un approccio gradualista diverso, auspicato da economisti come Joseph E. Stiglitz e dall'ex leader sovietico Mikhail Gorbaciov. Questi paesi hanno privatizzato le loro economie a controllo statale a tappe e ha visto molto migliori risultati di salute rispetto ai paesi vicini che hanno optato per le privatizzazioni e licenziamenti di massa, causando gravi perturbazioni economiche e sociali.
Come la caduta dell'Unione Sovietica, la crisi finanziaria asiatica del 1997 offre casi di studio - in effetti, esperienze sul campo – che vale la pena esaminare. Thailandia e Indonesia, che hanno presentato i piani aggressivi di austerità imposti dal FMI, hanno conosciuto la fame di massa e un forte aumento dei morti per malattie infettive, mentre la Malesia, che ha resistito al consiglio del FMI, ha mantenuto la salute dei suoi cittadini. Nel 2012, il FMI si è formalmente scusato per la sua gestione della crisi, stimando che il danno dalle sue raccomandazioni potrebbe essere stato tre volte maggiore di quanto precedentemente supposto.
L’esperienza dell'America della Depressione è anche istruttiva. Durante la Depressione, i tassi di mortalità negli Stati Uniti sono diminuiti di circa il 10 per cento. Il tasso di suicidi in realtà è salito tra il 1929, quando il mercato azionario crollò, e il 1932, quando Franklin D. Roosevelt fu eletto presidente. Ma l'aumento dei suicidi è stato più che compensato dalla "transizione epidemiologica" - miglioramento delle condizioni igieniche che hanno ridotto le morti per malattie infettive come la tubercolosi, polmonite e influenza - e da un forte calo degli incidenti stradali mortali, dato che gli americani non potevano permettersi di guidare. Confrontando i dati storici dei vari Stati, si stima che per ogni 100 dollari di spesa pro capite connessa al New Deal c’è stato un calo nelle morti di polmonite di 18 per 100.000 persone, una riduzione della mortalità infantile di 18 per 1.000 nati vivi, e un calo dei suicidi di 4 per 100.000 persone.
La nostra ricerca suggerisce che investire un dollaro in programmi di salute pubblica può produrre fino a 3 dollari nella crescita economica. Gli investimenti in salute pubblica non solo permettono di risparmiare la vita in una fase di recessione, ma possono contribuire a stimolare la ripresa economica. Questi risultati suggeriscono che tre principi dovranno guidare le risposte alle crisi economiche.
Primo, non nuocere: se l'austerità sono fosse stata testata come un farmaco in uno studio clinico, sarebbe stata bloccata molto tempo fa, dati i suoi effetti collaterali mortali. Ogni nazione dovrebbe istituire un ufficio indipendente, apartitico di Responsabili per la Salute, composto da epidemiologi ed economisti, per valutare gli effetti sulla salute di politiche fiscali e monetarie.
In secondo luogo, trattare la disoccupazione come la pandemia che è. La disoccupazione è una delle principali cause di depressione, ansia, alcolismo e pensieri suicidi. I politici in Finlandia e Svezia hanno aiutato a prevenire la depressione e suicidi durante le recessioni, investendo in "politiche attive del mercato del lavoro" che hanno investito i nuovi disoccupati e li hanno aiutati a trovare lavoro in fretta, con benefici economici netti.
Infine, espandere gli investimenti nella sanità pubblica quando i tempi sono cattivi. Il luogo comune che un grammo di prevenzione vale una libbra di cura sembra essere vero. E 'molto più costoso controllare un'epidemia che prevenirla. La città di New York ha speso 1 miliardo di dollari verso la metà degli anni 1990 per controllare un focolaio di tubercolosi resistente ai farmaci. Il ceppo farmaco-resistente era stato provocato dal fallimento della città nel garantire che i malati di tubercolosi a basso reddito completassero il loro regime di farmaci generici poco costosi.
Non c'è bisogno di essere un ideologo dell’economia - noi certamente non lo siamo – per riconoscere che il prezzo dell’ austerità può essere calcolato in vite umane. Non stiamo tentando di riabilitare passate decisioni di politica antipovertà o la richiesta di cancellazione del debito universale. Tocca ai politici in America e in Europa capire quale possa essere il giusto mix di politica fiscale e monetaria. Quello che abbiamo scoperto è che l'austerità - gravi, immediati, indiscriminati tagli alla spesa sociale e sanitaria - non è solo autolesionista, ma fatale.

David Stuckler, a senior research leader in sociology at Oxford, and Sanjay Basu, an assistant professor of medicine and an epidemiologist in the Prevention Research Center at Stanford, are the authors of "The Body Economic: Why Austerity Kills".