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giovedì 30 gennaio 2025

Il potere dell'uno




Se risaliamo il tempo lungo della storia, scopriamo che la democrazia si è più volte tramutata in tirannide. Ciò significa che il governo dei molti è destinato per sua natura a cedere il passo al governo dell’uno? E che tipo di potere è la tirannide? Questi gli interrogativi che hanno alimentato la riflessione politica da Tacito a Machiavelli, da Bodin a Spinoza e che sono tornati oggi di grande attualità.

Negli Annali Tacito racconta che l’imperatore Tiberio fu costretto dalle circostanze, contro il suo volere, a diventare un tiranno per porre fine definitivamente a discordie e guerre civili. Secoli dopo, all’inizio dell’età moderna, sembrò ripetersi una storia simile quando in tutta Europa le repubbliche cedettero il passo al principato. Così, la ricostruzione di Tacito, da poco riscoperto, divenne il modello sul quale i filosofi moderni imbastirono la loro riflessione intorno al tema della tirannide. Savonarola e Machiavelli, Guicciardini e Bodin, Shakespeare e Spinoza ne mostrarono però i limiti. I due poli di questo confronto ideale furono Tacito e Spinoza poiché proposero due concezioni opposte del potere e, di conseguenza, due posizioni antitetiche nei confronti del governo di uno solo: se per Tacito era una necessità ineluttabile, per Spinoza era un male da evitare a tutti i costi. È significativo, però, che unanime fu l’interpretazione della tirannide: un potere opaco, ‘velato’, dai contorni e dalle finalità occulte. Un potere che oggi sembra tornare a stendere la propria ombra sulla nostra società. (presentazione editoriale)

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Nella recensione scritta da Luciano Canfora per il Corriere della Sera l'antitesi tra Tacito e Spinoza rimane in ombra, mentre quello rappresentato dalla tirannide è visto come un problema insolubile. Il filosofo olandese è nominato appena e collegato solo all'idea di libertà.
Nel testo della recensione la democrazia non è mai nominata. Compare una volta sola l'aggettivo "democratica", tra virgolette. Ed ecco il problema senza soluzione: a fronte dell'uno che, pur dotato di efficacia nella conduzione degli affari pubblici, tende ad abusare del suo potere, e spesso ne abusa, si viene a trovare la massa dispersa e confusa di un popolo ondivago, incapace di adottare una politica e di metterla in atto. Già al tempo di Spinoza, tuttavia, non si afferma solo l'idea di libertà, torna in auge la democrazia come regime auspicabile
Canfora poi si riferisce per lo più alla tirannide quando ragiona sul potere dell'uno, ma in una articolazione importante del suo discorso tira fuori invece il dispotismo, che era un po' un'altra cosa. Viene trascurato l'atteggiamento del popolo che non è lo stesso nei due casi: adesione sia pure parziale per la tirannide, rifiuto per il dispotismo.  

Luciano Canfora, Anatomia del tiranno, Corriere della Sera, 30 gennaio 2025

Al tempo nostro, che indulge così spesso alla guerra lessicale contro i «despoti» altrui, giova l’ammonimento di Thomas Hobbes nel De cive: il tiranno è il sovrano come è visto dai suoi nemici. Ben venga dunque un libro di studio su materia così bistrattata nella cronaca corrente. L’ha scritto uno studioso dell’età del Rinascimento, Michele Ciliberto, e sarà presto in libreria.

Quando Concetto Marchesi decise, ormai più che quarantenne, e già professore ordinario di Latino a Messina, di laurearsi in Giurisprudenza onde avere un mestiere di riserva nel caso il fascismo gli avesse tolto la cattedra, scelse come argomento della tesi «Il pensiero politico e giuridico di Tacito». E a Tacito dedicò, poco dopo (1924), un libro importante ancora oggi dopo un secolo dalla sua pubblicazione. Del pensiero politico di Tacito aveva parlato anche a Milano, al Circolo filologico, alla fine del ’23, in una conferenza cui diede molto rilievo il «Corriere della Sera». Il suo tema era «il potere dell’uno», il principato come risoluzione del problema politico.


Bene ha fatto dunque Michele Ciliberto, nell’imminente saggio laterziano Il potere velato. Tirannide, eguaglianza, libertà da Tacito a Spinoza, a porre in relazione Tacito, come letto da Marchesi, con la riflessione di Guicciardini sullo stesso tema. Tema che è al centro di una più che bimillenaria riflessione sul problema insolubile della «migliore forma di governo»: almeno a partire dal dialogo erodoteo a somma zero (III, 80-82), al termine del quale la soluzione monarchica si afferma (e magari appare anche proficua), ma con l’inganno. 


Ciliberto mette a frutto anche Pace e libertà nel mondo antico di Arnaldo Momigliano (lezioni a Cambridge gennaio-marzo 1940) edite in italiano nel 1996. Nello stesso torno di tempo, Momigliano recensiva sul «Journal of Roman Studies» l’importante libro di Ronald Syme The Roman Revolution (1939): un libro che, in prefazione, alludeva all’opportunità di optare per la pax anche a costo di sacrificare la libertas. Il che a Momigliano in fuga dall’Italia razzista non molto piacque. 


Ma a questo punto si impone la questione della qualità del princeps. Marchesi, partendo da Tacito prospettava apertamente la soluzione del «buon» principe (dispotismo illuminato): soluzione aleatoria — egli osservava interpretando Tacito — perché il princeps può essere Nerva ma può anche essere Nerone o Domiziano, o caso molto più complicato — Tiberio. E quanto ad Augusto, lo stesso Tacito dava un giudizio ancipite (Annali I, 9-10). Di Tiberio, Marchesi si ricorderà nel 1956 nel fuoco delle polemiche retroattive sull’opera di Stalin: «Tiberio, grande e infamato imperatore di Roma, ebbe come giudice Cornelio Tacito, a Stalin, meno fortunato, toccò Nikita Krusciov» (intervento all’VIII Congresso del Pci, dicembre 1956).


Ciliberto si spinge oltre Guicciardini, fino a Spinoza e alla sua idea di libertà. Ma la culla, gli incunaboli della discussione dell’insolubile problema erano nell’esperienza greca. In Tucidide che rivaluta il governo di Pisistrato e deride la confusione, tipica della propaganda «democratica», tra oligarchia e tirannide. E soprattutto nel cimento dei due maggiori storici tra V e IV secolo a.c., Tucidide e Teopompo, rispettivamente alle prese con le due figure «demoniche» del potere; Alcibiade e Filippo il Macedone. Ad un certo punto della sua riflessione, Tucidide, che approderà alla fine anche lui alla soluzione del buon princeps (cioè Pericle: II, 65), affronta il caso Alcibiade e constata che gli Ateniesi, togliendo il comando a lui (che pur aveva ricondotto Atene alla vittoria) perché «per la sua vita privata lo ritenevano aspirante alla tirannide», mandarono in rovina la città (VI, 15). Il caso di Teopompo, soggiogato dalla figura inquietante di un facitore di storia quale Filippo il Macedone, è perfetto. Polibio, cui dobbiamo la conoscenza di quella pagina memorabile di Teopompo, non capiva e pensava di cogliere Teopompo in contraddizione: «Sarebbe da biasimare — scriveva — soprattutto Teopompo, il quale — dopo aver detto all’inizio della sua opera che l’Europa non aveva mai generato una personalità della statura di Filippo il Macedone — poi per il resto dell’opera lo descrive come immorale: intemperante, ingiusto, fedifrago etc.» (VIII, 9). Quella di Teopompo era la scelta che fu poi di Ibn Haldun, massimo storico arabo, il quale nell’anno 1400 si recò da Tunisi fino a Damasco «per vedere Tamerlano» da vicino: per vedere da vicino il grande «despota» vincente.


Quasi mezzo secolo fa un grecista italiano di mente moderna, Diego Lanza, scrisse un libro che riguarda il teatro ateniese del grande secolo (Il tiranno e il suo pubblico, Einaudi 1977) ma che è di fatto un libro sul potere, e sulla rappresentazione del potere sulla scena, che ad Atene significava l’intera città: molto prima di Re Lear.

Il problema è ancora lì.

lunedì 28 febbraio 2022

Luciano Canfora, epigramma

 


MATTEO MARCHESINI

 
FILOLOGI
 
Luciano Canfora
ritrovò un’anfora
di stile attico:
“Quello è Togliatti”
chiosò a lezione
via via le icone
“che spiega a Pericle
gli alti doveri
della doppiezza…
… e si noti qui la finezza:
sfondo nero, figure rosse.
Lì sotto, Vishinskij e Minosse
col motto ‘Idù hé Hròdos, idù’…
Ma già, voi non sapete più
il greco. Hélas, che diffalta!
Insomma: ‘Hic Rhodus, hic Yalta’ ”.

giovedì 28 maggio 2015

Il testamento di Lenin, al di là delle sottigliezze

Scritto da Lenin nel dicembre 1922, [il cosiddetto testamento] conteneva valutazioni in merito ai potenziali successori. [Si trattava in realtà di note destinate al prossimo Congresso del partito.] Nel gennaio 1923 Lenin aggiunse una postilla in cui criticava aspramente Stalin e sollecitava il partito a destituirlo dalla carica di segretario generale. Conservato dopo la sua morte da N.K. Krupskaja, fu letto il 22 maggio 1924 in una riunione del Comitato centrale che ne vietò la diffusione. (Pbm storia)

Lenin nel 1923

"Divenuto segretario generale, il compagno Stalin ha concentrato nelle sue mani un illimitato potere, e io non sono certo che egli sappia usare questo potere con sufficiente accortezza. D'altro lato il compagno Trockij […] non si distingue solo per le sue notevoli capacità. Credo che come persona egli sia, nell'attuale comitato centrale, la più abile, ma anche la più sicura di sé in misura eccessiva, e credo inoltre che egli sia troppo preso dagli aspetti puramente amministrativi degli affari.
Queste due qualità dei due più eminenti membri dell'attuale comitato centrale potrebbero inavvertitamente provocare una frattura, e se il nostro partito non prende misure atte a impedirla, la frattura potrebbe verificarsi inaspettatamente […]"

Sebbene nessuno possa dire con certezza se Lenin, a suo tempo, venisse a sapere dell'attacco per telefono di Stalin contro la Krupskaja […], si può avanzare con una certa sicurezza la congettura che egli fosse venuto a conoscenza dell'incidente per il 4 gennaio, perché quel giorno chiese di rivedere il passo del testamento che aveva scritto il 24 dicembre e vi aggiunse questo poscritto:
"Stalin è troppo violento, e questo difetto, tollerabile tra comunisti e fra di noi, diventa intollerabile in uno che ha la carica di segretario generale. Pertanto propongo ai compagni di considerare il modo di togliere a Stalin tale carica, e di nominarvi un'altra persona, che differisca sotto tutti gli aspetti da Stalin ma solo per superiorità. e cioè che sia più paziente, più leale, più cortese, più attenta alle esigenze dei compagni, meno bizzosa ecc. Non si pensi che questo sia un fatto di poco conto; io ritengo che per prevenire una tale frattura, e considerando i rapporti tra Stalin e Trockij che ho discusso prima, non si tratti di una cosa di poco conto, o che se ora sembra tale possa invece acquistare un'importanza decisiva". 
Louis Fischer, Vita di Lenin, Milano, Mondadori 1973, vol. II


luglio 1923


... l' ultimo Lenin, di fronte al dispiegarsi dei contrasti tra i capi che verranno dopo di lui, ripiega su categorie squisitamente personali, come nella più classica tradizione storiografica: come in Tacito, modello insuperato di storiografia che privilegia i conflitti tra persone e l' analisi del loro carattere, Lenin arriva a scrivere che «i rapporti tra Stalin e Trotzkij rappresentano una buona metà del pericolo di scissione». Non si può eludere l' osservazione che proprio l' impianto elitistico del bolscevismo - secondo cui le decisioni e gli scontri risolutivi avvengono nel più selezionato e ristretto vertice - sia la premessa di questo interessante e all' apparenza inatteso ripiegamento del maggior esponente del bolscevismo su categorie e strumenti di valutazione così intrinsecamente tradizionali.
Questo è il pensiero di Luciano Canfora,
http://archiviostorico.corriere.it/2010/marzo/21/Gli_autogol_politici_Trotzkij_co_9_100321040.shtml

Alla fin fine Lenin non designava un successore, se mai si pronunciava per una soluzione di tipo collegiale:
 
Probabilmente Lenin si rendeva conto che nessun leader, da solo, era in grado di sostituirlo e, forse proprio per questo, sperava che, allargando la partecipazione agli organi di direzione politica, l'esigenza di avere un leader con altissime capacità sarebbe venuta meno. Sottoponendo tutti i leaders a un maggiore controllo e facendo ruotare le cariche, il problema della successione sarebbe stato meno gravoso.
Non a caso nelle note del 27-28-29 dicembre, riferendosi alla lettera del 28 dicembre sul carattere legislativo delle decisioni del Gosplan, Lenin disse ch'era difficile trovare in una sola persona la combinazione di queste qualità: solida preparazione scientifica in uno dei rami dell'economia e della tecnologia, visione d'insieme della realtà, forte ascendente sulle persone, capacità organizzative e amministrative. Ma forse -diceva ancora Lenin- se si fossero rispettate le sue condizioni, non ci sarebbe stato bisogno di cercare una persona del genere. D'altra parte egli si rifiutò di designare un proprio successore alla guida del partito.
Nel Testamento Lenin cita altri due leaders: Bucharin e Piatakov. Del primo esprime due giudizi apparentemente contraddittori. Da un lato infatti afferma che “non è soltanto il maggiore e il più prezioso teorico del partito, è anche, a ragione, il compagno più benvoluto”; dall'altro però sostiene ch'egli non ha mai ben compreso la “dialettica” e che le sue concezioni del marxismo sono un po' “scolastiche”. In effetti, la posizione assunta da Bucharin durante la conclusione della pace di Brest-Litovsk con la Germania (egli, insistendo sul rifiuto delle condizioni di pace tedesche, rischiò di portare la repubblica allo sfascio), era una testimonianza esplicita della sua carente dialettica: ciò che riconobbe, d'altra parte, lo stesso Bucharin. Non solo, ma Lenin aveva giudicato “scolastica ed eclettica” l'analisi dei fenomeni sociali che Bucharin aveva condotto in alcuni capitoli del suo libero L'economia del periodo di transizione (Bucharin morirà nelle purghe staliniane nel 1938).
Quanto a Piatakov, Lenin gli riconosceva “volontà e capacità notevoli”, ma anche la stessa tendenza di Trotski ad accentuare l'aspetto amministrativo (autoritario) delle cose, per cui non si poteva "contare su di lui su una seria questione politica". Tuttavia, sia per questo caso che per quello precedente, Lenin sperava che i difetti avrebbero potuto, col tempo, essere superati: in fondo Bucharin aveva solo 34 anni e Piatakov 32; si può quindi pensare che i due, col tempo, avrebbero potuto costituire un tandem vincente, benché al momento i leader più importanti fossero Trotski e Stalin (Piatakov sarà fucilato nel 1936).
 http://www.homolaicus.com/teorici/lenin/lenin_testamento.htm


sabato 7 giugno 2014

Ipazia


Luciano Canfora
Ipazia, il coraggio della filosofia
Corriere della Sera, 11 aprile 2010

La vicenda di Ipazia, scienziata tra le maggiori della tarda antichità, massacrata ad Alessandria su istigazione del vescovo Cirillo (poi santo e dottore della Chiesa) nel marzo del 415 d.C. divide ancora. Incombe come ineludibile testimonianza del modo in cui il cristianesimo si impadronì dell’ impero romano. Nell’autorevole Dizionario ecclesiastico diretto da Angelo Mercati e Augusto Pelzer, due pilastri della dottrina vaticana, si legge ancora che Ipazia «fu uccisa in una dimostrazione popolare perché avversa al cristianesimo», si precisa non senza improntitudine che il vescovo Cirillo fu estraneo alla cosa, e si squalificano gli storici antichi che lo inchiodano, tra cui lo storico cristiano Socrate scolastico (circa 380-440 d.C.), con l’ argomento che sarebbe vissuto «un secolo più tardi» laddove fu palesemente coevo dei fatti! Se tali dotti si abbassano alla più grossolana delle falsificazioni, ciò significa che quel crimine – con tutto il clima di intolleranza e di folle esaltazione dell’ ignoranza, creato dai cristiani padroni ormai della più grande metropoli del Mediterraneo – brucia ancora.

Un’altra fonte contemporanea, su cui gli storici clericali sorvolano, Eunapio di Sardi, così descrive le squadracce di monaci ignoranti, i cosiddetti «parabolani», che torturarono e massacrarono Ipazia dopo averla, da bravi stupratori, denudata: «Monaci li hanno chiamati, ma non erano neppure uomini se non in apparenza, poiché conducevano vita da porci e apertamente compivano e assecondavano crimini innumerevoli e innominabili». Il determinismo storiografico filocristiano che ha cercato di minimizzare «incidenti» del genere come scotto da pagarsi al maestoso incedere progressivo della storia (di cui il cristianesimo sarebbe protagonista positivo) è ormai al capolinea. Ormai per fortuna la storiografia si riappropria del diritto di riaprire tutte le questioni sopite e relegate ai margini come «prezzi» dolorosi ma inevitabili. Il film di Amenábar Agora, che ricostruisce con filologica e ammirevole perizia l’ intera vicenda della vita e della morte di Ipazia di Alessandria, ha innanzi tutto il merito di restituire alla più ampia fruizione quella vicenda così rilevante e ancora oggi così traumatica. Incontra e incontrerà censure, ma questo dimostra soltanto quanto sia stato giusto e necessario concepirlo e produrlo. Esso ha inoltre il merito di porre al centro della vicenda i libri, cioè la biblioteca del Serapeo piena di tesori della cultura antica e perciò invisa ai cristiani e da loro annientata. Le scene della distruzione della biblioteca sono di ottima fattura e di esattezza impeccabile.

La battaglia intorno ai libri, nella quale si erano illustrate le bande al servizio di Teofilo, zio e predecessore nonché mentore di Cirillo, non ha nulla da invidiare alle gesta delle orde di Pol Pot. Un altro merito della ricostruzione storica contenuta in questo film è di mostrare l’ asservimento progressivo del potere politico a quello della Chiesa e dei vescovi, in specie dei più violenti e oscurantisti. In tempi di fondamentalismi che si affrontano, in pieno XXI secolo, nel nome di contrapposti repugnanti pregiudizi, questo monumento a Ipazia è un ammonimento per tutti. Quel che ci affascina è che, nonostante tutto, la notizia di lei e della sua opera sopravvisse. Cosa c’è di più sorprendente e di più ammirevole che ritrovare dentro una enciclopedia dell’ XI secolo (Suidas) una galleria di ritratti entusiastici e commossi di filosofi neoplatonici (e pagani) come Ipazia e Olimpio? La fonte in quel caso è il neoplatonico Damascio. Contro la scuola neoplatonica di Atene si accanì Giustiniano (529 d.C.) che cacciò quei filosofi dall’ impero. Alcuni furono uccisi, altri si rifugiarono presso l’imperatore persiano Cosroe, che li accolse e ne protesse l’opera. Più tardi, contro i loro eredi si abbatterà ancora una volta la persecuzione del clero bizantino: in particolare nei confronti di Gemisto Pletone, con grave danno dei suoi scritti e della «setta» di Mistrà.

E però saranno proprio questi uomini che conquisteranno la mente di umanisti come Ficino e costituiranno l’ alimento dell’ Umanesimo e della Rinascita. Insomma quel filo conduttore di alternativa filosofica all’ imbarbarimento cristiano non si è mai smarrito. Per converso la parabola del cristianesimo come potenza politica è stata segnata dall’ accoglimento del peggio dell’eredità pagana: la superstizione. «I vescovi più rispettabili – scrive Gibbon con la consueta serenità e finezza – si erano persuasi che il popolo ignorante avrebbe più volentieri rinunziato al paganesimo, se avesse trovato qualche somiglianza, o qualche compenso, nel seno del cristianesimo» (cap. 28). E così accadde. Distanti 800 anni l’ uno dall’ altro l’ uccisione di Socrate e il massacro di Ipazia sono frutto della stessa «infamia», per usare l’ espressione cara a Voltaire. Écrasez l’infâme, resta il solo imperativo, più che mai attuale.

I libri: su Ipazia il libro da leggere è quello di Gemma Beretta, Ipazia d’Alessandria, Editori Riuniti, Roma 1993, purtroppo esaurito: perché non lo ristampano? Di buona qualità scientifica ma rese difficili dalla densità della scrittura, le pagine di Silvia Ronchey, Ipazia l’intellettuale in A. Fraschetti (a cura di), Roma al femminile, Laterza, Roma-Bari 1994.  redazione@giudiziouniversale.it

giovedì 5 giugno 2014

Aristofane contro Platone. Il destino del comunismo



Paolo Randazzo
Aristofane contro l'utopia platonica
Europa, 31 maggio 2014

Le parole talvolta nascondono trappole di senso e, a prenderle alla leggera, spesso si scivola nella banalità: ad esempio, si ha un bel dire che oggi per ricostruire il senso del nostro rapporto col mondo classico (un senso culturalmente fecondo) occorra ripartire da una corretta esplorazione di quanto in esso è totale “alterità” rispetto a ciò che siamo diventati.
Il rischio è che, mentre gli specialisti studiano ed esplorano, il resto della società scivoli in una delle due antitetiche semplificazioni: rifugiarsi nella percezione del mondo classico inteso come radice unica della nostra identità culturale (l’eterno neoclassicismo ideologico e rassicurante) o scivolare in un antropologismo d’accatto che finisce col nascondere la complessità degli effetti che da quella radice continuano a sgorgare.
Ovviamente i primi campi in cui questo rischio deve essere combattuto sono la scuola, l’università, le istituzioni politiche e culturali, ma anche la pubblicistica ha un ruolo centrale in questa battaglia in Italia sono rari gli autori in grado di elaborare una scrittura che sia scientificamente avvertita e al contempo godibile sul piano della lettura.

Piccola premessa per dire che La crisi dell’Utopia, Aristofane contro Platone (Laterza), l’ultimo saggio di Luciano Canfora, non solo è un libro interessantissimo nel merito dell’argomento di cui tratta, ma è anche di godibilissima lettura da parte di un pubblico di non specialisti. Canfora ricostruisce con rigore e straordinaria dovizia di fonti, informazioni, particolari, la vicenda di una polemica (politica e culturale) scoppiata tra Platone e Aristofane nei primi anni del IV secolo a.C., subito dopo la traumatica condanna a morte di Socrate da parte del nuovo governo democratico di Atene.


Motivo della polemica è l’utopia comunistica che Platone andava delineando e che probabilmente aveva già fatto circolare (in forma scenica) prima del suo primo viaggio a Siracusa (388) e molto prima della sua definitiva pubblicazione nel V libro della Repubblica.
Canfora dimostra che la commedia Ecclesiazuse altro non è che un feroce attacco proprio a questa utopia platonica. Un attacco in cui Aristofane prende di mira non tanto gli aspetti più tradizionali di questa costruzione utopica e che risalivano alla tradizione culturalmente filospartana dell’aristocrazia ateniese, ma la scandalosa parificazione della condizione delle donne a quella degli uomini nella nuova Kallipolis guidata dai filosofi che, in una società maschio-centrica come quella di Atene e dell’intera Grecia classica, appariva appunto una pericolosissima utopia.
Un attacco feroce, cui Platone sembra rispondere già con la definitiva stesura della Repubblica e, ulteriormente, nel Simposio e nelle Leggi.
Ma la auto-difesa di Platone non sortirà gli stessi effetti dell’attacco del commediografo ispirato al senso comune: se l’utopia comunistica continuerà ad avanzare nel percorso della storia culturale europea, ripercorrendo quasi sempre le orme di Platone (dal mito di Atlantide alla rivolta antiromana di Blossio di Cuma, dal racconto del viaggio di Giambulo nelle “Isole del sole”, contenuto in Diodoro Siculo, alla durezza con cui Lattanzio e altri scrittori cristiani stroncano ogni tentativo di lettura comunistica del messaggio evangelico, dalla Città del sole di Campanella ai Viaggi di Gulliver di Swift, fino a giungere alle vicende del socialismo utopistico e della costruzione politico-filosofica “scientifica” di Marx ed Engels), allo stesso modo la stroncatura aristofanesca e poi aristotelica dell’utopia platonica si ripresenta nei secoli come il necessario lato scettico di quello sguardo luminoso ed ottimistico sulla realtà.
E resta aperta insomma la domanda da cui questo splendido saggio prende le mosse: «I fallimenti liquidano l’utopia, o l’utopia resta un bisogno morale al di là del naufragio? E la demonizzazione, fin troppo facile, dell’utopia non diviene un alibi per blindare in eterno la conservazione e l’ingiustizia?».

sabato 17 maggio 2014

L'uccisione di Giovanni Gentile

Gianpasquale Santomassimo
Omicidio Gentile, cinque obiezioni
il manifesto Alias, 11 maggio 2014

E' sin­go­lare che di fronte a un omi­ci­dio poli­tico aper­ta­mente e quasi orgo­glio­sa­mente riven­di­cato dai comu­ni­sti siano sorti tanti dubbi e ipo­tesi stra­va­ganti. Si parla dell’uccisione di Gio­vanni Gen­tile, ese­guita da un comando dei GAP il 15 aprile 1944. Aveva comin­ciato nel 1985 Luciano Can­fora (La sen­tenza, edi­zioni Sel­le­rio), che però era par­tito da un pro­blema reale: l’aggiunta finale di Giro­lamo Li Causi a un arti­colo di con­danna di Gen­tile scritto da Con­cetto Mar­chesi e che poteva suo­nare appunto come una sen­tenza di morte. Poi si sono aggiunti nel tempo testi di vari autori che hanno finito per dar vita a un cospi­cuo filone di let­te­ra­tura complottistica.
Il mas­sic­cio libro di Luciano Mecacci (La Ghir­landa fio­ren­tina e la morte di Gio­vanni Gen­tile, Adel­phi, pp. 520, euro 25,00), se da un lato suscita sin­cera ammi­ra­zione per lo sforzo fatto dall’autore di rico­struire tutte le pos­si­bili piste che si dipa­nano attorno all’evento, sia pure solo ipo­te­ti­che e debol­mente indi­zia­rie, dall’altro lascia nel let­tore una sen­sa­zione ine­vi­ta­bile di incon­clu­denza. Alla fine non veniamo a sapere in realtà molto più di quanto non sapes­simo sull’evento in sé, se non su det­ta­gli secon­dari, anche se appren­diamo mol­tis­simo su per­so­naggi come Mario Man­lio Rossi, forse in con­tatto con i ser­vizi segreti inglesi, e sulla sua ini­mi­ci­zia con Euge­nio Garin; e sullo scoz­zese John Pur­vis, anch’egli forse reclu­tato dai ser­vizi, che nel 1938 venne a Firenze e prese appunti su molti intel­let­tuali fio­ren­tini, in un tac­cuino cui dette il nome di «Ghir­landa fio­ren­tina» (di qui il titolo del libro).
La cor­posa inda­gine di Mecacci prende avvio da un cenno di Cesare Lupo­rini a «cose che forse ancora non si pos­sono dire» riguardo all’omicidio Gen­tile, pro­nun­ciato in una inter­vi­sta radio­fo­nica del 1989. Pur­troppo non sapremo mai a cosa in par­ti­co­lare volesse rife­rirsi. Sap­piamo che Lupo­rini, legato da affetto e rico­no­scenza nei con­fronti di Gen­tile, si era recato a tro­vare il più anziano filo­sofo nella sua villa per ten­tare di dis­sua­derlo dall’esposizione vistosa in difesa di Mus­so­lini e della RSI a cui si era prestato.
Gen­tile del resto era stato deten­tore di un immenso potere nella cul­tura ita­liana nel tempo del fasci­smo: sul piano poli­tico, acca­de­mico, edi­to­riale. Attra­verso l’Enciclopedia ita­liana aveva intrat­te­nuto rap­porti con quasi tutta l’intellettualità ita­liana, anche non fasci­sta, con atti­tu­dine cer­ta­mente impron­tata a libe­ra­lità, ma che era stata in verità carat­te­ri­stica della poli­tica cul­tu­rale fasci­sta nei suoi aspetti più coin­vol­genti: lo stesso atteg­gia­mento era stato tenuto da Gioac­chino Volpe nell’organizzazione degli studi sto­rici e in maniera ancor più spre­giu­di­cata da Giu­seppe Bot­tai, soprat­tutto negli anni di «Pri­mato». Non mera­vi­glia quindi che il meglio della nostra cul­tura avesse avuto, e in parte man­te­nesse ancora, rap­porti di com­plessa vici­nanza con Gen­tile. E quindi non stu­pi­sce che mol­tis­simi intel­let­tuali si tro­vino chia­mati in causa in que­sto libro, anche se il nesso a volte sfugge: non solo Lupo­rini e Garin, ma anche Anto­nio Banfi, Guido Calo­gero, Ranuc­cio Bian­chi Ban­di­nelli, e stra­nieri ai mar­gini del qua­dro come Ber­nard Beren­son e Igor Mar­ke­vitch. E c’era anche l’immancabile Licio Gelli, che indub­bia­mente si tro­vava in Toscana e traf­fi­cava tra repub­bli­chini e alleati.
Ovvia­mente si abbonda nell’accusa agli intel­let­tuali di aver vol­tato gab­bana (cosa che in realtà può dirsi per la stra­grande mag­gio­ranza della popo­la­zione ita­liana) e si asse­ri­sce più volte, sulla scorta per la verità di altri autori, che il silen­zio degli intel­let­tuali è una con­ferma della loro impli­ca­zione, che è argo­men­ta­zione dalla logica deci­sa­mente premoderna.
L’autore fa ricorso alla meta­fora dei cer­chi nell’acqua, «per cui si parte da un cer­chio interno… da cui si irra­dia il movi­mento dei cer­chi più peri­fe­rici, fino ad arri­vare all’ultimo cer­chio, quello dei gap­pi­sti, che infine pro­voca l’onda distrut­tiva». Quindi ci sono ese­cu­tori, man­danti, com­plici. Se la prima cate­go­ria risulta fin dall’inizio paci­fica e riven­di­cata, le altre due, e soprat­tutto l’ultima, sono invece vaghis­sime. Nell’impossibilità di entrare nel det­ta­glio di un libro molto com­plesso, mi limi­te­rei a qual­che osser­va­zione di carat­tere gene­rale e det­tata soprat­tutto dal buon senso.
1. Va sot­to­li­neata la straor­di­na­ria faci­lità dell’atto, che non richie­deva grande orga­niz­za­zione. Qui non ci tro­viamo di fronte ad alcuna «geo­me­trica potenza», come nel caso Moro, che viene evo­cato a spro­po­sito. Un pic­colo gruppo di gap­pi­sti in «divisa» da stu­denti e con i libri bene in vista blocca una mac­china di fronte a un can­cello e fa fuoco sul pas­seg­gero. Gen­tile era com­ple­ta­mente indi­feso, e pur essendo per­so­na­lità di grande rilievo nella Repub­blica sociale non aveva alcuna scorta. Se si pensa che una set­ti­mana prima il suo segre­ta­rio era stato rastrel­lato e fuci­lato da tede­schi e fasci­sti, si com­pren­derà come prima che giun­gesse la riven­di­ca­zione dei Gap si fos­sero dif­fuse molte voci su un rego­la­mento di conti all’interno del fasci­smo di Salò.
2. Sulla que­stione di un atto voluto dai ser­vizi inglesi, per bloc­care la «paci­fi­ca­zione nazio­nale» per­se­guita da Gen­tile e che avrebbe potuto por­tare a una pace sepa­rata, c’è da obiet­tare in primo luogo che non si capi­sce per­ché agli inglesi dovesse risul­tare sgra­dita que­sta ipo­tesi. Ma soprat­tutto biso­gna ricor­dare in cosa con­si­stesse la paci­fi­ca­zione pro­pa­gan­data con enfasi da Gen­tile. Nei suoi inter­venti pub­blici degli ultimi mesi il filo­sofo aveva invo­cato la «con­cor­dia», dopo «l’ubriacatura dei qua­ran­ta­cin­que giorni», la neces­sità di supe­rare le lotte interne «tranne quella vitale con­tro i sobil­la­tori, i tra­di­tori, ven­duti o in buona fede, ma sadi­sti­ca­mente ebbri di ster­mi­nio», cioè i par­ti­giani. Ancora nel suo ultimo inter­vento di rilievo del 19 marzo, inau­gu­rando l’Accademia d’Italia e com­me­mo­rando Vico, aveva invi­tato alla paci­fi­ca­zione degli animi, ma sotto la guida di Mus­so­lini «voce antica e sem­pre viva della Patria» e a fianco del «Con­dot­tiero della grande Ger­ma­nia». I suoi toni erano certo diversi rispetto a quelli del fasci­smo repub­bli­chino più fana­tico, ma la linea che pro­po­neva non dif­fe­riva sostan­zial­mente da quella di Mus­so­lini. Cer­ta­mente gli attac­chi del colon­nello Ste­vens da Radio Lon­dra con­tri­bui­rono a fare di Gen­tile un ber­sa­glio evi­dente, ma non bastano a indi­care gli inglesi come «man­danti» dell’esecuzione.
3. Altro tema ricor­rente e fan­ta­sioso in que­sta let­te­ra­tura è quello dell’omicidio ordi­nato da Togliatti per «impa­dro­nirsi» della mitica «ege­mo­nia cul­tu­rale» sba­raz­zan­dosi dell’ostacolo più ingente che si frap­po­neva. C’è qui un duplice equi­voco, il primo vistoso, il secondo più sot­tile. Pen­sare che Gio­vanni Gen­tile avrebbe potuto eser­ci­tare un ruolo di rilievo nella cul­tura ita­liana del dopo­guerra è del tutto irrea­li­stico. Un’avvisaglia espli­cita di ciò che atten­deva Gen­tile si era avuta nella rispo­sta duris­sima e sfer­zante del mini­stro bado­gliano Leo­nardo Severi, resa pub­blica nell’agosto 1943 in rispo­sta a una prof­ferta di «con­si­gli» da parte di Gen­tile. Ed era stata già avviata la pro­ce­dura di epu­ra­zione del filo­sofo dall’Università. Potremmo dire anzi che la fine tra­gica rispar­miò a Gen­tile un futuro di umi­lia­zioni avvilenti.
Quanto a Togliatti, invece, va ricor­dato che era appena tor­nato in Ita­lia con una visione molto som­ma­ria della cul­tura ita­liana, che imma­gi­nava com­ple­ta­mente suc­cube dell’egemonia cro­ciana. Si lan­ciò in attac­chi molto vio­lenti nei con­fronti di Croce, al punto da pro­vo­care quasi una crisi nel governo Bado­glio (Togliatti e Croce erano entrambi mini­stri), che si com­pose solo con le scuse del lea­der del Pci. Sol­tanto nell’aprile 1952 Togliatti modi­ficò la sua inter­pre­ta­zione, rico­no­scendo che l’egemonia cul­tu­rale durante il fasci­smo era stata soprat­tutto dell’«idealismo attuale», cioè gen­ti­liana.
4. Si tra­scura o si ignora una carat­te­ri­stica fon­da­men­tale del comu­ni­smo fio­ren­tino, che era il suo carat­tere rigi­da­mente «pro­le­ta­rio», nel signi­fi­cato che il ter­mine poteva assu­mere in una città senza grandi inse­dia­menti indu­striali, ma che impli­cava in ogni caso una con­no­ta­zione for­te­mente anti-intellettualistica. Anche di qui una forte dif­fi­denza nei con­fronti degli azio­ni­sti fio­ren­tini, con­si­de­rati intel­let­tuali bor­ghesi, che sarebbe pro­se­guita a lungo nel dopo­guerra. Il solo Romano Bilen­chi aveva rap­porti col mondo dei gap­pi­sti, di cui avrebbe rico­struito la sto­ria. Lupo­rini non era iscritto al par­tito ma sarebbe stato ammesso molto più tardi, con qual­che dif­fi­coltà e per inter­ces­sione di Bilen­chi.
Anche Ranuc­cio Bian­chi Ban­di­nelli non era iscritto nell’aprile del 1944, se pure era sti­mato e ascol­tato nella pic­cola cer­chia comu­ni­sta. In ogni caso è impen­sa­bile che deci­sioni della por­tata dell’uccisione di Gen­tile potes­sero venire assunte die­tro impulso deci­sivo degli intel­let­tuali più o meno vicini al par­tito. Più sen­sato è il rin­vio a un influsso dell’ambiente mila­nese, dove si tro­vava il cen­tro e il cuore dell’attività di pro­pa­ganda e orien­ta­mento del Pci nell’Italia occu­pata (e dove anche l’ambiente azio­ni­sta era molto distante da un rap­porto di fami­lia­rità con Gen­tile, come dimo­strò l’approvazione dell’attentato, in netto con­tra­sto con l’atteggiamento dell’azionismo fiorentino).
5. Quanto alla «ecce­zio­na­lità» incom­pren­si­bile dell’assassinio di un intel­let­tuale, va ricor­dato che due mesi dopo Marc Bloch verrà tor­tu­rato e fuci­lato dai nazi­sti, e che un anno dopo Hui­zinga morirà pri­gio­niero dei tede­schi. Nella nuova gene­ra­zione di intel­let­tuali si ricor­derà che Giaime Pin­tor era caduto in azione il 1° dicem­bre del 1943 (e Gen­tile ne era stato infor­mato dall’amico For­tu­nato Pin­tor) e che Euge­nio Curiel, citato qui per il duro arti­colo Senza necro­lo­gio scritto in morte di Gen­tile, sarebbe stato ucciso dai fasci­sti nel feb­braio del 1945. Gen­tile, in ogni caso, non può essere con­si­de­rato un «nor­male» intel­let­tuale dedito esclu­si­va­mente ai suoi studi: era stato ideo­logo del regime e mini­stro, grande orga­niz­za­tore della cul­tura fasci­sta, e aveva accet­tato la carica di pre­si­dente dell’Accademia d’Italia restau­rata dal regime di Salò.
Forse alla fine biso­gnerà ras­se­gnarsi all’evidenza e a con­si­de­rare l’uccisione di Gen­tile sem­pli­ce­mente come una delle tante ese­cu­zioni di col­la­bo­ra­zio­ni­sti avve­nute nel corso della Resi­stenza europea.