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lunedì 7 settembre 2026

La rivolta di una Germania perduta

Mara Gergolet
"Hanno riempito tutti i vuoti a Est. Definirli fascisti non serve a niente"

Corriere della Sera, 7 settembre 2026 

MAGDEBURGO «L’AFD vede nell’Est una Germania originaria, senza stranieri», dice Ingo Schulze. Non pensava alla vigilia che l’afd ottenesse la maggioranza, e ora che è sulla soglia dell’impensabile, è frastornato, come tutti.
Con l’Est, o meglio con la Ddr, Schulze è associato da sempre, fino a essere lo scrittore più rappresentativo uscito da quelle terre. «Ho sempre scritto della Ddr in relazione al mondo dopo il 1990. Per me è stata, e continua a essere, uno sfondo che permette di comprendere meglio le ovvietà del presente». È proprio in queste terre che l’Afd sta dilagando.

La AfD si è riappropriata di quel passato comune? Cancellando, al contempo, tutto quello che la ddr aveva di violento e repressivo?
«La mia tesi è sempre stata che proprio l’immagine che ci facciamo della Ddr contiene anche un potenziale per contrastare la destra, o l’estrema destra. Si tratta di ricordare ciò che vi era di progressista: l’educazione dei bambini, l’uguaglianza tra uomini e donne, il sistema sanitario, molti aspetti del diritto di famiglia e, più in generale, tutto ciò che riguardava i servizi pubblici. Non sono questi, però, gli aspetti su cui insiste l’Afd. L’AfD vede nell’Est una Germania originaria, senza stranieri. È difficile opporsi a questa narrazione se ci si limita a ricordare soltanto il carattere repressivo della Ddr».
Ritiene giusto 
definire l'AfD fascista?
«Non amo queste etichette, perché ci fanno pensare immediatamente al nazionalsocialismo. Bisogna fare lo sforzo di descrivere l’AfD con maggiore precisione. Se dovesse arrivare al potere, provocherebbe enormi danni soprattutto nell’istruzione e nella cultura, prima ancora di fallire. La sua lettura del mondo non è sociale, ma etnico-nazionale».
Riscrivere la cultura e la storia: è questo il suo aspetto più pericoloso?
«Senza alcun dubbio. Le faccio un esempio. Alla fine di maggio abbiamo tenuto l’assemblea primaverile dell’accademia tedesca per la lingua e la letteratura ad Halberstadt, in Sassonia-anhalt. Il nostro partner locale era il Gleimhaus, il museo dedicato all’illuminismo tedesco. L’AFD sta attaccando personalmente la direttrice, che da anni svolge un lavoro straordinario, perché definisce l’illuminismo un movimento internazionale e non nazionale. Anche molti insegnanti temono di essere denunciati come “politicamente di parte”. È assolutamente possibile che diversi docenti perdano il posto. E lo stesso potrebbe estendersi alle università, ai musei, alla storiografia».
L'AfD usa deliberatamente il linguaggio del 1989: "Noi siamo il popolo", la resistenza contro le élite, l'idea di una nuova rivoluzione. Lei la visse in prima persona, manifestando per le strade, cosa pensa?
«La mia impressione è che proprio coloro che allora gridavano: “Siamo un solo popolo! Il marco subito! L’adesione subito!”, cioè quelli ai quali l’auto-dissoluzione della Germania orientale non sembrava abbastanza rapida, siano oggi quelli che parlano più forte del “completamento” della rivoluzione. La cosa pericolosa è soprattutto che nessun altro partito è riuscito ad appropriarsi positivamente della tradizione dell’est, o forse non lo ha nemmeno voluto. Inoltre l’AfD è l’unico che pretende di avere una visione del futuro, un’alternativa allo status quo. Per alcuni questo rappresenta un orizzonte che altrove non trovano. Bisognerebbe prenderne atto».
Molte persone non hanno sentimenti negativi verso la Russia, nonostante l'occupazione sovietica.
«Gli abitanti della Ddr vedevano che i vincitori della Seconda guerra mondiale vivevano peggio di loro. I soldati sovietici, confinati nelle caserme della Ddr in condizioni molto dure, suscitavano piuttosto compassione. Inoltre, nel 1989, l’urss di Gorbaciov fu la garante del fatto che le manifestazioni dell’autunno non venissero represse con la violenza. Nell’ovest “i russi” sono sempre rimasti una parola che evocava paura; nell’est era diverso, anche se il rapporto era ben lontano dagli ideali ufficiali dell’amicizia socialista. A questo si aggiunge il fatto che in Germania la guerra in Ucraina viene raccontata in modo unilaterale. Nell’est la diffidenza verso i media è maggiore. Si ha l’impressione che l’identità politica tedesca, o dell’europa occidentale, venga definita quasi esclusivamente dalla lotta degli ucraini. Questo non fa bene a nessuno, meno che mai agli stessi ucraini».
Non è paradossale il legame quasi istintivo che l'AfD sente con Trump?
«Sì, imparano gli uni dagli altri. E proprio osservando Trump si può capire quale Germania abbia in mente l’afd. Personalmente considero più interessante ciò che ha tentato la Spagna, cioè la regolarizzazione degli immigrati irregolari. Non invidio affatto i politici che devono trovare un compromesso tra immigrazione e rimpatri. Non è qualcosa che riusciremo semplicemente a fare, come diceva Angela Merkel».

lunedì 4 maggio 2026

Coluche, il Grillo francese

 


Valentine Faure
Cosa ci racconta Coluche della Francia del suo tempo
Le Monde, 1 maggio 2026

Attraverso una nuova biografia dedicata al celebre comico, il sociologo Jean-Louis Fabiani traccia un ritratto del paese negli anni Ottanta.

Libro. Cos'altro si potrebbe imparare su Coluche? Sul comico indubbiamente più noto ai francesi, proliferano libri, documentari, fumetti e persino una storia alternativa che immagina un mondo in cui non sia morto nel 1986. Questa volta, è come "l'espressione culturale più acuta di un'epoca che egli al tempo stesso incarna e denuncia" che viene trattato dal sociologo Jean-Louis Fabiani nel suo saggio intitolato semplicemente Coluche (La Découverte, 128 pagine, 11 euro).

L'autore ripercorre con precisione il percorso del giovane di Montrouge (Hauts-de-Seine): gli esordi nei caffè-teatri, l'alleanza con l'impresario Paul Lederman, la sua mitica casa nel XIV arrondissement di Parigi a forma di caravanserraglio, l'immenso successo, le dipendenze, la candidatura alle elezioni presidenziali del 1981, evitando i cliché sull'uomo geniale autodidatta con le ali bruciate che ne hanno costituito la leggenda.

Ma questi riferimenti biografici servono qui a un'analisi sociologica: in che modo Coluche è un prodotto del suo tempo – la Francia post-68 dell'emarginazione sociale, della trasformazione delle industrie culturali, poi della svolta di austerità del 1983? Di cosa rideva la gente di questo "clown proletario"?

Impotenza politica

Colui che faceva ridere con quasi nulla – ritmo, silenzi, frasi incompiute, quasi onomatopee – viene qui elevato al rango di oggetto di studio senza che la "commedia alla Coluche" si carichi di significati. "Storia di un ragazzo" diventa quindi oggetto di una sottile analisi politica che si rifà a Henri Bergson e Shakespeare. Questo perché "la risata che Coluche evoca è spesso una risata più seria di quanto appaia ", scrive Jean-Louis Fabiani. "Nella risata non c'è solo piacere: c'è anche un'inquietudine latente, che l'artista ha portato in superficie senza soffermarsi su di essa".

Fu proprio quando smise di essere divertente che Coluche rivelò "le divisioni di classe e le dispute sullo status quo che animano la società francese". Riguardo alla sua candidatura presidenziale senza un programma , il sociologo Pierre Bourdieu affermò che uno dei suoi pregi fu "portare alla luce un tacito presupposto dell'ordine politico, ovvero che i non iniziati ne siano esclusi". Alla fine, la sua candidatura, che mirava a "dare loro del filo da torcere", "suonò piuttosto la campana a morto per la speranza politica che aveva mobilitato le generazioni precedenti ", osserva Jean-Louis Fabiani.

La sua opera filantropica, con il lancio di Les Restos du Cœur (I Ristoranti del Cuore) nel 1985, viene dunque presentata come un segno di impotenza politica. Il comico nazionale divenne tuttavia una coscienza nazionale, capace di "riconciliare magicamente tutte le componenti della società attorno a un fantasma di solidarietà che l'austerità, il declino del sostegno familiare e lo stato sociale avevano reso impossibile ". Questo gesto, l'unico della sua carriera non finalizzato a far ridere, è senza dubbio ciò che le giovani generazioni ricordano di Coluche. Lui, che tuttavia "in momenti di grazia si liberava dai suoi fardelli terreni per esprimere una forza comica che si incontra solo una o due volte in un secolo " .

“Coluche”,  di Jean-Louis Fabiani, collezione Repères, La Découverte, 128 pagine, 11 euro.

https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/05/01/ce-que-coluche-nous-dit-de-la-france-de-son-epoque_6684744_3232.html?search-type=classic&ise_click_rank=1

domenica 8 marzo 2026

Peter Thiel, anima nera di Trump

Giorgio Ferrari
Chi è cosa vuole davvero Peter Thiel, cuore di tenebra del mondo digitale

Avvenire, 8 marzo 2026

Attenti a quell’uomo. Si chiama Peter Thiel. Proviene dal sussiegoso cantiere dem (un tempo vanto dell’intelligentsija liberal della Silicon Valley), ma è approdato sulla sponda opposta. È straricco (se pure solo quarantesimo nella classifica di Forbes con un patrimonio di 27 miliardi), anarco-libertario, laurea in filosofia e giurisprudenza alla Stanford University, grande finanziatore del mondo MAGA e di Donald Trump fin dalla prima candidatura del 2016, ex amico e compare di Elon Musk, quindi grande elettore e finanziatore di JD Vance, un tempo paladino del “cafoni” raccontati nel suo Hillbilly Elegy, e poi tecnocrate estremista e alfiere di un’intransigenza nazionalista e antimigratoria, quasi una grottesca copia carbone del mastino di Putin Dmitrij Medvedev. Non per nulla Vance è una figura politica letteralmente creata da Thiel, che lo ha finanziato e fatto eleggere nell’Ohio, quindi lo ha sostanzialmente imposto a Donald Trump come running mate, fino a issarlo sul podio della vicepresidenza.

Ma chi è Peter Thiel, kingmaker di Vance e altri membri del governo e figura opaca e sfuggente, ma decisiva nella lenta conversione della democrazia liberale americana in una sorta di autocrazia light costruita a sua misura?
Prima di tutto, è il fondatore di Palantir, nata nel 2003 dopo la vendita di PayPal come società tecnologica della Silicon Valley e diventata rapidamente – come racconta Luca Ciarrocca nel suo saggio “L’anima nera della Silicon Valley. La vera storia di Peter Thiel” (Fuori Scena, 2026) – una delle aziende più influenti nel campo dell’analisi dei dati per governi, intelligence, come la Cia, l’Nsa e l’Fbi, e grandi imprese. Oltre che nell’aggregazione di dati biometrici, il software di Palantir è stato utilizzato anche dall’Ice per l’analisi delle reti migratorie e l’individuazione degli irregolari, nonché dalle forze armate americane per studiare la guerra ibrida che si sta svolgendo nel confronto fra le grandi potenze.
Vista da fuori, quella di Palantir potrebbe essere solo una case history di successo, nonostante l’ormai imbarazzante mole di miliardi di dati macinati e riorganizzati da un database che – scrive Ciarrocca – «digerisce ogni tipo di dati, dalla dichiarazione dei redditi allo status di immigrazione, dalle informazioni sul lavoro al numero dei figli», senza trascurare i post sui social media.
Questo è Palantir, un Grande Fratello che fa impallidire le profezie di George Orwell, una onnipotente entità che richiama alla memoria i più suggestivi azzardi filosofici di Isaac Azimov e di Arthur C.Clarke.
E qui dobbiamo fare un importante distinguo. Fra Peter Thiel e la pletora di paperoni della Silicon Valley che dopo aver fatto corona alla sinistra dem si sono rapidamente accucciati al trono di The Donald - stiamo parlando di figure come Jeff Bezos, Marc Zuckerberg, Larry Page, Tim Cook, Reid Hofmann, ossia Amazon, Meta, Google, Apple, Linkedin – corre un abisso.
Peter Thiel, negazionista climatico, genio matematico, libertario di destra, ammiratore di Tolkien, cofondatore di PayPal, considerato il “cuore di tenebra” del mondo digitale, non insegue la ricchezza come hanno fatto tutti gli altri, non ingaggia una gara all’ultimo respiro come fanno da Elon Musk in giù gli oligarchi del dollaro alla corte di Trump. Thiel vuole altro. La sua visione apocalittica della modernità (ne parlerà fra pochi giorni in un seminario a porte chiuse a Roma) contempla un ritorno alla visione assolutista della politica, quella del bellum omnium contra omnes, disegnata da Thomas Hobbes nel De Cive e nel Leviathan. Thiel non ama la concorrenza («una perdita di tempo e di risorse») né il libero mercato, ma vuole un potere assoluto gestito da tecnocrati assecondati dall’intelligenza artificiale, senza il quale a suo dire lo Stato non funzionerà mai. Mescolando suggestioni di Tolkien, Carl Schmitt e dell’antropologo René Girard, profetizza un Armageddon che vedrà a breve lo scontro supremo fra il Bene e il Male. «Per questo, dice, c’è Palantir», con la sua miriade di società collegate. Una specie di Linea Maginot – ci tiene a dire - a tutela dell’umanità.
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Si veda inoltre Raffaele Simone, Illuminismo nero: cos'è la neoreazione digitale che sta riplasmando l'America, Avvenire, 7 marzo 2026

domenica 30 novembre 2025

Il gioco del cerino

Francesco Cundari
Il confronto Meloni-Schlein (per ora) è saltato. Evviva

Linkiesta, 28 novembre 2025

Ero già rassegnato a sorbirmi un anno e mezzo di confronti, finti battibecchi e amabili duetti tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein, stanca replica del format già andato in scena nella legislatura precedente, solo con Enrico Letta al posto di Schlein – cioè, tecnicamente, nel ruolo del pollo a poker – quando la realtà mi ha regalato due liete sorprese.

La prima sorpresa è che Meloni è ormai talmente accecata dalla propria faziosità e dal desiderio di fare cappotto da avere gettato via l’occasione che lei stessa si era creata e aveva così bene sfruttato la volta scorsa, quando era riuscita a far credere a Letta che dalla polarizzazione Pd-Fdi avrebbe tratto qualche beneficio anche lui.

E così, invece di cogliere al volo la sfida di Schlein per un confronto ad Atreju ha risposto con una provocazione infantile, dicendo che allora avrebbe dovuto partecipare anche Giuseppe Conte. Perché anche negli anni passati, «a differenza di Elly Schlein», Conte era andato ad Atreju senza imporre alcun vincolo, e perché non spettava a lei, Meloni, «stabilire chi debba essere il leader dell’opposizione, quando il campo avverso non ne ha ancora scelto uno». Motivo per cui, bontà sua, si diceva disponibile «a un confronto unico con entrambi».

So che su molti giornali leggerete che si tratta di una manovra raffinatissima, ma a me sembra proprio, nel tono e nella sostanza, una ripicca da asilo, che pone una condizione – lei da sola contro due diversi leader dell’altro schieramento – che nessun avversario con un minimo senso di sé potrebbe mai accettare, e che infatti Conte ha accettato subito. Ma questa, ovviamente, non è una sorpresa.

La seconda lieta sorpresa cui accennavo all’inizio è invece che Schlein ha risposto nell’unico modo ragionevole, invitando provocatoriamente Meloni a portare anche Matteo Salvini, e magari estendere l’invito ad Antonio Tajani da un lato e ai leader di Avs dall’altro, così da fare un confronto tra coalizioni, se proprio ci tiene, per concluderne che in verità la presidente del Consiglio, davanti alla sfida del confronto, ha preferito scappare.

In compenso, la non sorprendente disponibilità di Conte a fare il gioco di Meloni, contro Schlein, la dice lunga su quanto il leader del Movimento 5 stelle sia intenzionato a vender cara la pelle, prima di cedere la guida della coalizione (con implicita candidatura a Palazzo Chigi) alla segretaria del Pd. Vedremo. In ogni caso, anche solo una piccola sosta nel rito demenziale delle nostre campagne para-presidenziali e dei dibattiti all’americana, che producono solo questo eterno bipopulismo alla sudamericana, è una buona notizia che merita di essere festeggiata.


martedì 26 agosto 2025

Il popolo del risentimento


Jacques Rancière, filosofo: "Oggi, il popolo del risentimento fabbricato dai miliardari ha il sopravvento"
Nicolas Truong, Le Monde, 26 agosto 2025

Nato nel 1940 ad Algeri, Jacques Rancière è un filosofo dell'emancipazione. Allievo di Louis Althusser (1918-1990), maestro di un'intera generazione intellettuale all'École Normale Supérieure, insegnò all'Università di Vincennes dal 1969 e ruppe con il marxismo scientifico ne La lezione di Althusser (Gallimard, 1974).

La sua immersione negli archivi della storia e del pensiero operaio in Francia lo portò a scrivere La Nuit des prolétaires. Archives du rêve ouvrier (Fayard, 1981), che avrebbe guidato gran parte della sua opera: l'emancipazione dei dominati non si basa sulla rivelazione dell'ordine che li opprime, ma sulla rottura con le posizioni assegnate e con l'opposizione tra operai e intellettuali.

Tra politica ed estetica, letteratura e cinema, Jacques Rancière forgia un pensiero di democrazia radicale, come testimoniano La Haine de la démocratie (La Fabrique, 2005) e La Mésentente (Galilée, 1995, ripubblicato in agosto da La Fabrique).

Il momento politico che stiamo vivendo sembra dominato dall'ascesa del nazionalismo identitario. Come percepisce un filosofo ispirato dai movimenti di emancipazione degli anni '60 e '70 l'avvento di questa controrivoluzione globale?

Il mio pensiero si è formato infatti in quegli anni in cui tutto sembrava possibile: reinventare il marxismo con Louis Althusser, contribuire a un nuovo mondo di libertà e uguaglianza nella dinamica creata dal Maggio 68, far risorgere tutta una storia di emancipazione con Les Révoltes logiques tra il 1975 e il 1981, una rivista che ho co-fondato con i filosofi Jean Borreil e Geneviève Fraisse.

Quindi, mi è difficile respirare nell'attuale clima di disuguaglianza e servitù. Non è una questione di illusioni perdute. È un vero e proprio degrado delle possibilità di vivere, sperimentare, pensare e creare. Lo slancio rimane, ma fa fatica ad adattarsi a un momento in cui si tratta di resistere piuttosto che di inventare.

Perché i progressisti non hanno previsto questo movimento?

In realtà, la controrivoluzione si è sviluppata lentamente, a tappe. È stato un po' tardi che i pezzi del puzzle si sono uniti: la finanziarizzazione dell'economia, la delocalizzazione delle imprese, la distruzione delle forme di solidarietà sociale e la cattura di vite umane, privatizzate nelle nuove forme di sottomissione dettate dalla cosiddetta economia "immateriale".

Non abbiamo percepito il movimento attraverso il quale la logica capitalistica della globalizzazione si è trasformata in desiderio di dominio assoluto dei corpi e delle menti, e la ricerca della riduzione dei costi è arrivata a convergere con le ideologie identitarie e la passione per l'eliminazione degli indesiderabili.

Questa convergenza era mascherata da diversi paraventi: l'immagine di un'economia "liberale" governata dal profitto capitalista ma accordata alla libertà delle forme di vita; il ruolo svolto in queste trasformazioni dai cosiddetti partiti "socialisti" dove era più difficile riconoscere il volto del nemico; le campagne degli intellettuali "di sinistra" che attribuivano l'avanzata del dominio capitalista agli appetiti sfrenati dell'uomo democratico.

In Francia, questa reazione assume, a suo avviso, la forma di una sorta di repubblicanesimo, le cui lotte si concentrano attorno alla difesa della laicità, che lei descrive, in "Les Trente Inglorieuses. Scènes politiques" (La Fabrique, 2022), come "estrema destra di sinistra". Qual è la responsabilità di alcuni intellettuali in questa ascesa agli estremi?

In Francia, hanno una pesante responsabilità nel crollo o nel rovesciamento del pensiero di sinistra. Mentre il dominio continuava a crearsi nuove armi, ci hanno spiegato che il pericolo mortale che ci minacciava era dovuto al progresso illimitato dell'uguaglianza. Hanno anche inventato da zero una nuova laicità, posta sotto la responsabilità degli individui e identificata con questioni di abbigliamento, mentre la vera laicità storica era semplicemente definita dalla neutralità dello Stato e dal suo insegnamento.

Hanno così cucito addosso alle nuove forze della reazione i nuovi abiti del razzismo e dell'islamofobia, hanno contribuito allo sviluppo di una cultura dell'odio che ha aperto loro la strada e hanno costruito la retorica che consente di condannare come antisemita e "islamo-di sinistra" qualsiasi tentativo di resistere a questa offensiva reazionaria.

Perché pensa che i modelli esplicativi della “ragione progressista” non siano più efficaci nel comprendere ciò che sta accadendo?

Per la ragione progressista, i fenomeni che la contraddicono provengono sempre da popolazioni arretrate, che sono quelle lasciate indietro o dimenticate dal progresso. È quindi sempre dal basso che viene il male: per essa, il fascismo è una reazione dei contadini arretrati, della piccola borghesia superata dal corso della storia o dei lavoratori lasciati indietro dal progresso tecnico, Hitler è stato chiamato al potere dalla massa di disoccupati che si riversa nelle strade, Trump è il rappresentante della feccia bianca [bianchi svantaggiati] delle regioni deindustrializzate, ecc.

Ma Hitler fu chiamato al potere dai circoli dirigenti tedeschi e l'attuale ondata di fascismo è stata orchestrata da miliardari desiderosi di rimuovere ogni freno al loro potere e che, con i media da loro creati o acquistati, hanno forgiato le persone che a loro volta votano per loro.

Perché "il popolo" non esiste come realtà in sé. Ci sono una moltitudine di modi di essere popolo che si scontrano: ci costituiamo come popolo attraverso lotte comuni o atti di solidarietà, ma anche attraverso risentimenti condivisi e opinioni manipolate. E oggi è il popolo del risentimento fabbricato dai miliardari ad avere il sopravvento.

In una conferenza tenuta alla Maison de la poésie di Parigi il 14 maggio, intitolata "La forza dei sentimenti", lei ha sostenuto che i presupposti delle scienze sociali sono parte integrante dell'ordine mondiale ineguale. Il trumpismo e quello che i conservatori chiamano "wokeismo" sono due facce della stessa medaglia?

Ovviamente non ho parlato di due facce della stessa medaglia. Ho semplicemente evidenziato l'evoluzione storicamente osservabile delle scienze sociali. In passato, esse offrivano un'analisi dei fenomeni sociali che cercava non solo di denunciare le disuguaglianze, ma anche di fornire i mezzi per contrastarle, siano essi rivoluzionari o riformisti.

Il fatto è che, pur dichiarandosi volontariamente critiche, hanno gradualmente abbandonato questa ambizione. Descrivono tutti gli aspetti del dominio. Alla fine li denunciano. Ma è lì che finisce il loro potere. In definitiva, si accontentano di trasmettere un senso di conoscenza, che è semplicemente la sensazione di essere superiore a chi non sa. Ed è qui che chi deride l'ignoranza e la stupidità di Trump mette in pratica lo stesso senso di superiorità che Trump nutre nei confronti degli imbecilli che non sanno come fare soldi.

In un certo senso, questo è un punto di convergenza molto specifico. Ma è forse anche un punto decisivo: partiamo dal presupposto dell'uguaglianza o da quello della disuguaglianza. E le scienze sociali tradizionali partono chiaramente dal secondo: non da ciò che le persone comuni possono fare, ma da ciò che non possono.

È per questo che la letteratura, come i racconti di Čechov, a cui ha recentemente dedicato un libro, "Au loin la liberté" (La Fabrique, 2024), è così importante? E perché ci permette di sfuggire a quella che lei chiama la "tristezza della conoscenza"?

La "tristezza della conoscenza" è la conseguenza della fede scientifica. Sappiamo tutto su come funziona il dominio. Ma questa conoscenza non ci fornisce più armi contro di esso. Piuttosto, ci incoraggia a sottometterci alla necessità delle cose, con l'unica consolazione di sapere ciò che gli ignoranti ignorano e di disprezzare i poteri che ci disprezzano.

I racconti di Čechov possono aiutarci a sfuggire a questa logica di sottomissione. Egli rifiuta le grandi catene causali che forniscono le ragioni della servitù e le teorie che sostengono che possiamo essere liberi quando le basi stesse della società sono cambiate. Contro lo scientismo del suo tempo, crede che la servitù sia la causa stessa di se stessa. È prima di tutto la paura del territorio sconosciuto della libertà, l'acquiescenza a un corso del tempo in cui sappiamo già cosa dobbiamo fare.Leggi più tardi

Čechov ci dice che la libertà può essere lontana, ma che da questa distanza ci chiama e ci chiama a cambiare le nostre vite. Dipinge quindi personaggi in circostanze in cui le loro vite potrebbero essere stravolte se si buttassero. E, anche se si sottraggono a questo richiamo di libertà, continua ad accompagnarli, a trattarli come individui che potrebbero essere liberi. In questo, si oppone radicalmente al sentimento di disprezzo che si fonde, oggi più che mai, con quello della paura. Ci aiuta a capire che il potere di cambiare la vita inizia sempre con un certo rifiuto di conoscere .

Non stiamo forse vivendo anche in un momento di creatività intellettuale e di sperimentazione egualitaria, in particolare da parte del movimento ecologista?

Di fatto, l'attivismo ambientale è arrivato a trasmettere e rafforzare la tradizione alternativa di creare nuovi modi di vivere, lavorare e abitare, di coltivare la terra e nutrirsi, di condividere ricchezza e responsabilità. E la riflessione è stata dispiegata in tutti gli ambiti per ripensare le forme di dominio ed emancipazione.

Ma non credo che le analisi parziali che ne sono emerse ci abbiano permesso di ripensare una comprensione globale di ciò che ci sta accadendo e una capacità collettiva di forgiare un altro futuro. E le grandi sintesi che, come quella di Bruno Latour [1947-2022] , hanno preso il posto della sintesi marxista non hanno creato alcuna dinamica politica in grado di contrastare il dominio.

Oggi stiamo assistendo a un'inversione di tendenza significativa. Le lotte dei due secoli precedenti avevano portato alla conclusione che le piccole comunità utopiche che desideravano cambiare vita immediatamente erano destinate al fallimento e che solo la prospettiva di un cambiamento globale era realistica. Oggi si ha la sensazione che solo le piccole comunità offrano reali possibilità di cambiamento e che sia proprio l'idea di un cambiamento globale a essere diventata un'utopia.

Cosa possono sperare oggi coloro che vogliono opporsi a questa regressione nazionalista e identitaria, quando l'orizzonte sembra bloccato?

Ho sempre detto che la speranza dipende meno dall'immagine dell'obiettivo da raggiungere che dalla fiducia che nasce dalle energie del presente. Vedo solo orrore quando considero le parole e le azioni degli attuali padroni del mondo, ma vedo anche ovunque uomini e donne che vogliono vivere da pari, che affermano l'uguale diritto di tutti gli esseri umani alla considerazione e allo stesso tempo si preoccupano di lottare contro l'ingiustizia imperante, di soccorrere le sue vittime e di garantire che la Terra rimanga abitabile per le generazioni future.

Vedo generosità, inventiva e coraggio manifestarsi in mille forme. Il pensatore dell'emancipazione intellettuale, Joseph Jacotot [1770-1840] , credeva che il meccanismo sociale fosse destinato alla disuguaglianza, ma che fosse possibile per tutti gli individui in questa società diseguale vivere da uguali. Non faccio previsioni sul futuro della società, ma credo che questo paradosso dell'emancipazione sia più attuale che mai.

https://www.lemonde.fr/series-d-ete/article/2025/08/25/jacques-ranciere-philosophe-aujourd-hui-le-peuple-du-ressentiment-fabrique-par-les-milliardaires-tient-le-haut-du-pave_6634651_3451060.html

martedì 24 giugno 2025

Il pacifismo imperiale



Nadia Urbinati

Fare e lasciar fare la guerra, il pacifismo imperiale di Trump

Domani, 24 giugno 2025

lI presidente populista anti-establishment, fustigatore dei politici, si scopre parte dell’establishment, come tutti gli altri. «Io ho portato a Washington l’America senza voce» aveva detto Donald Trump al tempo della sua prima presidenza.

Un mantra populista che negli Stati Uniti si carica di un carattere suppletivo: il pacifismo imperiale – imporre al mondo i costi del benessere del popolo americano. Il nazionalismo è proprio di tutti gli stati. Ma diventa contraddittorio se a perseguirlo è uno stato imperiale, che fa del nazionalismo un monito rivolto al mondo: America first parla non solo agli americani. Che significa, giustificare politiche doganali, di protezionismo, ma anche di guerra. Al di là del loro successo, di “isolazionismo” e “pacifismo” queste politiche non hanno proprio nulla. Non possono averlo.

Pacifisti in guerra


Lo abbiamo visto nel passato; lo rivediamo con Trump. Il cui America first sprizza aggressività da tutti i pori, mentre spergiura pacifismo. La divisione interna al movimento MAGA sul coinvolgimento degli Usa nella guerra israeliana contro l’Iran riflette questa contraddizione alla perfezione.

Pacifisti in guerra permanente. Per mettere a tacere le armi. Così disse Trump a Vladimir Putin; così ripete a Benjamin Netanyahu: che si faccia il lavoro sporco in fretta per aprire le porte alla pace, al «beautiful project of a Riviera in Gaza». Cosa ha ciò a che fare col pacifismo?

Trump ha condotto una campagna virulenta contro l’amministrazione Biden, accusata di essere guerrafondaia, di aver favorito la guerra in Ucraina e lasciato il Medio Oriente senza un’indicazione di pace, tradendo gli Accordi di Abramo, siglati dalla prima amministrazione Trump per normalizzare le relazioni diplomatiche tra Israele e alcuni paesi arabi.

il viaggio in Arabia

La base di quegli accordi era il “mutual understanding”. Su questo solco si è svolto un mese fa il primo viaggio in Arabia Saudita del “Trump II”, voglioso di stringere relazioni d’affari tra la sua famiglia e i leader arabi. Nel corso di quel viaggio Trump ha detto: «Non vi daremo più lezioni su come vivere, dato che le meraviglie di Riad e Abu Dabi non sono state create dai cosiddetti nation builder o neocon». Un subdolo pacifismo d’affari.

Il movimento MAGA tiene insieme il tradizionale populismo non interventista e la dichiarazione di superiorità della razza bianca, una superiorità che, ecco il significato dell’isolazionismo imperiale, non ha alcuna intenzione di far germinare la democrazia nel mondo. E non per rispetto dei popoli e della democrazia, che non si esporta.

Come scrive un intellettuale MAGA, Patrick Deneen, la democrazia americana è unica; è superiore, non esportabile e non ha nulla di liberale. Noi americani, dice il verbo MAGA, abbiamo questo dono, grazie alla nostra genia e alla nostra storia; la democrazia si adatta a noi. Quindi, “non vi daremo più lezioni” significa non che rinunciamo a imporvi il nostro potere, ma che rinunciamo a farvi diventare quel che non potete. Il MAGA non è pacifista. È suprematista e anti-universalista.

Lasciar fare


Molti elettori di origine araba sono stati ingannati da questo subdolo pacifismo. Il cui esito è mostruoso: lasciar fare a Netanyahu (lo stesso con Putin per l’Ucraina). Il non interferire significa consentire al forte di mostrare di meritare quel che pianifica. Meritare sul capo. E così, la sfida di Netanyahu è arrivata puntuale, interpretando bene il pacifismo MAGA: se il forte deve piegare il debole, perché questa è la legge della natura, allora Israele ha tutte le ragioni di attaccare il nemico della porta accanto.

Nemico storico che l’improvvida decisione del governo Bush nel 2003 di distruggere l’Iraq, non solo nell’esercito ma anche nella struttura statale (allora i neocon pensavano a uno sperimentalismo creativo di un nuovo regime), ha reso unica potenza della regione espressamente anti-Israeliana. L’Iran senza l’avversario naturale, l’Iraq, rappresenta da un lato un rischio, e dall’altro un bersaglio solitario, visto anche il suo isolamento rispetto ai paesi arabi.

Insomma, gli Usa sono in guerra per garantire una facile pace – è certo che l’Iran non ha una capacità atomica spendibile ora, ma proprio per questo l’attacco preventivo promette di essere al servizio di una pace veloce. Dicono da Washington: pochi bombardamenti nelle aree strategiche e tutto andrà apposto. Il pacifismo imperiale è un progetto di guerre facili, a incasso certo. Guerre permanenti. Che siano combattute con i B-2 o con le tariffe. American First in the World and, thus, Great Again.

martedì 22 aprile 2025

Un bilancio



Giovanni Maria Vian
già direttore dell'Osservatore romano (2007-2018)
Le scelte di papa Francesco hanno incontrato forti resistenze e sono state indebolite dai limiti della sua personalità, Le Monde 22 aprile 2025

Innovativo e promettente nei primi anni, il pontificato di Francesco si è rivelato nel tempo deludente e pieno di contraddizioni. Il suo governo ha lasciato un po' a desiderare, come quello dei suoi predecessori, Benedetto XVI e Giovanni Paolo II, ma per ragioni opposte. I papi tedesco e polacco avevano delegato il loro potere a collaboratori, per lo più italiani preoccupati dei propri interessi. D'altro canto, Francesco, il gesuita argentino sedotto dal peronismo, governava da solo, con stile autocratico.

Ostile alla Curia romana , il sovrano pontefice, ad esempio, spogliò la Segreteria di Stato del suo potere e la privò della sua autonomia finanziaria, nonostante essa occupasse un posto molto alto nella gerarchia vaticana: fu un elemento centrale della riforma voluta da Paolo VI subito dopo il Concilio Vaticano II, all'inizio degli anni Sessanta.

L'elezione di Jorge Mario Bergoglio iniziò nel 2001, quando Giovanni Paolo II lo creò cardinale. A Buenos Aires, i giornalisti gli chiesero allora «quale dovesse essere, a suo avviso, il profilo del nuovo papa », come raccontò papa Francesco nel libro-intervista El Pastor [inedito, 2023] di Angela Ambrogetti e Sergio Rubin, confermando che la sua campagna era iniziata in quel momento. E continuò: «Risposi con sicurezza: un pastore. A quel tempo, era difficile immaginare che, dodici anni dopo, sarei stato quel pastore».

Decisioni spesso inefficaci

Nel brevissimo conclave del 2005, il cardinale Bergoglio aveva già ricevuto diversi voti nonostante l'opposizione del suo influente collega gesuita Carlo Maria Martini, che probabilmente votò per Joseph Ratzinger, il futuro Benedetto XVI, e lo fece eleggere. Il conclave del 2013 fu altrettanto breve. Gli italiani si aspettavano che Angelo Scola venisse eletto arcivescovo di Milano. Le dimissioni di Benedetto XVI hanno rivelato la situazione di crisi in cui si trovava il governo centrale della Chiesa. Altrettanto chiare erano le richieste di riforma espresse durante le assemblee generali a cui parteciparono tutti i cardinali, anche quelli che non avevano diritto di voto perché avevano più di 80 anni.

Francesco ha sempre giustificato il suo programma di riforme invocando le richieste espresse prima del conclave. Ma le scelte di questo papa, che non sapeva né voleva trovare alleati all'interno della curia romana, incontrarono forti resistenze e furono indebolite dai limiti della sua personalità, da lui stesso riconosciuta complessa e difficile. L'argentino ha spesso ammesso di avere un carattere irascibile. In quanto uomo di potere, agì rapidamente, prendendo decisioni che apparivano innovative ed efficaci, ma che spesso si rivelarono inefficaci nella pratica e contraddittorie con il suo modo di governare.

Citiamo ad esempio l'emblematica creazione, esattamente un mese dopo la sua elezione, di una sorta di consiglio della corona composto da otto, poi nove, cardinali scelti secondo criteri geografici . Questo consiglio dei cardinali, nonostante le sue riunioni regolari, si è dimostrato incapace di prendere decisioni. Dieci anni dopo, il Papa espulse clamorosamente il cardinale Reinhard Marx, il più eminente rappresentante del cattolicesimo progressista tedesco, che aveva, ad esempio, denunciato la natura "sistematica" degli abusi sessuali.

Altra scelta emblematica, il Papa ha deciso di vivere nella foresteria vaticana di Santa Marta, simbolo di un potere apparentemente vicino ai fedeli, all'opposto del palazzo apostolico che lo stesso Francesco ha definito «l'ultima corte d'Europa» . Tuttavia, l'intero secondo piano della casa di Santa Marta era riservato al Papa, non solo un modesto appartamento di due stanze come sostenevano i media.

Versione assolutista del papato romano

Parallelamente, Francesco ha avviato un'operazione di comunicazione volta a costruire la propria immagine, con innumerevoli conferenze stampa e interviste, molto efficaci nei primi anni, poi inevitabilmente ripetitive, e con una pioggia di libri, tra cui due "autobiografie" scritte da altri sulla base di conversazioni con il sovrano pontefice. Non si possono non menzionare le sue disastrose parole sulla guerra in Ucraina, pronunciate da un Papa divenuto filorusso per via del suo antiamericanismo ma che, paradossalmente, si è ritrovato dalla stessa parte del Presidente degli Stati Uniti.

Altri due temi sui quali gli interventi del Papa si sono rivelati inefficaci sono la finanza e gli abusi sessuali. Sul primo punto, nonostante Francesco abbia adottato molteplici misure, il deficit e il bilancio del Vaticano sono peggiorati. Sulla questione degli abusi sessuali su minori e suore, le sue posizioni sono state offuscate da scandali di alto profilo, dal caso del vescovo argentino Gustavo Oscar Zanchetta a quello del sacerdote gesuita sloveno Marko Rupnik , casi in cui il ruolo del Papa resta poco chiaro.

Difensore del decentramento e della “sinodalità”, Francesco ha in realtà esercitato il suo primato in modo assoluto e solitario, a scapito della collegialità episcopale voluta dal Concilio Vaticano II. Nella nuova Costituzione vaticana promulgata nel 2023, con un'affermazione ierocratica senza precedenti, arrivò persino a dichiarare che il suo potere di capo dello Stato derivava dall'essere successore di San Pietro.

Nel processo contro il cardinale Angelo Becciu , in cui intervenne quattro volte cambiando le regole, strumentalizzò la giustizia vaticana per fini politici, cioè per emarginare ulteriormente la Segreteria di Stato. Questa versione assolutista e personalista del papato romano, di fatto "vaticanizzata", ha spinto alle estreme conseguenze un'evoluzione secolare, ma dovrà essere abbandonata in favore di un rinnovamento radicale, in una Chiesa divisa e polarizzata.

https://www.lemonde.fr/idees/article/2025/04/22/les-choix-du-pape-francois-se-sont-heurtes-a-de-fortes-resistances-et-ont-ete-affaiblis-par-les-limites-de-sa-personnalite_6598805_3232.html
https://www.editorialedomani.it/fatti/papa-francesco-morto-populista-trono-di-pietro-e1a6h0a8


giovedì 3 aprile 2025

Non passeranno



Gigi Riva
Francia, la furia di Marine Le Pen. Ma il muro democratico terrà
Domani, 3 aprile 2025

Sarà vero che l’ineleggibilità di Marine Le Pen, decretata dai giudici per cinque anni con il conseguente impedimento di partecipare alle presidenziali del 2027 salvo ribaltoni nel processo d’appello, è così deleteria per il suo partito, il Rassemblement National? Sarà vero, inoltre, che si è trattato di un verdetto politico per eliminare la candidata in vantaggio nei sondaggi, come hanno subito denunciato con alti lai diversi leader del sovranismo internazionale, da Donald Trump a Vladimir Putin, da Viktor Orban al solito Matteo Salvini?

O invece la magistratura ha semplicemente applicato la legge con un’imputata che peraltro era stata strenua fautrice dell’ineleggibilità a vita per chi avesse commesso reati di frode come quello per cui è stata condannata e ha praticamente rinunciato a difendersi dall’accusa di aver usato i fondi del Parlamento europeo per stipendiare funzionari del suo partito in patria?

Il clamore suscitato all’estero, se non si arresta, diminuisce di molto una volta varcati i confini della Francia. Lo dimostra un sondaggio a caldo di Le Figaro, un giornale non pregiudizialmente ostile alla destra. La sentenza ha “soddisfatto” il 37 per cento dei cittadini, mentre il 35 è rimasto “scioccato” e il 28 “indifferente”. Inoltre: il 39 per cento non lo valuta né un vantaggio né un handicap per il partito, il 37 per cento un handicap, il 22 per cento un vantaggio.

Secondo il 54 per cento è stata trattata come qualunque altro imputato, contro il 46 per cento che ha ravvisato una maggiore durezza per ragioni politiche (come la stessa Le Pen, secondo cui l’influenza sulle presidenziale era «l’obiettivo specifico» del giudice). Stessa percentuale, il 54 per cento, considera l’esito del processo un segno che la democrazia funziona bene grazie alla divisione dei poteri contro il 43 per cento che ha parere opposto.

La vera sorpresa arriva nella valutazioni sulle persone. Il 42 per cento ha una buona opinione di Marine le Pen, il 58 una cattiva. Il suo giovane delfino, Jordan Bardella, 29 anni, che del Rassemblement è il presidente, strappa un risultato migliore: buona opinione 44, cattiva 56. Il partito: buona 41, cattiva 59.

Eliseo, sogni perduti


Tutte queste cifre, lette in filigrana, suggeriscono una conclusione. Che Marine Le Pen sarà sì avanti nei sondaggi, ma regge ancora una maggioranza che nei suoi confronti ha una “conventio ad excludendum”, un timore che le ha impedito per ben tre volte di arrivare all’Eliseo.

Ed analoga sorte ha avuto la sua formazione di estrema destra, trionfatrice nel primo turno delle legislative dell’estate scorsa ma poi clamorosamente sconfitta al secondo turno se ha raggranellato 142 deputati contro i 178 della sinistra e i 150 del centro nonostante i dieci milioni di voti raccolti nelle urne. Potenza del sistema di ballottaggio con cui, si sa, gli elettori al primo turno scelgono e al secondo scartano.


venerdì 14 marzo 2025

Dugin, lo sguardo lungo di un russo imperiale




Aleksandr Dugin / Fabrizio D'Esposito
Il Fatto Quotidiano, 14 marzo 2025 

È chiaro che Trump, come ho detto prima, non considera la Russia il nemico principale e quindi la guerra in Ucraina ha perso senso per gli Stati Uniti. Ma per la Russia ha ancora senso e ragione perché dobbiamo raggiungere gli obiettivi delle operazioni militari speciali. C’è quindi una sorta di contraddizione. Trump vuole fermare la guerra, noi vogliamo vincerla. Fermare la guerra e vincere la guerra sono due concetti diversi. Anche l’Unione Europea e Zelensky non vogliono fermare la guerra come vuole Trump, ma vincere la guerra contro di noi. C’è chi vuole la vittoria da entrambe le parti, noi, Zelensky e l’Unione Europea, mentre Trump vuole la pace, la fine della guerra.

E quindi?


Forse Trump può suggerire a Putin qualcosa che potrebbe essere accettabile per la Russia, ma ne dubito perché Trump non potrebbe proporre più di quanto l’opinione pubblica occidentale possa accettare. Temo che sarà obbligato a soddisfare l’opinione occidentale che è molto russofoba, anche negli Stati Uniti. E la Russia non potrebbe accettare qualcosa che sia inferiore alla vittoria minima che vuole la società russa. Anche Putin non è molto libero nei confronti dell’opinione politica russa. Il problema, appunto è che Trump vuole la pace, noi vogliamo la vittoria e anche il Regno Unito vuole la vittoria. È impossibile soddisfare tutte le parti. E alla fine Trump sarà costretto a scegliere.


Quale sarà la sua scelta, secondo lei?


È chiaramente contrario alla vittoria sulla Russia, ma allo stesso tempo non è a favore della vittoria della Russia. Si tratta quindi di una situazione molto, molto difficile. Certo, le condizioni generali sono molto, molto positive per la Russia perché i cambiamenti sono evidenti, ma potremmo aspettarci troppo da questo. Si tratta di questioni aperte, che dipenderanno da come si svilupperanno le relazioni tra Putin e Trump. E anche da come saranno le relazioni tra Trump e l’Unione Europea.


Veniamo all’Europa. Lei ha più volte detto che l’affermazione del populismo è irreversibile. Ultimo esempio, i neonazisti dell’Afd al 20 per cento in Germania.


Sì, ho sempre detto che il populismo europeo e quello americano arriveranno gradualmente a una vittoria irreversibile. Questa è la situazione: non è troppo veloce, ma sta andando avanti. La crescita in Germania dell’Afd è molto importante perché è una vittoria della parte orientale, prussiana della Germania che ha creato l’impero tedesco nel XIX secolo. La nazione tedesca si basa sul dualismo tra la parte prussiana e quella occidentale.


In Italia, il populismo ha avuto tre interpreti elettorali. In successione: Movimento 5 Stelle, Lega e adesso Fratelli d’italia. La destra della premier Giorgia Meloni è schierata con l’Ucraina sin dall’inizio della guerra.


Il vostro populismo al potere è stato sedotto dai globalisti e oppresso dai liberali di sinistra europei che odiano la Russia. Ma ora penso che Meloni sia totalmente a favore di Trump e smetterà di essere russofoba come lo era all’inizio. Del resto i liberali europei adesso stanno perdendo e ora Meloni vuole tornare nel campo dei vincitori, riscoprendo le sue radici di vera populista di destra. Negli ultimi tre anni la sua strategia è stata riprovevole perché per unirsi ai globalisti di sinistra è andata contro i principi del suo movimento politico e della maggioranza che l’ha votata. Ma spetta a voi italiani decidere se ha tradito o meno il populismo.


In pratica il vero populismo deve coincidere, secondo lei, con il trumputinismo.


Meloni se è a favore di Trump lo sarà anche di Putin. In ogni caso è molto più naturale che lei segua questa ideologia piuttosto che finga di essere una sorella minore del potere globalista europeo. Così tornerà alla sua matrice originaria.