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venerdì 6 marzo 2026

Elogio della Stampa

 


Gad Lerner
La Stampa e il disastro del finanziere indispettito

il manifesto, 6 marzo 2026

John Elkann che svende La Stampa a un collezionista di giornali di provincia, messi insieme attraverso reti di finanziatori locali, simboleggia brutalmente l’addio del capitalismo novecentesco italiano alla sua città-fabbrica: Torino, ormai desertificata nei suoi impianti produttivi.

Resta ora solo da chiederci: a quando la cessione della Juventus? L’altro simbolo torinese di un’egemonia secolare degli Agnelli consumatasi nel giro di pochi anni, tra promesse menzognere e lo stato d’animo di perenne diffidenza che affligge un capo-azienda che si sente malvisto e incompreso. Una sfiducia che si è tradotta in improvvisazione. Basti pensare che il nipote di Agnelli ha piazzato la stessa persona [Maurizio Scanavino] sia alla guida del gruppo editoriale Gedi – ormai prossimo al definitivo smantellamento con la cessione di Repubblica al greco Kyriakou – sia alla guida della blasonata squadra bianconera: un manager digiuno tanto di editoria quanto di calcio, prescelto con l’unico criterio della fedeltà assoluta.

Torino sta facendo così i conti con il distacco sentimentale di una ricchezza finanziaria per sua natura indifferente a qualsivoglia responsabilità sociale dell’impresa, svuotata di ogni dimensione culturale. Aveva esordito nel 2020 con la superbia di chi si sente protagonista dei processi di trasformazione dell’economia mondiale, in grado di dar lezioni anche nel campo dell’editoria. Non ne ha azzeccata una; e patisce la perdita di reputazione in quello che fu il suo territorio domestico perché non ha avuto l’umiltà di comprendere che i giornali hanno un’anima, e quella non gliela puoi espiantare o trapiantare. Annunci roboanti di rivoluzione digitale, ostentazione di rapporti privilegiati con i big della new economy, empatia zero con un pubblico di lettori considerato obsoleto e rimpiazzabile, licenziamento in tronco a Repubblica del direttore Verdelli, sostituito con il corpo estraneo Maurizio Molinari elevato, niente meno, pure a direttore editoriale Gedi.

Io che ho lavorato tre anni con Ezio Mauro nella direzione de La Stampa, dal 1993 al 1996, posso testimoniare come quel giornale fosse riuscito a dar vita a un amalgama, un impasto fecondo di sensibilità radicate nella società circostante. Non solo gli interessi della Fiat e la vocazione internazionale, ma la storia di una borghesia torinese che nell’azionismo, durante la Resistenza, aveva superato il tabù anticomunista e cercato l’incontro con il movimento operaio. Penso alla vecchia guardia dei Primo Levi, Massimo Mila, Carlo Casalegno, Norberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone, Frane Barbieri, Vittorio Gorresio, Furio Colombo. Ma penso anche alla nuova leva dei Filippo Ceccarelli, Curzio Maltese, Pino Corrias, Massimo Gramellini, Aldo Cazzullo, Domenico Quirico.

Mi scuso per la lunghezza di questo, peraltro incompleto, elenco di firme. Oggi Elkann si libera di un giornale che ha saputo nonostante la crisi mantenere indubbia qualità. Benché le sue perdite di bilancio rappresentino spiccioli nel portafoglio Exor, recide un legame storico, indispettito perché La Stampa non è servita né a proteggerlo personalmente né a garantirgli buoni rapporti con il governo. Liquida con disinvoltura un passato glorioso assieme alla sua torinesità.

Mi è venuto da chiedermi come si sarebbe comportato di fronte a un tale scempio Gianni Agnelli, figura certo assai discutibile nelle sue scelte imprenditoriali di timoniere della Fiat, ma editore di ben altra levatura, sinceramente rispettoso dal mestiere giornalistico. Per com’era fatto non credo avrebbe reagito con l’esuberanza di Carlo De Benedetti che, dopo la cessione di Repubblica a Exor voluta dai suoi figli, ha finanziato di tasca sua Domani, piccolo giornale di indubbia qualità.

L’Avvocato era meno battagliero, badava piuttosto a un culto del sé che lo avrebbe tenuto lontano da avventure minoritarie benché prestigiose. Di certo, però, avrebbe sofferto questa perdita. Esportava molti capitali all’estero ma non si sarebbe mai intestato un abbandono così plateale di Torino.


lunedì 16 febbraio 2026

Piero Gobetti per frammenti

Piero Gobetti era nato a Torino il 19 giugno 1901

Corrado Malandrino
Piero Gobetti
Dizionario biografico degli italiani, vol. 57, 2001

 Il programma diseguale di Energie nove sembrò essere "più effervescente che chiaro" (N. Bobbio, Trent'anni di storia della cultura a Torino, 1920-1950, Torino 1977, p. 5). In effetti il pensiero del G. vi si delineò frammentario, in formazione e, per ciò stesso, talora apparentemente privo di profonda coerenza e unità, contraddittorio, a volte troppo saccente e impertinente, ma non da "parassita della cultura" come, con eccessiva acrimonia (...), ebbe a definirlo P. Togliatti in un articolo stroncatorio apparso sull'Ordine nuovo (15 maggio 1919). 

All'inizio del 1921 Gramsci - che, presentato al G. da Andrea Viglongo fin dal 1918, ne era diventato amico e aveva sporadicamente collaborato a Energie nove -, superando le schermaglie polemiche precedenti, gli propose di tenere sull'Ordine nuovo quotidiano una rubrica letteraria e teatrale, per la quale il G. pubblicò centinaia di cronache e recensioni fino all'ottobre 1922.

Tale attività, di per sé priva di diretto carattere politico - benché occorra ricordare che in qualità di critico il G. pubblicò recensioni importanti per comprendere e marcare la sua evoluzione - servì a consolidare il rapporto del G. con il mondo operaio. Einaudi, qualche tempo dopo, mostrò di aver compreso le motivazioni alla base di tale spinta scrivendo, sul Corriere della sera del 14 ott. 1922, che "l'intellettualismo militante sembra essersi rifugiato a Torino nell'Ordine nuovo, senza dubbio il più dotto quotidiano dei partiti rossi, ed in qualche semiclandestino organo giovanile, come il settimanale Rivoluzione liberale, sulle cui colonne i pochi giovani innamorati del liberalismo fanno le loro prime armi e, per disperazione dell'ambiente sordo in cui vivono, sono ridotti a fare all'amore con i comunisti dell'Ordine nuovo". Il rapporto con tali espressioni dell'autonomia operaia fu, in conclusione, motivo decisivo per il G. di progressiva differenziazione politica dal liberalismo einaudiano e dall'unitarismo salveminiano.

Nella Storia dei comunisti torinesi scritta da un liberale (aprile 1922) enunciò il concetto di "liberalismo rivoluzionario", in contrapposizione al liberalismo conservatore, osservando che gli scrittori dell'Ordine nuovo avevano inteso la rivoluzione come "la conclusione del liberalismo rivoluzionario dell'800". Nella Rivoluzione liberale del giugno 1923 diede una definizione più ampia: "Il nostro liberalismo, che chiamammo rivoluzionario per evitare ogni equivoco, s'ispira a una inesorabile passione libertaria, vede nella realtà un contrasto di forze, capace di produrre sempre nuove aristocrazie dirigenti a patto che nuove classi popolari ravvivino la lotta con la loro disperata volontà di elevazione". Tali posizioni furono ulteriormente sviluppate nel saggio La rivoluzione liberale (Bologna 1924), nonché in Risorgimento senza eroi e Paradosso dello spirito russo (entrambi editi a Torino, a cura di S. Caramella, nel 1926), dove sono raccolti i numerosi scritti via via pubblicati e le ricerche in via di elaborazione di pari argomento.

Al termine di tale percorso, il G. si conferma, nel complesso, soprattutto un suscitatore e "straordinario organizzatore di cultura", ricco di suggestioni, per un'Italia rinnovata: una chiave di lettura sottolineata da Gramsci per primo e via via dai maggiori interpreti. Dall'esperienza intellettuale del G. emerge, tuttavia, un dato di fatto di cui occorre tener conto: per quanto sbalorditiva per lucidità, approfondimento filosofico e intuizione politica, essa fu in effetti pur sempre quella di un giovane, e dell'età giovanile, specie all'esordio, conservò nelle analisi e nei giudizi alcuni insopprimibili e contraddittori tratti di spontaneità e di estremismo (L. Salvatorelli ricordò in Racconto interrotto. P. G. nel ricordo degli amici [a cura di Paolo Gobetti, Torino 1992, p. 29] che il G. "era considerato un estremista e in un certo senso lo era anche"), che solo in parte furono corretti negli anni più maturi. Al G. non fu infatti data, prima per l'urgenza dei compiti affrontati nel dopoguerra, poi per la morte subitanea, la possibilità di riflettere autocriticamente sull'esperienza e sugli esiti degli anni che videro il compiersi della crisi delle istituzioni liberali e dell'ascesa del fascismo a regime. Montale, nel 1991, rievocò il G. come "un fiore che non si era aperto del tutto" (Perché G., p. 11).

Alla sua figura e al suo pensiero, civile e politico, si richiamarono per primi i componenti dei gruppi della Rivoluzione liberale - formanti quella che A. d'Orsi (La cultura a Torino tra le due guerre, Torino 2000) ha chiamato "l'aura gobettiana" - i quali gli dedicarono il numero speciale del Baretti dell'aprile 1926. Furono poi i fondatori di Giustizia e libertà - C. Rosselli, Garosci, Ginzburg, C. Levi - a riprendere la sua eredità, soprattutto sulla base delle parole d'ordine antistataliste, autonomiste, consiliariste, e a istituire il collegamento tra quell'esperienza e il Partito d'azione, stabilendo in tal modo la prima cerchia di cultura "azionista" nella ricezione del gobettismo, confermata negli scritti di Ada Gobetti e di Augusto Monti. Un nuovo approfondimento si ebbe dopo la seconda guerra mondiale, dall'interno del comunismo italiano, da P. Togliatti in persona, il quale intese collocare l'opera del G. nell'ambito dell'iniziativa di ricostruzione culturale della nuova Italia per i suoi rapporti con l'operaismo di Gramsci e dell'Ordine nuovo, per lo storicismo progressivo e la critica del Risorgimento, inaugurando così la ricezione comunista, alla quale portarono i massimi contributi negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento Spriano e Sapegno. La relazione (e, quasi, la "biografia parallela") Gobetti-Gramsci divenne un passaggio obbligato della storiografia sul G.: dagli studi di Spriano (Gramsci e G., Torino 1977) a quelli di Bobbio, fu messa in rilievo la stima reciproca, una sorta di prossimità esistenziale e politica - desumibile dallo stesso profilo che l'uno lasciò scritto dell'altro -, e il rapido e definitivo avvicinamento politico.

Dal 1961 il ricordo del G. è stato affidato alle iniziative scientifiche, editoriali e di divulgazione intraprese dall'omonimo Centro studi fondato dalla vedova Ada insieme con il figlio Paolo e con i fedeli amici antifascisti, tra i quali è da ricordare almeno il contributo di F. Antonicelli. Dagli anni Settanta la rivisitazione dell'opera del G. ha seguito sostanzialmente tre nuovi indirizzi, convergenti in linea di massima con le precedenti ricezioni: da un lato la cultura istituzionale dell'Italia repubblicana, soprattutto quella delle regioni maggiormente toccate "dall'aura" gobettiana, si è incaricata di riproporre la memoria di un G. ritenuto degno di un posto nel "Pantheon delle glorie nazionali, tra i maestri e i profeti" (Passerin d'Entrèves); dall'altro, il partito liberale, sotto l'influenza di antichi gobettiani, come M. Brosio, ha intrapreso iniziative di commemorazione e di studio; infine, dagli anni Ottanta, sulla scorta di un riaccendersi del dibattito politico nel quale il discorso del G. sembrava riguadagnare attualità, è stata avviata l'edizione scientifica di singole opere e carteggi. Gli anni Novanta sono stati caratterizzati da due ulteriori indirizzi di ricerca e di dibattito: per un verso, si è sviluppata un'aspra polemica tra gli esponenti liberalconservatori e lo schieramento liberalsocialista ed ex comunista, sui termini dell'identità e dell'attualità del suo discorso politico: i primi hanno accusato il G. di essere un "fraintenditore e adulteratore" del liberalismo (E. Galli Della Loggia, La democrazia immaginaria. L'azionismo e "l'ideologia italiana", in Il Mulino, XLII [1993], 3, p. 257) e un liberale "finto" e "inesistente" (G. Bedeschi, G.: il finto liberale, in Liberal, 1995, n. 7, pp. 66 s.; Id., P. G.: un liberale inesistente, in Nuova Storia contemporanea, II [1998], 11, pp. 137-144); i secondi hanno riproposto i termini delle precedenti letture gobettiane, sottolineandone la "impressionante attualità" (P. Flores d'Arcais, G., liberale del futuro, in P. Gobetti, La rivoluzione liberale, Torino 1995, p. VIII). F. Sbarberi (L'utopia della libertà eguale, Torino 1999, pp. 38 ss.), richiamando i termini di tale dibattito, ha invitato a "un approccio più rispettoso della riflessione originaria" del G., rilevando nella definizione di libertà come autonomia, nella centralità del conflitto all'interno di una concezione elitista-democratica e nella concettualizzazione dell'incontro tra la soggettività operaia, esprimentesi nei consigli, e la borghesia industriale avanzata, gli elementi essenziali del liberalismo-libertarismo gobettiano. Sulla base di simili motivazioni, superando le interpretazioni di tipo martirologico o demonizzante, si è cercato di collocare il G. su di un piano culturale meno politicizzato o strumentale, all'interno di un più descrittivo e generale national culture building. In tale prospettiva, l'opera del G. viene considerata intrinsecamente legata alla fase critica dello Stato liberale nei primi decenni del Novecento, e appunto da questa determinata, sia nelle analisi, sia nelle soluzioni adombrate. Di qui l'elaborazione di una forma peculiare ed eclettica di liberalismo rivoluzionario, che s'inserisce nell'ampio alveo del liberalismo (o, meglio, "dei liberalismi" novecenteschi) come costruzione ideale, progressiva e non definitiva.

sabato 29 marzo 2025

Destra e sinistra




Adriano Sofri
E’ bene diffidare di chi ritiene superata la differenza fra destra e sinistra
Il Foglio, 29 marzo 2025

Diffido radicalmente di chi ritiene “superata” la differenza fra destra e sinistra. Nella accezione tradizionale della politica, nell’ambito che riguarda le arcaiche e vive lotte fra umani, dichiararsi “né di destra né di sinistra”, “oltre destra e sinistra”, e così via, è solo un modo vanesio e reticente per confessarsi di destra. Quando si tratti del destino del pianeta, la conservazione smette di essere un atteggiamento di destra. Oggi quel modo tradizionale di intendere la politica, soperchierie di classe e di sesso e lotte di fazioni e guerre di nazioni, ha ripreso violentemente il sopravvento, pretendendo di accantonare come superflue, o dilazionabili a piacere, questioni urgenti come il riscaldamento globale o le pandemie. Una rivalsa di trivellatori e bombardieri. Azzardata e surreale com’è stata – un effetto della vanità senile di Biden e della sua corte, incapace di investire per tempo sulla successione – la vittoria di Trump, e l’inspiegabile o troppo spiegabile lega con Putin, hanno travolto la scena della politica mondiale. Senza ritorno, penso, se ci si affidi all’arsenale di risorse di quella tradizionale politica. Oltretutto, sommerse da ondate travolgenti, come fu quella degli anni Trenta del secolo scorso, le persone erano forzate a prendere posizione ma avevano per lo più i riferimenti veri o immaginari della classe, del partito, del sindacato. L’assetto del mondo che va configurandosi sotto i nostri occhi come un ubriaco arrembaggio è, in un futuro prossimo, al sicuro da rivolgimenti politici. Somiglia a una spartizione di mafie internazionali, può incappare solo in guerre di mafia. Dalla democrazia, dalle libertà, èal riparo. Non è mai stato così vero quello che sembrava un witz, un’inversione scherzosa di senso: nel breve periodo siamo tutti morti. (Del resto, “morire per l’ucraina?” Erano contrari perfino a che morissero per lei i volontari ucraini. E ora, “morire per la Groenlandia”? Ne rideranno, a crepapelle. I groenlandesi no, ma “sono quanti gli abitanti di Cuneo”). Morti: chi lo può dire con più piena e letterale sicurezza, come me, non riesce a immaginare un inciampo al corrente congresso di Vienna se non in un’origine estranea alla politica tradizionale – estranea alle elezioni, in sostanza, per non dire delle rivoluzioni: in qualcosa che pertenga alla storia naturale, le pandemie, appunto, il clima, i salti di specie… L’asteroide 2024YR4.
Per chi, come me, conserva un ragionevole attaccamento alla distinzione fra destra e sinistra, e all’idea che “il cuore batta a sinistra” – tutt’altra cosa dal “più a sinistra”, dalla “vera e falsa sinistra”, una schietta autocertificazione - c’è un risultato collaterale in questo collasso politico, un’amara consolazione, l’improvvisa facilità a distinguere fra destra e sinistra. Destra è ogni formazione politica, ogni persona, contenta dell’avvento di Trump, e, per perfezionare la cosa, contentissima dell’associazione a delinquere fra Trump e Putin. La rilevazione è anche retrospettiva, vale per quanti, prima dell’elezione americana, dichiaravano di non saper o voler scegliere fra Trump e Biden, poi fra Trump e Harris – voleva dire che avevano scelto, in cuor loro, Trump. E la rilevazione è anche istruttiva, perché mostra che l’antiamericanismo dogmatico, “ideologico”, “di principio”, era una nostra interpretazione ottimistica, un eccesso di fiducia. Battuti i democratici, arrivato Trump – e Musk, e Vance, e tutta la banda – l’antiamericanismo è finito, o almeno si è fatto languidamente fioco, e si è soavemente coniugato con il filoputinismo, gabellato per amore per la Russia e per Dostoevskij. Non è una consolazione, l’ho detto. Provate. Da una parte stanno i Fratelli d’italia (con una riluttanza i vinicultori), euforicamente la Lega, Forza Italia (con qualche esitazione, l’esitazione è l’anima di Forza Italia, almeno fino a che una Berlusconi non decida di occuparsene), i 5 Stelle con l’entusiasta Giuseppi (dei renitenti?), e qualche campionario di sinistra-più-disinistra. Dall’altra gli altri, dunque più in minoranza ancora. L’elenco di dove stiano le forze politiche europee, e i giornali e i media, e le singole persone, in Italia e in Europa, fatelo voi: è divertente. Si capisce tutto.

giovedì 6 marzo 2025

La pace nell'onore




Paola Cattani, Pace, Doppiozero, 5 novembre 2024

... Pensare la pace come piccola e plurale, anziché grande e singolare, presenta ... alcune importanti ricadute filosofico-politiche. Arianna Arisi Rota in Pace (ultimo, tempestivo, titolo della sottile ma preziosa collana “Parole controtempo” del Mulino), considera la pace non solo come il contrario della guerra, secondo l’accezione prima e diffusa, ma come un continuum, uno spettro articolato di differenziate quantità e qualità di pace. Uscire dall’opposizione di bianco vs nero, dalla definizione in negativo della pace come non-guerra, significa valorizzare i legami che il concetto di pace intrattiene con quello di relazione, e capire che per arrivare alla pace bisogna “visitare la terra del compromesso”, dove nessuna delle parti vince o stravince, ma tutte per così dire fuoriescono da sé e condividono. Significa anche sottolineare che la pace è affare di tutti i giorni: una small peace, tante paci diffuse, che si impegnano a conservare la relazione e la convivenza contro tutto ciò che tende a deteriorarle. Questo ideale di paci, al plurale, è suggerito tra gli altri da Kant, quando raccomanda una pace senza riserve mentali; da J. F. Kennedy, per cui la pace è un processo più che un risultato; da Mandela, secondo cui sedersi a parlare col nemico è l’inizio di tutto; e anche dal cardinale Matteo Zuppi, che ricorda come la pace richiede sempre un processo adattivo.

In questa prospettiva, conviene meditare attentamente la tensione tra pace e sicurezza. Arianna Arisi Rota ci ricorda come, una cinquantina di anni dopo che i romani, con l’avvento dell’impero, avevano barattato la loro libertas con la Pax Augustea celebrata dall’Ara Pacis, Nerone coniò delle monete che recavano la scritta “securitas”. Il potere del Leviatano sorge in effetti, nella visione di Hobbes, per proteggere gli uomini dalla violenza dello stato di natura; ma fino a che punto la preoccupazione per la sicurezza non si trasforma a sua volta in minaccia per la pace? Questi interrogativi attraversano la riflessione di Justine Lacroix, una studiosa di teoria politica dell’Université Libre di Bruxelles (Les valeurs de l’Europe, un enjeu démocratique, Collège de France, 2024), che distingue tra la “sécurité”, la protezione dal pericolo, e la “sûreté”, l’essere al riparo dall’arbitrio: un nodo oggi cruciale per i dibattiti di politica interna così come internazionale.

La small peace sottende poi un altro presupposto che mi pare cruciale per pensare la pace oggi: ovvero che esista uno scarto tra l’idea di pace e quella di perfezione. Arisi Rota nel breve ma cruciale paragrafo “In cerca di misura” ricorda che la pace implica proporzione e limitazione, ovvero rinuncia all’assolutezza.

Si lascia qui il terreno della scienza politica per entrare in quello della filosofia della pace – un campo di studi relativamente smilzo rispetto a quello, nutritissimo, della filosofia della guerra. È una migrazione necessaria perché, se proviamo a descrivere in una prospettiva di storia della pace la fase che attraversiamo in questo inizio di XXI secolo, dobbiamo riconoscere che le due principali tipologie di pacifismo “strumentale” descritte da Bobbio in Il problema della guerra e le vie della pace, ovvero il disarmo, che mira a distruggere i mezzi della guerra, e il pacifismo giuridico, che mira a regolamentare la forza col diritto creando le istituzioni sovranazionali e tendendo verso lo Stato mondiale, hanno finito col rivelarsi assai più inefficaci del previsto. Non resta che impegnarsi nell’ultima tipologia di pacifismo contemplata da Bobbio (in una scala in cui l’attuabilità è inversamente proporzionale all’efficacia, questa risulta la meno attuabile e tuttavia anche la più efficace): quella che agisce non più sui mezzi e sulle istituzioni, ma direttamente sugli uomini. Sempre Bobbio osservava del resto che, una volta tramontati tanto l’ideale della pax economica, quanto il sogno delle filosofie della storia illuministiche e positivistiche che ritenevano la pace l’esito naturale e necessario dell’evoluzione dei sistemi politici e sociali, e dissolte anche, in assenza di criteri validi in assoluto, le teorie della “guerra giusta”, è tornato chiaro che la guerra è l’antitesi del diritto (come già per Hobbes), e che la pace è un ideale morale da costruire (come anche già per Erasmo).

Ma come difendere la pace come ideale morale senza ricadere in buoni propositi troppo lontani dall’agenda politica? Un valido punto di partenza è in effetti scindere pace e perfezione. Il grande rimprovero rivolto al pacifismo ideologico degli anni 1920, da parte di “pacifici” che desideravano la pace ma non si sentivano “pacifisti” (così ad esempio Thomas Mann criticando Romain Rolland) era di aspirare a una perfezione utopica e irrealizzabile, ingenua: a soluzioni ideali completamente soddisfacenti ma astratte, meglio sostituire un più viabile, ma non meno coraggioso, percorso di umiltà e moderazione. Così lo storico olandese Johan Huizinga suggerisce che la differenza tra nazionalisti e internazionalisti, ovvero rispettivamente coloro che si dedicano alla cura del proprio interesse e coloro che si impegnano a oltrepassare anche solo di un millimetro la linea di ciò che quest’interesse prescrive, si gioca in uno spazio appunto minimo e senz’altro insufficiente, ma essenziale, poiché “quel millimetro è il territorio dove troviamo l'onore e la fiducia; un territorio infinitamente più ampio di alcune migliaia di miglia di volontà di potenza e di prepotenza" (Nelle ombre del domani, 1935).


Rachel Bespaloff
lettera del 4 ottobre 1938 


Caro signore, 


ciò che è appena successo è talmente inaudito che non ci basterà tutta la vita per valutarne la portata. La storia è forse quello che lei diceva: alcune giornate fatidiche di cui un’epoca, poi, dovrà sbrogliare le conseguenze. Dopo la crisi, interrotta da questa folle tensione, stordita, ritrovo con stupore la vita quotidiana. Non si andrà a combattere. C’è quell’infinito sollievo per i propri cari, per tutto ciò che si ama, per la Francia. E, al contempo, quale umiliazione! Eccola qui, dunque, questa pace costosa, tutta precaria e provvisoria, così lontana da quella che ci era necessaria. «Una pace nell’onore» dicono. Non vedo l’onore… 

sabato 25 gennaio 2025

Il filosofo triste






Gaetano Pecora"Mio caro Bobbio, basta pessimismo, la vita è così bella"
La Stampa Tuttolibri, 25 gennaio 2025

Ogni libro ha il suo luogo privilegiato. Nel senso che c'è sempre un capitolo, un paragrafo, magari una pagina sola che spiega la ragione prima per cui esso viene proposto all'attenzione del lettore.

Voi cercate nelle note della lunga intervista che Bobbio rilasciò a Pietro Polito nel 1996 e che, arricchita, viene ora riproposta dall'editore Biblion. Cercate là: quello è il luogo privilegiato. Là c'è il segreto della sua vita. E come ogni vita anche questa brulica di tante cose che solo Polito poteva setacciare dallo sterminio delle carte bobbiane. E infatti, la frequentazione più che ventennale con l'archivio personale del Maestro, insieme con la capacità scrutatrice di un cuore fedele, gli ha permesso di cavare da lì e quindi di trasfondere nelle note alcune preziosità sconosciute ai più (allievi compresi).
Valga per tutte la nota dove è riportato lo scambio di battute tra un uomo nel pieno vigore delle sue forze (Bobbio allora aveva 52 anni) e un vecchio che si trovava sulla stazione ultima della sua vita, l'ottantatreeenne Fausto Nicolini, il quale in risposta al più giovane che gli confessava il flagello di un «peccaminoso pessimismo» replicava così: «Lei è relativamente giovane, ha ingegno, buona cultura: perché si abbandona a quel cancro roditore che è il pessimismo? Io ho ottantatré anni circa; in questo malaugurato 1961, ho avuto l'immenso dolore di perdere, dopo circa sessant'anni di matrimonio, una moglie adorata; ho addosso mille malanni che, fra l'altro, mi rendono difficilissimo e quasi impossibile il camminare. Eppure – proseguiva il vecchio – trovo che la vita è bella; e quando mi immergo nel lavoro provo la stessa gioia che nel 1903 anno in cui scrissi il mio primo articolo per La Critica».
Bisogna ammetterlo: queste righe semplici ma di una dolcezza infinita prendono il cuore come di rado capita. Cuore o non cuore, resta comunque il fatto che Bobbio non si mosse mai da lì, da quella dolente insoddisfazione che spesso lo portava a scrivere pagine sconsolate come certi passi tristi della Bibbia. Ed è per questo che, tra tutti, egli sentiva Leopardi il più fraterno con i propri affanni. Solo però che la ragione di Leopardi era la ragione di un solitario, che si consumava dall'interno, corrosa dai suoi stessi acidi; quella di Bobbio invece fu anche questo, ma mai solo questo. Era pure la ragione che dispiegava se stessa secondo gli obblighi del dialogo razionale
Dove l'accento, badiamo bene, batte sull'aggettivo più ancora che sul sostantivo. Dialogo, sì, ma dialogo razionale. Che per essere razionale vuole il rispetto di alcune regole e l'obbedienza ad una precisa condizione. La prima (ma non l'unica) regola vuole che si stabilisca il significato delle parole impiegate nella discussione, donde l'insistenza, cortese ma implacabile, con cui Bobbio invitava gli interlocutori a chiarire il senso dei termini utilizzati (Socialismo, d'accordo: ma quale socialismo? Democrazia, sta bene: ma quale democrazia? Quale?....Quale? sempre quel "quale?" a cui Bobbio legava la fecondità stessa del dialogo). Quanto alla condizione, in tanto il dialogo riesce fruttuoso in quanto i due interlocutori pongono bene in evidenza le ragioni l'uno dell'altro senza mai tradirle per amore di polemica. Dunque non era soltanto per il tratto gentile della persona, era anche perché obbligatovi dal dialogo col prossimo che Bobbio, in uno dei suoi rari momenti di abbandono autobiografico, poteva scrivere così: «Ho imparato a rispettare le idee altrui, ad arrestarmi dinanzi al segreto di ogni coscienza, a capire prima di discutere, a discutere prima di condannare». Sono parole limpide, che ne fermano per sempre il profilo.
Ed è bello che di recente proprio queste parole abbiano ricevuto la loro solennità dal marmo in cui sono state scolpite e che ognuno può rimormorare tra sé passando per la sua casa di Torino. Voi le leggete e subito vi sta dinanzi, insieme con il Maestro grande, il ricordo di un uomo buono.
https://machiave.blogspot.com/2024/12/la-vicenda-di-un-altro-blog.html 

lunedì 16 dicembre 2024

Il Barone rampante



Umberto Eco, Per Calvino, Doppiozero, 4 aprile 2023

 Nei dieci minuti che ho a disposizione, vorrei parlare del libro di Calvino che amo di più, Il barone rampante, e spiegare perché è rimasto sempre un testo che mi ha accompagnato durante tutta la mia vita, come una sorta di manifesto politico e morale.

Capisco che possa suonare strano parlare di lezioni morali e politiche per un libro che, al momento della sua pubblicazione, portò molti intellettuali impegnati italiani a lamentarsi del fatto che Il visconte dimezzato (uscito sei anni prima) non rappresentasse più una parentesi nel lavoro di un narratore caratterizzato da una vena realista. Con questo nuovo romanzo, Calvino abbandonava definitivamente Il sentiero dei nidi di ragno per una poetica del fantastico muovendosi per mondi possibili, galassie cosmicomiche, città invisibili e traiettorie astrali zenoniane.

Si fa fatica, oggi, a immaginare quanto la sinistra ufficiale italiana fu disturbata dal Barone rampante; è sufficiente ricordare che, nello stesso decennio, Luchino Visconti, che era un intellettuale comunista, osò rivolgersi, con il suo Senso, non a una storia di lavoratori, ma alla passione romantica e decadente di due amanti del XIX secolo, e ne ottenne, in pratica, la scomunica da parte dei difensori del cosiddetto realismo socialista. Vorrei farvi capire perché, per un giovane di venticinque anni – tanti ne avevo quando lessi Il barone rampante nel 1957 – questo libro ebbe un impatto tanto devastante sulla mia nozione di impegno politico, o del ruolo sociale dell’intellettuale.

È superfluo ricordare che il libro mi colpì come uno stupendo lavoro letterario, facendomi sognare quei boschi incantati di Ombrosa, che digradavano superbi verso il mare. Alcuni giorni fa ho riletto il romanzo, ricavandone la stessa sensazione di felicità, ricatturata nuovamente dall’incantesimo di una lingua trasparente, attraverso la quale (e non certo contro la quale) mi pareva di arrampicarmi, in maniera quasi fisica, di ramo in ramo con Cosimo, e diventare poi un rigogolo, uno scoiattolo, un gatto selvatico, un passero, o persino una foglia d’ulivo o di ciliegio.

Quella del Barone rampante è una lingua cristallina, e Calvino (si veda la terza delle sue Lezioni americane) ha detto che il cristallo, con la sua sfaccettatura precisa e la sua capacità di riflettere la luce, era il modello di perfezione che aveva sempre accarezzato, come un simbolo.

Ma nel 1957 la mia reazione principale fu, più che estetica, di natura filosofica – il che non dovrebbe stupire nessuno, dato che ero alle prese non con una fiaba (come molti la considerarono) ma con un grande conte philosophique.

Tra gli anni Quaranta e Cinquanta, i giovani intellettuali (poco importa se cattolici o comunisti) erano ossessionati dal dovere morale di essere – come si usava dire – “organici” al proprio gruppo ideologico. Davvero, era facile avvertire il ricatto di questa chiamata generale alle armi, al dovere della militanza, di usare il proprio potere intellettuale nella lotta contro i nemici ideologici. Solo due voci si erano levate contro questa concezione del ruolo degli intellettuali. Una, negli anni Quaranta, era stata quella di Elio Vittorini, con il quale Calvino aveva collaborato in gioventù e, più tardi, nel corso degli anni Sessanta, curando insieme “Il menabò”, una rivista che doveva influenzare enormemente il corso della letteratura italiana di quel decennio. Vittorini disse, nel 1947, che gli intellettuali non dovevano suonare il piffero della rivoluzione. Con questo, egli intendeva dire che non dovevano diventare gli agenti di stampa del loro gruppo politico, ma invece incarnarne la coscienza critica. Vittorini, all’epoca, apparteneva al partito comunista e curava una rivista abbastanza indipendente e dalla vita breve, “Il Politecnico”. Ovviamente viene considerato un traditore del proletariato. “Il Politecnico” morì, e l’appello di Vittorini rimase a lungo inascoltato.

Nel 1955, fummo affascinati da un libro di filosofia politica, Politica e cultura di Norberto Bobbio, che disegnava in maniera più rigorosa il profilo di un intellettuale che fa il proprio dovere cercando una verità che non si identifica con la verità ideologica del proprio gruppo. Laddove Vittorini aveva solo lanciato uno slogan, Bobbio sviluppava una severissima argomentazione filosofica. Rispettivamente troppo poco, o troppo, per produrre un’epifania. Questa fu prodotta dal Barone rampante, che aveva il potere persuasivo di una parabola, l’attrattiva profonda del mito, il fascino della fiaba e la forza gentile della poesia.

Calvino ha eliminato dalle prime versioni delle proprie opere certi paragrafi moraleggianti che avrebbero potuto rendere le sue lezioni troppo invadenti. Cosimo Piovasco di Rondò non insegna nulla, almeno, non ai lettori. Si limita a incarnare un esempio. Solo in due punti il romanzo suggerisce una possibile lettura/interpretazione morale. Il primo punto (nel capitolo XX) è quello in cui si dice che Cosimo riteneva che, se si voleva osservare la terra nel modo giusto, bisognava mantenere la giusta distanza da essa. Il che mi rimanda a un’osservazione dalle Lezioni americane: “È sempre in un rifiuto della visione diretta che sta la forza di Perseo, ma non in un rifiuto della realtà del mondo dei mostri in cui gli è toccato di vivere, una realtà che egli porta con sé, che assume come proprio fardello”.  Il secondo punto (nel capitolo XXV) è quello in cui il fratello di Cosimo si domanda, senza trovar risposta, come la passione di Cosimo per gli affari sociali possa essere riconciliata con la sua fuga dalla società.

Cosimo decide di trascorrere la propria intera vita aerea sugli alberi, volando via dal mondo terreno. Ma quegli alberi non sono per lui una torre d’avorio. Dalle loro cime, osserva la realtà, acquistando una saggezza superiore, proprio perché la gente che egli vede gli appare piccolissima, e comprende meglio di chiunque altro i problemi dei poveri esseri umani che hanno la sventura di dover camminare sui propri piedi. Stando sugli alberi, Cosimo è spinto a prendere attivamente parte alla vita sulle proprie terre. Nella sua qualità di aristocratico, condivide i problemi degli emarginati. Trasformandosi in una sorta di dio dispettoso, o di Schelm, non così dissimile dagli animali che gli danno amicizia, nutrimento e vestimento, trasforma la natura in cultura senza distruggerla, e passo dopo passo è spinto a impegnarsi nella vita sociale, non solo nel suo piccolo territorio, ma sull’intera Europa.

Vivendo come un buon selvaggio, si fa uomo dell’Illuminismo, fuggendo dalla società diventa un leader rivoluzionario – ma uno che rimarrà sempre capace di criticare coloro che combattono dalla sua parte, e capace di provare dispiacere e disincanto per gli eccessi dei propri idoli.

Non nel romanzo, ma in un successivo commento degli anni Sessanta, Calvino riconobbe che, per essere un personaggio interessante, Cosimo non sarebbe dovuto essere un misantropo ma piuttosto un uomo coinvolto nei problemi del proprio tempo. E notò che la solitudine e la scomoda soggettività erano la vocazione del poeta, dell’esploratore e del rivoluzionario.

Questo tipo di lezione fu per me fondamentale. Ricordo che  anni dopo, in una di quelle assemblee studentesche ultra-politicizzate del 1968, quando mi fu chiesto di definire il ruolo dell’intellettuale, proposi il romanzo di Calvino come il solo testo affidabile e, citando Cosimo come modello, dissi che il primo dovere dell’intellettuale impegnato era quello di vivere sugli alberi per tenersi a distanza dai propri compagni, per poterli criticare innanzitutto, e non di fornire slogan contro gli avversari – pronto a fronteggiare un plotone di esecuzione per testimoniare che le proprie convinzioni sono vere. A quel tempo non si trattava certamente di una presa di posizione popolare, ma molti degli studenti che mi fischiarono oggi lavorano per Berlusconi, il leader della destra italiana.

Perché la lezione suggerita da questo romanzo fu così convincente per me (e penso, per molti altri in seguito)? Calvino l’ha spiegato, indirettamente, nelle sue Lezioni americane. Le lezioni morali sono, di solito, molto pesanti, e l’unica virtù di coloro che riescono a renderle memorabili è il dono della leggerezza. Aerea come il Barone, la prosa di Calvino non ha peso, è plus vague et plus soluble dans l’air – sans rien en lui qui pèse et qui pose, come avrebbe detto Verlaine. O, per concludere con le parole di Calvino: "Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica. Le immagini di leggerezza che io cerco non devono lasciarsi dissolvere come sogni dalla realtà del presente e del futuro”. 

Questo Calvino ha saputo farlo, ed è questa l’eredità che lascia.

Questa conferenza è stata pubblicata in Tra Eco e Calvino. Relazioni rizomatiche, atti del convegno "Eco & Calvino. Rhizomatic Relationships", University of Toronto, 13-14 Aprile 2012, a cura di Rocco Capozzo, EncycloMedia Publishers, Milano 2013.


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