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mercoledì 25 marzo 2015

Lazar, le tre sinistre

Marc Lazar
Le tre sinistre
la Repubblica, 25 marzo 2015



GLI attacchi contro Matteo Renzi durante la riunione della sinistra del Partito democratico, sabato scorso a Roma, non sono il segno di un fenomeno tipicamente italiano, ma testimoniano di un processo generale, in atto in molti partiti della sinistra europea — ad esempio in Francia e in Spagna — anche se con lievi differenze da un Paese all’altro. Per lungo tempo la sinistra europea era organizzata in due grandi famiglie, la prima riformista, l’altra rivoluzionaria e radicale; mentre oggi le sue diverse sensibilità la suddividono in tre principali settori, uno dei quali manifesta una chiara perdita di velocità.
Il primo, quello della sinistra liberale e pragmatica, è incarnato in maniera quasi emblematica da Matteo Renzi. Deliberatamente post-ideologico, il primo ministro ha già proclamato più volte di ritenere superata la divisione sinistra destra: per lui contano solo le riforme economiche, amministrative e politiche necessarie al rilancio dell’Italia e dell’Europa. Ispirandosi al metodo della triangolazione, caro a Bill Clinton, che consiste nell’impossessarsi dei temi dell’avversario, Renzi si propone di attirare elettori dal centro-destra e da categorie normalmente poco inclini a votare a sinistra. Per lui il partito del XXI secolo non avrà più nulla a che vedere col classico partito di massa nato alla fine del’800, con strutture rigide e una forte dottrina, radicato nella società, con numerosi iscritti. Ma non sarà neppure il partito acchiappatutto della seconda metà del secolo scorso, che cercava di ammorbidire la propria dottrina per conquistare fasce sociali diversificate.
Il partito moderno è quello del leader che si rivolge agli individui, grazie al suo carisma e a tutti i moderni mezzi di comunicazione. Un leader forte, talora decisionista, al limite dell’autoritarismo, capace se occorre di giocare una carta populista per cercare di ridestare nei cittadini più diffidenti verso le istituzioni e per i loro dirigenti il gusto della politica. In breve, una sinistra che si adatti alle mutazioni di società più individualiste, e alle odierne “democrazie del pubblico” — pur continuando a richiamarsi ad alcuni suoi valori storici: l’uguaglianza — distinta però dall’egualitarismo — o la giustizia sociale, per orientare la propria azione pubblica. In questo senso Manuel Valls in Francia, pur con la sua peculiare personalità e le sue singolarità, è vicino a Matteo Renzi.
A questa sinistra se ne contrappone un’altra, in maniera sempre più dura e violenta: quella radicale, che afferma di incarnare la “vera sinistra”. Presente in Italia con Sel, e da ultimo con Maurizio Landini, e in Francia col Front de gauche di Jean-Luc Mélenchon, questa “sinistra della sinistra”, incoraggiata dal successo di Syriza in Grecia e dall’avanzata di Podemos in Spagna, ricorre a una retorica della rottura radicale col liberismo, con l’Unione Europea e coi partiti tradizionali; ma in concreto propone un programma di difesa del welfare, o magari la sua estensione, e un’ampia ridistribuzione sociale. Anche questo schieramento, che dispone di forze variabili, manifesta in ciascun Paese le sue particolarità, cercando ovunque di affermare la propria autonomia politica. E si sforza di crearsi, a seconda dei sistemi elettorali in vigore, uno spazio elettorale suo proprio — a volte col rischio di seguire una strategia suicida, come in Francia in occasione delle elezioni dipartimentali: di fatto, qui il Front de gauche ha contribuito all’indebolimento del Partito socialista, rimanendo a sua volta sconfitto. Tutto ciò ha scavato un fossato sempre più profondo, quasi incolmabile, tra queste due sinistre, a beneficio (tranne che in Italia, almeno per ora) delle formazioni populiste di estrema destra, così come di quelle che rifiutano di collocarsi su quest’asse.
Esiste infine una terza sinistra, strattonata tra le due prime e molto eterogenea: quella di mezzo. In Italia fa capo a D’Alema, Bersani, Cuperlo e Civati, e attacca Renzi sia per la sua gestione del partito, sia per alcune sue riforme (anche se non tutte) e il suo metodo di governo. Per il momento questo gruppo conduce la propria battaglia all’interno del Pd e non pensa a una scissione, anche perché il suo margine di manovra è troppo stretto. Lo stesso avviene in Spagna con Izquierda socialista in seno al Psoe, o in Francia con la “fronda” del Ps, più influente, in seno al suo partito, della sinistra Pd, che si contrappone a Valls e a Hollande, ma in fondo non ha una vera alternativa da proporre. Non è né social-liberale, né radicale di sinistra. Questi ninistes (da ni, che in francese vuol dire né) si proclamano socialdemocratici, nel momento stesso in cui le ricette della socialdemocrazia sono in crisi, sia per la concezione del partito che per l’azione al governo. Presi come in una tenaglia tra due poli — la sinistra social-liberale e quella radicale — sono alla ricerca di un’identità perduta.
Oggi questa tripartizione squilibrata, che illustra l’importante evoluzione in atto in seno alla sinistra europea, sta disorientando elettori e simpatizzanti. Ma indubbiamente preannuncia, in un futuro più o meno prossimo, importanti ricomposizioni politiche e drammatiche rotture. (Traduzione di Elisabetta Horvat)


lunedì 16 marzo 2015

Podemos non si costruisce a tavolino


Rosalba Carbutti
Landini modello Podemos

Articolo pubblicato il 24 febbraio 2015 su QN (Carlino, Nazione e Giorno)

Che cosa c’entra un sindacalista ultra cinquantenne in felpa rossa con «El Coleta», detto il codino, ricercatore universitario spagnolo di 36 anni con due lauree? Nulla. Ma, si sa, l’essenziale è invisibile agli occhi. E basta analizzare il mondo «Podemos» per trovare un’eco nell’operazione «coalizione sociale» di Maurizio Landini.
Il leader della Fiom, infatti, ha ribadito il suo impegno a creare «una coalizione sociale che superi i confini della rappresentanza sindacale».
Un altro dei protagonisti del progetto «a sinistra del Pd», l’ex Pds Stefano Rodotà, aveva tradotto la «discesa in campo» così: «Un’unione di associazioni, movimenti e pezzi di sindacato in grado di rispondere a istanze che vanno dal lavoro alla salute, dall’istruzione all’abitazione».
In pratica: un’alternativa al PdR, il partito di Renzi, capace di generare malcontento a sinistra. Dal Jobs Act in avanti.
Podemos, nato dal movimento degli indignados spagnoli, fiaccati dalla precarietà e dalla crisi economica, è il modello a cui la sinistra nostrana in cerca di rappresentanza s’ispira. Del resto, come scrive il giornalista Giacomo Russo Spena nel libro Podemos, la sinistra spagnola oltre la sinistra (Alegre), l’obiettivo è «trasformare l’indignazione in un cambiamento politico». Dalla piazza al governo.
Podemos nasce ufficialmente nel gennaio 2014 e in 128 giorni ha conquistato l’8% alle Europee, portando a Bruxelles cinque eurodeputati. La ricetta? Partito liquido, matrice di sinistra, collegamenti col mondo latino-americano. Dando uno sguardo superficiale vien da dire: sono i grillini di Spagna. Sbagliato. Gli slogan, certo, possono sembrare simili: «Destra e sinistra sono categorie novecentesche»; «Lotta alla casta e alla povertà»; «Basso contro alto»; «Primarie via web». Ma, se si va oltre, le differenze col M5S sono macroscopiche. Primo: Podemos è un partito. Secondo: non vuole uscire dall’euro. Terzo: dietro ci sono milioni di indignados, non il Vday. Quattro: è di sinistra e i suoi attivisti hanno un lungo passato di militanza. In pratica, niente a che vedere con l’armata Brancaleone dei grillini degli esordi. E maggiore vicinanza a Tsipras e al movimento Occupy Wall street del 2011. Agli esordi Podemos prese vita da un collettivo universitario a Madrid, simile a quella che fu l’Università di Sociologia di Trento negli anni Sessanta/Settanta. Il leader, Pablo Iglesias Turrìon, benché non si definisca di sinistra, viene da lì. Tant’è che la compagna, Tania Sánchez Melero, è un’ex deputata di Izquierda Unida, una specie di Sel spagnola che vale circa il 4,5%. Laurea in Giurisprudenza e Scienze Politiche, master in comunicazione e tesi di laurea sui ‘Disobbedienti’ di Luca Casarini. Sì, quel Casarini, che oggi ride: «Con Pablo ho vissuto momenti importanti dal 1999 al 2001. Lui era in Erasmus in Italia e venne con me a Genova, quando fu ucciso Carlo Giuliani. Dal movimentismo no global di quegli anni ha dato vita a Podemos. Chi l’avrebbe mai detto che tra i miei amici ci sarebbe stato il futuro premier di Spagna?». Podemos, da allora, è andato molto avanti. È legato al movimento dei cittadini di base, nella sede di Madrid (uno scantinato) aiuta i cittadini a pagare le tasse, ad iscriversi alle liste di disoccupazione, dà una mano agli immigrati. È quello che vuol fare Landini? Forse. «Ma – come spiega Russo Spena – la differenza è che in Italia manca la spinta dal basso di Puerta del Sol. Ed è per questo che Landini temporeggia...».
In effetti, Podemos ha un appeal diverso, prende l’80% dei consensi tra gli under 40 e gli attivisti hanno al massimo 35 anni.
«El Coleta», ex no global, scrive libri citando la serie tv il «Trono di spade» e usa slogan come «Es Ahora», è ora, come mantra. Il soggetto è sempre «El pueblo». Che, stando i sondaggi, lo premierebbe con il 27,7%.  Landini, ad oggi, se davvero scendesse in campo, è dato tra il 5 e l’8%. La differenza c’è. E si vede.

La tattica bonapartista di Renzi

 Marco Damilano
Così dal vuoto è nato il politico Matteo Renzi
l'Espresso, 16 marzo 2015


Il 13 settembre 2012 siamo in tanti nell’auditorium del Palazzo della Gran Guardia nella magnifica piazza Bra di Verona. Giornalisti, amministratori locali, sindaci. Nessun parlamentare, pochissimi volti conosciuti. In prima fila il portavoce Marco Agnoletti presenta una ragazza bionda e sorridente: «Voi non lo sapete, ma è bravissima. Guiderà lei i comitati di Matteo: l’avvocato Maria Elena Boschi». In platea l’unico noto è il sindaco di Reggio Emilia e presidente dell’Anci Graziano Delrio, e neppure lui si sbilancia: «Sono venuto ad ascoltare Matteo. Per me è fondamentale che la sua sfida si svolga all’interno del Pd».

È la giornata dell’ingresso in campo. Il sindaco di Firenze Matteo Renzi si candida a premier contro Bersani. Sale sul palco in camicia bianca e cravatta scura, diventerà una divisa, mentre sullo schermo scorrono i frame degli ultimi due decenni: Reagan, Thatcher, Madonna, Carl Lewis e poi Falcone e Borsellino, il primo Mac rudimentale, i dischetti per il computer presto andati in pensione, Steve Jobs... Sotto il podio c’è la scritta: Adesso! Il cuore del renzismo nascente. Non un’ideologia, nessuna appartenenza. Adesso è l’anno Zero che arriva dopo il disastro. Il prima e il dopo. Il presente che è l’arma letale di Matteo e dei suoi. Non abbiamo nessun passato, per questo ora tocca a noi. Ci siamo anche noi, quelli che non c’erano prima. Quelli che sono cresciuti in venti anni di zero rappresentanza politica e di devastazione della speranza, negli anni del Blocco.

La frattura del 2011-2014 è molto più profonda di quella del 1992-1994. Quella rivoluzione era rimasta puramente giudiziaria, e dunque destinata al fallimento. Negli ultimi anni la rivolta è stata culturale, generazionale. All’inizio la crisi ha spaccato a metà il Paese, quelli che erano dentro, in un sistema di garanzie, di diritti acquisiti, di privilegi, e quelli che erano rimasti fuori. Poi anche gli interni hanno cominciato a perdere sicurezze, si sono indeboliti, spaventati. E tra i due mondi si è aperto un baratro: gli esclusi, sempre di più, e gli inclusi, sempre di meno. L’elettorato cui si rivolge Renzi è l’Italia normale che si vede in sala, un’Italia periferica e un po’ incazzata. Un’Italia di giovani outsider, di non iscritti, di non tesserati, di non invitati, di non tutelati. Un’Italia di figli che non conta nulla, tra la crisi economica e le liste bloccate.

Renzi invoca speranza, sogno, desiderio, passione, ma la spinta a candidarsi è più di tutto la terribile accusa rovesciata sulla classe dirigente dell’ultimo quarto di secolo: «Hanno trasformato il futuro in una discarica». Un bersaglio enorme, evocato dal leader quando spiega il significato esatto della parola rottamazione.
Non solo svecchiare i gruppi dirigenti. No, c’è qualcosa di molto più grande da rottamare: un’intera generazione di sinistra, la sua cultura, la sua pretesa di dettare modelli di vita, miti e idoli culturali, il sistema delle idee.

«Dobbiamo rottamare la generazione del Sessantotto che dipinge se stessa come l’unica che ha gli ideali, l’unica Meglio Gioventù che ci sia mai stata. No, ci siamo anche noi.» Ecco fissata una volta per tutte la narrazione della scalata renziana. Non la abbandona neppure quando, cinquecentoventisette giorni dopo, in vestito blu entra nel salone delle feste del Quirinale per il giuramento del suo governo. La sconosciuta Boschi presentata a Verona giura in tailleur cobalto da ministro delle Riforme. Il barbuto Delrio che era mescolato nella platea della Gran Guardia affianca i ministri da sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Cinquecentoventisette giorni per diventare il padrone d’Italia.
L’outsider arriva al potere non con un voto popolare, ma con una manovra di Palazzo. Un tradimento, il brutale assassinio politico del capo del governo Enrico Letta, appena rassicurato.
Dal tweet con l’hashtag #enricostaisereno alla defenestrazione del premier non è passato neppure un mese. Renzi va a comunicare all’inquilino di Palazzo Chigi che il giorno dopo sarà sfiduciato dal suo partito, il Pd, senza neppure un passaggio parlamentare, l’onore delle armi, la possibilità di difendere il suo operato in una sede istituzionale.

L’unico ostacolo che incontra sulla sua strada è una macchina che esce in senso contrario dall’ingresso secondario di Palazzo Chigi: la Smart blu su cui viaggia Renzi guidata dal deputato Ernesto Carbone è costretta a fare retromarcia. Una volta entrati, però, i giochi sono fatti. Il ministro Dario Franceschini, amico di Letta, è già sintonizzato sul nuovo padrone di casa, si fa fotografare accanto alla macchinina parcheggiata nel cortile mentre al piano di sopra si conclude lo sfratto. Rientrerà nel governo Renzi da ministro della Cultura.
...

https://palomarblog.wordpress.com/2016/01/16/renzi-il-leader-della-crisi/

sabato 24 gennaio 2015

La solidarietà alternativa in Grecia


Andrea Nicastro
Grecia: mercatini e farmacie: la rete sociale
Così la sinistra radicale ha costruito un sistema di volontariato che crea consensi 
Corriere della Sera, 24 gennaio 2015

 

mercatini


ATENE «Scusi la penombra, ma non abbiamo pagato le bollette della luce. Manca anche il riscaldamento, quindi tenga pure il cappotto». Sulla credenza dove una volta c’era il servizio di porcellana e le bomboniere dei matrimoni ora sono allineate scatole di medicine. In cucina lo stesso, in bagno anche, farmaci ovunque, fin nel frigorifero rotto. «Per fortuna sono tante» sorride Dimitri Souliotis. «Questa è casa di mia cognata, ma ora lei vive con me e mia moglie e questa è diventata una farmacia per disoccupati, senza tetto e immigrati. Assistiamo anche tre italiani indigenti. È stato il Consolato a mandarceli». Le medicine sono in ordine alfabetico come in una farmacia vera, ma dentro le confezioni ci sono pastiglie e bustine sfuse, blister usati a metà. «Ormai qui in Grecia lo fanno tutti. Quando guarisci e qualche farmaco è avanzato, non lo lasci scadere nel cassetto, ma lo regali. Noi li raccogliamo e li distribuiamo».
Souliotis per trent’anni ha fatto il marconista sulle navi. Erano i tempi d’oro degli armatori greci, Onassis e non solo. Poi, in pensione con 1.250 euro al mese, è finalmente tornato ad Atene, in tempo per scarrocciare sotto la furia della Grande Crisi. «La pensione è affondata a poco più di 800 euro, ma comunque sto a galla. Gente più giovane e senza lavoro invece ha perso tutto: la casa che pagava col mutuo e l’assistenza sanitaria. In mare quando uno sta annegando lo si aiuta. Perché a terra dovevo far finta di non vedere?».
L’impegno sociale è una riscoperta per tutta Europa, ma in Grecia, la disoccupazione ha colpito selvaggiamente, ha cambiato la società e la politica. La Chiesa ortodossa ha attivato le chiese, una rete fittissima che riceve poche critiche e sfama ogni giorno almeno 200 mila persone. Anche la destra neonazi di Alba Dorata ha proposto il suo volontariato con ronde antimmigrati, «aiuti» per sfrattare gli stranieri morosi e mense sociali per soli greci purosangue. Chi ha azzeccato la formula è stata la sinistra di Syriza. «Non abbiamo messo il cappello su nessuna iniziativa e questo ci ha dato grande credibilità» dice Argiris Panagopoulos, una sorta di ambasciatore della sinistra greca in Italia. «La gente ha capito che non ci comportavamo come un partito qualsiasi, che noi eravamo come loro: la risposta della società ai nuovi bisogni».
Farmacie sociali, mense, reti di medici per visite gratuite, Syriza non è solo sfida al debito e all’euro, ma anche una sorta di Stato sociale sostitutivo di quello azzoppato dai tagli della Troika.
«Una delle idee migliori sono i mercatini senza intermediari — spiega Feano Fotiu responsabile della solidarietà di Syriza —. Guadagnano i contadini che non sono strozzati dalle catene dei supermercati e guadagnano i consumatori con prodotti di qualità a basso prezzo». Come nei gruppi d’acquisto a km0, solo che qui non si pensa al bio, ma a sopravvivere. Il 30% delle famiglie è sotto la soglia della povertà, i disoccupati 1,5 milioni, come i lavoratori e i pensionati. «Gli avversari ridevano di noi chiamandoci il “partito delle lenticchie”. Ma erano loro a non capire che contro la fame, un piatto di lenticchie è benvenuto soprattutto se onesto e disinteressato».
Per ordinare le merci, chiedere farmaci, vestiti, aiuto è necessario lasciare un numero di telefono, un indirizzo mail. In due anni di Grande crisi, Syriza ha costruito così un database che è diventato utilissimo per costruire anche una base politica. «Sono 400 i centri di solidarietà in tutto il Paese che in vario modo fanno parte del nostro network — spiega Fotiu — e così siamo riusciti a diffondere una consapevolezza diversa». Syriza è uscita dal «palazzo» per riportare la politica nell’agorà, in piazza. Organizza assemblee di quartiere dove cercare soluzioni ai problemi pratici, un ritorno etimologico alla politica. Così è nata, gramscianamente, l’egemonia di cui godono oggi le tesi del partito in Grecia. «La gente era paralizzata dal senso di colpa che gli era stato indotto dalla narrativa dominante della recessione. Il Nord Europa e la Destra ci descriveva come meridionali lazzaroni e corrotti, inferiori ai virtuosi tedeschi. I greci sentivano la responsabilità morale del fallimento nazionale fino a che Syriza non ha parlato del ruolo dei banchieri, del trucco dei prestiti che rendono schiavi, del neoliberismo rapace. E le teste si sono alzate».
Questo welfare solidale una volta lo si sarebbe chiamato «catena di trasmissione» tra partito e società, ma in Grecia si è dimostrato un antidoto per l’anti politica e la rassegnazione che dominano in tanta parte d’Europa. Futiu è certa: «Con farmaci e lenticchie Syriza ha distribuito anche l’idea che un partito diverso, più pulito e umano, possa meritare fiducia».

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Jon Henley
Greece’s solidarity movement: ‘it’s a whole new model – and it’s working’
Citizen-run health clinics, food centres, kitchens and legal aid hubs have sprung up to fill the gaps left by austerity – and now look set to play a bigger role under a Syriza government
The Guardian, 23 January 2015




Athens soup kitchen
Soup kitchen volunteers serve food in Athens. Photograph: Lefteris Pitarakis/AP
“A long time ago, when I was a student,” said Olga Kesidou, sunk low in the single, somewhat clapped-out sofa of the waiting room at the Peristeri Solidarity Clinic, “I’d see myself volunteering. You know, in Africa somewhere, treating sick people in a poor developing country. I never once imagined I’d be doing it in a suburb of Athens.”
Few in Greece, even five years ago, would have imagined their recession-and austerity-ravaged country as it is now: 1.3 million people – 26% of the workforce – without a job (and most of them without benefits); wages down by 38% on 2009, pensions by 45%, GDP by a quarter; 18% of the country’s population unable to meet their food needs; 32% below the poverty line.
And just under 3.1 million people, 33% of the population, without national health insurance.
So, along with a dozen other medics including a GP, a brace of pharmacists, a paediatrician, a psychologist, an orthopaedic surgeon, a gynaecologist, a cardiologist and a dentist or two, Kesidou, an ear, nose and throat specialist, spends a day a week at this busy but cheerful clinic half an hour’s drive from central Athens, treating patients who otherwise would not get to see a doctor. Others in the group accept uninsured patients in their private surgeries.
“We couldn’t just stand by and watch so many people, whole families, being excluded from public healthcare,” Kesidou said. “In Greece now, if you’re out of work for a year you lose your social security. That’s an awful lot of people without access to what should be a basic right. If we didn’t react we couldn’t look at ourselves in the mirror. It’s solidarity.”
The Peristeri health centre is one of 40 that have sprung up around Greece since the end of mass anti-austerity protests in 2011. Using donated drugs – state medicine reimbursements have been slashed by half, so even patients with insurance are now paying 70% more for their drugs – and medical equipment (Peristeri’s ultrasound scanner came from a German aid group, its children’s vaccines from France), the 16 clinics in the Greater Athens area alone treat more than 30,000 patients a month.
The clinics in turn are part of a far larger and avowedly political movement of well over 400 citizen-run groups – food solidarity centres, social kitchens, cooperatives, “without middlemen” distribution networks for fresh produce, legal aid hubs, education classes – that has emerged in response to the near-collapse of Greece’s welfare state, and has more than doubled in size in the past three years.
“Because in the end, you know,” said Christos Giovanopoulos in the scruffy, poster-strewn seventh-floor central Athens offices of Solidarity for All, which provides logistical and administrative support to the movement, “politics comes down to individual people’s stories. Does this family have enough to eat? Has this child got the right book he needs for school? Are this couple about to be evicted?”
As well as helping people in difficulty, Giovanopoulos said, Greece’s solidarity movement was fostering “almost a different sense of what politics should be – a politics from the bottom up, that starts with real people’s needs. It’s a practical critique of the empty, top-down, representational politics our traditional parties practise. It’s kind of a whole new model, actually. And it’s working.”
It also looks set to play a more formalised role in Greece’s future under what polls predict will be a Syriza-led government from next week. When they were first elected in 2012 the radical left party’s 72 MPs voted to give 20% of their monthly salary to a solidarity fund that would help finance Solidarity for All. (Many help further; several have transferred their entitlement to free telephone calls to a local project.) The party says the movement can serve as an example and a platform for the social change it wants to bring about.


Syriza supporters in Athens
Syriza supporters at a pre-election rally in central Athens. Photograph: Yannis Kolesidis/EPA
In the sleek open plan, blonde-wood office she used when she was a successful architect, Theano Fotiou, a member of Syriza’s central committee, was packing leaflets for the last day of campaigning, with the help of a dozen or so exceedingly enthusiastic young volunteers. She is seeking re-election in the capital’s second electoral district. “The only real way out of this crisis is people doing it for themselves,” she said. “If people don’t participate, we will be lost as a country. This is practice, not theory, a new social ideology, a new paradigm – the opposite of the old passive, dependent, consumerist, individualist model. And the solidarity projects we have now are its incubators.”
Fotiou said a large part of the first stage of a Syriza’s government’s programme – ensuring no family is without water or electricity (in nine months of 2013, 240,000 households had their power cut because of unpaid bills); that no one can be made homeless; that the very lowest pensions are raised and that urgent steps are taken to relieve child poverty, now standing at 40% in Greece – was largely inspired by what the party had learned from its involvement in the solidarity movement.
“We’ve gained so much from people’s innovation,” she said. “We’ve acquired a knowhow of poverty, actually. We know more about people’s real needs, about the distribution of affordable food, about how not to waste things like medicines. We’ve gained a huge amount of information about how to work in a country in a state of humanitarian crisis and economic collapse. Greece is poor; this is vital knowhow.”
If the first instinct of many involved in the movement was simply to help, most also believe it has done much to politicise Greece’s crisis. In Egalio, west of Athens, Flora Toutountzi, a housekeeper, Antonis Mavronikolas, a packager, and Theofilos Moustakas, a primary school teacher, are part of a group that collects food donations from shoppers outside supermarkets and delivers basic survival packages – rice, sugar, long-life milk, dried beans – to 50 local families twice a month.
“One family, there are six people surviving on the grandmother’s pension of €400 a month,” said Mavronikolas. “Another, they’ve lived without running water for two months. We help them, yes, but now they are also involved in our campaign, helping others. People have become activated in this crisis. They are less isolated.”
In the central Athens district of Exarchia, Tonia Katerina, another now largely unemployed architect (“There’s not a lot of work for architects right now,” she said), is one of 15 people running a cooperative social grocery that opened a year ago and now sells 300 products, from flour to oranges, olive oil to bread, pasta to dried herbs. The business has grown rapidly and the collective’s members can now pay themselves an hourly wage of €3.


Closed supermarket in Athens
A man walks past a closed supermarket in Athens. Photograph: Michael Kappeler/dpa/Corbis
The local “without middlemen” market, one of 30-odd to have sprouted in Athens and several hundred around Greece, where farmers sell their produce for 25% more than they would get from the supermarkets and consumers pay 25% less, takes place only once a month, and the group wanted to set up a small neighbourhood grocery offering similarly good value, high quality foodstuffs directly from small producers.
Ninety per cent of the products the store sold were “without middlemen”, Katerini said, and about 60% were significantly cheaper than in the supermarket. Several come from other solidarity projects – the store’s soap, for example, is made by a collective of 10 unemployed people in Galatsi.
“All these projects, it’s very important to me, are not just helping people who need it, but they represent almost the start of a new kind of society,” Katerini said. “They are run as direct democracies, with no hierarchy. They are about people taking responsibility for their lives, putting their skills to use, becoming productive again.”
Katerina Knitou has devoted the past few years to preventing people from losing their homes. Part of a group of lawyers formed to fight a much hated “emergency house tax”, her focus has switched to the one in three Greek households fearing repossession or eviction – either because they are among the 320,000 families behind on mortgage or other debt repayments to their bank, or one of the 2.45 million Greeks who have been unable to pay a recent tax bill.
Knitou, a Syriza member like almost all those involved in the movement, gives free legal advice on how to avoid foreclosure and eviction. In the first half of last year 700 homes were either repossessed by the banks or foreclosed on by the Greek state over unpaid tax or social security bills. (With colleagues, Knitou also occasionally takes more direct action, disrupting – and preventing – planned auctions of repossessed and foreclosed homes.)
“This whole thing,” she said, “has made a lot of people very aware, not just of what they face, but also of what they can – and must – do. Expectations are going to be high after Sunday, but there are of course limits to what even a Syriza government will be able to do. It’s up to us, all of us, to change things. And honestly? This feels like a good start.”
 

lunedì 5 gennaio 2015

Creditori e debitori, la svolta necessaria in Europa

Lucrezia Reichlin
Berlino e la variabile greca Non processate solo i debitori
Corriere della Sera, 5 gennaio 2015

Le modalità che le istituzioni e i governi europei adotteranno per affrontare l’eventuale richiesta greca di una rinegoziazione del debito sono essenziali per capire se le economie dell’Unione usciranno dalla stagnazione nel 2015 e come evolverà il governo della moneta unica. L’Italia deve quindi tenere gli occhi ben aperti: la visione che prevarrà su come affrontare la crisi greca segnerà il futuro di tutti, non solo quello di Atene. Secondo indiscrezioni riportate dal settimanale tedesco Der Spiegel , Angela Merkel starebbe considerando lo scenario di un’uscita della Grecia dall’euro come preferibile a nuove concessioni sul debito.
Un passo di questo tipo da parte di Berlino stupirebbe — e non a caso ieri fonti governative hanno negato cambi di linea. Nonostante i progressi ottenuti dal 2010, infatti, è irrealistico pensare che l’eurozona non sia più esposta a una crisi finanziaria e politica in caso di «Grexit». Difficile credere che la Germania non tema questa prospettiva. Interpreto piuttosto le indiscrezioni giunte dalla Cancelleria come un segnale: la Germania non è disposta ad accettare, anche di fronte al ricatto di un’uscita dalla zona euro, una sostanziale svalutazione del debito che Atene ha con le istituzioni europee (il cosiddetto «debito ufficiale»), in particolare con la Banca centrale. Un default sul «debito ufficiale» — quello nei confronti di Stati ed enti pubblici (pari ormai all’80% del totale) e non più con i privati, come accadde in occasione della precedente ristrutturazione che portò il debito greco a una riduzione stimata in circa 100 miliardi — comporterebbe de facto un’uscita della Grecia: non tanto per l’atteggiamento punitivo dei tedeschi, ma perché indurrebbe la Bce a non accettare più il debito greco come collaterale nelle operazioni di finanziamento alle banche.
È davvero questa l’intenzione di Alexis Tsipras? Io credo che l’astro nascente della sinistra greca sia consapevole di quanto una posizione di questo genere si rivelerebbe suicida. Suo obiettivo è invece chiamare una trattativa che parta dal riconoscimento di come la sola combinazione di riforme strutturali e consolidamento dei conti pubblici si sia rivelata fallimentare. Pur in dissenso con gli aspetti populisti del programma di Syriza, questo messaggio è ormai largamente condiviso da osservatori di provenienza e matrice politica diversa.
Ne è un esempio il discorso pronunciato nel giugno scorso alla Banca dei regolamenti internazionali da Benjamin Friedman.
Il rispettato studioso di economia monetaria all’università di Harvard ha sostenuto che alla radice della stagnazione europea c’è il fallimento delle strategie sul debito sovrano: parliamo del problema rappresentato dal fatto che alcuni Stati membri Ue hanno contratto un debito che non saranno in grado di ripagare. Un’analisi che condividiamo ormai in molti.
Le difficoltà nell’affrontare la questione sono oggettive. All’origine c’è la peculiarità della situazione nell’eurozona, un’area dove il debito di uno Stato membro è emesso in una moneta che quello Stato non ha diritto di stampare. A questa peculiarità, si aggiunge quella per cui il debito degli Stati più a rischio è ormai, quasi interamente, detenuto da investitori istituzionali e soprattutto dalla Bce.
Il modo in cui l’Europa si è mossa sinora non convince. Sono state imposte regole molto strette sul consolidamento di bilancio, demonizzando ogni forza politica in dissenso dalla linea del rigore e lasciando alla Banca centrale il monopolio delle politiche di management della domanda. Una dinamica che sottopone la Bce a pressioni che potrebbero mettere a repentaglio la sua stessa credibilità.
Trovare una soluzione diversa, che preveda un accordo sul debito capace di alleggerirne il peso sull’economia senza far oscillare la stabilità finanziaria dell’Unione, non è certo semplice. Accettare però che il futuro dell’Eurozona sia dettato esclusivamente dagli interessi dei creditori significa subordinare a questi interessi la crescita delle economie di tutti i Paesi dell’Unione.

domenica 18 maggio 2014

L'effetto Tsipras in Europa

Adéa Guillot (Athènes, correspondance) et Alain Salles
L'«effet Tsipras» donne des ailes à la gauche de la gauche en Europe
Le Monde, 17 juillet 2014


La scène se passe début avril à Palerme, en Italie. Une foule compacte se précipite pour toucher «l'ami Alexis», lui glisser trois mots d'encouragement ou l'embrasser dans des accolades fraternelles. Le chef de l'opposition grecque, Alexis Tsipras, bien que visiblement fatigué par des semaines de tournée européenne, se prête au jeu et distribue sourires et poignées de main, encore un peu étonné de rencontrer la même ferveur dans tous ses déplacements européens. «C'est comme ça dans chaque ville où nous nous rendons. Je suis reçu comme une star du foot», raconte-t-il. Un tourbillon dans lequel il est pris depuis que le Parti de la gauche européenne (PGE) a décidé d'en faire son candidat à la présidence de la Commission européenne.
A Palerme, Alexis Tsipras venait pour quelques heures soutenir «L'Altra Europa con Tsipras» («L'Autre Europe avec Tsipras»). Une initiative de la gauche radicale italienne qui, en portant le Grec Tsipras à la tête de sa propre liste pour les européennes, essaie de dépasser ses divisions internes.
Encore inconnu en dehors de la Grèce, il y a deux ans, Alexis Tsipras a fait la «une» des journaux du monde entier et surgi dans un anglais balbutiant sur les écrans de CNN après que son parti Syriza eut récolté 27 % des suffrages, lors des législatives de 2012. Depuis, il a fait des progrès et peut tenir un entretien dans la langue de Shakespeare. Il est surtout devenu la principale force d'opposition en Grèce et l'enfant chéri de la gauche de la gauche européenne à la recherche d'un porte-drapeau capable à la fois d'incarner l'opposition au dogme de l'austérité et en mesure de porter un parti de gauche radicale au pouvoir.
Pour les élections européennes, le Syriza est en effet au coude-à-coude dans les sondages avec les conservateurs au pouvoir de la Nouvelle Démocratie (ND). Et M. Tsipras l'affirme à longueur de meeting: «Si nous passons devant la ND avec une large avance aux européennes, alors nous réclamerons des législatives anticipées en Grèce et nous prendrons le pouvoirUn rêve inaccessible pour la plupart des autres partis de gauche radicale européens qui ont fait de M. Tsipras leur champion, porteur de tous leurs espoirs.
D'Athènes à Bruxelles, en passant par Madrid, Rome, Berlin ou Paris, ce presque quadragénaire sillonne le continent pour défendre son projet pour l'Europe et pour la Grèce. Un projet qui tient en trois grandes lignes: annulation des dettes au-delà du seuil de 110 % du PIB, abrogation des plans d'austérité et lancement d'un plan Marshall pour relancer la croissance. «On doit comprendre que le modèle de l'Europe n'est pas celui de Weimar, mais celui du New Deal de Roosevelt», expliquait-il lors d'un passage à Paris.

HÉRITIER D'UN COURANT COMMUNISTE PROEUROPÉEN

Très sollicité, Alexis Tsipras a du mal à tenir le rythme de son emploi du temps et accumule les retards et les annulations de dernière minute, notamment avec la presse. Les télés et journaux du monde entier se battent auprès de son service de presse, débordé, pour obtenir un entretien. « Tous ont bien compris que se joue en Grèce l'avenir de la gauche européenne », affirme sans complexe un responsable de Syriza. «Cela a fait de Tsipras un symbole qui le dépasse un peu et sans grand rapport avec son image auprès des Grecs eux-mêmes», ajoute, un poil ironique, cet homme souhaitant garder l'anonymat.
Il est vrai que le héros européen a parfois du mal à convaincre en Grèce et surtout au sein de son propre parti. Syriza est une coalition turbulente qu'Alexis Tsipras, héritier d'un courant communiste proeuropéen, a jusqu'ici réussi à contenir. Il doit aujourd'hui souvent ferrailler avec une minorité plus radicale hostile à l'Europe et à l'euro, dont les positions sont abondamment répercutées dans les médias grecs. Les récentes négociations internes, longues et difficiles, pour l'établissement des listes pour les scrutins municipaux et européens ont révélé ses divisions. Plus largement encore, sa base électorale la plus à gauche lui reproche ses compromissions pour devenir un parti de gouvernement européen.
Ces contradictions l'empêchent, pour l'instant, de surpasser son score de 2012 dans les sondages. Et le très rigide Parti communiste grec attire des déçus du Syriza. « On ne peut pas dire que Syriza a réussi à capitaliser après notre succès de 2012 », se désole cet interlocuteur critique du parti. « Si Nouvelle Démocratie est devant Syriza, alors Tsipras sera contesté en interne », confirme le politologue Elias Nikolakopoulos.

« PRÊT À PRENDRE LE POUVOIR »

La personnalité d'Alexis Tsipras n'a jamais véritablement fait l'unanimité au sein du parti, mais son réel talent d'orateur et sa capacité à verrouiller les conflits internes à Syriza en ont fait la figure politique incontournable du parti.
Agé de 39 ans, cet ingénieur civil, père de deux enfants, est déjà un politicien de carrière, un apparatchik de la gauche radicale. Encore lycéen, ce fils d'un petit entrepreneur en bâtiment s'est enrôlé dans les rangs du Parti communiste avant de rejoindre Syriza. Ses premiers talents d'orateur et de dirigeant apparaissent lors de la mobilisation lycéenne de 1990-1991. Il rejoint le comité central du parti en 2004 et en prend la tête en 2008. Une ascension qui ne plaît pas toujours aux plus anciens, qui se sentent aussi menacés par l'équipe de jeunes conseillers ambitieux dont s'est entouré Alexis Tsipras.
Ces hommes du président forment une garde rapprochée qui décide de tout. Et notamment de la tonalité de la campagne pour les européennes. «Pour la première fois, la gauche», «La Grèce montre la voie»… autant de slogans imposés par le jeune directeur de campagne, Alexandros Bitsis, et qu'Alexis Tsipras décline à l'envi.
Il les a utilisés lors du grand débat l'opposant aux quatre autres candidats pour la présidence de la Commission, jeudi 15 mai. Si la pétillante candidate des Vertes Ska Keller lui vole désormais l'argument de la jeunesse, il a plutôt réussi son examen de passage, en interpellant directement ses adversaires à plusieurs reprises sur leur collaboration aux politiques d'austérité appliquées en Europe ces dernières années.
Tout l'enjeu pour Alexis Tsipras est de montrer aujourd'hui qu'il est «prêt à prendre le pouvoir», comme il l'affirme. Et surtout de trouver avec qui il peut gouverner – à l'intérieur comme à l'extérieur de son parti – pour mettre en place cette autre politique qu'il promet à la Grèce et à l'Europe.