Visualizzazione post con etichetta Gramsci. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gramsci. Mostra tutti i post

mercoledì 25 marzo 2026

I rapporti di forza e l'iniziativa


Francesco Scalambrino
Pillole gramsciane. 5 - Analisi culturale e lotta politica

Belfagor blog, 29 marzo 2013

“La mia vita trascorre sempre ugualmente monotona. Anche lo studiare è molto piú difficile di quanto non sembrerebbe. Ho ricevuto qualche libro e in verità leggo molto (piú di un volume al giorno, oltre i giornali), ma non è a questo che mi riferisco; intendo altro. Sono assillato (è questo fenomeno proprio dei carcerati, penso) da questa idea: che bisognerebbe far qualcosa «für ewig», secondo una complessa concezione di Goethe, che ricordo aver tormentato molto il nostro Pascoli. Insomma, vorrei, secondo un piano prestabilito, occuparmi intensamente e sistematicamente di qualche soggetto che mi assorbisse e centralizzasse la mia vita interiore.”

Questo si legge in una delle più belle (e commoventi) lettere di Gramsci, inviata a Tatiana pochi mesi dopo il suo arresto, il 19 marzo 1927. La lettera continua delineando un vero e proprio progetto culturale:  1° una ricerca sugli intellettuali italiani; 2° Uno studio di linguistica comparata; 3° uno studio sul teatro di Pirandello e sulla trasformazione del gusto teatrale italiano; 4° un saggio sui romanzi di appendice e il gusto popolare in letteratura.

Fin dal mio primo approccio con Nino, mi ha sempre meravigliato questa decisione di un impegnato attivista politico – che aveva abituato i suoi lettori e compagni di militanza politica soprattutto alla corrosiva e quotidiana polemica politica in quelli che egli stesso definisce “scritti alla giornata”, che dovevano morire “dopo la giornata” (lettera a Tatiana del 7 settembre 1931) – di passare a scrivere qualcosa “per l’eternità”, (l’espressione tedesca è di Goethe) e di dedicarsi a un sapere “disinteressato”. Eppure io partivo, come tutti noi “posteri”, dalla consapevolezza del­l’impor­tanza di un autore ormai considerato un “classico” della cultura mondiale. Per questo continuo ancora a chiedermi quale impressione deve aver provocato la lettera di Gramsci in Tatiana e in quei pochi e “intimi” lettori dell’epoca.
Oggi mi sembra di poter affermare che in Nino ci fosse la chiara consapevolezza dell’enorme differenza tra la necessità di procedere a strattoni, ed eventualmente con colpi di pesante ironia capaci di spiazzare l’avversario, nella fluida e spesso imprevedibile attività politica quotidiana, e l’analisi accurata, capace di consentire una comprensione più approfondita delle realtà e dei problemi socio-economici, politici e culturali – ammesso che sia possibile distinguere nettamente questi tre livelli nell’opera gramsciana.
La consapevolezza di tale differenza non significa però che, in Gramsci, le due forme di analisi siano o debbano essere autosufficienti o addirittura in conflitto tra loro. Occorre anzi afferrare la necessità di entrambe e coglierne le imprescindibili interconnessioni, soprattutto se si tratta di individuare i “principii di metodologia storica” che consentano una corretta analisi dei rapporti di forza in una determinata situazione:

“l'osservazione più importante da fare a proposito di ogni analisi concreta dei rapporti di forza è questa: che tali analisi non possono e non debbono essere fine a se stesse (a meno che non si scriva un capitolo di storia del passato) ma acquistano un significato solo se servono a giustificare una attività pratica, una iniziativa di volontà. Esse mostrano
 quali sono i punti di minore resistenza, dove la forza della volontà può essere applicata più fruttuosamente, suggeriscono le operazioni tattiche immediate, indicano come si può meglio impostare una campagna di agitazione politica, quale linguaggio sarà meglio compreso dalle moltitudini ecc.” (Quaderni del Carcere, Torino 1977, pag. 1588)

Francesco Scalambrino

mercoledì 4 marzo 2026

Gobetti e i comunisti

Antonio Gramsci tra i redattori dell'Ordine Nuovo

Antonio Carioti
Gobetti il torinese, liberalismo e rivoluzione

Corriere Torino, 4 marzo 2026

Le rivistine studentesche più o meno goliardiche, curate da ragazzi neppure ventenni, sono un fenomeno normale. Meno normale è che al principale animatore di una pubblicazione del genere venga offerto, prima ancora che compia 18 anni, di andare a dirigere un settimanale politico importante di respiro nazionale. Ma nella breve esistenza di Piero Gobetti tutto ha un carattere assolutamente eccezionale.

Nato a Torino il 19 giugno 1901, il futuro editore è figlio di una famiglia modesta. I genitori, originari del piccolo comune di Andezeno, sono di estrazione contadina e nel capoluogo del Piemonte si sono dedicati al commercio. Hanno una drogheria in via XX Settembre e sopportano pesanti sacrifici per far studiare l’unico figlio. Piero li ripaga con risultati scolastici brillanti, grazie alla viva intelligenza e all’applicazione intensissima sui libri.

È un adolescente alto e snello, dagli occhi grandi e dai capelli arruffati, pervaso di entusiasmo per la cultura e per gli ideali del patriottismo democratico. Ha buoni maestri al liceo Gioberti, tra i quali paradossalmente un professore di filosofia che sarà ministro sotto Benito Mussolini, Balbino Giuliano: le sue lezioni influenzano parecchio il precoce allievo, destinato però a diventare un fiero antifascista.

Gobetti fonda il periodico Energie Nove nel novembre 1918, quando ha solo 17 anni. Tra i redattori c’è anche Ada Prospero, della quale si è innamorato da tredicenne: si fidanzano molto giovani e si sposeranno l’11 gennaio 1923. Il figlio Paolo verrà alla luce il 28 dicembre 1925, un mese e mezzo prima della prematura morte di suo padre.

La rivista studentesca di Gobetti s’ispira alla visione liberale dell’economista Luigi Einaudi, paladino del mercato, ma anche all’interventismo democratico dello storico pugliese meridionalista Gaetano

Salvemini. Quest’ultimo dirige un settimanale, L’Unità, che al termine della Prima guerra mondiale ambisce a promuovere un movimento politico.

Nasce così la Lega democratica, che tiene a Firenze nell’aprile 1919 un congresso a cui Gobetti partecipa. L’ingegno acuto del giovane torinese impressiona profondamente Salvemini: lo storico di Molfetta, ex socialista, è un uomo segnato dalle disgrazie personali, che ha perso l’intera famiglia (moglie, cinque figli e una sorella) nel terremoto di Messina del 1908 e ha trovato una ragione di vita nell’impegno civile. Ora però è stanco per i tanti anni di lotta e vede in Piero una promessa confortante. Tanto che gli offre appunto di assumere al suo posto la direzione dell’Unità.

Il ragazzo considera Salvemini «un genio», come scrive in una lettera alla fidanzata, e non si sente maturo per un simile impegno. Preferisce proseguire l’esperienza di Energie Nove, che arriva a pubblicare firme prestigiose: il già citato Einaudi, maestro di Gobetti all’università, e i filosofi Benedetto Croce, Guido De Ruggiero, Rodolfo Mondolfo.

Eppure nel febbraio 1920 Piero chiude la sua prima rivista. Vuole riflettere, cercare nuove strade. Lo affascina la rivoluzione bolscevica e per comprenderla meglio si mette a studiare il russo. Presta inoltre una partecipe attenzione alle lotte dei lavoratori industriali, culminate con l’occupazione delle fabbriche nel settembre 1920. Si convince che la classe operaia è portatrice del rinnovamento radicale di cui ha bisogno l’Italia.

Su quel terreno si registra un secondo incontro importante. A Torino opera un gruppo di giovani socialisti rivoluzionari, che nel gennaio 1921 aderiscono al neonato Partito comunista d’italia. Il loro esponente di maggior spicco è un sardo dalla penna affilata nato nel 1891, Antonio Gramsci. Gobetti li segue con estremo interesse e intavola animate discussioni con quegli interlocutori animati dalla sua stessa ansia. Condividono l’insofferenza per la vita politica dominata dalla figura di Giovanni Giolitti, leader liberale incline al compromesso e abilissimo nelle manovre parlamentari.

Gramsci stima Gobetti, anche se tra i due resta una notevole distanza sul piano ideologico, e gli affida la critica teatrale per il suo giornale L’Ordine Nuovo, di cui il giovane liberale frequenta spesso la redazione. Quando si moltiplicano le violente azioni squadriste contro il movimento operaio, Piero scrive ad Ada che sarebbe pronto a difendere la sede del quotidiano comunista da un assalto delle camicie nere.

Dopo la morte di Gobetti, avvenuta a Parigi il 16 febbraio 1926, Gramsci scriverà di lui, in un saggio sui problemi del Mezzogiorno, che «la sua caratteristica più rilevante era la lealtà intellettuale e l’assenza completa di ogni vanità e piccineria di ordine inferiore». Piero, secondo il leader del Pcd’i, «non era un comunista e probabilmente non lo sarebbe mai diventato, ma aveva capito la posizione sociale e storica del proletariato».

lunedì 16 febbraio 2026

Piero Gobetti per frammenti

Piero Gobetti era nato a Torino il 19 giugno 1901

Corrado Malandrino
Piero Gobetti
Dizionario biografico degli italiani, vol. 57, 2001

 Il programma diseguale di Energie nove sembrò essere "più effervescente che chiaro" (N. Bobbio, Trent'anni di storia della cultura a Torino, 1920-1950, Torino 1977, p. 5). In effetti il pensiero del G. vi si delineò frammentario, in formazione e, per ciò stesso, talora apparentemente privo di profonda coerenza e unità, contraddittorio, a volte troppo saccente e impertinente, ma non da "parassita della cultura" come, con eccessiva acrimonia (...), ebbe a definirlo P. Togliatti in un articolo stroncatorio apparso sull'Ordine nuovo (15 maggio 1919). 

All'inizio del 1921 Gramsci - che, presentato al G. da Andrea Viglongo fin dal 1918, ne era diventato amico e aveva sporadicamente collaborato a Energie nove -, superando le schermaglie polemiche precedenti, gli propose di tenere sull'Ordine nuovo quotidiano una rubrica letteraria e teatrale, per la quale il G. pubblicò centinaia di cronache e recensioni fino all'ottobre 1922.

Tale attività, di per sé priva di diretto carattere politico - benché occorra ricordare che in qualità di critico il G. pubblicò recensioni importanti per comprendere e marcare la sua evoluzione - servì a consolidare il rapporto del G. con il mondo operaio. Einaudi, qualche tempo dopo, mostrò di aver compreso le motivazioni alla base di tale spinta scrivendo, sul Corriere della sera del 14 ott. 1922, che "l'intellettualismo militante sembra essersi rifugiato a Torino nell'Ordine nuovo, senza dubbio il più dotto quotidiano dei partiti rossi, ed in qualche semiclandestino organo giovanile, come il settimanale Rivoluzione liberale, sulle cui colonne i pochi giovani innamorati del liberalismo fanno le loro prime armi e, per disperazione dell'ambiente sordo in cui vivono, sono ridotti a fare all'amore con i comunisti dell'Ordine nuovo". Il rapporto con tali espressioni dell'autonomia operaia fu, in conclusione, motivo decisivo per il G. di progressiva differenziazione politica dal liberalismo einaudiano e dall'unitarismo salveminiano.

Nella Storia dei comunisti torinesi scritta da un liberale (aprile 1922) enunciò il concetto di "liberalismo rivoluzionario", in contrapposizione al liberalismo conservatore, osservando che gli scrittori dell'Ordine nuovo avevano inteso la rivoluzione come "la conclusione del liberalismo rivoluzionario dell'800". Nella Rivoluzione liberale del giugno 1923 diede una definizione più ampia: "Il nostro liberalismo, che chiamammo rivoluzionario per evitare ogni equivoco, s'ispira a una inesorabile passione libertaria, vede nella realtà un contrasto di forze, capace di produrre sempre nuove aristocrazie dirigenti a patto che nuove classi popolari ravvivino la lotta con la loro disperata volontà di elevazione". Tali posizioni furono ulteriormente sviluppate nel saggio La rivoluzione liberale (Bologna 1924), nonché in Risorgimento senza eroi e Paradosso dello spirito russo (entrambi editi a Torino, a cura di S. Caramella, nel 1926), dove sono raccolti i numerosi scritti via via pubblicati e le ricerche in via di elaborazione di pari argomento.

Al termine di tale percorso, il G. si conferma, nel complesso, soprattutto un suscitatore e "straordinario organizzatore di cultura", ricco di suggestioni, per un'Italia rinnovata: una chiave di lettura sottolineata da Gramsci per primo e via via dai maggiori interpreti. Dall'esperienza intellettuale del G. emerge, tuttavia, un dato di fatto di cui occorre tener conto: per quanto sbalorditiva per lucidità, approfondimento filosofico e intuizione politica, essa fu in effetti pur sempre quella di un giovane, e dell'età giovanile, specie all'esordio, conservò nelle analisi e nei giudizi alcuni insopprimibili e contraddittori tratti di spontaneità e di estremismo (L. Salvatorelli ricordò in Racconto interrotto. P. G. nel ricordo degli amici [a cura di Paolo Gobetti, Torino 1992, p. 29] che il G. "era considerato un estremista e in un certo senso lo era anche"), che solo in parte furono corretti negli anni più maturi. Al G. non fu infatti data, prima per l'urgenza dei compiti affrontati nel dopoguerra, poi per la morte subitanea, la possibilità di riflettere autocriticamente sull'esperienza e sugli esiti degli anni che videro il compiersi della crisi delle istituzioni liberali e dell'ascesa del fascismo a regime. Montale, nel 1991, rievocò il G. come "un fiore che non si era aperto del tutto" (Perché G., p. 11).

Alla sua figura e al suo pensiero, civile e politico, si richiamarono per primi i componenti dei gruppi della Rivoluzione liberale - formanti quella che A. d'Orsi (La cultura a Torino tra le due guerre, Torino 2000) ha chiamato "l'aura gobettiana" - i quali gli dedicarono il numero speciale del Baretti dell'aprile 1926. Furono poi i fondatori di Giustizia e libertà - C. Rosselli, Garosci, Ginzburg, C. Levi - a riprendere la sua eredità, soprattutto sulla base delle parole d'ordine antistataliste, autonomiste, consiliariste, e a istituire il collegamento tra quell'esperienza e il Partito d'azione, stabilendo in tal modo la prima cerchia di cultura "azionista" nella ricezione del gobettismo, confermata negli scritti di Ada Gobetti e di Augusto Monti. Un nuovo approfondimento si ebbe dopo la seconda guerra mondiale, dall'interno del comunismo italiano, da P. Togliatti in persona, il quale intese collocare l'opera del G. nell'ambito dell'iniziativa di ricostruzione culturale della nuova Italia per i suoi rapporti con l'operaismo di Gramsci e dell'Ordine nuovo, per lo storicismo progressivo e la critica del Risorgimento, inaugurando così la ricezione comunista, alla quale portarono i massimi contributi negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento Spriano e Sapegno. La relazione (e, quasi, la "biografia parallela") Gobetti-Gramsci divenne un passaggio obbligato della storiografia sul G.: dagli studi di Spriano (Gramsci e G., Torino 1977) a quelli di Bobbio, fu messa in rilievo la stima reciproca, una sorta di prossimità esistenziale e politica - desumibile dallo stesso profilo che l'uno lasciò scritto dell'altro -, e il rapido e definitivo avvicinamento politico.

Dal 1961 il ricordo del G. è stato affidato alle iniziative scientifiche, editoriali e di divulgazione intraprese dall'omonimo Centro studi fondato dalla vedova Ada insieme con il figlio Paolo e con i fedeli amici antifascisti, tra i quali è da ricordare almeno il contributo di F. Antonicelli. Dagli anni Settanta la rivisitazione dell'opera del G. ha seguito sostanzialmente tre nuovi indirizzi, convergenti in linea di massima con le precedenti ricezioni: da un lato la cultura istituzionale dell'Italia repubblicana, soprattutto quella delle regioni maggiormente toccate "dall'aura" gobettiana, si è incaricata di riproporre la memoria di un G. ritenuto degno di un posto nel "Pantheon delle glorie nazionali, tra i maestri e i profeti" (Passerin d'Entrèves); dall'altro, il partito liberale, sotto l'influenza di antichi gobettiani, come M. Brosio, ha intrapreso iniziative di commemorazione e di studio; infine, dagli anni Ottanta, sulla scorta di un riaccendersi del dibattito politico nel quale il discorso del G. sembrava riguadagnare attualità, è stata avviata l'edizione scientifica di singole opere e carteggi. Gli anni Novanta sono stati caratterizzati da due ulteriori indirizzi di ricerca e di dibattito: per un verso, si è sviluppata un'aspra polemica tra gli esponenti liberalconservatori e lo schieramento liberalsocialista ed ex comunista, sui termini dell'identità e dell'attualità del suo discorso politico: i primi hanno accusato il G. di essere un "fraintenditore e adulteratore" del liberalismo (E. Galli Della Loggia, La democrazia immaginaria. L'azionismo e "l'ideologia italiana", in Il Mulino, XLII [1993], 3, p. 257) e un liberale "finto" e "inesistente" (G. Bedeschi, G.: il finto liberale, in Liberal, 1995, n. 7, pp. 66 s.; Id., P. G.: un liberale inesistente, in Nuova Storia contemporanea, II [1998], 11, pp. 137-144); i secondi hanno riproposto i termini delle precedenti letture gobettiane, sottolineandone la "impressionante attualità" (P. Flores d'Arcais, G., liberale del futuro, in P. Gobetti, La rivoluzione liberale, Torino 1995, p. VIII). F. Sbarberi (L'utopia della libertà eguale, Torino 1999, pp. 38 ss.), richiamando i termini di tale dibattito, ha invitato a "un approccio più rispettoso della riflessione originaria" del G., rilevando nella definizione di libertà come autonomia, nella centralità del conflitto all'interno di una concezione elitista-democratica e nella concettualizzazione dell'incontro tra la soggettività operaia, esprimentesi nei consigli, e la borghesia industriale avanzata, gli elementi essenziali del liberalismo-libertarismo gobettiano. Sulla base di simili motivazioni, superando le interpretazioni di tipo martirologico o demonizzante, si è cercato di collocare il G. su di un piano culturale meno politicizzato o strumentale, all'interno di un più descrittivo e generale national culture building. In tale prospettiva, l'opera del G. viene considerata intrinsecamente legata alla fase critica dello Stato liberale nei primi decenni del Novecento, e appunto da questa determinata, sia nelle analisi, sia nelle soluzioni adombrate. Di qui l'elaborazione di una forma peculiare ed eclettica di liberalismo rivoluzionario, che s'inserisce nell'ampio alveo del liberalismo (o, meglio, "dei liberalismi" novecenteschi) come costruzione ideale, progressiva e non definitiva.

domenica 30 novembre 2025

Gramsci comunista a suo modo

Stefano Montefiori
Antonio Gramsci frainteso in Francia e amato in India

Corriere della Sera La Lettura, 30 novembre 2025

Il «mondo grande e terribile» della Prima guerra mondiale, della rivoluzione d’ottobre 1917 e della vittoria del fascismo dopo la marcia su Roma, visto attraverso la vita e le opere di Antonio Gramsci. I due studiosi francesi Romain Descendre e Jean-Claude Zancarini animano, da una dozzina d’anni, un seminario sui Quaderni del carcere di Gramsci presso l’École normale supérieure di Lione. Nel libro L’opera-vita di Antonio Gramsci, uscito ora in Italia per Einaudi, scrivono una biografia dell’uomo che è anche la storia del suo pensiero e dei decenni tragici che hanno preceduto la Seconda guerra mondiale.
«L’edizione italiana del saggio, tradotto benissimo da Giulio Azzolini, comprende una parte sul giovane Gramsci in Sardegna che non è presente nell’originale francese», dice Jean-Claude Zancarini. Il corso alla Normale di Lione e il libro che ne è scaturito prendono le mosse dalle richieste degli studenti, «che venivano a chiederci di questo autore che scriveva in inglese e si chiamava Gramsci. Abbiamo pensato allora di raccontare la vita e lo sviluppo delle teorie di un pensatore che aveva un grande ruolo in Europa, al di là del suo successo in inglese in India. Abbiamo cercato di ricostruire i rapporti, anche difficili, che ha avuto con il comunismo internazionale e il suo stesso partito, e anche la vita personale».
Quale evento della vita personale di Gramsci ha avuto più influenza sulla sua vita intellettuale? «Direi l’esperienza che Gramsci ha fatto a Torino del “biennio rosso”, quel periodo di lotte operaie dopo la Prima guerra mondiale, nel 1919 e 1920 — dice Romain Descendre —. Poi, venire a contatto con certi dirigenti russi spiega anche in parte perché, ancora prima di essere arrestato nell’ottobre 1926, si senta capace di scrivere a Mosca “state sbagliando, la direzione che state prendendo, non tanto sulle scelte ideologico-politiche ma sui modi di fare e continuare la rivoluzione, non va bene”. Quello è fondamentale anche per le cose che vengono scritte anni dopo in carcere».
Un Gramsci autonomo, marxista certo ma libero, fondatore di quella tradizione di progressiva indipendenza che caratterizzerà la via italiana al comunismo fino a Enrico Berlinguer. È ragionevole fare risalire a lui questo atteggiamento? «Avere nella propria tradizione intellettuale uno come Gramsci certo fa comodo e aiuta a prendere le distanze, quando diventa necessario e improrogabile. Certo ce ne è voluto di tempo...», dice Jean-Claude Zancarini. «Nel 1953 c’è la morte di Stalin, nel 1956 l’Ungheria, e nessuno batte ciglio. Solo negli anni Sessanta, un po’ prima della morte di Togliatti, si comincia a riflettere se possa esistere un comunismo con una specificità italiana e europea, e poi Berlinguer riprenderà quel percorso. Ma prima sono stati tolti i libri di Trotsky dalla biblioteca dell’Istituto Gramsci, perché “non vorremo mica fare propaganda a quel traditore...”».
L’apporto di Gramsci può essere stato quindi strumentalizzato, a posteriori, per accreditare una versione del comunismo italiano più originale e soprattutto più libera di quanto non lo sia stato in realtà. «Ma il fatto che Gramsci possa essere stato usato così non impedisce che sia vero che ci sia stata una specificità, un’autonomia, le due cose non si escludono. E di questa autonomia lo stesso Gramsci era consapevole, cioè era conscio della necessità di pensare il comunismo senza costruire un’ortodossia che fosse immediatamente usufruibile».
Al di là dell’uso politico passato di quell’esperienza, l’interesse per Antonio Gramsci è sempre molto elevato, un po’ per le vicende biografiche e la morte in carcere, naturalmente, un po’ per il suo contributo teorico. Qual è l’attualità di Gramsci, oggi? «In un certo momento, come dicevo all’inizio, l’influenza di Gramsci è stata grande in lingua inglese — dice Zancarini — e l’hanno adoperato molti marxisti indiani per capire qualcosa della loro storia. Serviva Gramsci perché non si poteva più fare riferimento, almeno in modo così naturale, a Stalin, a Mao Zedong... Quindi andava bene un comunista marxista, sì, ma che parlava di gruppi sociali accanto alle classi sociali, di subalterni più che di proletariato. Cambiando il vocabolario, ma anche il modo di riflettere del marxismo, Gramsci ha avuto molta influenza presso chi non poteva più servirsi del Libretto rosso di Mao o dei testi di Stalin. Per questo Gramsci è stato molto letto anche in tutta l’America latina, perché si rimaneva in famiglia, nell’alveo comunista, ma in modo diverso da quell’ortodossia».
«Il grande contributo di Gramsci, che ne fa anche la sua attualità, è che l’atteggiamento deve essere sempre critico e mai dogmatico», aggiunge Romain Descendre. «Il marxismo come pezzo fondamentale di una critica radicale ma sempre autocritica, e autocritica vera, non autocritica sovietica. Il secondo punto, ma i due sono legati tra loro, il primo più teorico, il secondo più politico, è l’antisettarismo, è il pensare all’unità, sempre. Pensare all’unità della sinistra, perché se non ci si preoccupa dell’unità della sinistra nella difesa delle classi subalterne e nella proposta di un movimento progressista, alla fine c’è sempre la sconfitta».
L’altra grande attualità di Gramsci è, paradossalmente e suo malgrado, a destra. In Francia, in particolare, Gramsci è citato di continuo, da qualche anno, a proposito dell’uso che ne ha fatto l’estrema destra del Rassemblement national. Quando i suoi rappresentanti, Marine Le Pen in primis, si vantano di avere vinto «la battaglia delle idee» e di avere lottato con successo contro la sinistra per «l’egemonia culturale», lo fanno citando esplicitamente Antonio Gramsci e la rubrica La battaglia delle idee nell’«Ordine nuovo» di Gramsci e poi nella «Rinascita» di Togliatti. «Ma è una tradizione che affonda le sue radici nel neofascismo italiano del dopoguerra, nel circolo intorno a Pino Rauti e poi alla nouvelle droite del francese Alain de Benoist — dice Zancarini —. Una confusione alimentata dal fatto che Rauti chiamò Ordine nuovo la sua fazione. E poi a un certo punto citare Gramsci a destra è stato un modo per darsi un tono, cercare una rispettabilità intellettuale che si faticava a conquistare. L’attenzione della destra per Gramsci è arrivata fino all’Eliseo con Patrick Buisson, a lungo consigliere politico di Nicolas Sarkozy, emerso dai ranghi dell’estrema destra. Ma ben pochi di quelli che si sono riempiti la bocca con Gramsci in realtà lo hanno letto davvero».
La «battaglia delle idee» e la lotta per l’egemonia culturale, in particolare per combattere quella presunta di sinistra, in questo momento è molto viva in Francia, dove molti media in particolare appartenenti alla galassia Bolloré cercano — con qualche successo — di porre al centro del dibattito politico i temi identitari e la tutela delle tradizioni nazionali contro «l’invasione migratoria». «Ma controllare le coscienze è un concetto gesuitico, non gramsciano — dice Descendre —. Si torna all’idea che per conquistarsi una qualche legittimità si usurpa e si impoveriscono fondamentalmente il pensiero e la figura di Gramsci. A venire usata è l’idea di unione, stavolta non della sinistra, ma della destra: sanno bene che solo un’unità della destra e dell’estrema destra riuscirà a conquistare il potere e a realizzare il loro programma autoritario. Ma in questo modo si tradisce il vero contributo di Antonio Gramsci».

https://machiave.blogspot.com/2024/05/gramsci-comunista-speciale.html

domenica 26 gennaio 2025

Croce battitore libero



Massimiliano Guareschi, Un enigmatico Benedetto Croce
il manifesto, 25 gennaio 2025

Per chi è nato intorno alla metà degli anni Sessanta, Benedetto Croce ha costituito una sorta di enigma. Per gli appartenenti a precedenti generazioni si trattava di un autore fondamentale, un punto di riferimento imprescindibile ancorché criticabile. All’opposto, i repertori testuali e i dibattiti teorici con cui ci confrontavamo negli studi universitari e oltre sembravano ignorarlo del tutto, relegandolo a qualche notazione storica relativa al fatto, che per qualche decennio, la scena culturale italiana si era collocata all’insegna della sua incontrastata egemonia.

NEI PRIMI APPROCCI a Gramsci, non mancava di suscitare perplessità il fatto che nei Quaderni del carcere si dedicasse così tanta attenzione a un autore di cui sfuggiva la rilevanza teorica ed appariva come più ottocentesco che novecentesco.

La netta cesura fra un prima e un poi nella conoscenza e nell’apprezzamento dell’opera di Croce certificava, dopo la necessaria decantazione temporale, il fallimento di un progetto culturale volto alla costruzione di una «filosofia italiana» e alla sua imposizione come canone teorico nazionale con ambizioni universalistiche. Si trattava di un modello che non avrebbe retto a fronte della penetrazione progressiva nella scena intellettuale del nostro paese di un ampio spettro di prospettive teoriche, non a caso fortemente osteggiate dalla diade Croce-Gentile, quali la fenomenologia, il neopositivismo, la storia della scienza, le scienze sociali, la psicoanalisi, i marxismi.

Sulla parabola del neoidealismo, assolutamente centrale nella storia culturale italiana del Novecento, si sofferma il libro di Anna Boschetti Benedetto Croce. Dominio simbolico e storia intellettuale (Quodlibet, pp. 354, euro 25). L’autrice ha svolto una funzione pionieristica nell’introduzione in Italia di un approccio alla produzione artistica e letteraria ispirato alla sociologia del campo di Pierre Bourdieu, sia attraverso la traduzione di Le regole dell’arte (Il saggiatore 2005), il libro su Flaubert del sociologo francese, sia tramite le proprie ricerche su Sartre e Apollinaire. A partire da tali coordinate si disegna così non una biografia intellettuale o una storia del pensiero crociano quanto un tentativo di analizzare le modalità attraverso cui si stabilisce una forma di dominio simbolico su uno spazio relazionale fatto di posizioni gerarchizzate fra cui si muovono attori dotati di specifici capitali in competizione fra loro per stabilire le linee della legittimità culturale.

CROCE, IN PRIMO LUOGO, dispone di un notevole capitale economico, in quanto ricco rentier. Ciò gli consente di restare fuori dall’università ma, al contempo, di influire pesantemente su di essa senza essere condizionato da meccanismi interni di carriera personale. Inoltre la disponibilità economica gli permette di finanziare le proprie iniziative editoriali, dalla rivista «La Critica» al sodalizio con le edizioni Laterza, governando l’accesso a quelle tribune e stabilendo che cosa doveva essere pubblicato e che cosa no, chi doveva essere recensito favorevolmente e chi stroncato.

LA RICOSTRUZIONE proposta dal libro di Anna Boschetti evidenzia gli elementi differenziali attraverso cui Croce si costruisce una posizione dominante rispetto a quelle di alleati e concorrenti. In primis abbiamo lo status nobiliare dell’autore disinteressato che si pone al di sopra delle meschine diatribe fra i «burocrati» della cultura interessati solo a concorsi e cattedre. Poi abbiamo l’autore che, rifuggendo gli angusti specialismi, si muove su più tavoli, dalla storiografia alla filosofia o alla critica letteraria, reinvestendo in un campo il prestigio acquisito in un altro. Croce, poi, si presenta come intellettuale pubblico, scrivendo sui più importanti quotidiani, e «La Critica» non è una rivista accademica riservata agli specialisti ma si rivolge a un pubblico colto che si propone di costruire in quanto tale, perimetrando i territori della cultura «legittima» in chiave umanistico-conservatore.

ANCHE LE MODALITÀ espressive svolgono un ruolo importante. Il ricorso da parte di Croce a una prosa «artistica» e aliena da tecnicismi, oltre a essere funzionale a mascherare le difficoltà concettuali permette di marcare la distanza rispetto al linguaggio grigio e macchinoso dei «professori» ponendosi in sintonia con un certo gusto letterario.

Croce, al capitale (come si è visto non solo simbolico) di cui dispone, unisce una notevole capacità strategica nel perseguire con fiera determinazione il proprio progetto politico-culturale contraendo alleanze e rompendole quando non risultano più utili o minacciano di promuovere potenziali concorrenti. Ne sono un esempio il rapporto con le «avanguardie» fiorentine, in cui la convergenza sull’opposizione a positivismo e materialismo cela chiare divergenze di prospettiva che non tarderanno a emergere, e ancor di più il sodalizio con Giovanni Gentile, segnato fin dall’inizio da una reciproca strumentalizzazione Per Croce, Gentile, teoreticamente assai più solido, è un interlocutore fondamentale per legittimare e sostanziare il passaggio dall’ambito storico e letterario a quello filosofico; per Gentile, invece, Croce è il tramite per uscire dall’ambito meramente accademico e proiettarsi in una dimensione culturale più ampia.

PARTICOLARMENTE significativa appare, in proposito, la guerra che i dioscuri del neoidealismo, con studiata ferocia e mobilitando tutte le risorse a loro disposizione, muovono a Federigo Enriques, visto come un pericoloso rivale sul piano filosofico, in particolare in relazione al rapporto sia con la scienza sia con la politica. Come nota Boschetti, emerge qui con chiarezza la disincronia fra il campo filosofico italiano e quello europeo che caratterizza i decenni precedenti alla Seconda guerra mondiale, con il neoidealismo che tiene incontrastato il campo in Italia ma è pressoché ignorato all’estero, mentre Enriques, stigmatizzato come «dilettante» in patria viene riconosciuto come interlocutore privilegiato da alcuni dei più significativi ambiti teoretici tedeschi, francesi e britannici.

Il libro di Boschetti, pur strutturandosi a partire da un approccio sociologico forte, non si presenta come una semplice applicazione di un modello a uno studio di caso. Si tratta di una lettura coinvolgente, come raramente avviene nei testi di saggistica alta. L’assunzione di una prospettiva relazionale, incentrata sull’analisi del campo, consente di disegnare un affresco sfaccettato di un’epoca della cultura italiana, smarcandosi dai limiti della biografia intellettuale o della storia della filosofia o della critica letteraria condotte per linee solo interne alle discipline.

Il volume, poi, mettendo a fuoco, nel loro farsi, le modalità istituzionali, simboliche e materiali attraverso cui Croce costruisce e stabilizza per alcuni decenni la propria posizione dominante, finisce con l’accompagnarci fuori dalla storia per ricondurci a un’attualità in cui, non solo in Italia, il tema dell’egemonia culturale, e delle lotte di cui costituisce la posta in gioco, appare una questione politica centrale.



https://machiave.blogspot.com/2024/12/fenomenologia-di-gianni-vattimo.html

mercoledì 22 gennaio 2025

Mai un'agenda sfidante


Alessandro De Angelis
Gli sfasati. Il centrosinistra stranito, Schlein inabissata e la sindrome di Giuseppi
La Stampa, 22 gennaio 2025

... E così il Re è nudo: mai un'agenda sfidante che si misuri col senso comune. Non per demonizzarlo con lo sdegno moralisteggiante proprio di una minoranza in un Paese ostile, ma per declinarlo politicamente secondo i propri principi conquistando gli altri alle proprie ragioni. La questione è tutta qui: il "senso comune". Ci dedicò una riflessione il vecchio Antonio Gramsci nei Quaderni, laddove indicava la necessità di comprenderlo, criticarlo e superarlo come processo per costruire un'egemonia alternativa. The revolution of common sense, è la formula usata proprio da Trump, nel suo discorso di insediamento, incentrato sulla necessità di dargli portata egemonica. La sua: uomini forti, economie chiuse, sfiducia verso le istituzioni sovranazionali, separazione del capitalismo dalla democrazia. Non è una cosa da influencer, è un'ideologia.

Guardate l'agenda della sinistra italiana, ciò che manca è più rumoroso di quel che c'è: di Musk, si parla in termini di pericolo, ma neanche un convegno con giovani ingegni sulla tecnologia digitale; la sicurezza è pressoché rifiutata come se il tema in sé fosse di destra, e non le soluzioni proposte; di terrorismo (su cui ha una egregia tradizione di lotta) neanche a parlarne. Di capitalismo, dopo la sconfitta delle magnifiche sorti e progressive della Terza via, di gran moda in Italia, neppure. Si sarebbe chiamato, una volta, minoritarismo. C'è un problema con tutto ciò che si colloca nella storia, qui e ora e non nelle dodici ore di una polemica social.

venerdì 10 maggio 2024

Gramsci comunista speciale




L’intérêt pour l’œuvre d’Antonio Gramsci est loin de marquer le pas en France, et il conviendrait même d’identifier une nouvelle « Gramsci Renaissance » après celle des années 1970 et après l’éclipse des années 1980. Dans les derniers temps, six livres au moins ont paru sur le sujet : Etudier Gramsci : pour une critique de la révolution passive capitaliste, d’André Tosel, Antonio Gramsci, Vivre c’est résister de Jean-Yves Frétigné, qui a également produit en 2021 une anthologie des Cahiers de prison ; La pensée politique de Gramsci de Jean-Marc Piotte, initialement publié en 1970 et réédité à Montréal ; L’Histoire et la question de la modernité chez Antonio Gramsci de Yohann Douhet (1).

L’ouvrage de Romain Descendre et de Jean-Paul Zancarini, L’oeuvre-vie d’Antonio Gramsci, est le dernier produit de cette floraison, le plus original et le plus vaste dans sa conception. Les professeurs d’études italiennes à l’Ecole normale supérieure de Lyon Romain Descendre (1971) et Jean-Paul Zancarini (1947) sont tous deux passionnés de philologie historique et animent depuis une dizaine d’années un séminaire sur les Cahiers de prison à l’ENS.

Ils partent de l’idée qu’il y avait un vide à remplir et explicitent ainsi leur intention : « Nous avons voulu écrire le livre sur Gramsci que nous avions cherché en vain dans une bibliographie pourtant immense » (p. 531). Ils ont donc choisi de suivre pas à pas la biographie personnelle, politique et intellectuelle de Gramsci à partir de 1911, l’arrivée à Turin, jusqu’en 1937, l’année de sa mort. Le livre est divisé en trois parties : la formation d’un intellectuel socialiste (Turin, 1911-1919) ; le militant révolutionnaire (1919-1926) ; le prisonnier (1926-1937). La méthode était-elle judicieuse ? La succession des tableaux est convaincante et, au fil des pages, beaucoup de points obscurs ou controversés sont éclaircis. Rappelons, à titre d’exemple, la position favorable à la liberté des échanges (p. 41-47) et le rapport avec le penseur bolchevique Alexandre Bogdanov (p. 69-70). Cette manière de procéder présente surtout un avantage : elle exclut la recherche d’un système caché, tentation à laquelle beaucoup de biographes ont succombé jusqu’ici. Suivre les réflexions ou les actions de Gramsci, moment par moment, écarte l’idée d’une œuvre à retrouver : Gramsci n’a pas eu la volonté d’élaborer une œuvre finie (p. 329). Il a formulé au fur et à mesure des concepts qui restent toujours ouverts et opérationnels.

La grande réussite de la première partie (p. 15-116) consiste dans la découverte d’un penseur qui, au bout du compte, est un idéaliste et voit dans l’idéalisme le cœur doctrinal même du marxisme (p. 106). Un texte important de 1917, La révolution contre le Capital, change ainsi de statut, il cesse d’être une intuition géniale mais isolée, et devient le témoignage remarquable d’une réflexion cohérente sur l’événement : selon les auteurs Gramsci continue d’affirmer l’assise idéaliste du marxisme jusque dans les années 1930 (p. 107). Au passage, il faut noter l’attention consacrée aux penseurs qui ont inspiré l’auteur des Cahiers : à côté de Karl Marx nous trouvons ici Croce, Gentile, Bergson, Georges Sorel, Hegel naturellement.

La deuxième partie (p. 117-263) devrait rendre compte des changements qui caractérisent les périodes de 1919 (le retour à la paix) à 1926 (l’arrestation de Gramsci). Le pointillisme du récit finit par brouiller les pistes. Le titre « le militant révolutionnaire » n’aide pas à comprendre que le statut du personnage, pendant ces années, acquiert une importance beaucoup plus grande. A sa naissance, en 1921, le parti communiste d’Italie avait à sa tête Amadeo Bordiga. A ce moment-là Gramsci était un personnage mineur dans la hiérarchie de la nouvelle formation politique, même s’il était un adhérent remarquable, le directeur d’une revue, un membre du Comité central. Trois ans plus tard, en 1924, ce même personnage est élu secrétaire du parti. Que s’est-il passé ? En 1923 Gramsci, après avoir réuni bon nombre de ses amis turinois, a engagé une bataille pour un changement de direction avec l’appui des Soviétiques. Sur quoi porte la discussion ? Un point central est la conception du parti : la vision sectaire de Bordiga s’oppose à la vision plus souple de Gramsci. Or, Romain Descendre et Jean-Paul Zancarini tombent ici dans un piège en considérant l’exposé que fait Gramsci des idées de son adversaire comme la présentation de ses propres positions (p. 195). Mais le fait est que Gramsci se révèle dans ces circonstances comme le vrai fondateur de l’organisation nouvelle. En 1926, à la veille de son arrestation, il s’oppose d’ailleurs dans une lettre signée par le bureau politique du parti italien - et adressée au Comité central du Parti Communiste de l’Union Soviétique - à la manière dont on est en train de régler en Russie les rapports avec la minorité trotskiste. Il écrit « vous êtes en train de détruire votre œuvre » (cité p. 247), faisant preuve encore une fois d’une certaine souplesse dans la vision du parti. Ici et là on voit apparaître dans les textes de Gramsci les signes annonciateurs du passage à une autre conception du monde. Le théoricien revient sur le rôle de l’hégémonie, la distinction entre Orient et Occident s’affirme, la part de nouveauté s’élargit après 1930.

La troisième partie (p. 264-536) est d’une lecture passionnante. Elle a évidemment pour objet central les Cahiers de prison. Les auteurs du volume exploitent à fond le travail de Gianni Francioni qui a produit une datation plus précise des textes. Sur cette base, une troisième édition (en cours) des Cahiers, des Lettres et de l’œuvre intégrale a été programmée et largement réalisée. Il s’agit maintenant de retrouver les étapes d’une recherche : « Nous tressons […] une histoire personnelle, une histoire politique, un parcours d’élaboration théorique en train de se faire » (p. 268). Gramsci a besoin de s’adresser à des interlocuteurs, ce qui confère à ses écrits une nature dialogique. On entrevoit la possibilité d’une lecture à la manière de Bakhtine, qui n’est cependant pas nommé, et Gramsci écrit même « Ordinairement il m’est nécessaire de partir d’un point de vue dialogique ou dialectique, autrement je ne sens aucune stimulation intellectuelle » (cité p. 251).

La rédaction des Cahiers s’étale de 1929 à 1935. L’Internationale communiste, désormais sous la houlette de Staline, adopte une nouvelle ligne, « classe contre classe » : tous les partis ou groupes sociaux-démocrates ou démocrates sont rejetés dans le camp ennemi. On parle de « social-fascisme ». En 1929 la Nouvelle Politique Économique est abandonnée, préludant à la collectivisation des campagnes. Gramsci s’y oppose et expose ses raisons en réfutant une certaine vulgate du marxisme, et attaque le « manuel » de Boukharine (La théorie du matérialisme historique. Manuel populaire de sociologie marxiste, Éditions Sociales Internationales, Paris 1927). Il s’agit d’une opération semblable à celle accomplie par Lukács avec Histoire et conscience de classe, paru en 1923 (p. 371-372). Assez vite dans les écrits, le matérialisme historique est remplacé par la philosophie de la praxis, expression qui se justifie par elle-même et qui ne doit pas être attribuée à une pratique de l’autocensure à laquelle Gramsci avait recourt pour contourner la surveillance policière.

Sur beaucoup de points, la philologie historique des auteurs s’avère éclairante en redonnant leur épaisseur historique à certains termes : hégémonie, révolution passive, guerre de position, crise, américanisme et fordisme, subalternes. Gramsci voit se dessiner dans les États-Unis l’avenir du monde : « On peut dire – déclare-t-il – que l’américanisme et le fordisme découlent de la nécessité immanente d’atteindre l’organisation d’une économie programmatique » (cité p. 486). Il voit arriver ce que l’historien Eric Hobsbawm appellera le « capitalisme réformé » : l’avenir de la société américaine ne réside pas dans la victoire des classes laborieuses, mais dans le rôle futur que joueront les classes subalterne, dans une trajectoire qui ne sera pas linéaire (p. 492).

Deux points capitaux : le personnage n’est pas conforme à l’image que son parti a voulu promouvoir de lui, il reste cependant un communiste jusqu’au bout de son existence (p. 268 et 498). Histoire personnelle, voire sentimentale, s’entremêlent à l’histoire politique d’un engagement et d’une pensée. La rencontre avec les sœurs Schucht se situe au cours des années 1920, Eugenia et Julija en 1923, Tania en 1926. Le mariage avec Julija Schucht prend plus spécialement en 1932 une allure malheureuse, Gramsci ne comprend pas les silences de sa femme, qui travaille pour la police soviétique et est surveillée de près par le régime. Il arrive en novembre 1932 à envisager un divorce, mais se heurte à l’opposition de sa belle-sœur Tania : la séparation d’avec Julija demeure jusqu’à la fin une souffrance permanente pour Antonio (p. 364). De même, en 1928, un dirigeant communiste italien en exil à Berlin, Ruggero Grieco, envoie à Gramsci une carte postale le confortant dans sa position de chef du parti communiste, ce que Gramsci lui-même juge compromettant alors qu’il est emprisonné, au point d’y voir la volonté de ses adversaires politiques de nuire à sa cause. Pour d’autres (Togliatti, Sraffa), l’épisode a eu dans les faits un impact négligeable. Selon les auteurs du livre, la question reste ouverte : « Qu’il nous suffise d’avoir souligné l’effet à long terme de cette ‘lettre tristement fameuse’ sur Antonio Gramsci » (p. 293).

Le retour aux sources a l’effet, surprenant et naturel en même temps, de rendre Gramsci plus incisif et plus actuel de surcroît. Le livre est une invitation à une meilleure connaissance d’un auteur qui n’a pas cessé de livrer ses secrets. La boucle n’est pas bouclée. Gramsci l’hérétique est là, devant nous, avec toute la force d’une pensée dans son plein exercice.

1 André TOSEL, Etudier Gramsci : pour une critique de la révolution passive capitaliste, Paris, Editions Kymé, 2016 ; Jean-Yves FRETIGNE, Antonio Gramsci, Vivre c’est résister, Paris, Grasset, 2017; Antonio Gramsci, Cahiers de prison. Anthologie, introduction et notes critiques de Jean-Yves Frétigné, Paris, Gallimard, coll. « Folio Essais », 2021 ; Jean-Marc PIOTTE, La pensée politique de Gramsci, (1970), Lux, Montréal, 2020 ; Yohann DOUHET, L’Histoire et la question de la modernité chez Antonio Gramsci, Paris Garnier, 2021

Giovanni Carpinelli
Fondazione Istituto piemontese Antonio Gramsci

Romain Descendre Jean-Claude Zancarini, L’oeuvre-vie d’Antonio Gramsci. Paris, Editions La Découverte, 2023, recensione di Giovanni Carpinelli, in "Cahiers Jaurès", n. 250, Lectures, pp. 92-96. 

https://machiave.blogspot.com/2024/05/gramsci-riveduto-e-corretto.html


mercoledì 16 agosto 2023

Antonio Gramsci filosofo marxista della storia

 


1 Spécialiste connu de l’œuvre d’Antonio Gramsci ayant dernièrement fait paraître, sous sa direction, « Une nouvelle conception du monde ». Gramsci et le marxisme (Éditions sociales, 2021), Yohann Douet propose dans ce livre un parcours de lecture des textes rédigés par Gramsci en prison (de 1926 à 1937), les Cahiers et les Lettres. Comme son titre l’indique, l’ouvrage porte sur deux sujets. Le premier est l’histoire, qui est probablement le thème le plus abordé dans un corpus de trois mille pages environ. De ce point de vue, l’ouvrage de Douet est sans équivalents parmi les études consacrées à Gramsci, alors qu’on compte des récits historiographiques inspirés de sa pensée, à l’instar notamment des travaux d’Eric Hobsbawm, de Giorgio Candeloro et de Giuliano Procacci, négligés ici. L’ouvrage de Douet se distingue en ce sens par une approche nettement philosophique aux problèmes qu’il soulève, comme, d’ailleurs, la plupart de la littérature marxiste depuis longtemps. Son second sujet est la modernité.

2 Deux thèmes sont en présence dans l’introduction (« L’histoire et la modernité en question ») : la périodisation de l’histoire et la notion d’époque. La critique althussérienne de l’historicisme est rejetée, à la faveur d’une conception plus pondérée du rapport des choses au temps. Quant à la notion d’époque, elle désigne un espace chronologique marqué par des traits communs et saillants, sans pour autant que ce laps de temps constitue un monde à part. Des liens subsistent avec les événements qui précèdent et ceux qui suivent ; il faut pour cela bien étudier les transitions. Selon Jacques Le Goff, dont l’avis est recueilli par l’auteur, la pratique de la périodisation est essentielle en histoire et il est tout simplement impensable d’y renoncer (p. 12).

3 Dans la perspective philosophique de l’ouvrage (Gramsci, sans l’admettre lui-même, aurait produit une philosophie de l’histoire, p. 11), il est attendu que l’analyse commence par une ontologie (premier chapitre : « Philosophie de la praxis, sensibilité au multiple et dialectique historique ») et qu’elle se poursuive par des considérations d’ordre épistémologique (deuxième chapitre : « L’“historicisme réaliste” de Gramsci et les différences historiques »). « Gramsci – écrit Douet – présuppose une ontologie processuelle et voit l’histoire comme le processus complexe de transformation des rapports sociaux par les activités humaines que ces rapports conditionnent » (p. 39). La visée épistémologique de l’auteur met ainsi en lumière les paramètres de la réflexion gramscienne sur l’histoire. D’une part, le contexte social dans lequel les contradictions agissent comme étant les éléments moteurs de toute transformation historique. De l’autre, la philosophie de la praxis en tant que vision du monde. Sur ce terrain, où beaucoup de malentendus perdurent, Douet restitue Gramsci à son historicisme original.

4 L’histoire proprement dite, c’est-à-dire la séquence des res gestae, entre enfin en scène vers le milieu du livre. Dans ses Cahiers de prison, ainsi que dans ses Lettres, Gramsci repense l’histoire universelle, et celle de l’Italie en particulier, à partir de l’An mille. C’est ce à quoi a trait tout d’abord le troisième chapitre (« L’hégémonie bourgeoise entre révolutions et crises »). L’hégémonie – assure Douet – « est peut-être la notion la plus centrale pour la conception gramscienne du processus historique » (p. 159). Alors que l’expérience soviétique autoriserait encore à parler de l’« affirmation d’une hégémonie prolétarienne » (ibid.), l’attention de Gramsci se porte surtout sur l’hégémonie bourgeoise tout au long du XIXe siècle.

5 Outre la différentiation qu’il envisage entre hégémonie et domination, l’auteur spécifie également le caractère de l’hégémonie, laquelle n’est pas seulement culturelle, mais peut être aussi économique. Aux États-Unis, dans l’« américanisme », elle est ainsi d’abord économique. Dans le cas du Risorgimento et des décennies de l’unification politique italienne (exemple de révolution par le haut), on assiste au paradoxe d’une « dictature sans hégémonie », ou, pour mieux dire, sans hégémonie véritable. Soit le contraire de ce qui se passe en France où le jacobinisme serait parvenu à diriger l’ensemble du corps social. La question de la « révolution passive », ou révolution sans révolution, s’impose alors. « La bourgeoisie s’unifie et se constitue en classe dominante et hégémonique » (p. 183). Le XIXe siècle est de ce point de vue marqué par une longue « guerre de position » représentée par le cycle ouvert par la Révolution française qui se déploie, à travers des consolidations, de 1815 à 1870. François Furet avait soutenu pareille thèse dans La Révolution 1780-1880 (Hachette, 1988).

6 Des développements étendus sont consacrés à la « traductibilité », ou même à la migration, vers d’autres terrains des expériences examinées. Ainsi la Révolution, qui aurait eu un caractère essentiellement politique en France, aurait acquis une dimension économique au Royaume-Uni et philosophique en Allemagne. Hegel serait par conséquent l’expression la plus achevée de la Révolution dans le domaine philosophique ; thèse qui ne résiste cependant pas à l’épreuve des faits : certes, Hegel s’est montré admiratif devant la Révolution française, mais son régime idéal demeure un État prussien restauré. Quant à l’hégémonie bourgeoise, elle décline après 1870, quand l’expansion économique et la répression sociale s’entremêlent, tandis que la tendance à une crise organique se manifeste ouvertement de 1914 à 1918 (guerre et Révolution bolchevique). C’est alors à ce moment-là que le mouvement ouvrier s’affirme en tant que protagoniste (p. 201). Ce faisant, Douet reprend de Fabio Frosini (La religione dell'uomo moderno. Politica e verità nei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, Carocci, 2010, p. 35) l’idée que « la crise devient la condition permanente de l’histoire » (p. 205), de telle sorte que Gramsci serait ici très proche de Michel Foucault.

7 Venons-en à la modernité. Le quatrième chapitre (« Genèses de la modernité européenne ») en envisage les origines. Le regard s’élargit. Qu’entend-on par « moderne » ? Ce mot est souvent employé par Gramsci comme synonyme de contemporain et d’actuel. Dans un autre sens, le vocable renvoie à l’ère qui s’ouvre avec l’âge des communes et va jusqu’à la « cité future » (p. 212, La Cité future étant le titre d’un journal à numéro unique entièrement rédigé par Gramsci en 1917). L’État doit se dire moderne parce qu’il est doté d’une centralisation qui est absente ou minime dans les sociétés antique et médiévale (p. 212-213). César marquerait à cet égard déjà un tournant ayant promu le passage du particularisme aristocratique « italique » à l’universalisme abstrait de l’Empire et de sa bureaucratie (p. 217).

8 Le cinquième et dernier chapitre (« Les alternatives historiques de la période contemporaine ») compare les trois formes politiques majeures de la modernité – l’américanisme, le fascisme et le régime soviétique –, pour autant qu’il ait été permis à Gramsci de les observer et dans la mesure où il est possible de les interpréter à l’aide de ses concepts.

9 Contrairement à d’autres marxistes, Gramsci ne croit pas à un pourrissement rapide du capitalisme. L’américanisme montre que le capitalisme connaît de nouvelles floraisons. Il faut y voir un progrès sur le plan organisationnel de la production accompagné de méthodes coercitives (politiques antisyndicales) et de conséquences sociales importantes (uniformisation des mœurs). Le capitalisme est pourtant destiné à s’écrouler à long terme. Les salaires baisseront et les revenus feront de même sur la base de la loi de la chute tendancielle du taux de profit (p. 257). Douet passe sous silence le fait que cette loi est un point faible de la théorie marxiste : depuis 1896, elle a été réfutée par bien des économistes. Quoi qu’il en soit, l’histoire a pris une autre direction, le capitalisme allant jusqu’à accueillir des idées socialistes – telles que l’intervention de l’État dans l’économie –, alors que, d’après Douet, seule une issue socialiste véritable serait en mesure d’assurer le passage à un niveau supérieur de civilisation.

10 Le fascisme, quant à lui, serait une variété de révolution passive. Dans les mots de Gramsci, il donnerait une forme totalitaire à « la centralisation légale de toute la vie nationale dans les mains du groupe dominant » (p. 269). Ses aspects novateurs n’en cachent pas la nature d’encadrement régressif des masses subalternes. Assez délicat est en revanche le cas du régime soviétique, qui prend dans l’ouvrage le nom de « socialisme existant » (p. 282). D’une certaine manière, il est question pour Gramsci (et pour Douet) de sauver le socialisme comme structure de la société tout en stigmatisant le système politique dans lequel il s’est trouvé renfermé. La solution proposée consiste en « une critique – de plus en plus marquée, même si l’on peut juger aujourd’hui qu’elle reste insuffisante – de l’autoritarisme stalinien et de la ligne sectaire, économiciste et dogmatique adoptée par le PCUS et le Komintern à partir de la fin des années 1920, plutôt qu’en une condamnation du régime soviétique » en tant que tel (p. 296).

11 C’est dans le cours des années 1970-1980 que la modernité, qui est donc le trait dominant du siècle à la valeur positive chez Gramsci, cède la place à la postmodernité, porteuse d’une hégémonie émergeante. Les circonstances et les modalités de ce passage ne sont pas vraiment détaillées par Douet qui évoque néanmoins deux textes de référence : La Condition postmoderne. Rapport sur le savoir de Jean-François Lyotard (Minuit, 1979) et Postmodernism, or, the Cultural Logic of Late Capitalism de Fredric Jameson (Duke University Press, 1991). Douet veut bien admettre qu’un tel changement s’est produit, cependant il considère que l’hégémonie postmoderne doit être combattue. À l’époque postmoderne, l’histoire – i.e. celle « dotée d’un sens (à la fois une direction et une signification rationnelles) » (p. 309) – est mise à l’écart. Or avec elle disparait, oubliée, la perspective d’une société meilleure, horizon jadis impératif de l’évolution de l’humanité.

12 On ne saurait enfin tout à fait passer sous silence l’un des aspects les plus prégnants du livre : son marxisme. Une lecture attentive de L’Histoire et la question de la modernité permet de préciser le schéma idéologique sur lequel l’ouvrage s’appuie. Le marxisme dont il est question au fil de ses pages correspond à la doctrine des partis communistes lors du tournant eurocommuniste, dans la seconde moitié des années 1970. Plus exactement encore, les thèses qui rencontrent la faveur de ce livre sont celles de l’eurocommunisme de gauche (Nicos Poulantzas, Christine Buci-Glucksmann) : la lutte parlementaire est prise aux sérieux, la dictature du prolétariat est mise en sommeil, mais l’objectif d’une modification radicale de la société demeure. Sur ces points, l’auteur se détache de l’historiographie marxiste et gramscienne récente qui, en France tout comme en Italie, a cessé d’être dirigée par l’idée que l’avenir est prédéterminé et pour cela même connaissable.

13 Que reste-t-il de la pensée de Gramsci à l’ȃge postmoderne ? Certainement, selon Douet, une philosophie en phase avec notre temps, à même de fournir des arguments à ceux qui luttent contre la nouvelle hégémonie. Le cadre général n’aurait pas changé, en fait : socialisme contre capitalisme. Ce qui est sans doute une façon de contourner l’évidence des transformations planétaires en cours ou déjà survenues dont, bien sûr, le collapse du « socialisme existant ».

Giovanni Carpinelli, « Yohann DOUET, L’Histoire et la question de la modernité chez Antonio Gramsci »Revue européenne des sciences sociales [En ligne], mis en ligne le 14 août 2023, consulté le 15 août 2023. URL : http://journals.openedition.org/ress/10143

sabato 7 maggio 2022

Gramsci e la musica

 

 

Concerti e sconcerti. Cronache musicali
a cura di Fabio Francione e Maria Luisa Righi
pp. 168, € 16
Mimesis edizioni, Milano, 2022

L'Indice, N.7/835
Giovanni Carpinelli, Don Giocondo Fino accanto a Beethoven, p. 35

È come se al ben noto laboratorio di Gramsci si fosse aggiunta una nuova stanza, la stanza della musica. Nel volume sono raccolti 83 articoli di argomento musicale. Quelli noti prima che si avviasse la pubblicazione delle Opere complete (Edizione nazionale), erano 16 in tutto e ricompaiono qui. 34 riguardano l’operetta, 34 l’opera, 2 la musica lirica, 13 la musica classica strumentale. Anche quando si occupa di musica, Gramsci rimane un grande intellettuale. Intanto colpisce la vasta gamma dei settori da lui considerati. Anche in letteratura Gramsci si è occupato di Dante come di Carolina Invernizio. E qui c’è don Giocondo Fino accanto a Beethoven. Poi è nuova e originale l’attenzione per la sociologia dello spettacolo, come nota nella postfazione Fabio Francione. Infine quando si trova di fronte alla grande musica, Gramsci si mostra capace di formulare opinioni significative. Non è un critico musicale, e lo sa, si muove da ascoltatore sensibile e attento. Su questo aspetto sono assai utili le indicazioni di Maria Luisa Righi nella prefazione. Fu Italo Calvino a suggerire per primo il titolo di Cronache musicali, nel 1950. Già Gramsci stesso aveva scritto: “Non siamo critici, ma cronisti” (p. 68). Aveva una sua cultura da esperto in materia, conosceva bene la Storia universale della musica di Hugo Riemann, aveva letto Jean-Christophe di Romain Rolland e ne era stato segnato: ”Il nostro amore per Beethoven è l’aspirazione profonda alla fraternità umana, alla giustizia, alla bellezza, al socialismo” (p. 69).
Gli mancavano per sua stessa ammissione i ferri del mestiere, eppure dai suoi scritti si può ugualmente ricavare un inquadramento teorico della materia considerata. Al centro si trova l’emozione sincera: “la musica – Franck o Beethoven o Wagner - esprime appunto quello che costituisce la comunione delle anime: l’emozione. L’emozione pura e indeterminata, come dice Nietzsche, la possanza emozionale dell’anima. Ah! Ci dicono ingenui nel nostro linguaggio: certo, lo siamo: e vogliamo rimanerlo, sempre” (p. 65). César Franck, sia detto per inciso, era visto come “unico erede di Beethoven” (p. 63). C’era, bisogna riconoscerlo, qualcosa di ingenuo in una tale assolutezza di principio. A farne le spese fu Puccini in particolare. Ampiamente riconosciuto come il successore di Verdi, per Gramsci era invece un musicista mediocre.
Tra i critici, solo Ildebrando Pizzetti e Fausto Torrefranca sarebbero stati d'accordo con lui, ma non venivano neppure citati. Puccini sembrava ridotto a essere un modesto piccolo borghese, come i protagonisti delle sue opere. Il successo teatrale veniva attribuito alla bravura degli interpreti. Se Stravinskij viene definito “indubbiamente un musicista di valore” (p. 66), Puccini è regolarmente demolito senza nessun riguardo Sull’operetta grava una generale svalutazione: il libretto e la trama scenica contano poco, la musica nei casi migliori appare improntata a grazia e vaporosità leggera. Quanto all’opera, il repertorio classico incontra un generale apprezzamento.
In un tempo successivo alla stesura delle cronache musicali, Gramsci sposò una violinista. “Nello stentato rapporto tra i coniugi – scrive Maria Luisa Righi – si percepisce come nella musica si riverberassero tutti gli elementi del loro difficile rapporto” (p. 15). Una passione per la vita. 

                                                                                                   

 https://palomarblog.wordpress.com/2017/04/18/gramsci-e-la-musica/