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mercoledì 11 settembre 2024

Il fallimento dei filosofi



Luca Canali, La Resistenza impura, manifestolibri, Roma 2005

Il fallimento dei filosofi, e più in generale degli intellettuali contemporanei, è dato dalla loro impotenza a fornire alle masse, o quanto meno a una élite di loro seguaci, una umana concezione e prospettiva di vita, cioè a rappresentare la loro coscienza. Per così dire essi che hanno per ufficio essere il cervello della società, hanno lasciato la società senza cervello, professori avviliti dall'intrigo accademico, mediocri arrivisti, filologi ed esegeti del pensiero altrui anziché pensatori in proprio e ricercatori di nuovi sistemi, che sembrava dovessero essere surrogati dalla scienza e [che] invece la scienza stessa richiede per potervisi umanamente inquadrare.

Non si tratta qui ovviamente del confronto con i problemi più arretrati del mondo moderno, quelli che questo mondo collegano con un passato purtroppo ancor vivo, il colonialismo il razzismo l'ingiustizia sociale la corruzione pubblica (nessuno contesterà, credo, il carattere anche filosofico di questi fenomeni civili): la risposta a questi problemi è in generale abbastanza chiara, e v'è un numero sufficiente di persone disposte a impegnarsi per risolutamente affermarla. Si tratta bensì dei problemi della nostra civiltà nei suoi punti più avanzati, cioè nei luoghi e nei momenti in cui quelle sopravvivenze siano state in gran parte eliminate e gli elementi di crisi si prospettino a un superiore livello.

Comprendo bene che tali problemi, riguardanti non più la conquista dell'indipendenza, della giustizia, della libertà intellettuale e morale, ma più precisamente il contenuto storico e il senso attuale di esse, possano a prima vista sembrare astratti in una realtà come la nostra in cui antico e moderno, barbarie e progresso sono così profondamente intrecciati da mettere continuamente in primo piano l'impegno operativo rispetto a quello teorico; ma tuttavia credo ugualmente che la loro soluzione, cioè il loro mutarsi in prospettiva, o almeno la loro formulazione in termini di perentoria chiarezza, costituisca il mezzo più efficace, per non dire necessario, per risolvere anche i problemi più arretrati, quelli che la perplessità sul senso stesso del progresso rischia di prolungare per la neutralità o l'apatia di certuni. Insomma tra oppresso e oppressore, tra affamato e affamatore è relativamente facile la scelta; e certo la scelta deve essere fatta. Ma forse pensando alla sorte dell'uomo libero e dell'uomo sazio, e più propriamente ai contenuti ideali della sua libertà e della sua vita, si avrebbero nuove armi, e nuovi alleati, nella lotta contro l'oppressione e la fame. Prefigurare nei suoi valori un mondo libero dai paras accelererebbe la scomparsa dei paras, se è vero come affermano i medici che per tornare in buona salute è necessario non solo guarire dalla malattia ma anche desiderare di vivere.

Del resto, compito più appropriato all'uomo, e soprattutto all'uomo pensante, è vivere nel presente senza spezzare i legami con il passato e nello stesso tempo guardando al futuro. Ma dei tre termini l'ultimo è l'essenziale, la necessità del progetto, distinto dall'utopia perché le sue premesse sono già nel presente, sia pure in forma embrionale: solo chi guarda a un futuro siffatto può conservare ciò che è davvero valido del passato, cioè vivere pienamente nel presente. 

https://machiave.blogspot-com/2014/06/luca-canali-un-ricordo.html

lunedì 25 aprile 2022

La Resistenza prigioniera del mito

 

 

Giovanni De Luna, La Stampa, 25 aprile 2022

Quel mondo e quella Europa, entrambi nati dalla Resistenza, sembrano essersi smarriti nella carneficina ucraina costringendoci a rimpiangerli con una dolente consapevolezza.  

Luca Canali, La resistenza impura, Mondadori, Milano 1963

I morti sono morti perché altri continuino a vivere,
ma soprattutto perché essi stessi volevano vivere in più onorevole modo:
eroe è chi il suo strenuo operare indirizza a un domestico fine,
non chi se ne fa servitore per trovarvi un'ebbrezza privata.
E i vivi che allora rischiarono eroicamente la morte,
ora attendono pacificamente ai loro traffici, intingoli, studi
a tutto ciò cui insomma tendeva la loro lotta contro un pugno di vili,
politici corrotti e falliti, burocrati ottusi,
o un esrcito di imberbi ingannati dal puro ideale.
Così la resistenza è passata e chi vuole onorevolmente protrarla,
si cimenti col reale di oggi così come essa operò nel reale di ieri.
Perché riandare troppo spesso col pensiero a quei giorni perduti,
e contrapporli agli attuali con una sorta di amaro rimpianto,
li solleva in una sfera d'affascinante e tuttavia arbitraria purezza
evocata da chi non sappia acconciarsi agli ingrati doveri presenti.

La resistenza fu preparata di lontano, da uomini che agitavano i problemi elementari del popolo ma insieme una grande alternativa morale, senza la quale il popolo non avrebbe forse trovato la forza di seguirli fino in fondo: i fascisti non sbagliavano quando dicevano di vedere, oltre gli scioperi e le rivendicazioni sindacali, anche un piano di sovvertimento totale. Perché non dobbiamo sentirci anche noi preparati di lontano, lottare con lo stesso slancio morale di ieri, operando nelle situazioni reali, anche le più nauseanti, ma cercando di superarle adeguandole a una superiore immagine reale che di esse ci siamo fatti nella nostra coscienza? Perché non sentire anche oggi gli gli ideali della resistenza come lo spirito che può animarci, non solo nelle grandi lotte politiche ma anche nell'intimità della nostra vita morale? E se non per le masse indiscriminate che è inevitabile e giusto si godano i benefici raggiunti, almeno per i partiti e gli uomini che si assumono di rappresentarne la coscienza. 

Italo Calvino
Oltre il ponte (1959)

Oramai tutti han famiglia, hanno figli
che non sanno la storia di ieri
io son solo e passeggio tra i tigli
con te cara che allora non c'eri.
E vorrei che quei nostri pensieri
quelle nostre speranze di allora
rivivessero in quel che tu speri
o ragazza color dell'aurora.


sabato 26 settembre 2015

Enea

Marino Niola 
L’enigma di Enea. Eroe o disertore?
Maurizio Bettini e Mario Lentano sulle tracce del personaggio virgiliano
la Repubblica, 11 gennaio 2014 
 

«La fama degli eroi spetta un quarto alla loro audacia, due quarti alla sorte e l’altro quarto ai loro delitti». La frase che Ugo Foscolo fa pronunciare a Jacopo Ortis è profondamente vera, ma solo a metà. Perché a fare una buona pasta d’eroe non bastano le materie prime. Ad essere decisivo è il loro assemblaggio, il modo in cui l’officina del mito ne costruisce la figura. E la ricostruisce. Dandole connotati e significati che mutano col passare dei tempi. Un esempio perfetto del funzionamento della macchina mitologica ce lo offrono Maurizio Bettini e Mario Lentano in uno splendido libro dedicato a Enea, un personaggio che più mitico non si può (Il mito di Enea. Immagini e racconti dalla Grecia a oggi,Einaudi).
Coprotagonista dignitoso dell’Iliade omerica, il figlio di Venere e Anchise diventa, al termine di una lunga serie di peripezie, il primattore dell’Eneide di Virgilio. Che ne italianizza la figura facendone il lontano progenitore di Roma.
Gli autori ci guidano abilmente attraverso la complessa partitura mitografica decostruendola nelle sue innumerevoli varianti, poetiche, letterarie, iconografiche, musicali. Ciascuna delle quali aggiunge o toglie qualcosa al ritratto dell’eroe virgiliano. Che per noi resta l’immagine madre, quella che ha tuttora il volto delpio Enea. Ma chi Enea sia veramente è difficile dirlo perché più lo si guarda da vicino più l’immagine si scompone in mille particolari. Che non raccontano tutti la stessa storia. Anzi ciascuno è l’indizio e l’inizio di una controstoria, dove le materie prime della ricetta foscoliana, audacia, sorte, delitti, vengono rimescolate ogni volta in modo diverso, con effetti spesso opposti. Risultato, Enea è uno nessuno e centomila. E finché resterà un mito, capace di parlare alla nostra mente e ai nostri cuori, continuerà a mutare pelle. Ed è proprio grazie a questa incessante metamorfosi che le storie degli antichi continuano a vivere nel nostro immaginario.
In realtà l’Enea che nasce da quel big bang dell’universo mitologico antico che è la guerra di Troia, ha un destino che va in senso opposto a quello di Achille, Ettore, Aiace. I diversi frontman omerici sono esseri per la morte, per dirla con Heidegger. E la loro fine segna appunto il tramonto dell’età eroica. La loro dimensione è il passato. Tutto il contrario di Enea che comincia la sua vita proprio dalle ceneri della città di Priamo, prendendo il largo verso il futuro. Bettini e Lentano si mettono sulle sue tracce, si calano nella profonda spirale del mito sottoponendo a un’affascinante interrogazione le voci greche, romane e cristiane. L’indagine finisce per gettare non poche ombre sulla condotta morale del padre di Ascanio. E perfino sul suo ardore guerriero. Secondo Tertulliano, Lattanzio e sant’Agostino che, da intellettuali cristiani, avevano tutto l’interesse a screditare uno dei simboli identitari della Roma pagana, l’eroe sarebbe stato così poco coraggioso da abbandonare Troia prima della battaglia finale. Così l’immagine edificante del grande guerriero che porta in salvo il vecchio padre, viene oscurata da quella infamante del disertore. E perfino del traditore. Della patria, ma anche delle donne che egli incontra nel suo viaggio e dalle quali ha spesso figli: un nome per tutti, Lavinia, moglie italica del troiano errante, nonché madre primigenia di una stirpe che arriva a Romolo e Remo.
Ma l’affaire più celebre resta quello con Didone, che gli autori ricostruiscono in un avvincente capitolo intitolato «Aeneas in love». Il transfuga, fresco vedovo di Creusa, arriva a Cartagine dove conquista i favori e le grazie della bella regina. E poi la molla per correre dietro alla sua missione. Sedotta e abbandonata, l’infelice sovrana si uccide per il dolore. Mentre Enea non si lascia sfuggire una sola parola d’amore per la donna. Come si addice a un uomo duro e impuro. La storia comunque ha fatto giustizia. Il lamento di Didone è sopravvissuto all’afasia di Enea. Volando fino a noi sulle ali iridescenti della musica di Henry Purcell. E ci spezza ancora il cuore. Perché alla fine la passione vince su ogni missione.


Enea e Didone nell'Ade
Eneide,  libro VI
traduzione di Luca Canali

450 Tra queste donne vagava nella grande selva
Didone con la ferita recente. Appena Enea
le fu vicino e la riconobbe in mezzo alle ombre,
oscuramente, come chi scorge o crede di scorgere
all’inizio del mese la luna in mezzo alle nubi,
455 pianse e le si rivolse con dolce amore:
“Infelice Didone, era dunque vera
la notizia che ti eri uccisa col ferro, compiendo la scelta suprema?
Io sono stato la causa della tua morte? Eppure ti giuro
sulle stelle, sugli dei, e se qualcosa fa fede sotto la terra,
460 malvolentieri, regina, ho lasciato il tuo paese.
Ma il comando divino che adesso mi fa andare in mezzo alle ombre,
per luoghi squallidi e desolati, nel buio profondo,
mi obbligò col suo potere, e non potevo credere
che la mia partenza t’avrebbe dato tanto dolore.
465 Fermati, non ti sottrarre al mio sguardo.
Chi fuggi? Per destino, è questa l’ultima volta che posso parlarti”.
Con queste parole Enea cercava di addolcire la donna
ardente, torva nel volto, e versava lacrime.
Lei senza guardarlo teneva gli occhi fissi per terra.
470 Le parole di Enea non cambiavano l’espressione
del suo volto più che se fosse di pietra o di marmo.
Alla fine si scosse e si rifugiò, ostile,
nel bosco ombroso, dove il primo marito, Sicheo,
risponde al suo affanno e ricambia il suo amore.
475 Nondimeno Enea, sconvolto dall’iniqua sciagura,
la segue a lungo nel suo cammino, e la commisera, e piange.

giovedì 28 agosto 2014

Lucrezio, inno a Venere


 
 
Lucrezio, De rerum natura
I, 1-20

traduzione di Luca Canali


Madre degli Eneadi, voluttà degli uomini e degli dei,
Aèneadùm genetrìx, | hominùm divòmque volùptas,
alma Venere, che sotto gli astri vaganti del cielo
àlma Venùs, | caelì subtèr | labèntia sìgna
popoli il mare solcato da navi e la terra feconda
quaè mare nàvigerùm, | quae tèrras frugiferèntis
di frutti, poiché per tuo mezzo ogni specie vivente si forma,
còncelebràs, | per tè quoniàm | genus òmne animàntum
e una volta sbocciata può vedere la luce del sole:
còncipitùr | visìtque exòrtum | lùmina sòlis:
te, o dea, te fuggono i venti, te e il tuo primo apparire
tè, dea, tè fugiùnt | ventì, te nùbila càeli
le nubi del cielo, per te la terra industriosa
àdventùmque tuùm, | tibi suàvis daèdala tèllus
suscita i fiori soavi, per te ridono le distese del mare,
sùmmittìt florès, | tibi rìdent aèquora pònti
e il cielo placato risplende di luce diffusa.
plàcatùmque nitèt | diffùso lùmine caèlum.
Non appena si svela il volto primaverile dei giorni
Nàm simul àc speciès | patefàctast vèrna dièi
E libero prende vigore il soffio del fecondo Zeffiro
èt reseràta vigèt | genitàbilis àura favòni,
Per primi gli uccelli dell’aria annunziano te, nostra dea,
àëriaè primùm | volucrìs te, dìva, tuùmque
e il tuo arrivo, turbati i cuori dalla tua forza vitale.
sìgnificànt initùm | percùlsae còrda tuà vi.
Poi anche le fiere e gli armenti balzano per i prati in rigoglio,
Ìnde feraè pecudès | persùltant pàbula laèta
e guardano i rapidi fiumi: così prigioniero al tuo incanto
èt rapidòs | tranànt amnìs: | ita càpta lepòre
ognuno ti segue ansioso dovunque tu voglia condurlo.
tè sequitur cupidè | quo quàmque indùcere pèrgis.
E infine pei mari e sui monti e nei corsi impetuosi dei fiumi,
Dènique pèr maria àc montìs | fluviòsque rapàcis
nelle frondose dimore degli uccelli, nelle verdi pianure,
fròndiferàsque domòs | aviùm campòsque virèntis
a tutti infondendo in petto la dolcezza dell’amore,
òmnibus ìncutièns | blandùm per pèctora amòrem
fai sì che nel desiderio propaghino le generazioni secondo le stirpi.
èfficis ùt cupidè | generàtim saècla propàgent.





versi 2-20
traduzione di Enzio Cetrangolo
 
Venere madre che apri sotto i giri degli astri
il mare, che la terra fai piena di frutti, 
ogni corpo animato per te si eterna 
e il giorno fa luce sul viso dell'infante. 
Se appari, la tempesta fugge col vento 
la terra operosa induce i fiori al tuo passo, 
le onde marine ti sorridono, 
diventa più casta la quiete dei cieli 
e appena la bella stagione di primavera 
porta sui zefiri il verde alle piante, 
gli uccelli dall'aria schiarita di te 
cantano la tua dolce presenza, 
gli armenti scherzano al prato, vanno sui fiumi 
e presi dal tuo piacere 
ti seguono dove ti è grado condurli. 
E tu sui mari, sui monti, su gorghi delle acque, 
sui campi virenti, sulle fronde dei nidi 
metti nei cuori terrestri 
desiderio d'amore: tu fai che queste 
ordinate famiglie si riproducano.

Traduzione di Luca Canali
___
____
Poiché tu solamente governi la natura delle cose,
 
e nulla senza di te può sorgere alle divine regioni della luce,
nulla senza te prodursi di lieto e di amabile, desidero di averti compagna nello scrivere i versi
che intendo comporre sulla natura di tutte le cose,
per la prole di Memmio diletta che sempre tu, o dea,
volesti eccellesse di tutti i pregi adornata.


giovedì 24 luglio 2014

La vergine Camilla in battaglia

 

 

CAMILLA (lat. Camilla). - La storia della vergine Camilla è raccontata da Diana nell'Eneide (XI, 532 segg.). Suo padre era Metabo, re della volsca Privernum, che, costretto a fuggire dalla città, si prese in collo la figlioletta. Giunto alla sponda dell'Amaseno e temendo di passarlo a nuoto con la bimba, la legò, chiusa in una corteccia di sughero, alla sua grande asta, la consacrò a Diana (e di qui gli antichi spiegavano il suo nome; v. Camillo) e la scagliò sopra la corrente. Passò quindi il fiume a nuoto e trovò sull'altra riva C. salva per opera di Diana. Metabo nutrì la figlia di latte di cavalla selvaggia, e appena poté l'armò di giavellotto, d'arco e di frecce; vestita di pelli di tigre, essa cacciava, invano desiderata come nuora dalle madri tirrene. Alleata dei Latini e di Turno contro i Troiani di Enea, l'Amazzone italica compare alla testa d'uno squadrone di cavalieri nella rassegna del libro VII (v. 803 segg.), compie prodigi di valore nella grande battaglia del libro XI (v. 648 segg.), finché viene uccisa dall'etrusco Arunte. Alcuni ritengono che Virgilio abbia dato veste poetica a una antica leggenda locale volsco-latina o ne abbia preso alcuni elementi; altri invece ritengono la storia di C. composta da Virgilio stesso, che solo ne parla, specie sul modello del mito greco di Arpalice; anche la figura di Pentesilea sarebbe stata presente al poeta. (Plinio Fraccaro, Treccani 1930)

Dopo questi giunse Camilla di stirpe volsca guidando
una schiera di cavalieri e squadre fulgenti di bronzo, guerriera,
lei non avvezza alla conocchia ed ai cestelli di Minerva 805
con le mani femminee, ma a sopportare da ragazza i duri
scontri e con la corsa a piedi precedere i venti.
Ella volerebbe anche sulle cime degli steli di una messe
intatta né avrebbe sfiorato con la corsa le tenere spighe,
pure sospesa nel mezzo del mare su flutto rigonfio 810
correrebbe la rotta né bagnerebbe con l'acqua le celeri piante.
La ammira tutta la gioventù riversata dalle case e dai campi
e la folla delle madri e la contempla mentre avanza,
con gli animi attoniti, a bocca aperta, come il regale onore
veli le spalle graziose, come la fibbia d'oro intrecci 815
la chioma, come lei porti la licia faretra
e il pastorale mirto con in cima una punta.

VII, 803-817, traduzione di Luca Canali

In mezzo agli eccidi Amazzone esulta, scoperto
un solo lato del petto per combattere, la faretrata Camilla;
e ora raccoglie nella mano flessibili dardi saettandoli,
ora con la destra, instancabile, impugna la valida scure;
aureo le risuona sulle spalle l'arco, e le armi di Diana.
Inoltre ella, se talvolta respinta indietreggia,
volgendosi scocca con l'arco frecce durante la fuga.
Le sono intorno elette compagne, la fanciulla Larina
e Tulla, e Tarpea che brandisce la scure di bronzo,
Italidi, che la ninfa Camilla scelse, onore a sé,
e valide ancelle di pace e di guerra:
come le tracie Amazzoni quando percuotono le rive
del Termodonte e combattono con armi dipinte,
o intorno a Ippolita, o quando la marzia Pentesilea
ritorna sul carro, e con grande tumulto ululante
le schiere femminee esultano con gli scudi lunati.
Chi abbatti per primo col dardo, o vergine fiera,
chi per ultimo? o quanti corpi morti rovesci in terra?
Per primo Euneo, figlio di Clizio: a lui che le si oppone
apre e attraversa il petto con la lunga asta;
egli cade vomitando fiotti di sangue, e morde
la terra cruenta, e morendo si rotola sulla ferita.
Poi Liri, e su lui Pagaso; di essi, Luno
mentre rovesciato dal cavallo trafitto raccoglie le redini,
L'altro mentre accorre e tende la destra inerme al caduto:
crollano insieme. Ad essi aggiunge Amastro
Ippotade, e insegue incalzando da lontano con l'asta
Tereo e Arpalico e Demofoonte e Cromi;
quanti furono i dardi che la vergine scagliò con la mano,
tanti caddero guerrieri frigi. Lontano trascorre
Ornito cacciatore con armi ignote e su un cavallo iapige:
gli copre le larghe spalle mentre combatte la pelle strappata
a un torello, gli proteggono il capo l'enorme bocca
spalancata e le mascelle d'un lupo dai bianchi denti,
e gli arma la mano un rustico spiedo; saggìra
in mezzo alle torme e di tutto il capo le sovrasta.
Ella lo sorprese (non le fu difficile per il volgersi
della schiera), e lo trafisse, e ostilmente parlò:
"Pensavi, o etrusco, di cacciare fiere nei boschi?
Venne il giorno che confuta le vostre parole
con armi muliebri; tuttavia riporterai ai Mani dei padri
una gloria non piccola: cadesti per il dardo di Camilla".
Di seguito Orsiloco e Bute, due corpi giganti
fra i Teucri: ma trafisse Bute con l'asta da tergo
tra l'elmo e la corazza, dove traluce il collo di chi siede
in arcione, e lo scudo pende dal braccio sinistro;
invece fuggendo in un grande cerchio inganna
Orsiloco con un giro più stretto, e insegue l'inseguitore;
alta levandosi, replica il colpo della robusta scure
sull'armi e sulle ossa dell'uomo che implora e molto prega;
lo squarcio riga il volto di caldo cervello.
Si imbatté in lei. e atterrito dalla vista improvvisa
ristette, il figlio guerriero di Auno abitatore dell'Appennino,
non ultimo dei Liguri, finché il fato gli permise
di tramare insidie. Appena vide che ormai con nessuna fuga
poteva evitare lo scontro o sviare la regina incalzante
cominciando a tendere tranelli con ingegno ed astuzia,
insinua: "Che c'è di tanto glorioso se, donna,
confidi in un forte cavallo? Smetti di fuggire, e discendi
con me su un terreno piano, e accingiti a un duello a piedi:
saprai a quale rovina conduca una gloria vana".
Disse; quella, furente, e accesa da aspro dolore
affida il cavallo a una compagna, e si pianta con armi pari,
a piedi, con la nuda spada, impavida con lo scudo senza fregi.
Ma il giovane, credendo di avere vinto con l'inganno, si invola,
e d'un tratto, voltate le briglie, s'allontana in fuga
e tormenta lo spronato cavallo coi talloni ferrati.
Ligure bugiardo, e invano esaltato con animo
superbo, inutilmente tentasti insidioso i patrii artifici:
la frode non ti ricondurrà incolume al fallace Auno.
Così parla la vergine, e fulminea coi rapidi piedi
sorpassa il cavallo, e di fronte, afferrato il morso
lo assale, e prende vendetta dal sangue nemico:
così facilmente lo sparviero, volatile sacro, dal sommo
di una rupe, raggiunge a volo un'altissima colomba
in una nube e l'afferra e la tiene, e la sventra con gli artigli;
allora sangue e penne strappate cadono dal cielo.
Ma l'alto genitore degli uomini e degli dei siede in vetta
all'Olimpo, con occhi attenti osservando queste vicende:
il padre sprona il tirreno Tarconte a crudele
battaglia, e gli infonde con aspri stimoli l'ira.
Dunque, tra eccidi e schiere vacillanti, Tarconte
avanza a cavallo, e incita con varie grida le squadre,
chiamando ciascuno per nome, e rincuora a battaglia i vinti.
"Quale terrore vi prese, o voi che tutto sopportate,
o sempre inerti Tirreni? Quale grande viltà invase gli animi?
Una femmina vi mette in fuga e travolge queste schiere!
Perché impugniamo il ferro e gli inutili dardi?
Ma non indolenti nelle notturne battaglie di Venere,
o quando il ricurvo flauto invita alle danze di Bacco,
aspettate le vivande e le coppe sulla mensa ricolma
(questa è la passione, questo è lo zelo), finché l'aruspice
propizio annunzia il sacrificio, e una pingue vittima vi chiama
nei boschi profondi!". Detto così, sprona il cavallo nel folto.
pronto a morire, e torvo si scaglia su Venulo,
e strappa il nemico da cavallo e lo avvinghia con la destra,
e lo porta davanti a sé in grembo a galoppo sfrenato.
Si leva al cielo un clamore, e tutti i Latini
volgono gli occhi. Vola fulmineo sul piano
Tarconte, portando le armi e l'uomo; spezza il ferro
dalla punta dell'asta di Venulo, e cerca le parti scoperte
dove colpire a morte; ma l'altro lottando trattiene
la destra lontano dal collo e schiva la forza con la forza.
Come in alto volando una fulva aquila porta
un serpente ghermito, e vi avvinghia le zampe e lo artiglia,
mentre il serpente ferito si snoda in anelli sinuosi,
e drizza irto le squame e sibila con la bocca
protendendosi in alto; ma l'aquila incalza col rostro
adunco il ribelle, e insieme flagella con le ali il cielo:
così Tarconte rapisce trionfante la preda dalla schiera
tiburte; seguendo l'esempio e il successo del capo,
i Meonidi assalgono. Allora il predestinato Arrunte,
con la lancia e con molta maggiore astuzia, insidia la veloce
Camilla, e tenta la via più agevole della fortuna.
Dovunque la vergine furente si porta in mezzo alla schiera,
là Arrunte s'insinua, e silenzioso ne scruta i passi;
dovunque quella ritorna vittoriosa e si ritrae dal nemico,
là di nascosto il giovane volge le celeri briglie,
e già percorre questi e quei passaggi e perfido scuote l'asta sicura.
Per caso Cloreo, un tempo sacerdote consacrato
al Cibelo, riluceva lontano nell'armi frigie,
e spronava uno schiumante cavallo, coperto di una pelle
con squame di bronzo simili a pinne e con fibbie doro.
Splendente di esotica porpora ferrigna,
egli scagliava frecce gortinie con l'arco licio,
aureo l'arco gli pendeva dalle spalle, aureo il veggente
aveva l'elmo; aveva raccolto in un nodo la crocea clamide
e le pieghe di mussola fruscianti di fulvo oro,
aveva la tunica ricamata e barbarici schinieri alle gambe.
La vergine cacciatrice, sia per appendere al tempio
armi troiane, sia per incedere adorna d'oro predato,
inseguiva cieca lui solamente di tutta
la mischia della battaglia, e incauta per tutta la schiera
ardeva di femmineo amore della preda e delle spoglie:
quando infine dall'agguato, còlto l'istante,
Arrunte scaglia la lancia, e prega così i celesti:
Sommo degli dei, Apollo custode del santo Soratte,
tu che primi tra tutti veneriamo, a cui alimentiamo le
fiamme con cataste di pino, e, fidando nella pietà, camminiamo,
noi tuoi adoratori, tra il fuoco e su molta brace,
concedi, o Padre, di cancellare codesta vergogna
con le nostre armi, tu che puoi tutto. Non chiedo
le spoglie e il trofeo della vergine sconfitta; le altre
imprese mi daranno fama: purché la crudele rovina
cada per il mio colpo, ritornerò oscuro nella città patria.
Febo udì, e diede che si avverasse una parte
del voto, l'altra parte disperse nelle alate brezze:
consentì al supplice di abbattere con una subitanea morte
Camilla accecata; non permise che lo vedesse reduce
l'alta patria, e le tempeste rapirono la voce tra i venti.
Dunque, appena l'asta scagliata sibilò nell'aria,
tutti i Volsci protesero i fervidi animi e posarono
lo sguardo sulla regina. Ella non s'avvide di nulla,
dell'aria, del sibilo, o del dardo che veniva dal cielo,
finché l'asta, arrivata sotto la nuda mammella
vi rimase confitta e bevve profondamente il virgineo sangue.
Le compagne accorrono trepidanti, e sostengono la regina
che cade. Fugge atterrito prima di tutti Arrunte,
diviso tra giubilo e timore, e non osa più
affidarsi alla lancia, né esporsi ai colpi della vergine.
E prima che lo raggiungano i colpi nemici,
torbido Arrunte si sottrasse alla vista
e contento della fuga si mischiò in mezzo alle armi:
come un lupo, ucciso il pastore o un grande giovenco,
si cela subito sugli alti monti, lontano da ogni sentiero,
consapevole dell'impresa temeraria, e ripiega strisciando
la coda tremante al di sotto del ventre, e cerca le selve.
Quella, morente, tenta di strappare la lancia,
ma la punta di ferro sta con profonda ferita tra le ossa
del costato. Cade esangue; cadono fredde di morte
le palpebre; il colore prima purpureo lasciò il volto.
Allora spirando parla così ad Acca,
una delle coetanee, tra tutte la più fedele a Camilla,
con cui divideva gli affanni, e le dice così:
"Fin qui, sorella Acca, potei; ora un'acerba
ferita mi spegne, e tutto mi si oscura di tenebre.
Corri, e riferisci a Turno questo estremo messaggio:
entri in battaglia e difenda la città dai Troiani.
E ora addio". Insieme con queste parole abbandonava
le redini, scivolando involontariamente a terra; a gradi
si sciolse fredda da tutto il corpo e posò il languido
collo e il capo preso dalla morte; le armi la lasciano,
e la vita con un gemito fugge dolente tra le ombre.
Allora un immenso grido sorgendo ferisce le auree
stelle; la battaglia si fa più crudele, abbattuta Camilla;
assalgono folti, insieme, tutto l'esercito dei Teucri
e i capi tirreni e le arcadi squadre di Evandro.
Ma la scolta di Trivia, Opi, da tempo siede
alta sulla vetta dei monti, e osserva imperterrita la battaglia;
e come scorse lontano, tra il clamore dei giovani
furenti, Camilla colpita da triste morte,
gemette, e dal profondo del cuore espresse queste parole:
"Ahi troppo, o fanciulla, troppo crudele pena
hai pagato, tentando di provocare a guerra i Troiani!.
A te, solitaria nei boschi, non giovò avere onorato
Diana, o aver recato sospesa alla spalla la nostra faretra.
Ma non senza onore la tua regina ti lasciò
nell'estremo momento della morte; la tua fìne non sarà
senza nome tra i popoli, e non soffrirai fama di invendicata.
Infatti chiunque abbia violato il tuo corpo di ferita,
pagherà con giusta morte". Ai piedi di un alto monte
v'era su un terrapieno il grande sepolcro del re Dercenno,
antico laurente, protetto da un ombroso elce;
qui prima la bellissima dea si posa con rapido
balzo, e spia Arrunte dall'alto del tumulo.
Come lo vide esultante e vanamente orgoglioso:
"Perché - esclamò - ti allontani? Dirigi qui il passo,
qui, o morituro, vieni per ricevere un premio degno
di Camilla. E tu non cadrai per i dardi di Diana?".
Disse, e la tracia cavò dalla faretra d'oro un'alata
saetta, e la tese minacciosa nell'arco,
e la trasse indietro finché le ricurve estremità
si congiunsero tra loro, e le mani toccarono, a pari altezza,
la sinistra la punta del ferro, la destra e il nervo il seno.
D'un tratto Arrunte udì lo stridere del dardo
e il sibilo dell'aria e insieme il ferro gli s'infisse nel corpo.
I compagni dimentichi lasciano nell'ignota polvere
dei campi lui che spirava e dava gli estremi singulti;
Opi s'allontana a volo verso l'etereo Olimpo.
Fugge per prima, perduta la sovrana, la lieve
squadra di Camilla; sconvolti fuggono i Rutuli, fugge
l'aspro Atina, e i capi dispersi e i manipoli abbandonati
cercano luoghi sicuri e galoppano in rotta alle mura.
Nessuno vale a trattenere con le armi i Teucri
che incalzano e seminano strage, o a resistere all'urto;
riportano sulle spalle languenti gli archi allentati,
e lo zoccolo dei cavalli scuote nella corsa il molle terreno.
Si volge alle mura una polvere torbida di nera
caligine, e le madri dalle rocche, battendosi il petto,
levano un femmineo clamore alle stelle del cielo.
Quelli che irruppero per primi di corsa nelle porte dischiuse,
la turba nemica li incalza, mischiate le schiere;
non sfuggono a una misera morte, e proprio sulla soglia,
dentro le patrie mura e tra le case sicure,
trafitti esalano la vita. Altri chiudono le porte;
e non osano aprire la via ai compagni, né accogliere
tra le mura gli imploranti; nasce una miserevole strage
di chi difende l'accesso con le armi, e di chi sulle armi si getta.
Gli esclusi, davanti agli occhi e al volto dei genitori
piangenti, parte sospinti dalla ressa precipitano nei fossati,
parte, ciechi al galoppo sfrenato, cozzano con furia
contro le porte e i battenti serrati da spranghe.
Anche le madri dalle mura, nell'estremo cimento
(come il vero amore di patria insegna), emulando Camilla,
trepidanti gettano dardi, e con rami di dura quercia
e pali aguzzati al fuoco imitano il ferro e s'avventano;
ardono di morire per prime in difesa delle mura.
Frattanto il crudele annunzio investe Turno nei boschi
e Acca riferisce al giovane il grande disastro:
disfatte le schiere dei Volsci, caduta Camilla,
i nemici assalgono minacciosi; col favore di Marte
invadono tutto, il terrore dilaga alle mura.
Egli furente (così richiede il crudele volere di Giove)
abbandona i colli occupati, lascia i boschi selvaggi.
Appena uscito dal luogo di vedetta, teneva il campo
quando il padre Enea, penetrato nelle libere gole,
supera il giogo e sbocca dall'ombrosa selva.
Così ambedue si dirigono rapidi alle mura
con tutta la schiera, e distano poco tra loro;
e insieme Enea scorse lontano la pianura
fumare di polvere e vide le schiere laurenti
e Turno riconobbe Enea terribile nell'armi
e udì l'avanzare dei passi e l'ansito dei cavalli;
subito entrerebbero in battaglia e tenterebbero lo scontro,
se il purpureo Febo non bagnasse già i cavalli stanchi
nell'onda iberica e, cadendo il giorno, non riportasse la notte.
Si accampano davanti alla città e trincerano le mura.

XI, 648-915, traduzione di Luca Canali

lunedì 9 giugno 2014

Luca Canali, un ricordo


Canali, una vita in latino
Docente, poeta e scrittore si è spento ieri a 89 anni
necrologio redazionale non firmato
l'Unità, 9 giugno 2014

ERA ALLA SOGLIA DEI NOVANT’ANNI, LUCA CANALI, MORTO IERI A ROMA DOPO UNA MALATTIA. È STATO UNO DEI MAGGIORI LATINISTI ITALIANI, SCRITTORE E POETA. Allievo di Ettore Paratore, con cui si era laureato su Lucrezio e di cui è stato assistente, Canali ha insegnato a lungo letteratura latina all’università di Pisa. Lasciò la cattedra all’inizio degli anni Ottanta, prima del tempo, per poi dedicarsi alla scrittura saggistica e narrativa. La sua opera, per mole, è impressionante: decine e decine di volumi, attraverso i quali - accanto al lavoro più accademico - ha messo a fuoco in una chiave divulgativa ma rigorosa la storia romana, con predilezione per le tinte fosche, gli intrighi, i vizi, gli scandali, il potere, l’eros, la follia. Vita, sesso, morte nella letteratura latina (1980) prepara il terreno a testi a metà fra saggistica e narrativa, su Cesare, su Augusto, sui potenti di Roma antica, o all’autobiografia immaginaria di Lucrezio, di cui tradusse splendidamente il De rerum natura. Ha tradotto l’Eneide di Virgilio, la Farsaglia di Lucano, le Odi di Orazio, gli Epigrammi di Seneca, ha tradotto Catullo e Petronio. Ha attraversato, da autore, generi diversi con disinvoltura, affidandosi - per guardare più da vicino i grandi dell’antichità - di volta in volta all’intervista immaginaria, al «diario segreto», alla riscrittura, come nel caso del Satyricon di Petronio. Fellini, per il suo Fellini Satyricon, gli chiese una consulenza, e Canali parecchi anni dopo inseguì l’idea di un suo Canali Satyricon (Manni lo pubblicò nel 2008).
La lunga vita di Canali è segnata da un’inquietudine senza posa, da un’attività quasi febbrile, che negli ultimi anni lo ha portato a pubblicare moltissimo anche da marchi editoriali minuscoli. Con Cavallo di Ferro ha pubblicato l’anno scorso un breve romanzo, Matchnullo, candidato allo Strega 2014 ma non incluso nella dozzina. Il protagonista, come l’autore, si chiama Luca, malinconico e burbero. In filigrana, dietro Luca c’è proprio Canali, la sua vita universitaria, la sua militanza politica nel comunismo. «La vita è una gara, e durissima, no? Tutto sta nell’imparare i metodi per vincerla ». Gli ultimi versi sono affidati alla plaquette Semplice cronaca (Ladolfi). Vi compaiono piccole figure solitarie, anzi ammalate di solitudine, come forse era pure l’autore, sempre più appartato e cupo, risentito. Canali era un nichilista? Forse sì, a un passo da lì, da quella posizione, da quel «senza scampo» che dà il titolo a una poesia su una pecora che arranca disperata sull’asfalto. Ma poi magari sapeva guardare gli oleandri nelle stazioni di servizio, «polverosi nell’ardore della canicola» e provare gratitudine «per quella floreale vocazione ad ornare luoghi disidratati». L’anno scorso era stato ripubblicato da Mondadori il suo romanzo maggiore, Autobiografia di un baro (1984), storia - anche questa molto vicina al vissuto - di un ragazzo che si butta a capofitto nella lotta politica e si trova infine a dover combattere con la propria stessa testa, con la nevrosi che la assedia, con la depressione. Così Canali è stato segnato da quest’ombra, da fobie e ossessioni che travasava nella cupezza del suo narrare. Ognuno soffre la sua ombra è un suo titolo bellissimo, che vale - quanto Autobiografia di un baro - da esergo a un’intera vita: Lucrezio, Catullo, Giovenale riletti narrativamente come «grandi nevrotici».
Dopo esserne stato lo studioso e il traduttore, era diventato l’analista dei suoi amati poeti e di sé stesso. C’è un Catullo ventottenne che confessa il proprio disagio psicologico; l’interlocutore lo incalza, lui si apre: «Ricordo di avere attraversato un periodo di profondo smarrimento. E Lesbia allora non c’era. Non mangiavo, non dormivo, vivevo di incubi… Già a quel tempo ero pieno di contraddizioni. A volte mi percepivo molto più capace e intelligente dei miei coetanei, altre volte vivevo complessi di inferiorità abissali. Sin da bambino ho sempre avuto la sensazione che qualcuno alle spalle mi scrutasse, mi giudicasse… Questa sensazione non mi ha mai abbandonato del tutto ».
La sua voce, nelle ultime telefonate, era stanca, ma ancora curiosa, sospesa tra la distanza dalle cose e dal mondo e una strana, ancora vitale voglia di partecipare, di esserci, di sapere, di scrivere, di sbraitare. Aveva collaborato a lungo con queste pagine. Il giorno in cui era uscita una recensione al suo ultimo libro di versi mi chiamò per ringraziare. Gli chiesi ingenuamente se fosse stato informato dall’editore. «L’Unità la leggo tutti i giorni» mi disse con quel tono secco e burbero, che era il suo, e non ammetteva repliche.

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Paolo Mauri
Luca Canali il baro amante del latino
Lo scrittore è morto ieri a Roma a 89 anni. Studioso dell’antichità, fu nel Pci e raccontò la Resistenza

la Repubblica, 9 giugno 2014

Ettore Paratore faceva lezione, alla Facoltà di Lettere di Roma, nell’aula prima, affollatissima, anche perché la frequenza era in quegli anni obbligatoria. Montava materialmente in cattedra, una cattedra molto alta, non prima d’aver controllato che attorno al tavolo che stava proprio sotto la cattedra sedessero i suoi assistenti, di cui era maestro e anche un po’ tiranno. Luca Canali, scomparso ieri a Roma quasi novantenne, era tra loro, latinista, ma non solo. All’epoca trovavo bellissimo il suo ritratto di Cesare, che non ho più riletto e bellissime erano anche le sue traduzioni.
Intanto, nel ‘65 era uscito un suo libro di riflessioni più o meno storico- filosofiche, con una lettera di Montale che il Corriere della sera aveva pubblicato come elzeviro: “La Resistenza impura”. Canali, allora quarantenne, era un uomo molto bello (le ragazze di Lettere non avevano dubbi) e in più era comunista. Un comunista alla corte del rigido conservatore Paratore che avrebbe presto proposto ai suoi studenti “rivoluzionari” per la traduzione in latino un brano di Mao, suggerendo di volgere «comunisti » con «omnia qui communia censent». Canali ne avrebbe comunque conservato un buon ricordo: il suo mestiere lo sapeva ed era coltissimo, aveva solo il torto di scrivere terribili romanzi, come raccontò nella recente e lucidissima intervista a tutto campo di Antonio Gnoli ( Repubblica, 29 settembre 2013), dove rivelava di avere una figlia segreta e concludeva un ragionamento durato, credo, una vita intera: «La storia insegna che il mondo è un incubo senza risveglio». “La Resistenza impura” insinuava molti dubbi sui risultati raggiunti da una generazione che aveva conosciuto l’azione diretta contro i nazifascisti (Canali era entrato nelle formazioni di Giustizia e Libertà e solo in seguito aveva aderito al Pci) ed ora assisteva alla caduta di tanti ideali. Nel ‘58, dopo i fatti d’Ungheria, il compagno Canali che aveva diretto diverse sezioni del Pci, ma aveva manifestato dei dubbi su quanto andava accadendo era stato buttato fuori dal Partito con diversi altri e vi sarebbe rientrato solo molto più tardi. La sua storia si incamminava ad essere quella di uno studioso di letteratura latina che presto avrebbe avuto i suoi successi lavorando su Lucrezio, Virgilio, Giovenale (divenne anche consulente per il Satyricon di Federico Fellini) e che avrebbe continuato a suo modo nella militanza politica. Nel ‘77 pubblicò Quel punto di luce (Vangelista editore), un libro sulla Resistenza a Roma, con i ritratti di alcuni partigiani torturati e uccisi dove ribatteva ad una affermazione di De Felice che dichiarava di non credere alle rivoluzioni tradite, alle resistenze tradite. «Io invece ci credo», scriveva Canali, «per dirla con la stessa rozzezza, e penso anzi sia una legge storica che tutte le rivoluzioni siano tradite». In qualche modo il tradimento diventa più propriamente un assestamento e poco oltre Canali ritorna sul concetto di Resistenza impura: «tutte le rivoluzioni coinvolgono in sé l’“impuro”, il reale imperfetto, il tornaconto personale, il casuale, e perfino la viltà e la delazione ».
In realtà Canali pensava molto anche a se stesso, alla sua storia personale, alla famiglia da cui proveniva, al suo modo di stare al mondo. Il padre faceva il carbonaio e con lui non c’era stata praticamente mai una vera confidenza. Da un certo punto in poi Canali diventa dunque un acuto narratore di se stesso e delle vicende che lo riguardano sul piano personale e persino su quello sessuale che dopo l’apprendistato nelle case chiuse si rivela problematico o semplicemente predatorio (molto poco invece racconta sul piano professionale che sembra appartenere ad un’altra persona). Nel 1980 esce Il sorriso di Giulia, (Editori Riuniti). Giulia è la figlia di Luca. Alla fine del romanzo c’è un capitolo intitolato «Come vorrei essere ricordato». Parla di una fotografia scattata nel ‘73: «È forse l’unica foto della mia vita in cui sembro soddisfatto di me, padre correttamente seduto sul divano con la figlia treenne». La normalità era già un rimpianto. Nel frattempo Canali aveva vinto una cattedra a Pisa e faceva su e giù da Roma con la sua velocissima Porsche. È più o meno in questo periodo che matura ed esplode una fortissima depressione accompagnata da una psiconevrosi piuttosto grave. Canali si guarda ora soffrire, ancora una volta con spietata acutezza e scrive l’ Autobiografia di un baro (Bompiani, 1983). Mi capitò di leggerla proprio su un treno che mi portava a Pisa. Mi turbò. Non ne volevo scrivere. Poi invece pensai che scriverne era doveroso e dichiarai subito che la mia non era una recensione nel senso classico del termine. Si può recensire la sconfitta, la sofferenza? Canali, che resta comunque un eccellente scrittore, comunica al lettore il dolore per una vita distrutta, nella quale (a torto) pensa di avere avuto la parte di un baro. Ma un baro, obiettavo, può perdere sempre? Non sono l’unico a pensare che questo suo libro, ristampato anche in anni recenti (negli Oscar Mondadori), sia quello che meglio lo rappresenta, anche se su se stesso sarebbe tornato molte volte e citiamo almeno Spezzare l’assedio (Bompiani, 1984) dove però i fatti sono in qualche modo romanzati.
Autobiografia di un baro si chiude con un capitolo scritto da Maria, la ragazza spagnola che era venuta in Italia e che sarebbe diventata sua moglie. È un’altra pagina di delusione e di dolore dove si vede Luca indifferente conquistatore, poco incline al sentimento. «Ho conosciuto un giovane uomo pieno di dubbi e di ragioni, bello come una statua greca…». Così comincia il capitolo firmato da Maria ora da tempo scomparsa. Invecchiando in solitudine Canali era diventato l’ombra di se stesso. La sua bibliografia, tra saggi, traduzioni, narrativa e poesia, è infinita (Giunti ha pubblicato proprio in questi giorni Pax alla romana. Gli eterni vizi del potere , scritto a quattro mani con Lorenzo Perilli), ma lui stesso ammise che spesso scriveva per terapia. Se nella scrittura e nella letteratura cerchiamo qualcosa che ci faccia conoscere meglio gli uomini e la loro sorte, Canali resta un autore di singolare e (posso dirlo?) perverso fascino. Suo malgrado, un testimone protagonista del nostro recente passato.

https://machiave.blogspot.com/2024/09/il-fallimento-dei-filosofi.html

mercoledì 4 giugno 2014

Ifianassa


Lucrezio 

Infatti, sorretta dalle mani dei guerrieri, è condotta tremante
all’altare, non perché dopo il rito solenne
possa andare fra i cori dello splendente Imeneo,
ma empiamente casta, proprio nell’età delle nozze,
perché cada, mesta vittima immolata dal padre,
affinché una fausta e felice partenza sia data alla flotta.
Tanto male poté suggerire la religione.

(trad. Luca Canali)

E fu portata su le braccia degli uomini 
così tremante all'altare: non come vergine al rito 
atteso, fra i cori della festa di nozze 
nel corteo delle fiaccole, ma crudelmente casta
nel tempo nuziale fu pallida vittima stesa
sotto il ferro che il padre le immerse nel petto, 
perché si aprisse alle navi la calma del mare. 
Può spingere a questi delitti la religione.

(Trad. E. Cetrangolo)

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nàm sublàta virùm || manibùs tremibùndaque ad àras

dèductàst, || non ùt sollèmni || mòre sacròrum

pèrfectò possèt || clarò comitàri Hymenaèo,

sèd casta ìncestè || nubèndi tèmpore in ìpso

hòstia cònciderèt || mactàtu maèsta parèntis,

èxitus ùt classì || felìx faustùsque darètur.

Tàntum rèligiò || potuìt suadère malòrum.



Nam sublata virum manibus tremibundaque ad aras
deductast, non ut sollemni more sacrorum
perfecto posset claro comitari Hymenaeo,
sed casta inceste nubendi tempore in ipso
hostia concideret mactatu maesta parentis,
exitus ut classi felix faustusque daretur.
Tantum religio potuit suadere malorum.

(De rerum natura, I, 95-101)



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Significativa è qui la scelta di Lucrezio di indugiare sul contrasto tra le nozze promesse alla fanciulla (elemento sottolineato da Euripide) e il motivo reale della sua convocazione in Aulide: lo stesso rito del sacrificio ricalca per alcuni aspetti quello matrimoniale. Tra i più significativi ricordiamo l’espressione “deductast ad aras” che è ricollegabile al rito della deductio, ovvero l’accompagnamento della sposa verso la casa dello sposo, oppure il complemento “nubendi tempore in ipso” con cui si pone l’accento sulla giovane età della fanciulla, ben più adatta alle nozze che alla morte. (Linda Molli)

venerdì 16 maggio 2014

L'incipit dell'Eneide

 

 


 


Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris
Italiam fato profugus Laviniaque venit
litora, multum ille et terris iactatus et alto
vi superum, saevae memorem Iunonis ob iram,
multa quoque et bello passus, dum conderet urbem
inferretque deos Latio; genus unde Latinum
Albanique patres atque altae moenia Romae.
Musa, mihi causas memora, quo numine laeso,
quidve dolens, regina deum tot volvere casus
insignem pietate virum, tot adire labores
impulerit. Tantaene animis caelestibus irae?

traduzione di Annibal Caro 

L’armi canto e ’l valor del grand’eroe
Che pria da Troia, per destino, ai liti
D’Italia e di Lavinio errando venne;
E quanto errò, quanto sofferse, in quanti
E di terra e di mar perigli incorse,
Come il traea l’insuperabil forza
Del cielo, e di Giunon l’ira tenace;
E con che dura e sanguinosa guerra
Fondò la sua cittade, e gli suoi Dei
Ripose in Lazio: onde cotanto crebbe
Il nome de’ Latini, il regno d’Alba,
E le mura e l’imperio alto di Roma.
Musa, tu che di ciò sai le cagioni,
Tu le mi detta. Qual dolor, qual’onta
Fece la Dea ch’è pur donna e regina
Degli altri Dei, sì nequitosa ed empia
Contra un sì pio? Qual suo nume l’espose
Per tanti casi a tanti affanni? Ahi! tanto
Possono ancor là su l’ire e gli sdegni?

traduzione di Luca Canali 

Canto le armi e l'uomo che per primo dalle terre di Troia
raggiunse esule l'Italia per volere del fato e le sponde
lavinie, molto per forza di dei travagliato in terra
e in mare, e per la memore ira della crudele Giunone,
 e molto avendo sofferto in guerra, pur di fondare
la città, e introdurre nel Lazio i Penati, di dove la stirpe
latina, e i padri albani e le mura dell'alta Roma.
O Musa, dimmi le cause, per quali offese al suo nume,
di cosa dolendosi, la regina degli dei costrinse un uomo
insigne per pietà a trascorrere tante sventure, ad imbattersi
in tanti travagli? Tali nell'animo dei celesti le ire?

traduzione di Pier Paolo Pasolini

Canto la lotta di un uomo che, profugo da Troia 
la storia spinse per primo alle sponde del Lazio: 
la violenza celeste, e il rancore di una dea nemica, 
lo trascinarono da un mare all’altro, da una terra 
all’altra, di guerra in guerra, prima di fondare la sua città 
e di portare nel Lazio la sua religione: origine 
del popolo latino, e albano, e della suprema Roma. 
Tu, spirito, esponi le intime cause: per quale offesa 
o per quale dolore, la regina degli dèi obligò quell’uomo 
così religioso, a dover affrontare tanti casi, tante 
fatiche: miseria di passioni nei cuori celesti!

Traduzione di Enzio Cetrangolo 

L'uomo guerriero, il profugo io canto che primo
dalle spiagge di Troia giunse fatalmente in Italia
sui lidi di Lavinio; molto e per terre e per mari 
quello fu sbalestrato da Numi celesti a causa dell'ira
lunga di Giunone; e molto in guerra anche sofferse
per fondare la nuova città e condurre i Penati
nel Lazio; da cui la stirpe latina e i padri 
Albani provennero e dell'alta Roma le mura.
Musa, e tu dimmi di questo le cause: per quale
offesa o dolore colei ch'è regina dei Numi
costrinse quell'uomo di fede profonda a passare
per tanti pericoli, a subire tanti travagli.
Un'ira sì grave nei petti celesti permane? 


sabato 1 marzo 2014

Lucrezio, La teoria degli atomi

Il clinamen
De rerum natura, libro II, versi 216-224, 251-260 e 289-293


Sullo stesso argomento desidero che tu sappia anche questo:

i corpi, quando cadono verticalmente trascinati nel vuoto

dal loro stesso peso, in un momento del tutto indefinito

e in un luogo incerto si sviano un poco dal percorso:

così poco che appena ne puoi dire mutato il cammino.

Se infatti non usassero deviare, precipiterebbero tutti in basso,

attraverso il vuoto profondo simili a gocce d'acqua,

non si sarebbero prodotti gli scontri, non avrebbero luogo gli urti

tra i corpuscoli primordiali: in tal modo la natura non avrebbe generato mai nulla.

...Infine, se ogni moto è sempre legato ad altri,

e quello nuovo sorge dal precedente in ordine certo,

e se i germi primordiali con l'inclinarsi non determinano un qualche

inizio di movimento che infranga le leggi del fato,

sì che da tempo infinito causa non sussegua a causa,

donde ha origine sulla terra per i viventi  questo libero arbitrio,


donde proviene, io dico, codesta volontà indipendente dai fati,

in virtù della quale procediamo dove il piacere ci guida

e deviamo il nostro percorso, non in un momento esatto,

né in un punto preciso dello spazio, ma quando lo decide la mente?

...Ma che la mente stessa in ogni

sua iniziativa non segua una necessità insita in lei,

né come domata sia costretta a sopportare e a patire,

deriva da quella esigua inclinazione dei corpi primordiali

che si produce in un punto dello spazio e in un momento indeterminati.

(traduzione di Luca Canali)


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Illud in his quoque te rebus cognoscere avemus,
corpora cum deorsum rectum per inane feruntur
ponderibus propriis, incerto tempore ferme
incertisque locis spatio depellere paulum,
tantum quod momen mutatum dicere possis. 220
quod nisi declinare solerent, omnia deorsum
imbris uti guttae caderent per inane profundum
nec foret offensus natus nec plaga creata
principiis; ita nihil umquam natura creasset.

... 
Denique si semper motu conectitur omnis
et vetere exoritur <motus> novus ordine certo
nec declinando faciunt primordia motus
principium quoddam, quod fati foedera rumpat,
ex infinito ne causam causa sequatur, 255
libera per terras unde haec animantibus exstat,
unde est haec, inquam, fatis avolsa voluntas,
per quam progredimur quo ducit quemque voluptas,
declinamus item motus nec tempore certo
nec regione loci certa, sed ubi ipsa tulit mens? 260


... Sed  ne mens ipsa necessum
intestinum habeat cunctis in rebus agendis 290
et devicta quasi cogatur ferre patique,
id facit exiguum clinamen principiorum
nec regione loci certa nec tempore certo.




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Les atomes se·rencontrent dans la chute, non pas en
raison de leur différence de poids, mais en raison du clinamen.
Le clinamen est raison de la rencontre, ou rapporte
l'atome à l'autre atome. Le clinamen est fondamentalement
lié à la théorie épicurienne du temps, pièce essentielle du
système. Dans le vide, tous les atomes tombent à égale
vitesse; un atome n'est plus ou moins rapide en fonction
de son poids que par rapport à d'autres atomes qui retardent
plus ou moins sa chute. Dans le vide, la vitesse de
l'atome est égale à son mouvement dans une direction unique
en un minimum de temps continu. Ce minimum exprime
la plus petite durée possible pendant laquelle un atome se
meut dans une direction donnée, avant de pouvoir prendre
une autre direction sous le choc d'un autre atome. Il y a
donc un minimum de temps, non moins qu'un minimum de
matière ou d'atome. Conformément à la nature de l'atome
ce minimum de temps continu renvoie à l'appréhension de
la pensée. Il exprime la plus rapide, la plus courte pensée:
l'atome se meut aussi vite que la pensée»5. Mais, dès
lors, nous devons concevoir une direction originaire de
chaque atome, comme une synthèse qui donne au mouvement
de l'atome sa première direction, sans laquelle il n'y
aurait  pas de choc. Cette synthèse se fait nécessairement
dans un temps plus petit que le minimum de temps continu.
Tel est le clinamen. Le clinamen ou déclinaison n'a rien à
voir avec un mouvement oblique qui viendrait par hasard
modifier une chute verticale 6. Il est présent de tout temps;
il n'est pas un mouvement second, ni une seconde détermination 
du mouvement qui se produirait à un moment quelconque,
en un endroit quelconque. Le c1inamen est la détermination
originelle de la direction du mouvement de l'atome.
Il est une sorte de conatus: une différentielle de la matière,
et par là-même une différentielle de la pensée, conformément
à la méthode d'exhaustion. D'où le sens des termes qui le
qualifient; incertus ne signifie pas indéterminé, mais inassignable;
paulum, incerto tempore, intervallo minimo signifient « en un 
temps plus petit que le minimum de temps continu pensable ».
5 Cf. Epicure Lettre à Hérodote, 61-62 (sur le minimum de temps continu).
6. Il, 243-250.

Gilles Deleuze, Logique du sens

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Ilya Prigogine and Isabelle Stengers in their famous book Order out of Chaos argue that the clinamen, the swerve of events, is one of the fundamental factors in the creation of new, unpredictable patterns of self-organizing in the universe. They call these new patterns of self-organizing dissipative structures. 

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All'origine di ogni cambiamento, anche decisivo e radicale, vi è un exiguum clinamen, affermava l'atomista Lucrezio, nel suo poema sulla natura delle cose.
Ebbene Franz Kafka, due millenni dopo, esprimeva lo stesso concetto, quasi con le stesse parole, più e più volte. Das winzigste Kleinigkeit, cioè la più minuscola piccolezza (e potremmo ben tradurre anche dicendo: «la più esigua declinazione»), può «decidere della esistenza di un uomo».

Lucio Lombardo Radice, Gli accusati, De Donato, Bari 1972, pp. 91-92