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domenica 1 novembre 2015

Gramsci prigioniero non tanto avveduto


Gianpasquale Santomassimo
Gramsci vittima della sua strategia
il manifesto, 1 novembre 2015









A par­tire dai primi studi di Spriano, la vicenda dei ten­ta­tivi fal­liti di libe­rare Gram­sci ha cono­sciuto una for­tuna sto­rio­gra­fica che ne ha fatto un tema sem­pre più ricor­rente, e anche ine­lu­di­bile nella discus­sione sul comu­ni­smo ita­liano, per le impli­ca­zioni che con­te­neva attorno al con­tra­sto tra il «capo» dei comu­ni­sti e i suoi com­pa­gni che dall’estero tene­vano in vita le sten­tate for­tune di quel par­tito. Nel tempo si è tra­sfor­mato, anche, in un «genere let­te­ra­rio» aperto a scor­ri­bande com­plot­ti­sti­che, a pro­cessi som­mari basati su bran­delli di docu­menti decon­te­stua­liz­zati.
Oggi con il libro di Gior­gio Fabre (Lo scam­bio Come Gram­sci non fu libe­rato, Sel­le­rio «La dia­go­nale», pp. 536, euro 24,00) si esce deci­sa­mente dal com­plot­ti­smo o dalla reti­cenza (che è stata a esso spe­cu­lare), e la vicenda viene ripor­tata alla sua dimen­sione sto­rica effet­tiva, den­tro la quale però si annida anche un grumo di pen­sieri, di cose non dette e solo accen­nate o adom­brate, e che tali ine­vi­ta­bil­mente reste­ranno.
È un qua­dro molto ampio e fra­sta­gliato, di cui è impos­si­bile ren­dere conto in det­ta­glio. Forse non tutto è egual­mente signi­fi­ca­tivo, e non è detto che die­tro a ogni sin­golo gesto, sup­po­si­zione od omis­sione debba nascon­dersi parte di un dise­gno o di molti dise­gni che si inter­se­cano.
La trat­ta­zione segue le tre fasi che si suc­ce­dono: una prima col­le­gata a una spe­rata media­zione vati­cana tra potere fasci­sta e governo sovie­tico (scam­bio con vescovi) che si rivela incon­si­stente. Poi quello che Gram­sci defi­ni­sce il «ten­ta­tivo grande», fase più lunga, che inter­viene men­tre i rap­porti fra Ita­lia fasci­sta e Urss cono­scono un momento di incon­tro e col­la­bo­ra­zione (Patto di ami­ci­zia del set­tem­bre 1933), che non dà vita nep­pure sta­volta allo scam­bio auspi­cato ma che si con­clude comun­que con la con­ces­sione della «libertà con­di­zio­nale» presso le cli­ni­che di For­mia e poi di Roma. Libertà che diviene però ben pre­sto molto con­di­zio­nata e sor­ve­gliata e non si tra­duce nella con­ces­sione dell’espatrio in Rus­sia per ricon­giun­gersi alla fami­glia, che è l’ultimo ten­ta­tivo di un Gram­sci ormai pie­gato e desti­nato a spe­gnersi il 27 aprile del 1937.
Posto che la man­cata libe­ra­zione di Gram­sci dipese in ultima istanza dalla volontà di Mus­so­lini di man­te­nere uno stretto con­trollo sulla sua per­sona, la discus­sione che si apre riguarda il ruolo dei sovie­tici e, soprat­tutto, dei comu­ni­sti ita­liani.
Qui si pos­sono cogliere molte novità. Intanto, con­tra­ria­mente a quanto molti ave­vano adom­brato, si può dire che non viene mai meno l’impegno dei sovie­tici per otte­nere la libe­ra­zione di un loro uomo, mal­grado le cri­ti­che del 1926, rivolte non tanto alla mag­gio­ranza sta­li­niana quanto alle moda­lità di eser­ci­zio del suo pre­do­mi­nio. Più com­pli­cato e dolente è il qua­dro dei rap­porti con i com­pa­gni ita­liani. Lasciando da parte dis­sensi e dis­sa­pori sulle scelte dell’Internazionale, che pure agi­scono sullo sfondo, la que­stione si pone sui pochi e spesso male improv­vi­sati inter­venti nella que­stione. Alla fine, si può anche con­ve­nire con l’autore che «gli ita­liani non face­vano una gran bella figura» nella vicenda, sia per­ché «era dif­fi­cile tro­vare qual­che epi­so­dio che li vedesse posi­ti­va­mente coin­volti nei ten­ta­tivi di libe­ra­zione del loro lea­der», sia per­ché alcuni inter­venti furono con­tro­pro­du­centi e tali ven­nero seve­ra­mente giu­di­cati da Gram­sci. Imba­razzo e reti­cenza che accom­pa­gne­ranno tale memo­ria e che impe­di­ranno fino all’ultimo una rico­stru­zione veri­tiera della vicenda. Ma qui è giu­sto ricor­dare che i comu­ni­sti ita­liani si mos­sero sotto un con­di­zio­na­mento dif­fi­ci­lis­simo tanto da igno­rare quanto da accet­tare pie­na­mente.
Infatti la novità più rile­vante del libro è quella di porre al cen­tro di tutta la vicenda Gram­sci stesso, non solo in quanto oggetto di ini­zia­tive altrui ma soprat­tutto in quanto regi­sta e stra­tega delle tor­tuose strade che avreb­bero dovuto con­durre alla sua libe­ra­zione. Una stra­te­gia lar­ga­mente fal­li­men­tare, biso­gna pur dire. Fin dall’inizio, con una fidu­cia immo­ti­vata nella dispo­ni­bi­lità vati­cana a trat­tare il suo scam­bio. Ma soprat­tutto con una stra­te­gia pro­ces­suale debo­lis­sima e che si sarebbe rive­lata all’origine di tutti i con­tra­sti e di tutte le ama­rezze vis­sute nel rap­porto con i com­pa­gni ita­liani.
Volontà di Gram­sci era che gli ita­liani si tenes­sero fuori da ogni aspetto di quella trat­ta­tiva, inte­ra­mente deman­data all’impulso sovie­tico. Una pesante intro­mis­sione era stata con­si­de­rata la «fami­ge­rata» let­tera di Grieco del 1928, sulla quale molto si è scritto, e che pro­curò in Gram­sci un’irritazione desti­nata a riaf­fio­rare nel tempo, men­tre non suscitò rea­zioni simili in Ter­ra­cini e Scoc­ci­marro, che erano gli altri desti­na­tari della mis­siva. Al riguardo, biso­gne­rebbe comin­ciare pure a chie­dersi se dav­vero una poli­zia effi­cien­tis­sima come quella fasci­sta avesse biso­gno della let­tera di Grieco per «sco­prire» che Gram­sci era uno dei mas­simi diri­genti del par­tito comu­ni­sta. Ma tutta la stra­te­gia pre­scelta pun­tava ad atte­nuare e porre in dub­bio l’esercizio di quel ruolo diri­gente: il che com­por­tava anche la rac­co­man­da­zione di evi­tare cam­pa­gne pro­pa­gan­di­sti­che volte a riven­di­care la sua libe­ra­zione.
A que­sto era par­ti­co­lar­mente dif­fi­cile atte­nersi, per un par­tito clan­de­stino in patria e che aveva un com­pito natu­rale di mobi­li­ta­zione di coscienze sul piano inter­na­zio­nale. Tanto più diverrà dif­fi­cile col pas­sare del tempo, quando, ad esem­pio, col patto di unità d’azione siglato con i socia­li­sti nel 1934 il nome di San­dro Per­tini verrà sta­bil­mente ad asso­ciarsi a quello di Ter­ra­cini tra le vit­time del car­cere fasci­sta di cui si chie­deva la libe­ra­zione.
Al riguardo, è sin­go­lare che in que­sta let­te­ra­tura non si sia mai tenuto conto della let­tera di Togliatti a Turati del 30 otto­bre 1930, nella quale veni­vano segna­late le gravi con­di­zioni di salute di Per­tini nel car­cere di Santo Ste­fano, si invi­tava a una mobi­li­ta­zione uni­ta­ria e si sug­ge­riva di inol­trare la richie­sta di tra­sfe­ri­mento a un car­cere più ido­neo: come poi avvenne, nel carcere-sanatorio di Turi nel quale era recluso anche Gram­sci (San­dro Per­tini com­bat­tente per la libertà, a cura di S. Caretti e M. Degl’Innocenti, Lacaita 2006, pp. 70–71). La vicenda, tanto più signi­fi­ca­tiva per­ché avve­nuta in piena epoca di «social­fa­sci­smo», fa com­pren­dere come da parte comu­ni­sta si tenes­sero unite le dimen­sioni dell’agitazione poli­tica e dell’esperire le vie «legali» con­sen­tite dai rego­la­menti.
Se si eccet­tuano cadute appros­si­ma­tive e dilet­tan­te­sche (il modo in cui Azione popo­lare del 29 dicem­bre 1934, diretta da Teresa Noce, diede conto della scar­ce­ra­zione di Gram­sci, irri­gi­dendo la posi­zione di Mus­so­lini e dando luogo a quello che ancora nel 1969 Sraffa defi­niva un «disa­stro» rispetto alle spe­ranze di Gram­sci), la posi­zione del gruppo diri­gente comu­ni­sta fu nel com­plesso di accet­ta­zione della richie­sta di Gram­sci, se pure non con­di­visa e rite­nuta sicu­ra­mente one­rosa sul piano poli­tico. Anche il ruolo di Togliatti emerge come par­ti­co­lar­mente rispet­toso della per­so­na­lità dell’amico e vòlto a sal­va­guar­darne la memo­ria, attri­buen­do­gli per­fino colo­rite espres­sioni con­tro Tro­tskij nel momento in cui Grieco, Di Vit­to­rio e altri sol­le­ci­ta­vano un pro­cesso postumo con­tro Gram­sci, che riu­scì a bloc­care. A Togliatti si deve in larga misura anche l’invenzione della frase eroica pro­nun­ciata di fronte al Tri­bu­nale spe­ciale, dibat­ti­mento che invece si svolse in forma timida e sten­tata.
Quando all’inizio del 1934 Dimi­trov venne espulso dalla Ger­ma­nia, dopo avere trion­fato con­tro il Tri­bu­nale nazi­sta, Gram­sci dovette pro­ba­bil­mente porsi delle que­stioni e venire assa­lito da dubbi. Per­ché la stra­te­gia seguita dall’«eroe di Lip­sia» era stata esat­ta­mente oppo­sta a quella che Gram­sci aveva pre­scelto: poli­ti­ciz­zare al mas­simo il dibat­ti­mento, dare a esso la mas­sima pub­bli­cità, con­vo­gliare l’attenzione della stampa e dell’opinione pub­blica inter­na­zio­nale.
Gli ultimi anni di Gram­sci furono ama­ris­simi, segnati da delu­sione e sco­ra­mento, da sen­sa­zioni di abban­dono e tra­di­mento. Un esito di cui fu cer­ta­mente vit­tima, ma che in qual­che misura con­tri­buì anche a determinare.

https://palomarblog.wordpress.com/2015/10/21/come-gramsci-non-fu-liberato/

domenica 30 agosto 2015

I comunisti e gli altri nella Resistenza

Aldo Cazzullo
La Resistenza oltre i partigiani. Per una lettura non solo "rossa" 
Corriere della Sera, 23 giugno 2015



Attendevo con curiosità, avendo scritto un libro in difesa della Resistenza, la replica di Giampaolo Pansa, arrivata domenica dal suo Bestiario su «Libero». Curiosità dovuta al fatto che le critiche sono sempre più utili degli elogi, a maggior ragione quando provengono da un maestro di giornalismo. Oltretutto Pansa, cavallerescamente, ricorda la sera a Reggio Emilia in cui ci trovammo a fronteggiare gli energumeni venuti a impedire la presentazione del suo libro (Giampaolo tace i nomi dei colleghi che se la diedero a gambe; e anch’io taccio). Sulla Resistenza restiamo però in dissenso.

Il punto non è Piazzale Loreto. Fu un crimine: il corpo del nemico ucciso va sempre rispettato. La tesi su cui Pansa ironizza - il corpo di Mussolini fu esposto anche per comunicare a tutti, in epoca pre-televisiva, che il Duce era morto davvero e il fascismo davvero finito - non è mia, la cita Umberto Eco nel suo ultimo libro. Personalmente la trovo persuasiva. Tentare di capire il motivo di un fatto non significa giustificarlo; tanto meno può essere giustificato lo scempio che del corpo fu fatto.

Il punto è che Pansa, pur avendo intitolato una delle sue numerose autobiografie Il revisionista, pare fermo all’idea della Resistenza come «cosa di sinistra»: una guerra «combattuta tra due esigue minoranze»; e tra gli antifascisti quelli che contavano davvero erano i comunisti. « “La Resistenza è rossa” divenne lo slogan più urlato nelle celebrazioni del 25 aprile: in due parole descrivevano una realtà - sostiene Pansa -. Certo, la guerra partigiana non fu soltanto un affare dei comunisti. È una verità conosciuta da sempre». Forse conosciuta, ma a lungo taciuta, o passata in secondo piano. Invece è tempo di liberarsi dal senso comune della Resistenza sempre e solo rossa.

Intendiamoci: molti partigiani erano comunisti. Liquidarli come fanatici che volevano solo «fare dell’Italia un satellite di Mosca» è un’argomentazione perfetta per la polemica di oggi; ma all’epoca l’urgenza era scegliere da quale parte stare, con o contro i nazisti invasori. Molti comunisti diedero la vita. Molti tacquero sotto le torture. Altri ancora si macchiarono di crimini. In Possa il mio sangue servire ho dedicato un capitolo a Porzûs, dove partigiani comunisti uccidono partigiani «bianchi» delle brigate Osoppo: tra loro c’era Francesco De Gregori, lo zio del cantautore che ne porta il nome; e c’era Guido Pasolini, che prima di essere ammazzato scrive al fratello Pier Paolo per farsi mandare dalla madre un fazzoletto tricolore, perché vuole indossare quello e non «lo straccio rosso» (divenuto pudicamente in altri libri «lo straccio russo»); nel post-scriptum Guido chiede scusa al fratello, che sa essere bravissimo scrittore, perché non ha avuto tempo di rileggere la lettera, in quanto deve «salire in montagna immediatamente».

Non tutti i partigiani delle Garibaldi erano comunisti: molti erano ragazzi senza partito, che volevano sfuggire alla leva di Salò. Poi c’erano i partigiani cattolici, monarchici, socialisti, giellisti. Non era di sinistra Edgardo Sogno, che passò il resto della vita a combattere i comunisti, ma allora si batteva perché gli Alleati rifornissero anche i garibaldini, di cui riconosceva il valore. Non era di sinistra il generale Raffaele Cadorna (nipote del generale che prese Roma, figlio del comandante della Grande guerra), che si fece paracadutare con una gamba lesa nell’Italia occupata. Non era di sinistra Maggiorino Marcellin, il sergente degli alpini che in Val Chisone fronteggiò con mille uomini le SS e la Luftwaffe.
Non era di sinistra il colonnello Montezemolo, che guidò la Resistenza a Roma prima di essere torturato e ucciso alle Ardeatine. Non erano di sinistra i banchieri e gli industriali che per una volta portarono i soldi dalla Svizzera in Italia per sostenere la guerra di liberazione. Non erano di sinistra i tre carabinieri di Fiesole - Vittorio Marandola, Fulvio Sbarretti, Alberto La Rocca - che vanno a farsi ammazzare in una domenica di agosto, un pomeriggio pieno di sole, per salvare dieci ostaggi civili che non hanno mai conosciuto. Non era di sinistra don Ferrante Bagiardi, che quando vede fucilare 74 suoi parrocchiani sceglie di morire con loro dicendo: «Vi accompagno io davanti al Signore». Non era di sinistra suor Enrichetta Alfieri, che rischiò la vita per salvare i prigionieri dei fascisti a San Vittore: al processo di beatificazione testimoniarono due di loro, due pericolosi rivoluzionari: Indro Montanelli e Mike Bongiorno.

Il punto è che la Resistenza non è esaurita dalla guerra partigiana. Ci furono molti modi di dire no ai nazisti e ai loro collaboratori. Operai che scioperarono per boicottare la produzione bellica tedesca. Imprenditori che salvarono i loro operai dalla deportazione in Germania. Ferrovieri che rallentarono i treni per consentire ai deportati di saltare giù. Medici che firmarono certificati falsi pagando di persona. Francescani che aprirono i loro conventi agli ebrei. Contadini che non amavano i partigiani, ma fecero la scelta più rischiosa, accettando di aiutarli. E gli oltre 600 mila internati in Germania, che preferirono restare nei lager nazisti in condizioni drammatiche piuttosto che andare a Salò a combattere altri italiani. Quasi 90 mila militari morirono dopo l’8 settembre: i fucilati di Cefalonia, i bersaglieri che si batterono al fianco degli Alleati, e appunto le vittime dei lager. Di loro non si parla mai. È il momento di riconoscere che la Resistenza è patrimonio della nazione, non di una fazione.


domenica 18 maggio 2014

L'effetto Tsipras in Europa

Adéa Guillot (Athènes, correspondance) et Alain Salles
L'«effet Tsipras» donne des ailes à la gauche de la gauche en Europe
Le Monde, 17 juillet 2014


La scène se passe début avril à Palerme, en Italie. Une foule compacte se précipite pour toucher «l'ami Alexis», lui glisser trois mots d'encouragement ou l'embrasser dans des accolades fraternelles. Le chef de l'opposition grecque, Alexis Tsipras, bien que visiblement fatigué par des semaines de tournée européenne, se prête au jeu et distribue sourires et poignées de main, encore un peu étonné de rencontrer la même ferveur dans tous ses déplacements européens. «C'est comme ça dans chaque ville où nous nous rendons. Je suis reçu comme une star du foot», raconte-t-il. Un tourbillon dans lequel il est pris depuis que le Parti de la gauche européenne (PGE) a décidé d'en faire son candidat à la présidence de la Commission européenne.
A Palerme, Alexis Tsipras venait pour quelques heures soutenir «L'Altra Europa con Tsipras» («L'Autre Europe avec Tsipras»). Une initiative de la gauche radicale italienne qui, en portant le Grec Tsipras à la tête de sa propre liste pour les européennes, essaie de dépasser ses divisions internes.
Encore inconnu en dehors de la Grèce, il y a deux ans, Alexis Tsipras a fait la «une» des journaux du monde entier et surgi dans un anglais balbutiant sur les écrans de CNN après que son parti Syriza eut récolté 27 % des suffrages, lors des législatives de 2012. Depuis, il a fait des progrès et peut tenir un entretien dans la langue de Shakespeare. Il est surtout devenu la principale force d'opposition en Grèce et l'enfant chéri de la gauche de la gauche européenne à la recherche d'un porte-drapeau capable à la fois d'incarner l'opposition au dogme de l'austérité et en mesure de porter un parti de gauche radicale au pouvoir.
Pour les élections européennes, le Syriza est en effet au coude-à-coude dans les sondages avec les conservateurs au pouvoir de la Nouvelle Démocratie (ND). Et M. Tsipras l'affirme à longueur de meeting: «Si nous passons devant la ND avec une large avance aux européennes, alors nous réclamerons des législatives anticipées en Grèce et nous prendrons le pouvoirUn rêve inaccessible pour la plupart des autres partis de gauche radicale européens qui ont fait de M. Tsipras leur champion, porteur de tous leurs espoirs.
D'Athènes à Bruxelles, en passant par Madrid, Rome, Berlin ou Paris, ce presque quadragénaire sillonne le continent pour défendre son projet pour l'Europe et pour la Grèce. Un projet qui tient en trois grandes lignes: annulation des dettes au-delà du seuil de 110 % du PIB, abrogation des plans d'austérité et lancement d'un plan Marshall pour relancer la croissance. «On doit comprendre que le modèle de l'Europe n'est pas celui de Weimar, mais celui du New Deal de Roosevelt», expliquait-il lors d'un passage à Paris.

HÉRITIER D'UN COURANT COMMUNISTE PROEUROPÉEN

Très sollicité, Alexis Tsipras a du mal à tenir le rythme de son emploi du temps et accumule les retards et les annulations de dernière minute, notamment avec la presse. Les télés et journaux du monde entier se battent auprès de son service de presse, débordé, pour obtenir un entretien. « Tous ont bien compris que se joue en Grèce l'avenir de la gauche européenne », affirme sans complexe un responsable de Syriza. «Cela a fait de Tsipras un symbole qui le dépasse un peu et sans grand rapport avec son image auprès des Grecs eux-mêmes», ajoute, un poil ironique, cet homme souhaitant garder l'anonymat.
Il est vrai que le héros européen a parfois du mal à convaincre en Grèce et surtout au sein de son propre parti. Syriza est une coalition turbulente qu'Alexis Tsipras, héritier d'un courant communiste proeuropéen, a jusqu'ici réussi à contenir. Il doit aujourd'hui souvent ferrailler avec une minorité plus radicale hostile à l'Europe et à l'euro, dont les positions sont abondamment répercutées dans les médias grecs. Les récentes négociations internes, longues et difficiles, pour l'établissement des listes pour les scrutins municipaux et européens ont révélé ses divisions. Plus largement encore, sa base électorale la plus à gauche lui reproche ses compromissions pour devenir un parti de gouvernement européen.
Ces contradictions l'empêchent, pour l'instant, de surpasser son score de 2012 dans les sondages. Et le très rigide Parti communiste grec attire des déçus du Syriza. « On ne peut pas dire que Syriza a réussi à capitaliser après notre succès de 2012 », se désole cet interlocuteur critique du parti. « Si Nouvelle Démocratie est devant Syriza, alors Tsipras sera contesté en interne », confirme le politologue Elias Nikolakopoulos.

« PRÊT À PRENDRE LE POUVOIR »

La personnalité d'Alexis Tsipras n'a jamais véritablement fait l'unanimité au sein du parti, mais son réel talent d'orateur et sa capacité à verrouiller les conflits internes à Syriza en ont fait la figure politique incontournable du parti.
Agé de 39 ans, cet ingénieur civil, père de deux enfants, est déjà un politicien de carrière, un apparatchik de la gauche radicale. Encore lycéen, ce fils d'un petit entrepreneur en bâtiment s'est enrôlé dans les rangs du Parti communiste avant de rejoindre Syriza. Ses premiers talents d'orateur et de dirigeant apparaissent lors de la mobilisation lycéenne de 1990-1991. Il rejoint le comité central du parti en 2004 et en prend la tête en 2008. Une ascension qui ne plaît pas toujours aux plus anciens, qui se sentent aussi menacés par l'équipe de jeunes conseillers ambitieux dont s'est entouré Alexis Tsipras.
Ces hommes du président forment une garde rapprochée qui décide de tout. Et notamment de la tonalité de la campagne pour les européennes. «Pour la première fois, la gauche», «La Grèce montre la voie»… autant de slogans imposés par le jeune directeur de campagne, Alexandros Bitsis, et qu'Alexis Tsipras décline à l'envi.
Il les a utilisés lors du grand débat l'opposant aux quatre autres candidats pour la présidence de la Commission, jeudi 15 mai. Si la pétillante candidate des Vertes Ska Keller lui vole désormais l'argument de la jeunesse, il a plutôt réussi son examen de passage, en interpellant directement ses adversaires à plusieurs reprises sur leur collaboration aux politiques d'austérité appliquées en Europe ces dernières années.
Tout l'enjeu pour Alexis Tsipras est de montrer aujourd'hui qu'il est «prêt à prendre le pouvoir», comme il l'affirme. Et surtout de trouver avec qui il peut gouverner – à l'intérieur comme à l'extérieur de son parti – pour mettre en place cette autre politique qu'il promet à la Grèce et à l'Europe.

lunedì 17 febbraio 2014

Lettera a mio nonno

Caro nonno,
                 il 25 aprile si avvicina, e come ogni anno ripenso alla tua storia di operaio comunista, ai tuoi libri con il visto della censura carceraria che ancora abbiamo in casa, e a quello che è capitato poi nelle Valli di Lanzo. Mentre molti scappavano, tu sei andato lassù perché volevi fare "qualcosa di buono nella vita”, come hai scritto in una bellissima lettera alla nonna. E ci sei riuscito, perché per qualche mese quelle valli sono state un piccolo pezzo di libertà nell’Italia devastata dai tedeschi e dai fascisti, e qualcuno ancora si ricorda di te e della tua speranza di tornare un giorno a Torino  per costruire un mondo nuovo. 
Dicevi ai giovani garibaldini che sareste scesi in città di sabato. Ma quel sabato non l’hai visto, nonno, perché ti hanno fucilato prima. E oggi io sono qui a chiedermi che ne è stato del paese libero che tu e tanti altri ci  avete  regalato, e che avremmo dovuto conservare con la cura che si riserva alle cose preziose. 
La nostalgia non c’entra. Oggi sappiamo che  la realizzazione pratica del socialismo in un solo paese era costata troppe lacrime e troppo sangue per poterla considerare un valido modello. Ci consideriamo fortunati per essere nati al di qua del muro.  Possiamo permetterci di rileggere la storia ad uso e consumo delle nostre ben pasciute esistenze, con quel senno di poi che è un lusso permesso soltanto ai ricchi della Terra.   A me piace pensare che già allora  tu avessi qualche dubbio, visto che un solerte burocrate dell’apparato comunista aveva provveduto ad annotare sulla tua scheda, accanto agli elogi per l’ attività di comandante partigiano, un velenoso appunto sulla tua simpatia per  Trotsky, l’uomo che, dopo aver fatto la rivoluzione, era stato anche capace di vederne i limiti e i pericoli.  Ma la sostanza non cambia, nonno. E la sostanza è che nel momento decisivo, quando si trattava di scegliere da che parte stare, tu hai scelto, e hai scelto bene, perché dall’altra parte c’erano Hitler, Mussolini e quei “ragazzi di Salò” che piacciono tanto ad alcuni presunti saggi dell’attuale sinistra, ma non per questo erano meno efferati nel  deportare, nel torturare e nell’uccidere. 
A volte mi chiedo che cosa avrei fatto io al tuo posto. Se avrei avuto il tuo stesso coraggio. Se me la sarei sentita di abbandonare casa e famiglia  per salire in montagna a  combattere. E la risposta è sempre la stessa: non lo so, un po’ per colpa mia, e molto perché sono figlio di questa società, dove le alternative sembrano meno radicali e i contrasti, che pure esistono, meno violenti. Un paese dove la irresponsabilità è diventata sistema e nessuno paga per le sue scelte, anche quando sono ignobili. Un paese dove tutto è diventato spettacolo, i comportamenti non contano e le parole hanno perso il loro significato, tanto che siamo arrivati a chiamare la guerra “missione umanitaria”. Dunque non c’e’ da stupirsi se il palcoscenico appartiene ai guitti, a chi è in grado di ammaliare una opinione pubblica  sempre più frastornata e incapace di distinguere il bene dal male. 
Non eri andato oltre la scuola elementare, nonno, ma da autodidatta avevi scoperto i classici della letteratura, l’astronomia, la musica. L’avresti detto che nell’Italia del ventunesimo secolo due terzi dei cittadini non sarebbero stati  in grado di capire un semplice testo scritto? Ai tuoi tempi era anche peggio, però nella classe dirigente uscita dalla guerra, forgiata da anni di opposizione al fascismo e dai pericoli della clandestinità, non c’erano nani e ballerine. Lo sappiamo: qualcuno usava i dollari degli americani, qualche altro l’oro di Mosca. Ma alla fine tutti insieme, comunisti, democristiani, socialisti, azionisti, liberali, con la forza della passione e delle idee, seppero costruire un edificio comune che adesso  sta andando in frantumi sotto il peso degli interessi individuali, delle ambizioni personali, della volgarità e del profitto fine a se stesso. 
Per ricostruire quell’edificio, nonno, ci vorrebbe gente come te. Ma oggi, forse, non saresti persona gradita.
Battista, che porta con orgoglio il tuo nome.
 
Battista Gardoncini
Giornalista. Si occupa di scienza e di montagna. Ama i cani, la vela e gli scacchi. Gli piacciono le vecchie macchine fotografiche, e ha una passione non corrisposta per la politica