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giovedì 23 aprile 2026

Un hegeliano di Napoli

Giancristiano Desiderio
Biagio de Giovanni tra filosofia e politica Un secolo breve di passione civile
Corriere della Sera, 23 aprile 2026

 Il pensiero di Biagio de Giovanni si apre e si chiude all’insegna di Giambattista Vico. Si era laureato in giurisprudenza all’università di Napoli «Federico II» con una tesi sulla filosofia del diritto del grande autore de La scienza nuova e tre anni fa aveva provato a chiudere il cerchio con Giordano Bruno, Giambattista Vico e la filosofia meridionale. Ma siccome la vita, fino all’ultima ora, non è mai definitiva, aveva pubblicato altri testi e proprio l’altro giorno era uscito il suo ultimo libro: La filosofia e i totalitarismi europei tra XIX e XX secolo (Editoriale Scientifica, come il precedente). La sua opera, molto ricca ed espressione di una vita laboriosa, è caratterizzata da una forte tensione teoretica aperta sulla vita civile o, come diceva lui riecheggiando Hegel, sulla «scissione» della storia. Insomma, i due grandi amori d’intelletto e di passione civile della sua vita sono stati la filosofia e la politica.

Biagio de Giovanni era nato a Napoli il 21 dicembre 1931 e nella sua città natale si è spento ieri a 94 anni. Dunque, una vita molto lunga, quasi un secolo di storia che, a guardarlo a volo d’uccello, ha in sé una dittatura, un conflitto mondiale, una guerra civile, una repubblica dei partiti, la fine del comunismo, il sogno europeo e il ritorno della guerra in un mondo che ne sembrava, ormai, immune. Biagio de Giovanni ha attraversato questi cento anni d’inquietudine con il suo pensiero che proprio dell’inquietudine ha fatto la cifra essenziale. Infatti, i suoi pensatori di riferimento sono stati senza dubbio Marx e Gramsci, per poi soffermarsi su Spinoza e riprendere il filone speculativo e, insieme, civile della «filosofia meridionale» ed europea di Bruno, Vico e Croce; tuttavia, il filosofo che lo ha maggiormente attratto e gli ha dato da pensare è stato Hegel che — come scriveva lui stesso — «più di tutti ha rappresentato l’immagine della coscienza europea moderna». Queste parole le troviamo in uno degli ultimi e, forse, più intensi libri di de Giovanni: Libertà e vitalità. Benedetto Croce e la crisi della coscienza europea (Aracne) che sviluppa la prolusione dell’anno accademico 2016/2017, Il concetto speculativo della libertà in Benedetto Croce, tenuta nella sede dell’istituto italiano per gli Studi storici il 21 novembre 2016, e il seminario La crisi del pensiero eurocentrico: Croce, Schmitt, Gramsci del gennaio 2017. Anche in questo caso, la presenza dello studioso alla «scuola di Croce» fu un ritorno a casa perché nel 1954/1955 il giovane de Giovanni frequentò l’istituto Croce tra i titolari di borse e premi.

Laureatosi alla «Federico II» ne è poi diventato docente ma ha anche insegnato a Bari, a Salerno per poi ritornare a Napoli come docente di Dottrine politiche presso l’orientale, istituto accademico del quale è stato rettore dal 1987 al 1989. Prima di assumere la guida del rettorato aveva diretto per cinque anni «Il Centauro», rivista di filosofia e teoria politica con la quale collaboravano Massimo Cacciari, Umberto Curi, Angelo Bolaffi, Giacomo Marramao, Roberto Esposito. Ancora una volta, era chiara l’ispirazione del suo lavoro: pensiero e azione nel tentativo di mettere in comunione il più possibile filosofia e politica ma nella consapevolezza dell’impossibilità di realizzare quella «filosofia della prassi» che fu il sogno di Gentile e di Gramsci trasformatosi inevitabilmente nel Novecento nell’incubo totalitario. Del resto, de Giovanni, che a quindici anni leggeva, per sua confessione, già Hegel, proveniva da una formazione idealistica di stampo gentiliano e la sua coscienza filosofica e politica subì da subito una «scissione» e nacque proprio sotto il segno del trauma e del conflitto. Nella giovinezza de Giovanni era animato da fede monarchica e l’11 giugno 1946, nella sua Napoli che era legata a Casa Savoia, partecipò — come lui stesso ebbe modo di ricordare, si veda l’articolo di Antonio Carioti «I dimostranti monarchici abbattuti dalla mitraglia», «Corriere» del 7 marzo 2012 — ai fatti di via Medina in cui ci furono centinaia di feriti e nove morti tra le file dei monarchici.

L’impegno politico di Biagio de Giovanni nel tempo della sua maturità si è concretizzato nell’elezione nel 1989 al Parlamento europeo nelle file del Pc, quindi nuovamente eletto nel 1994 con l’allora Partito democratico della sinistra. La sua «inquietudine» in questo caso si esprimeva nel tentativo di tener viva e desta un’espressione riformista della sinistra che sfocerà nell’adesione alla Rosa nel Pugno, concepita e voluta da Marco Pannella, Emma Bonino, Enrico Boselli, che riuniva laici, socialisti, liberali, radicali. La vita politica e la vita filosofica sono state nel pensiero di de Giovanni in continua relazione e tensione. Per capirlo basterebbe dare anche solo uno sguardo alla sua bibliografia: Hegel e il tempo storico della società borghese (De Donato, 1976), Marx e la costituzione della praxis (Cappelli, 1984), Marx dopo Marx (con Gianfranco Pasquino, Cappelli, 1985), L’ambigua potenza dell’europa (Guida, 2002), La filosofia e l’europa moderna (il Mulino, 2004), Hegel e Spinoza (Guida, 2011), A destra tutta. Dove si è persa la sinistra? (Marsilio, 2009) e si potrebbe continuare. Tuttavia, pur in questo rapporto stretto tra pensiero e azione, in de Giovanni vi è riconoscibile un primato del pensiero come autocoscienza hegeliana e come consapevolezza inevitabile della «scissione» tra cultura e politica con cui entrambe, la cultura in un modo e la politica in un altro, devono fare i conti se vogliono tener viva e libera la società civile. «Ho sempre pensato — scriveva in un suo intervento sul “Corriere del Mezzogiorno” del 16 gennaio 2024 —, in accordo con Emanuele Severino, che l’idea di Europa si formi attraverso la lotta tra le filosofie, sono esse che rendono viva, spesso tragicamente, l’idea di sé». Ma Severino credeva che la figura del tragico fosse oltrepassabile, mentre de Giovanni riteneva che nel tragico era, è, necessario vivere e pensare.

lunedì 25 agosto 2014

Croce e la bella Angelina




Nello Ajello

Solo per amore
la Repubblica, 22 marzo 1994

Lei si chiamava Angelina Zampanelli, aveva ventitré anni. Era romagnola, di Savignano in provincia di Forlì. Bella, alta, estroversa, intelligente anche se non di molti studi, apparteneva a una famiglia modesta. Lui, Benedetto Croce, di anni ne aveva ventisette. Si conobbero casualmente a Salerno. Era il 1893. Lungo i successivi vent' anni il filosofo e la donna sarebbero convissuti a Napoli, mentre la fama del primo cresceva e l' unione con la sua compagna - diventata Angelinella, poi "Donna Nella" - acquistava molti crismi di legittimità, tranne quello ufficiale del matrimonio. Agli occhi del pubblico, conoscenti, colleghi studiosi, giornalisti, uomini politici, artisti, la giovane è, senz' altro, "la signora Croce". Lei stessa firma a volte le lettere "Angelina (o Nella) Croce". Per gli amici più assidui che si riuniscono la sera in casa dell' autore dell' Estetica - Salvatore Di Giacomo, Giustino Fortunato, Michelangelo Schipa, Roberto Bracco, Francesco Torraca, l' editore Riccardo Ricciardi - la sua è una presenza gradita, con quel tanto di passionale vitalità attribuito al prototipo romagnolo: sul quale viene a innestarsi il cliché napoletano. Croce cambia più volte abitazione, in quel ventennio, da viale Elena a via Atri, prima di approdare nel 1911 all' indirizzo definitivo di palazzo Filomarino. Angelina lo scorta in questi traslochi. Come una consorte "di fatto". I due viaggiano molto: visite a Parigi, puntate a Firenze, lunghe villeggiature in Romagna e poi in Abruzzo, permanenze a Perugia, a Palermo (in casa dei Gentile), sul lago Maggiore, in Svizzera. L' indaffarato Croce riconosce alla sua donna il "diritto di svago in comune". Fuori di casa, Angelina si conferma "vivace", "fresca", "allegra", così come la descriverà più tardi, rimpiangendola, il filosofo. Giovanni Gentile, Giuseppe Prezzolini, Renato Serra saranno variamente attratti dalla sua avvenenza priva di fatuità. Il direttore della Voce la definirà "donna di imperiale bellezza". Non le mancano i corteggiatori, scoraggiati dalla sua tenera dedizione a Benedetto, tetragono, per parte sua, ad ogni accesso di gelosia. Una convivenza felice, durata fino al 1913, che ora Antonio Cordeschi racconta minuziosamente nel volume Croce e la bella Angelina. Storia di un amore (Mursia, pagg. 150, lire 25.000). La ricostruzione non ha nulla di pettegolo, anche se il biografo si riconosce un ruolo di "avventurato ricercatore". Autodefinizione in parte giustificata, poiché il ménage fra Benedetto e Angelina è rimasto a lungo sepolto nella dimenticanza. Con il risultato di tramutarlo in leggenda, esporlo al gioco delle indiscrezioni o, peggio, offrirlo alle malignità di qualche "antipatizzante" del filosofo. Mentre Fausto Nicolini nella sua ricca biografia di Croce non accenna mai a donna Angelina in maniera decifrabile, un crociano di assai minore fama, Edmondo Cione, ne parla come di "un' antica attrice di café chantant": il massimo della dissipazione morale fine secolo. Mormorii che affioreranno assai più tardi nei Ricordi di un filosofo di Nicola Abbagnano, il quale preferirà il vocabolo "sciantosa", e aggiungerà un particolare infondato: Croce avrebbe sposato la sua donna quando lei era in punto di morte. Questa notizia delle nozze in extremis aveva trovato credito presso un altro filosofo, Augusto Guzzo, che però ammirava Angelina: a suo parere, nel "momento più creativo della carriera di scrittore", Croce "ha lavorato da innamorato, perdutamente innamorato della sua cara". A fare chiarezza su simili argomenti ha molto contribuito il libro di Gennaro Sasso, Per invigilare me stesso, redatto sui "taccuini di lavoro" di Croce e pubblicato nel 1989 dal Mulino. Che Angelina fosse di aspetto assai piacevole lo testimoniano le rare fotografie e alcuni ritratti che restano di lei. Uno, dipinto da Salvatore Postiglione, è sempre rimasto nella biblioteca crociana di palazzo Filomarino. "Donna Nella" vi appare nella grazia matronale dei suoi ventinove anni, avvolta in un abito vaporoso. Il simbolo stesso della salute. Una floridezza illusoria, essendo la donna di fibra delicata. I primi malanni spuntarono nel 1905. Angelina soffriva di cuore. Per la coppia, i viaggi si diradavano. Croce si muoveva spesso da solo, e ne soffriva. Gli amici si mostrano pieni di sollecitudine per le condizioni della Signora. Quando la cardiopatia si aggrava, nella primavera del 1913, lo scrittore Enrico Ruta raccomanda per lettera a Prezzolini di non mostrarsi colpito, incontrando Angelina, dal "suo deperimento". Notizie sullo stesso tema si scambiano Gentile, lo stesso Prezzolini e Torraca. Quanto a Croce, il suo stato d' animo di fronte a queste infermità più che a un' angoscia - testimonia Ruta - somiglia a un' "agonia". "Donna Nella" muore a Raiano, un paesino abruzzese la cui aria si pensava le giovasse. Ha quarantatré anni. Diagnosi: broncopolmonite con sopraggiunta pleurite. Croce subisce un crollo psicologico di cui soltanto gli intimi comprendono la gravità. Comunicando la notizia a Prezzolini, l' amico Ruta lacera l' aureola di impassibilità professorale che circonda, nell' opinione dei più, il filosofo: Benedetto, scrive, "il freddo loico, l' uomo che tiene una femmina per igiene e per divertirsi come con un grazioso cagnolino, ha pianto con me tutte le sue lacrime... Non ho mai visto un uomo che ama la sua donna con tale passione". Alla cugina Teresina, Croce confida: "La ferita che mi si è aperta nel cuore non si rimarginerà mai". E con Renato Serra esamina più in profondità il proprio stato d' animo: "Noi dobbiamo amare e legarci, ma dobbiamo essere pronti a distaccarci senza cadere. E per non cadere, non c' è altro modo che svolgere in sé il senso dei doveri verso la vita. Altrimenti cosa resta? Il lurido suicidio o il lurido manicomio". Cinque mesi più tardi, Enrico Ruta completa il quadro delle alternative. "Davanti a Croce", scriverà, "era un trivio: uccidersi, impazzire o ammogliarsi. La casa vuota era intollerabile". E infatti,la casa non è più vuota. Il 7 marzo 1914, Croce ha sposato Adele Rossi, una giovane torinese che, venuta a Napoli per preparare una tesi laurea, ha frequentato il filosofo legandosi di affetto anche alla povera Angelina. Della quale tuttavia nessuno, in quelle stanze, parlerà più: tranne quel ritratto gioioso su una parete della biblioteca.

sabato 17 maggio 2014

L'uccisione di Giovanni Gentile

Gianpasquale Santomassimo
Omicidio Gentile, cinque obiezioni
il manifesto Alias, 11 maggio 2014

E' sin­go­lare che di fronte a un omi­ci­dio poli­tico aper­ta­mente e quasi orgo­glio­sa­mente riven­di­cato dai comu­ni­sti siano sorti tanti dubbi e ipo­tesi stra­va­ganti. Si parla dell’uccisione di Gio­vanni Gen­tile, ese­guita da un comando dei GAP il 15 aprile 1944. Aveva comin­ciato nel 1985 Luciano Can­fora (La sen­tenza, edi­zioni Sel­le­rio), che però era par­tito da un pro­blema reale: l’aggiunta finale di Giro­lamo Li Causi a un arti­colo di con­danna di Gen­tile scritto da Con­cetto Mar­chesi e che poteva suo­nare appunto come una sen­tenza di morte. Poi si sono aggiunti nel tempo testi di vari autori che hanno finito per dar vita a un cospi­cuo filone di let­te­ra­tura complottistica.
Il mas­sic­cio libro di Luciano Mecacci (La Ghir­landa fio­ren­tina e la morte di Gio­vanni Gen­tile, Adel­phi, pp. 520, euro 25,00), se da un lato suscita sin­cera ammi­ra­zione per lo sforzo fatto dall’autore di rico­struire tutte le pos­si­bili piste che si dipa­nano attorno all’evento, sia pure solo ipo­te­ti­che e debol­mente indi­zia­rie, dall’altro lascia nel let­tore una sen­sa­zione ine­vi­ta­bile di incon­clu­denza. Alla fine non veniamo a sapere in realtà molto più di quanto non sapes­simo sull’evento in sé, se non su det­ta­gli secon­dari, anche se appren­diamo mol­tis­simo su per­so­naggi come Mario Man­lio Rossi, forse in con­tatto con i ser­vizi segreti inglesi, e sulla sua ini­mi­ci­zia con Euge­nio Garin; e sullo scoz­zese John Pur­vis, anch’egli forse reclu­tato dai ser­vizi, che nel 1938 venne a Firenze e prese appunti su molti intel­let­tuali fio­ren­tini, in un tac­cuino cui dette il nome di «Ghir­landa fio­ren­tina» (di qui il titolo del libro).
La cor­posa inda­gine di Mecacci prende avvio da un cenno di Cesare Lupo­rini a «cose che forse ancora non si pos­sono dire» riguardo all’omicidio Gen­tile, pro­nun­ciato in una inter­vi­sta radio­fo­nica del 1989. Pur­troppo non sapremo mai a cosa in par­ti­co­lare volesse rife­rirsi. Sap­piamo che Lupo­rini, legato da affetto e rico­no­scenza nei con­fronti di Gen­tile, si era recato a tro­vare il più anziano filo­sofo nella sua villa per ten­tare di dis­sua­derlo dall’esposizione vistosa in difesa di Mus­so­lini e della RSI a cui si era prestato.
Gen­tile del resto era stato deten­tore di un immenso potere nella cul­tura ita­liana nel tempo del fasci­smo: sul piano poli­tico, acca­de­mico, edi­to­riale. Attra­verso l’Enciclopedia ita­liana aveva intrat­te­nuto rap­porti con quasi tutta l’intellettualità ita­liana, anche non fasci­sta, con atti­tu­dine cer­ta­mente impron­tata a libe­ra­lità, ma che era stata in verità carat­te­ri­stica della poli­tica cul­tu­rale fasci­sta nei suoi aspetti più coin­vol­genti: lo stesso atteg­gia­mento era stato tenuto da Gioac­chino Volpe nell’organizzazione degli studi sto­rici e in maniera ancor più spre­giu­di­cata da Giu­seppe Bot­tai, soprat­tutto negli anni di «Pri­mato». Non mera­vi­glia quindi che il meglio della nostra cul­tura avesse avuto, e in parte man­te­nesse ancora, rap­porti di com­plessa vici­nanza con Gen­tile. E quindi non stu­pi­sce che mol­tis­simi intel­let­tuali si tro­vino chia­mati in causa in que­sto libro, anche se il nesso a volte sfugge: non solo Lupo­rini e Garin, ma anche Anto­nio Banfi, Guido Calo­gero, Ranuc­cio Bian­chi Ban­di­nelli, e stra­nieri ai mar­gini del qua­dro come Ber­nard Beren­son e Igor Mar­ke­vitch. E c’era anche l’immancabile Licio Gelli, che indub­bia­mente si tro­vava in Toscana e traf­fi­cava tra repub­bli­chini e alleati.
Ovvia­mente si abbonda nell’accusa agli intel­let­tuali di aver vol­tato gab­bana (cosa che in realtà può dirsi per la stra­grande mag­gio­ranza della popo­la­zione ita­liana) e si asse­ri­sce più volte, sulla scorta per la verità di altri autori, che il silen­zio degli intel­let­tuali è una con­ferma della loro impli­ca­zione, che è argo­men­ta­zione dalla logica deci­sa­mente premoderna.
L’autore fa ricorso alla meta­fora dei cer­chi nell’acqua, «per cui si parte da un cer­chio interno… da cui si irra­dia il movi­mento dei cer­chi più peri­fe­rici, fino ad arri­vare all’ultimo cer­chio, quello dei gap­pi­sti, che infine pro­voca l’onda distrut­tiva». Quindi ci sono ese­cu­tori, man­danti, com­plici. Se la prima cate­go­ria risulta fin dall’inizio paci­fica e riven­di­cata, le altre due, e soprat­tutto l’ultima, sono invece vaghis­sime. Nell’impossibilità di entrare nel det­ta­glio di un libro molto com­plesso, mi limi­te­rei a qual­che osser­va­zione di carat­tere gene­rale e det­tata soprat­tutto dal buon senso.
1. Va sot­to­li­neata la straor­di­na­ria faci­lità dell’atto, che non richie­deva grande orga­niz­za­zione. Qui non ci tro­viamo di fronte ad alcuna «geo­me­trica potenza», come nel caso Moro, che viene evo­cato a spro­po­sito. Un pic­colo gruppo di gap­pi­sti in «divisa» da stu­denti e con i libri bene in vista blocca una mac­china di fronte a un can­cello e fa fuoco sul pas­seg­gero. Gen­tile era com­ple­ta­mente indi­feso, e pur essendo per­so­na­lità di grande rilievo nella Repub­blica sociale non aveva alcuna scorta. Se si pensa che una set­ti­mana prima il suo segre­ta­rio era stato rastrel­lato e fuci­lato da tede­schi e fasci­sti, si com­pren­derà come prima che giun­gesse la riven­di­ca­zione dei Gap si fos­sero dif­fuse molte voci su un rego­la­mento di conti all’interno del fasci­smo di Salò.
2. Sulla que­stione di un atto voluto dai ser­vizi inglesi, per bloc­care la «paci­fi­ca­zione nazio­nale» per­se­guita da Gen­tile e che avrebbe potuto por­tare a una pace sepa­rata, c’è da obiet­tare in primo luogo che non si capi­sce per­ché agli inglesi dovesse risul­tare sgra­dita que­sta ipo­tesi. Ma soprat­tutto biso­gna ricor­dare in cosa con­si­stesse la paci­fi­ca­zione pro­pa­gan­data con enfasi da Gen­tile. Nei suoi inter­venti pub­blici degli ultimi mesi il filo­sofo aveva invo­cato la «con­cor­dia», dopo «l’ubriacatura dei qua­ran­ta­cin­que giorni», la neces­sità di supe­rare le lotte interne «tranne quella vitale con­tro i sobil­la­tori, i tra­di­tori, ven­duti o in buona fede, ma sadi­sti­ca­mente ebbri di ster­mi­nio», cioè i par­ti­giani. Ancora nel suo ultimo inter­vento di rilievo del 19 marzo, inau­gu­rando l’Accademia d’Italia e com­me­mo­rando Vico, aveva invi­tato alla paci­fi­ca­zione degli animi, ma sotto la guida di Mus­so­lini «voce antica e sem­pre viva della Patria» e a fianco del «Con­dot­tiero della grande Ger­ma­nia». I suoi toni erano certo diversi rispetto a quelli del fasci­smo repub­bli­chino più fana­tico, ma la linea che pro­po­neva non dif­fe­riva sostan­zial­mente da quella di Mus­so­lini. Cer­ta­mente gli attac­chi del colon­nello Ste­vens da Radio Lon­dra con­tri­bui­rono a fare di Gen­tile un ber­sa­glio evi­dente, ma non bastano a indi­care gli inglesi come «man­danti» dell’esecuzione.
3. Altro tema ricor­rente e fan­ta­sioso in que­sta let­te­ra­tura è quello dell’omicidio ordi­nato da Togliatti per «impa­dro­nirsi» della mitica «ege­mo­nia cul­tu­rale» sba­raz­zan­dosi dell’ostacolo più ingente che si frap­po­neva. C’è qui un duplice equi­voco, il primo vistoso, il secondo più sot­tile. Pen­sare che Gio­vanni Gen­tile avrebbe potuto eser­ci­tare un ruolo di rilievo nella cul­tura ita­liana del dopo­guerra è del tutto irrea­li­stico. Un’avvisaglia espli­cita di ciò che atten­deva Gen­tile si era avuta nella rispo­sta duris­sima e sfer­zante del mini­stro bado­gliano Leo­nardo Severi, resa pub­blica nell’agosto 1943 in rispo­sta a una prof­ferta di «con­si­gli» da parte di Gen­tile. Ed era stata già avviata la pro­ce­dura di epu­ra­zione del filo­sofo dall’Università. Potremmo dire anzi che la fine tra­gica rispar­miò a Gen­tile un futuro di umi­lia­zioni avvilenti.
Quanto a Togliatti, invece, va ricor­dato che era appena tor­nato in Ita­lia con una visione molto som­ma­ria della cul­tura ita­liana, che imma­gi­nava com­ple­ta­mente suc­cube dell’egemonia cro­ciana. Si lan­ciò in attac­chi molto vio­lenti nei con­fronti di Croce, al punto da pro­vo­care quasi una crisi nel governo Bado­glio (Togliatti e Croce erano entrambi mini­stri), che si com­pose solo con le scuse del lea­der del Pci. Sol­tanto nell’aprile 1952 Togliatti modi­ficò la sua inter­pre­ta­zione, rico­no­scendo che l’egemonia cul­tu­rale durante il fasci­smo era stata soprat­tutto dell’«idealismo attuale», cioè gen­ti­liana.
4. Si tra­scura o si ignora una carat­te­ri­stica fon­da­men­tale del comu­ni­smo fio­ren­tino, che era il suo carat­tere rigi­da­mente «pro­le­ta­rio», nel signi­fi­cato che il ter­mine poteva assu­mere in una città senza grandi inse­dia­menti indu­striali, ma che impli­cava in ogni caso una con­no­ta­zione for­te­mente anti-intellettualistica. Anche di qui una forte dif­fi­denza nei con­fronti degli azio­ni­sti fio­ren­tini, con­si­de­rati intel­let­tuali bor­ghesi, che sarebbe pro­se­guita a lungo nel dopo­guerra. Il solo Romano Bilen­chi aveva rap­porti col mondo dei gap­pi­sti, di cui avrebbe rico­struito la sto­ria. Lupo­rini non era iscritto al par­tito ma sarebbe stato ammesso molto più tardi, con qual­che dif­fi­coltà e per inter­ces­sione di Bilen­chi.
Anche Ranuc­cio Bian­chi Ban­di­nelli non era iscritto nell’aprile del 1944, se pure era sti­mato e ascol­tato nella pic­cola cer­chia comu­ni­sta. In ogni caso è impen­sa­bile che deci­sioni della por­tata dell’uccisione di Gen­tile potes­sero venire assunte die­tro impulso deci­sivo degli intel­let­tuali più o meno vicini al par­tito. Più sen­sato è il rin­vio a un influsso dell’ambiente mila­nese, dove si tro­vava il cen­tro e il cuore dell’attività di pro­pa­ganda e orien­ta­mento del Pci nell’Italia occu­pata (e dove anche l’ambiente azio­ni­sta era molto distante da un rap­porto di fami­lia­rità con Gen­tile, come dimo­strò l’approvazione dell’attentato, in netto con­tra­sto con l’atteggiamento dell’azionismo fiorentino).
5. Quanto alla «ecce­zio­na­lità» incom­pren­si­bile dell’assassinio di un intel­let­tuale, va ricor­dato che due mesi dopo Marc Bloch verrà tor­tu­rato e fuci­lato dai nazi­sti, e che un anno dopo Hui­zinga morirà pri­gio­niero dei tede­schi. Nella nuova gene­ra­zione di intel­let­tuali si ricor­derà che Giaime Pin­tor era caduto in azione il 1° dicem­bre del 1943 (e Gen­tile ne era stato infor­mato dall’amico For­tu­nato Pin­tor) e che Euge­nio Curiel, citato qui per il duro arti­colo Senza necro­lo­gio scritto in morte di Gen­tile, sarebbe stato ucciso dai fasci­sti nel feb­braio del 1945. Gen­tile, in ogni caso, non può essere con­si­de­rato un «nor­male» intel­let­tuale dedito esclu­si­va­mente ai suoi studi: era stato ideo­logo del regime e mini­stro, grande orga­niz­za­tore della cul­tura fasci­sta, e aveva accet­tato la carica di pre­si­dente dell’Accademia d’Italia restau­rata dal regime di Salò.
Forse alla fine biso­gnerà ras­se­gnarsi all’evidenza e a con­si­de­rare l’uccisione di Gen­tile sem­pli­ce­mente come una delle tante ese­cu­zioni di col­la­bo­ra­zio­ni­sti avve­nute nel corso della Resi­stenza europea.