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lunedì 1 giugno 2026

Elogio di Benedetto Croce

Emanuele Trevi
Ogni uomo che pensa è filosofo

Corriere della Sera La Lettura, 31 marzo 2026

Alla memoria di Benedetto Croce si associano in maniera spontanea l’importanza del suo pensiero filosofico, la sterminata erudizione dei suoi lavori storici, l’esemplare postura morale dell’antifascista disposto a vivere come uno splendido esiliato in patria, bersaglio indomito del regime e dei suoi pagliacci in feluca. E in un Paese come il nostro, dove troppo spesso l’idea dell’egemonia culturale si è confusa con l’esercizio del potere, andrebbero molto utilmente meditate certe lettere risalenti al ventennio nero raccolte in questa bella antologia curata da Emanuele Cutinelli Rendina e intitolata Perdersi negli altri e nelle cose (Adelphi). Ma il fatto ancora più interessante è che, date alla mano, leggendo questo prezioso libretto ci si rivelano ben marcati i tratti di un uomo talmente retto, talmente reattivo di fronte alle forme più dilaganti di arroganza e cialtroneria che gli accadeva di osservare, che il suo antifascismo… precede lo stesso fascismo! Come quando lamenta, in una lettera del dicembre 1914 al filosofo gentiliano Armando Carlini, «la semplice fede e il solito lavoro sostituiti dalla scomposta immaginazione e dallo spirito di avventura». E del resto, aggiunge, come si fa a pretendere rispetto per il «faticoso lavoro in una miniera, dove si sa che non si troverà altro che del buon combustibile per bisogni della vita», da gente che «sogna il vello d’oro, il tesoro dei Nibelunghi o il San Graal»? (Chissà se oggi avrebbe messo nell’elenco la Terra di Mezzo del buon Tolkien, ma non si deve mai attribuire ai morti opinioni sulle inezie dei vivi).

Ma a tutte le cose che sapevamo di Croce, e che con gioia ritroviamo in queste pagine, ce n’è anche un’altra che l’antologia di lettere di Cutinelli-Rendina rende più evidente di quanto in genere risulti dai manuali di storia letteraria e, più in generale, dai gusti e dalle predilezioni della critica: parlo dell’eccellenza artistica della prosa di Croce. Di qualunque cosa parli, che si inerpichi sugli aridi ghiacciai del pensiero teoretico o si infili tra le pagine tarlate di qualche vecchia cronaca angioina o aragonese, Croce, nella storia della nostra prosa, è il nostro Cicerone.

Non credo affatto di esagerare: e c’è da aggiungere anche, quando si tratta di tirare le somme del giudizio, una straordinaria versatilità, intesa non come fatua inclinazione all’esperimento occasionale, ma come ricerca della congruenza più attendibile fra lo stile, l’argomento, il pubblico più o meno specializzato al quale un certo scritto si rivolge. Ebbene, potremmo distendere l’intera opera di Croce fra due poli: da un lato gli scritti di teoria estetica e filosofica più severi e necessariamente impervi, come gli studi su Giambattista Vico e Georg Wilhelm Friedrich Hegel; e dall’altro proprio le lettere più confidenziali e familiari, nelle quali traspaiono una gamma di sentimenti che solo uno sciocco escluderebbe come irrilevanti nella fisionomia morale e intellettuale di Croce: affettività, bonomia, empatia, ma anche delusioni, risentimenti, fastidi, rimpianti…

Fa bene il curatore di questa antologia a sottolineare l’amore di Croce per le forme brevi, sul tipo dei Frammenti di etica, delle noterelle polemiche pubblicate sulla «Critica», degli «aneddoti», come amava chiamarli. E in effetti, a stampare queste lettere prive di indirizzi, formule di cortesia e firme in calce, le si potrebbe scambiare, molte volte, per microscopiche dissertazioni: un pensiero in divenire, capace di registrare le occasioni e le traversie dell’esistenza, senza perdere mai di vista la fisionomia intellettuale del destinatario, ma sempre conseguente ai suoi altissimi presupposti. Sì, perché anche nelle forme della saggezza pratica, della tenerezza domestica, e addirittura della stizza per l’importunità subita, quella di Croce è sempre filosofia, se è vero l’aureo precetto che si legge in una lettera del 1916: «Io considero filosofia tutti i pensieri degli uomini», con l’altrettanto rispettabile corollario che «nessun uomo e nessun popolo raggiunge mai il culmine del pensiero».

La lettera, indirizzata ad Armando Carlini, è importante perché, molto prima dell’aperto e drammatico conflitto politico, mette il dito nella piaga del dissidio ormai insanabile con Giovanni Gentile, che invece nutre gelosamente un concetto di «filosofia come religione» con la sua smania per «il problema fondamentale». E allo stesso Carlini, filosofo che aveva evidentemente il dono di incalzarlo ispirandogli risposte memorabili, in una lettera di qualche settimana dopo Croce affida questa perla polemica, ribadendo la distinzione tra quelli che sono ormai due modi insanabili di pensare e concepire il proprio posto nel mondo: «Se esistesse la suprema verità, se il Gentile l’avesse ritrovata, che cosa faremmo tutti noi? i coglioni? E che cosa farebbe egli stesso? Scoperta la verità suprema, egli resterebbe di fronte a essa come un coglione, perché non potrebbe certo scoprire una seconda verità suprema!». Ma la confidenzialità usata con Carlini è quella che si usa tra colleghi, che bene o male condividono lo stesso linguaggio.

Il fatto è che Croce è filosofo, nella sua saggia e lungimirante accezione della filosofia, anche con un affittuario, che gli aveva chiesto di far figurare nel contratto un mensile minore di quello effettivo («Qualcuno deve pur pagare tasse e imposte, se non vogliamo che l’Italia fallisca; ed è meglio che le paghiamo voi ed io, che non per questo soffriremo la fame»: marzo 1923); ed è filosofo pure con una ragazzina di tredici anni di Torino che gli ha mandato le sue poesie nell’autunno del 1930, e fa di nome Natalia Ginzburg, e ha l’età delle sue figlie maggiori; ed è filosofo con il senatore Luigi Messedaglia, presidente di un prestigioso Istituto, che dopo l’entrata in vigore delle leggi razziali nel settembre del 1938 gli chiede di compilare un esecrabile questionario che attestasse la sua arianità. Croce ribatte a stretto giro di posta: pur di non compiere l’atto «odioso e ridicolo insieme» di dichiarare di non essere ebreo, «proprio quando questa gente è perseguitata», preferisce essere espulso dall’istituzione «come supposto ebreo».

Certo, qualunque segugio del «problema fondamentale», qualunque vestale della «suprema verità», potrà storcere il naso, e negare a queste lettere il crisma, l’aura iniziatica della filosofia come la intendono loro. Lo sdegnoso rifiuto di un’idea di filosofia come metodo e forma della vita comporta, peraltro, come fatale contrappasso, la tecnicizzazione e l’oscurità di un linguaggio destinato, nel migliore dei casi, a un pugno di colleghi. E difficilmente si immaginano questi maestri del gergo specialistico e dell’inutile sofisticazione spendere tanto tempo e pazienza e cortesia a scrivere lettere in stile terso e impeccabile a interlocutori come la lettrice cattolica a cui Croce spiega, nel terribile inverno del 1942, quando vive rifugiato a Sorrento, che «l’ammissione del mistero è la negazione del pensiero», che semmai i misteri li nega e li dissipa, e che «la vita bisogna prenderla semplicemente, fare ogni giorno quel che si può e non lamentarsi mai». Basterebbero queste due righe a certificare che tutti i libri che aveva letto, Benedetto Croce non li aveva letti invano.

martedì 12 maggio 2026

Il nervo scoperto della destra

Danilo Paolini 
Da Sangiuliano a Giuli, perché la cultura per la destra italiana resta un nervo scoperto
Avvenire, 12 maggio 2026

Prima Evola e poi Tolkien, passando per neoconservatorismo e futurismo: sono stati diversi i tentativi dell'attuale classe di governo di cercare un profilo "altro" rispetto alla parabola del post-fascismo. Il desiderio di imporre una nuova egemonia, senza avere le idee chiare, e la sindrome del frazionismo stanno però costando caro a Fratelli d'Italia

Vicende giudiziarie a parte, è emblematico che i maggiori scossoni politici per un Governo stabile e longevo come quello di Giorgia Meloni - il primo della storia repubblicana a guida destra-destra - abbiano avuto l’epicentro in via del Collegio Romano 27, sede del ministero della Cultura. Perché la cultura è stata da sempre il nervo scoperto (e c’è chi dice il tallone d’Achille) della destra italiana. Le cui radici storiche, si sa, non affondano nella Resistenza al nazismo del generale De Gaulle come in Francia, né nel conservatorismo liberale come nel Regno Unito. Ci sono voluti anni, alla destra italiana, la cosiddetta “destra sociale” (come Movimento sociale, a sua volta come Repubblica sociale), per cercare un profilo culturale che fosse proponibile anche fuori dalla cerchia classica del neo-fascismo.

Fu un grande lavoro di ricerca e d’inventiva, svolto dai giovani militanti di qualche decennio fa, soprattutto tra la fine degli anni ‘70 e i primi anni ‘80 del secolo scorso. Quelli che oggi ritroviamo in buona parte al Governo del Paese o nella maggioranza che lo sostiene. Il primo Campo Hobbit è del 1977. Appena tre anni prima era morto Julius Evola, teorico di una destra esoterica e del cosiddetto “razzismo spirituale”, figura che aveva esercitato una grande fascinazione in quegli ambienti politici. I giovani di allora cercarono, se non di rottamare i labari, i teschi e i gagliardetti dei padri, di ammantarli almeno di qualcosa di diverso, a suo modo di moderno: un’idea di eroismo che si affrancasse (anche se non del tutto) dall’ideale di “bella morte” che fino a quel momento era stato prevalente nella destra italiana.

Lanciarono così una sorta di Opa culturale su Tolkien e sulle tradizioni celtiche, cercarono di cambiare musica nel senso letterale della parola, con gruppi rock e radio, pubblicarono fumetti e riviste di satira. Il fatto è che in quella proposta di identità culturale c’era un po’ di tutto: bisognava tenere insieme Prezzolini e certi simbolismi orientali, un tradizionalismo che si diceva cristiano e rituali dal sapore neopagano, Celine e le avventure di Tintin... Così, mentre continuava a rimproverare alla Democrazia Cristiana di avere lasciato alla sinistra il monopolio della cultura, la destra italiana cercava di costruirsene una, facendo esercizi di equilibrismo per non tornare alle “solite” radici fasciste. E non sempre riuscendoci.
Fatto sta che quando, in seguito al voto popolare e democratico, la destra attuale di Fratelli d’Italia ha potuto governare l’Italia, è scivolata proprio sulla cultura. Riproponendo, per altro, quella tendenza al frazionismo che da sempre condivide con la sinistra. Vedi il caso Venezi, lo scontro Buttafuoco-Giuli, i licenziamenti operati da quest’ultimo al ministero. Si è ipotizzato che sia stata impiegata troppa foga e troppa fretta nel cercare d’imporre l’egemonia tanto agognata, con nomine sventolate come bandiere e sbrigative “etichettature”, arrivando - con l’ex ministro Gennaro Sangiuliano - a descrivere Dante Alighieri come «il fondatore del pensiero di destra in Italia». I fatti tuttavia sembrano suggerire un’altra spiegazione, ovvero che quel “po’ di tutto” sia ancora lì e, messo alla prova del Governo (non a caso con due profili assai diversi: prima un conservatore classico come Sangiuliano, poi un identitario futurista come Alessandro Giuli), stia mostrando tutti i suoi limiti strutturali. «Le radici profonde non gelano», si ama spesso dire a destra, citando ancora Tolkien. Però, a quanto pare, dividono.

domenica 26 aprile 2026

Voglia di rovesciamento

Alessandro De Angelis
Meloni, le piazze: una festa alla rovescia
La Stampa, 26 aprile 2026
Gli episodi di Roma e Milano, ma anche le parole retoriche della politica dimostrano la fragilità della nostra identità, una memoria che non è davvero collettiva

Potremmo discettare a lungo su ognuno dei tanti 25 aprile celebrati dalla “politica”, intesa come classi dirigenti. Soffermarci, ad esempio, sul passo avanti di Giorgia Meloni, meno trattenuta nelle dichiarazioni rispetto agli anni passati, ove parla apertamente di «oppressione del regime» e non solo di «valori conculcati» dal fascismo. Non banale, letta con le lenti del suo mondo (vedi la voce: Ignazio La Russa).

Il post

Meloni sul 25 aprile: “Aggressioni e insulti, se questa è la democrazia abbiamo un problema”

Oppure, sempre a proposito della premier, sottolineare come, sia pur all’interno di un impianto politicamente corretto e condivisibile, manchi ancora il gesto che sorprende. Da leader di tutti, che non ha remore nel far proprio, come connessione sentimentale e non solo atto dovuto, quel giacimento di risorse politico-valoriali su cui si fonda la Repubblica. Silvio Berlusconi andò ad Onna. Nicolas Sarkozy, appena eletto, dispose che, nelle scuole francesi, fosse letto il messaggio di un giovane partigiano comunista («possa la mia morte servire a qualcosa»). Insomma, ce ne sarebbero di luoghi dove mettere, anche in silenzio, un fiore su una tomba, per chiudere, una volta per tutte, non tanto il rapporto col fascismo, ma quello tormentato con l’antifascismo, parola ancora tabù.

Potremmo anche poi passare al racconto del perché di questa o quella scelta. Elly Schlein che, diversamente dagli altri anni, ha evitato la piazza di Milano (e si capisce perché) preferendo una celebrazione più istituzionale a Sant’Anna di Stazzema. O Giuseppe Conte a Napoli, al monumento per Salvo D’Acquisto, il militare che, per proteggere gli italiani, fu ucciso dai tedeschi. Figura di un martire non ascrivibile alla resistenza “rossa”. Potremmo andare avanti così, nell’esegesi di posti e frasi. E non ci sarebbe nulla di sorprendente, rispetto all’andazzo degli ultimi lustri. Un dovere di firma da un lato, molta retorica celebrativa dall’altro, ognuno con la sua sensibilità.

E tuttavia, il punto è ben altro. La storia di questo 25 aprile è la storia di un 25 aprile rovesciato. La festa della nostra identità democratica, si trasforma, nelle piazze, nel suo opposto, dove ognuno si sente legittimato a fare i conti con chi la pensa in modo diverso. Chi spara a volto coperto all’Anpi, episodio che tanto assomiglia alla simulazione di un atto di terrorismo. Chi – ed è il caso di Milano – impedisce alla brigata ebraica di sfilare proprio in nome dell’antifascismo. E in queste dimensioni non era mai accaduto.

Dentro questo rovesciamento c’è il problema, non dell’oggi. Che riguarda un tema antico: la fragilità della nostra identità nazionale. La nazione, per dirla con lo storico Ernest Renan, è un plebiscito quotidiano. Si nutre di simboli, bandiere comuni, celebrazioni condivise, come sono, ad esempio, il 4 luglio americano o il 14 luglio francese. Non è questa la storia del 25 aprile, nel Paese delle memorie quotidianamente divise ove, finita l’era dei partiti di massa, non si pratica più una sana pedagogia repubblicana, ma un rituale stanco tra reticenze di una parte e pigrizia dagli altri, piuttosto inclini ad appaltare a Bella Ciao un deficit di contenuti per il qui ed ora.

Il ricordo

Il coraggio di lottare per cambiare la storia

A rischio di apparire un po’ demodè e in lite col presente, per trovare una chiave per l’oggi potremmo prendere a prestito da Walter Benjamin, grande intellettuale del secolo scorso, il concetto di “rammemorazione”. Non è il ricordo di un passato che resta lì, come in una teca. Da commemorare o esibire. Ma “un futuro del passato”, ovvero lo sforzo di farne vivere lo spirito – ansie, speranze, senso – dentro il tempo che è dato di vivere. Il passato come anima del presente.

Ebbene, alle radici della scissione tra lo spirito del giorno e ciò che è successo c’è anche questo. Un deficit di “egemonia” politico-culturale. L’unico che si è misurato con la “rammemorazione” è quell’incarnazione vivente della Costituzione che va sotto il nome di Sergio Mattarella. Nei suoi discorsi sulla «barbarie» e sulla «libertà», e in quell’esortazione «ora e sempre Resistenza» c’è tutta l’urgenza di difendere e far vivere – politicamente, non retoricamente - quei valori nella realtà attuale segnata dalla crisi delle democrazie e dalla fine dell’ordine mondiale nato proprio dalla sconfitta dei fascismi.

Ma se la democrazia è in crisi, una delle ragioni sta proprio nella debolezza delle sue leadership, di cui la retorica muta e buona solo per il proprio recinto di adepti ne è la rappresentazione icastica. Ma se la bussola è davvero la Costituzione, omaggiata per un giorno da tutti, come la mettiamo con tutto ciò che sa di trumpismo o di antisemitismo? L’operazione è dura, perché implica non solo il prendere le distanze da errori o degenerazioni, ma sancire una incompatibilità. Democratica, appunto.

domenica 25 gennaio 2026

Trump al dunque

Giovanni Orsina
Il cinismo trumpiano e la sfida all'ipocrisia

La Stampa, 25 gennaio 2026

Sottoporre i discorsi di Donald Trump a un’accurata verifica fattuale è esercizio di gran moda. È facile e gratificante, il presidente americano essendo un bugiardo seriale. Ma non risolve, anzi aggrava, il quesito di fondo: come un mentitore seriale sia mai potuto diventare, e per ben due volte, il leader della più antica e forte democrazia del mondo. Rispondere che agli elettori piacciono i bugiardi non è bello per la democrazia e non aiuta chi voglia difenderla. È invece possibile che al di sotto delle menzogne si annidi una verità e che Trump sia stato votato per questa verità più che per quelle menzogne.

Come nella celebre fiaba di Andersen, Trump mostra che l’imperatore è nudo. L’imperatore in questo caso è il multilateralismo fondato sulle regole, un’idea benevola e civile di ordine globale incistata in una più ampia dottrina liberale egemonica soprattutto dopo il 1989. Quella dottrina faceva forza anche sull’ipocrisia per raddrizzare il legno storto dell’umanità. Partiva da una premessa tipica della tarda modernità, che la realtà possa esser cambiata cambiando i discorsi sulla realtà. Che costruendo e diffondendo, per certi versi imponendo, il racconto di un mondo migliore sia possibile mutare radicalmente il modo in cui gli esseri umani pensano e si comportano arrivando così, infine, a un mondo davvero migliore.

Gli eventi degli ultimi vent’anni hanno mostrato che gli oggetti sono ben più refrattari e gli esseri umani assai meno plasmabili di quanto non si sperasse, che non basta narrare di un mondo incantato perché quello si materializzi. Ha preso forma così la sensazione crescente di un fallimento storico. E poi di uno iato sempre maggiore fra realtà e racconto: quella dominata da potere, ingiustizia, prevaricazione, violenza; questo ricolmo di pace, diritti, tolleranza, dialogo.

La divaricazione tra discorsi pubblici ansiosi di confermare lo spesso velo d’ipocrisia e conversazioni private, fra gli stessi che pronunciavano i discorsi pubblici, ben più realiste quando non ciniche ha rappresentato un segno evidente di questo iato. In ogni civiltà c’è distanza fra quel che si dice in pubblico e quel che si dice in privato, ma nessuna civiltà può tollerare a lungo che la distanza diventi eccessiva, com’è accaduto negli ultimi trent’anni.

La verità di Trump consiste nello squarciare il velo d’ipocrisia. È un’operazione di portata storica che fa impallidire le sue mille bugie. Ed è un’operazione necessaria che prima o poi avrebbe fatto qualcun altro, se non la stesse facendo lui. Possiamo rammaricarci dei modi, ma dobbiamo sapere che quando il tessuto della storia si lacera non lo fa mai in maniera simpatica. Si dice spesso che la politica di potenza trumpiana sia un rigurgito del Novecento, il riemergere dai sepolcri di un cadavere corroso dai decenni che rifiuta di accettare la propria morte. È un errore madornale: non c’è nulla di più contemporaneo del trumpismo, viviamo nell’epoca di Donald Trump. Appaiono semmai disperatamente fuori tempo quanti ne condannano le iniziative richiamandosi invano ai racconti di ieri, com’è avvenuto soprattutto in occasione della deposizione di Nicolás Maduro.

Il trumpismo non è un punto d’arrivo ma un passaggio rivoluzionario, denuncia l’insostenibilità del vecchio ordine ma sul suo brutale cinismo non se ne può costruire uno nuovo. Lo dimostra la babele di opzioni culturali che si affollano oggi intorno alla Casa Bianca, dai conservatori cristiani ai tecnoutopisti, dai nazionalisti ai liberisti, dagli accelerazionisti ai reazionari. Lo dimostra l’impossibilità di conciliare un’interpretazione radicale dell’America first con la manutenzione di un quadro di alleanze del quale gli Stati Uniti sanno bene, in realtà, di aver bisogno.

Se vogliamo preservare nell’ordine futuro una parte almeno dei caratteri liberali dell’ordine passato – e per quel che vale lo vorrei – dobbiamo sapere però che non possiamo difenderli per com’erano ieri ma dobbiamo ripensarli in una forma adeguata al nuovo mondo. Lamentare il tradimento di un diritto internazionale che è sempre vissuto nelle rappresentazioni ipocrite assai più che nella realtà, sperando con l’indignazione di resuscitarlo, è gratificante ma non ci porta da nessuna parte. Il compito ben più difficile che ci affida il nostro tempo è come si possa costruire un nuovo ordine non negando una rivoluzione trumpiana che comunque non possiamo fermare ma prendendone atto, assorbendola e cercando di superarla.

domenica 18 gennaio 2026

Repubblica che fu

Daniela Preziosi 
Michele Serra: «Un giornale si salva con la scrittura. Elkann? Sprovvisto di mezzi culturali all’altezza»
Domani, 18 gennaio 2026

Al festone dei cinquant’anni di Repubblica – dire festa sarebbe troppo poco, oggi a Roma all’Auditorium dalle cinque della sera – Michele Serra ha uno spazio suo, un monologo. Invece per questo dialogo, quest’intervista, iniziamo da qui: lui – scrittore, autore satirico, inorridirà ma anche guru della sinistra – è a Repubblica “solo” da trenta. Prima era all’Unità. Quando arriva la chiamata di Ezio Mauro, racconta, «fu come la dichiarazione del mio essere diventato adulto. Impossibile rifiutare: era, alla fine degli anni 90, il meglio del giornalismo italiano. Come qualità della scrittura. Livello culturale. Le stesse ragioni per le quali Repubblica poteva sembrare odiosa: era l’élite. Oggi, ripensandoci, delle élite, di tutti i generi, possiamo solo avere nostalgia.

Prima avevi lavorato con Veltroni, ma non lo volevi direttore, poi con D’Alema, ti ha fatto fare Cuore, inserto satirico ormai da culto. Prima, “da sinistra”, come vedevi Repubblica?

Veltroni non lo volevo direttore perché era un dirigente del Pci, e io pensavo che l’Unità meritasse infine la propria autonomia. Ma, a conti fatti, è una delle poche persone nelle quali, oggi, mi riconosco per sensibilità e cultura. Quanto a Repubblica, la vedevo con una certa avversione: come il giornale che stava “rubando” tutti i lettori di sinistra all’Unità, che era il giornale nel quale io ero nato e cresciuto. Non solo: era anche il giornale che “dava la linea”, proponeva l’agenda politica, dettava le tendenze culturali. Egemonia culturale allo stato puro.

Era il giornale laico per eccellenza. Oggi un giornale è tante cose – carta, sito, social, radio, tv – e deve fare “comunità”, lo dici nel documentario sul tuo giornale. Ma “comunità” non è il contrario di laicità, insomma oggi non si rischia di coltivare parrocchie di fedeli?

Dipende. Nel mondo gassificato dai social, pulviscolare, sminuzzato, “comunità” è diventata una parola importante. Averla lasciata alla destra è una delle più gravi omissioni culturali della sinistra. Se non si è comunità, si è solo polvere in balia dei venti della storia,.

In quel ‘96 c’era il centrosinistra. Aveva vinto. Poi ha rivinto, nel 2006. Oggi che c’è?

Oggi siamo mille secoli dopo. Oggi sono dissolti i due grandi protagonisti del 900, la borghesia e il proletariato. La scomparsa della borghesia ha distrutto il pensiero conservatore e liberale, e aperto le porte ai mostri. Considero tale Trump. La scomparsa del proletariato ha tolto humus, ragione di essere, alla sinistra. Oggi c’è una lobby di tecnomiliardari esentasse che governa il mondo.

E dall’altra parte che c’è?

Una massa sterminata di impotenti, di esclusi, di non aventi diritto. Una parte dei quali crede di salvarsi applaudendo i suoi carnefici, e votandoli: di qui il successo del populismo. Dall’altra parte, una ex comunità di preoccupati, e di sensibili, che non sa più che pesci pigliare: è la sinistra.

Come definisci il rapporto fra la destra di governo e la stampa, quella non allineata alla destra? 

È un rapporto inesistente fino dai presupposti. I presupposti del populismo sono che il rapporto tra capo e popolo non consente intermediazione. La stampa è uno dei più classici corpi intermedi. Come pensi che Meloni, e in misura infinitamente maggiore Trump, possano minimamente tollerarlo?

La pulsione alla censura è un problema o uno stimolo per gli autori?

Uno stimolo: fino a che non diventerà un problema. Quando Trump manderà i suoi sgherri a rastrellare le redazioni dei giornali, capiremo che è diventato un problema.

Eppure Giorgia Meloni funziona, raccoglie consenso: è invincibile?

Io credo che Meloni non sia invincibile, perché la realtà non è occultabile oltre misura. L’Italia è un Paese in declino economico, demografico, psicologico. Per quanti anni può continuare ad autoingannarsi, e a credere al puerile patriottismo di questo governo? Prima o poi i nodi verranno al pettine. Bisognerebbe che la sinistra fosse capace di parlare al paese con severità e gentilezza. Senza strillare, mutando linguaggio.

La grande ambizione della destra italiana, il suo destino, è Trump?

Purtroppo sì. Uno dei grandi misteri degli ultimi trent’anni è la morte della destra liberale. Montanelli, che conobbi e frequentai purtroppo solo nei suoi ultimi anni, mi disse: la borghesia è solo un mito illusorio. C’era già Berlusconi. Esecutore testamentario della borghesia. L’incarnazione del suo opposto. Considero inaudito che giornali come il Foglio abbiano adottato Berlusconi come idolo del momento, avendo per solo scopo, molto meschino, affossare e umiliare la sinistra. Mentre si trattava di affossare e umiliare la democrazia liberale. Fu una colpa indelebile. La morte del liberalismo borghese salutata con le fanfare.

Anni fa hai lavorato con Grillo. Che poi è diventato un leader politico. Cos’è stato il grillismo? Oggi Conte è in grado di raccogliere quell’onda e avvicinarla – non dico maritarla – al centrosinistra?

Grillo era un giovane e grande comico, il primo del Paese. E un uomo del popolo senza finzioni. Ho lavorato con lui per tre o quattro anni, gli ho voluto bene. Prima di me gli furono autori Antonio Ricci e Stefano Benni. Quello che è accaduto dopo non sono capace di giudicarlo, per quanto è smodato, insensato, quasi terribile. “Uno vale uno” è l’inizio della fine. Credo gli sia stato fatale l’incontro con Casaleggio.

A sinistra meglio non fare l’accozzaglia?

Non lo so, un giorno credo che sia obbligatorio il campo larghissimo, il giorno dopo credo sia una scelta fallimentare. Mi chiedo come creare una comunità, anzi una nuova comunità, di cittadini che credono nel limite, nella gentilezza, nella collaborazione civile, nel rispetto culturale e aggiungo nel federalismo europeo come antidoto naturale al cancro del nazionalismo. Ma non ho ricette, e compatisco chi deve trovarne una.

Elly Schlein? Vedi alternative alla sua leadership nell’alleanza?

Schlein se l’è cavata bene in uno ruolo difficilissimo, soprattutto brava incassatrice ogni volta che ha preferito il silenzio, o fare finta di niente, pur di tenere insieme un’idea di coalizione. Ha portato il Pd in alto, e lo ha tirato fuori dalla rissa delle fazioni. Non ho colpe particolari da imputarle: forse una comunicazione più calma, più serena, l’avrebbe avvantaggiata. E anche un maggiore ascolto a persone che potrebbero aiutarla al di fuori della sua piccola cerchia. Quanto ai nomi: Cuperlo, quando parla in Parlamento, sembra un colosso in mezzo ai pigmei. Ma forse pecco di complicità generazionale. Renzi è vivacissimo, ma narciso recidivo. Conte non ho mai capito, nemmeno per un secondo, chi sia e per conto di chi parli, “avvocato del popolo” è una formula vacua come è vacuo tutto il repertorio del populismo. Mi piace Salis, la sindaca di Genova; mi piace De Pascale, presidente dell’Emilia Romagna. Come tutti, aspetto che accada qualcosa.

Un bel giorno hai scritto un pezzo in cui chiedevi una mobilitazione in difesa dell’Europa. E ti è toccato di farne il leader.

Me la sono tirata addosso, ma sono contento di non essermi tirato indietro. Ho imparato tante cose, in quei giorni: quanti sono gli italiani (tantissimi!) che vorrebbero essere cittadini europei per contrastare Trump e Putin. E quanto ottuso e meschino è un pezzo della sinistra “antagonista” che brucia le bandiere europee perché sono “neocolonialiste”. Il problema è che ognuno pensa che la “sua” causa sia la sola degna, quella degli altri no. Nella “mia” piazza romana, piazza di cittadini, c’erano sia le bandiere ucraine sia le bandiere della pace e della Palestina. Caso più unico che raro. C’è chi ci ha visto un limite. Io ne sono fiero. Non era una manifestazione provinciale, o di fazione, era una manifestazione internazionalista, antinazionalista e pacifista. I contradaioli della sinistra estrema non hanno nemmeno provato a capire. A conti fatti, come avrebbero potuto?

Perché i ragazzi e le ragazze scendono in piazza per Gaza, meno per i ragazzi e le ragazze iraniane che si fanno ammazzare per ribellarsi agli ayatollah?

Per la ragione di cui sopra. Temono che scendere in piazza per Teheran significhi implicitamente approvare l’’intervento di Trump. È una assurdità, ma lo schematismo ideologico non aiuta a ragionare. Chi se ne frega se alle manifestazioni contro l’orribile teocrazia, assassina dei suoi figli, c’è uno con la foto del figlio dello scià? Quanto è debole il valore, la saldezza dei principi, l’amore per la libertà e i diritti, se li si sottomette ai calcoletti meschini della politica?

Repubblica è stata un pilastro della costruzione dell’opinione pubblica, penso al lunghissimo periodo di Berlusconi, e dell’antiberlusconismo. Con Meloni non sta funzionando. O sì?

Non so dire. Il ruolo dei giornali è di gran lunga meno determinante di prima. I giornali ancora rilucono di una luce trascorsa, come certe stelle spente che vediamo ancora nel cielo notturno. Certo, fino a che ci sono, considerarli voci libere, difenderle come tali, è decisivo. Ma sono anche abbastanza stufo di incontrare persone che mi dicono, sconsolate: ma che fine faranno i giornali? E io gli dico: ma tu li leggi? Risposta: no, da molti anni. E allora, di che accidenti si preoccupano? Si documentino su TikTok e non versino lacrime di coccodrillo.

Colpa dei «maledetti giornalisti» (è il titolo di un suo libro, con Goffredo Fofi e Gad Lerner, ndr) o degli editori che ormai per la stragrande maggioranza non hanno interesse a costruire uno spazio, anche di mercato, “d’alternativa”?

Colpa di entrambi, ma soprattutto degli editori. Tutti a parlare di on line, di app, di tecnologia, nessuno dei contenuti. Ma i contenuti, in un giornale, e nei media in generale, sono tutto. Immagina uno che apre una panetteria con il miglior vetrinista, la migliore promozione, il miglior servizio a domicilio: ma poi fa un pane di merda. Puoi stupirti se va a picco? Non c’è tecnologia che possa fare a meno della qualità dell’informazione, che è una qualità umanistica, oserei dire letteraria. La materia prima dell’informazione è la buona parola e la buona immagine. Punto e basta. Il resto è fuffa.

Ci siamo: gli editori. Repubblica è – sembra – alle soglie di un cambio di editore. E ora?

Repubblica cerca un editore vero, e interessato a quel genere di business, da molto tempo. E non lo trova. L’editore attuale di Repubblica è il classico esempio di editore invaghito di fole tecnologiche e del tutto sprovvisto di mezzi culturali all’altezza. La salvezza dei giornali, di ogni giornale, passa per la riqualificazione ostinata della qualità della scrittura. Repubblica era diventato il giornale più importante del paese per la qualità della scrittura: per niente altro. È sbiadita lungo gli anni questa qualità inconfondibile. Chissà che un giorno non la ritrovi.

lunedì 22 dicembre 2025

Giorgia Meloni e Alcide De Gasperi a confronto

Ernesto Galli della Loggia
De Gasperi e l'eredità irrisolta

Corriere della Sera, 22 dicembre 2025

Mi pare che finora nessuno abbia messo a fuoco l’analogia tra l’arrivo al governo della destra guidata da Giorgia Meloni, tre anni fa, e l’arrivo al governo dei cattolici guidati da De Gasperi nel 1948. Si tratta invece di un’analogia significativa che ci dice molto.

In entrambi i casi giungono al governo del Paese forze politiche da sempre escluse dal potere perché giudicate fuori dal perimetro costituzionale in quanto estranee se non ostili alla vicenda (antica o più recente) dello Stato nazionale o del suo regime politico. In entrambi i casi, quindi, si pone per i nuovi vincitori un problema cruciale di legittimazione, che la vittoria elettorale di per sé non garantisce. Non a caso gli avversari sollevano proprio tale questione, lanciando nei confronti di entrambi — fatto davvero singolare — sostanzialmente sempre la medesima accusa. Il governo De Gasperi è subito definito dalle sinistre «clerico-fascista» così come l’attuale subito tout court «fascista».

Molto diverse, invece, appaiono le risposte che in un caso e nell’altro danno i due leader. De Gasperi si oppone al disegno di un governo tutto di cattolici che Dossetti e la sinistra Dc avrebbero voluto dopo il trionfo elettorale. Viceversa, nonostante la Democrazia cristiana disponga in Parlamento della maggioranza assoluta, costituisce fin dall’inizio un governo di coalizione con liberali, socialdemocratici e repubblicani.

Lo stesso De Gasperi designa poi un vertice istituzionale dello Stato totalmente estraneo alla vicenda del cattolicesimo, con un presidente della Repubblica e vari presidenti del Senato tutti di estrazione laico-liberale (un paio perfino notoriamente affiliati alla Massoneria); infine sceglie come ministro degli Esteri un superlaico come Sforza e a dispetto delle fisime neutraliste dello stesso Dossetti e dei cattolici che questi rappresenta aderisce senza esitazioni al Patto atlantico. Conclusione: grazie a De Gasperi la Dc si candida fin dall’inizio ad essere quel «partito della nazione» che effettivamente essa sarà: complice un Partito comunista che il legame di ferro con Mosca terrà chiuso fino alla sua morte nel carcere a vita dell’opposizione.

La differenza rispetto all’oggi e a Giorgia Meloni è clamorosa. Meloni non fa un solo passo fuori dal recinto del suo partito o della coalizione, convinta evidentemente che il potere possa essere diviso solo con chi ha il suo stesso gruppo sanguigno, che alla fine solo questo conti. Ma, dando prova di una timidezza inaspettata in una personalità per mille versi invece così felicemente sicura di sé, la presidente del Consiglio rischia di perdere la sua grande occasione, la duplice opportunità che la storia sembra averle riservato: da un lato costituire in Italia uno stabile polo liberal-conservatore per la prima volta dopo la Destra storica (ciò che a Berlusconi non riuscì), dall’altro sanare finalmente la drammatica lacerazione che il fascismo ha lasciato in eredità alla Repubblica. Diventare così la protagonista indiscussa di una pagina davvero nuova della vita del Paese.

È singolare, tuttavia, come in vista di un simile obiettivo Meloni fatichi a percorrere la strada maestra che da tempo le sta spalancata davanti. Vale a dire, riuscire a trasferire e usare nella gestione della politica interna il grande capitale di successo e di stima che le sue indubbie capacità le hanno consentito di accumulare nella gestione della politica estera del Paese. Un successo che una vasta parte dello stesso Paese da tempo riconosce e apprezza: senza però che tale riconoscimento — e questo è il problema — si trasformi poi in un consenso di misura tale da cambiare davvero le cose. Cioè di consentire alla presidente del Consiglio il salto necessario per diventare padrona indiscussa della sua coalizione e insieme — le due cose sono evidentemente collegate — allargarne i confini, sfondare con il suo partito il limite elettorale del 30 per cento, acquisire la statura di un’effettiva leader nazionale, diventare la guida di un vero «partito della nazione».

Perché finora questa potenzialità non si è realizzata? La risposta va trovata, a me sembra, nelle pieghe oscure della psicologia. È come se esistessero infatti due Giorgia Meloni. La prima è la rappresentante di una evidente strategia, la decisa sostenitrice dell’interesse nazionale ma aperta a quello altrui e capace di rivolgersi a tutti gli interlocutori della scena internazionale, l’accorta ma cauta negoziatrice sicura di sé, seppur convinta della necessità per quanto possibile di non spaccare, di non dividere. C’è poi invece una seconda Giorgia Meloni: quella che a Roma sta rinchiusa nel bunker della routine politica e di partito circondata solo dai suoi amici e fratelli d’italia, quella che quando prende la parola non riesce a farlo se non lasciando esplodere la sua aspra maestria tribunizia e distribuendo schiaffi a tutti quelli che non le piacciono, una Giorgia Meloni che, pur evocando di continuo la nazione, stenta a trovare le parole che uniscono, le parole capaci di indicare grandi traguardi, di far sentire tutti, anche i lontani, coinvolti in quel disegno di vero cambiamento e di rinascita del Paese di cui sempre di più abbiamo un disperato bisogno.

Che cosa mai impedisce alle due Giorgia di trovare il modo di andare d’accordo, magari di unirsi finalmente in una sola persona?

venerdì 19 dicembre 2025

Trump sotto assedio


Mattia Ferraresi
Il discorso febbrile (e debole) di Trump

Domani, 19 dicembre 2025

lI febbrile discorso alla nazione pronunciato da Donald Trump dalla Casa Bianca restituisce l’immagine di un presidente sotto pressione, incalzato dagli eventi e in qualche modo consapevole della fase difficile. L’ultimo sondaggio di Npr/Pbs dice che solo il 36 per cento degli americani approva la sua gestione dell’economia, che era il cuore del discorso presidenziale e delle preoccupazioni degli americani. Trump sta superando ogni record di impopolarità.

È in questo contesto che va letto un intervento che era costruito come una lunga autodifesa, attraversata da toni apocalittici e dalla ripetizione ossessiva, e a questo punto patologica, del «disastro ereditato» da Joe Biden.

Trump ha ripetuto di aver ricevuto un paese «in macerie», ha parlato di un’America travolta dall’inflazione peggiore «degli ultimi 48 anni» (non si sa perché abbia preso come riferimento il 1977, ma comunque il dato è falso) che ha reso il costo della vita «inaccessibile per milioni di americani». La formula serve a scaricare le colpe sul predecessore e a giustificare l’urgenza delle sue scelte.

Il contenimento dei consiglieri

Il presidente insiste sull’idea di una nazione che si sta miracolosamente riprendendo dopo essere stata a un passo dal collasso: «Un anno fa il nostro paese era morto. Pronto a fallire totalmente», ha detto, introducendo un lungo elenco di misure con cui Biden avrebbe messo in ginocchio il paese, dall’immigrazione di massa all’imposizione dell’ideologia woke. Per liberarsi di questo sortilegio totalitario non servivano nuove leggi, «serviva semplicemente un nuovo presidente» 

C’è una tensione evidente nel discorso. Trump non parla da vincitore, ma da leader che sente il terreno muoversi sotto i piedi. La ripetizione ossessiva dei successi, l’elenco martellante di risultati economici e di dati selezionati capziosamente, la continua contrapposizione con il passato democratico funzionano come contrappesi retorici alla sua fragilità politica.

Sull’inflazione, Trump ha evitato gli eccessi verbali che in passato avevano allarmato anche il suo stesso campo. Nessun riferimento a complotti o negazioni della realtà economica, l’aumento dei prezzi non è più una bufala inventata dalla sinistra, come ha ripetuto tante volte. Al contrario, ha scelto di snocciolare dati e percentuali, ammettendo il problema ma assicurando che «i prezzi stanno scendendo rapidamente» e che «i salari stanno crescendo più velocemente dell’inflazione».

È una scelta che riflette il consiglio del suo entourage disperato, che lo implora da settimane di restare sulle questioni di politica interna e di evitare di indispettire ulteriormente una base MAGA che scricchiola da tutte le parti. Un discorso del genere segnala in maniera implicita che Trump continua ad avere bisogno di una figura di contenimento come Susie Wiles, la capa di gabinetto finita nella tempesta per aver descritto in modo non proprio encomiastico Trump e mezza amministrazione in una serie di interviste a Vanity Fair, rilasciate con somma ingenuità o calcolata perfidia, a seconda delle interpretazioni.

Immigrazione pigliatutto

Il tema che ripropone nel modo più ossessivo resta l’immigrazione. Trump ha parlato di una «invasione» di 25 milioni di persone, accusando la precedente amministrazione di aver aperto le frontiere a «criminali, spacciatori e assassini». Il linguaggio è quello consueto, segnato da iperboli e aggressioni continue, e nel discorso ha sintetizzato con efficacia il perno del suo argomentare: l’immigrazione è la spiegazione universale di ogni male, dall’aumento dei costi delle case alla pressione sui servizi pubblici. Un capro espiatorio pigliatutto per ricompattare la base in una fase di debolezza.

È stato un discorso meraviglioso, visto da Mosca e da Pechino. Trump dà la colpa di ogni male a un avversario interno, amplificando la percezione degli Stati Uniti come potenza confusa, litigiosa e autodistruttiva, il luogo dove il presidente insulta nel modo più vile concittadini uccisi in modo brutale e piazza targhe piene di insulti sotto la carrellata delle fotografie presidenziali, esposte più per offendere che per celebrare.

Per le potenze  rivali, Trump non appare come l’uomo forte che descrive, ma come un presidente sotto stress, impegnato a contenere una crisi di consenso. Un leader che alza il volume della retorica proprio mentre cerca di tenere insieme, in modo sempre più complicato, la sua maggioranza politica.