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domenica 29 giugno 2025

L'avvento dello strutturalismo

 


Michel Onfray
Teoria della dittatura
traduzione di Michele Zaffarano
Ponte alle Grazie, Milano 2020

Il Sessantotto segna la fine del dominio gollista-comunista e la sua sostituzione con il tandem liberal-libertario. Prima del Sessantotto, la filosofia era globalmente marxista; dopo il Sessantotto, diventerà strutturalista e decostruzionista. La formula marxista filosovietica viene insomma sostituita da una formula neoliberale e atlantista. Volendo parlare per personaggi: il Sartre normalista che lasciava de Gaulle di stucco con la sua Critica della ragione dialettica (1962) cede il posto a un altro normalista, Bernard-Henri Lévy , autore di un libro come La barbarie dal volto umano (1977) che così tanto rallegra Valéry Giscard d'Estaing...

Lo strutturalismo è una delle metamorfosi del platonismo, un pensiero cioè che considera l'idea più vera della realtà. Parliamo della tabula rasa di Barthes in materia di linguistica e di linguaggio, di quella di Lévi-Strauss in ambito antropologico, di quella di Lacan sul terreno della psicologia, di quella di Althusser nel settore della storia, di quella di Derrida nel campo della verità, di quella di Foucault nella sfera della sessualità, di quella di Deleuze per quanto riguarda la razionalità.

Il materialismo dialettico sfuma a favore di un nichilismo decostruzionista. Ecco che si scopre che la lingua è fascista, che la civiltà giudaico-cristiana viene messa ai margini, che il soggetto cosciente scompare sotto l'inconscio letterario, che le masse e il proletariato non fanno più la storia, che la verità di ognuno si trasforma nella verità tout court, che la marginalità sessuale diventa norma e che lo schizofrenico viene assunto a prototipo della ragion pura.

Sono, queste, alcune delle linee di forza del gauchismo culturale in cui viviamo grazie al post-Sessantotto. E quali sono gli articoli di fede di questo gauchismo? Distruggere il linguaggio, fallocratico portatore degli stereotipi di classe e di genere; accelerare il processo del crollo della civiltà giudaico-cristiana e celebrare qualsiasi cosa contribuisca alla sua perdita; negare la natura umana, la biologia, l'anatomia e la fisiologia in nome di un corpo concettuale che viene decretato più vero del corpo reale; abolire la libertà, la scelta e la responsabilità individuale in nome dei determinismi sociali e sociologici; offrire alle minoranze razziali, sessuali, culturali e religiose il ruolo di autori avanguardisti della Storia; smantellare una volta per tutte la verità una e unica a tutto vantaggio di un prospettivismo in cui ogni cosa vale qualsiasi altra cosa; mandare in frantumi l'immagine patriarcale della coppia monogama a profitto della meccanica raggelata di concatenazioni egotistiche; mettere in causa la ragione ragionevole e ragionante e ratificare il discorso del metodo del pazzo.

L'ideologia strutturalista soddisfa gli Stati Uniti. È del resto proprio negli USA che questo pensiero si trasforma in French Theory! Il pensiero sessantottino soddisfa lo Zio Tom perché è critico nei confronti del blocco sovietico - che comunque scompare nel 1991... Aureolato del prestigio ottenuto in un paio di campus oltreoceano, questo pensiero rientra in Francia dopo aver vinto una guerra ridicolmente inconsistente. A importare non sono tanto i giochi verbali della teoria francese, quanto il fatto che quest'ultima è capace di sviare dal marxismo culturale, dal comunismo politico, dalla rivoluzione proletaria e dalla minaccia sovietica: è tutto quello che le si chiede.









giovedì 19 gennaio 2017

Althusser, Lettere a Franca








Giampiero Martinotti, Le lettere d'Althusser all'amante italiana, la Repubblica 30 ottobre 1998

Parigi. Cinquecento lettere, di cui alcune appassionate come quelle di certi grandi epistolari romantici, vengono ad arricchire la complessa biografia di Louis Althusser, il filosofo marxista scomparso otto anni fa. A far risuonare alternativamente le corde della passione e della ricerca intellettuale è Franca Madonia, traduttrice e saggista, una delle figure centrali della sua vita. L'epistolario sta per andare in libreria (Lettres à Franca 1961-1973, Stock/Imec, pp. 832, 170 franchi) e già si può dire che la sua pubblicazione costituisca una tappa essenziale per ricostruire la biografia, personale e intellettuale, di uno dei più influenti pensatori francesi del dopoguerra. Althusser rappresenta ancora oggi un enigma: filosofo, militante comunista, direttore della Scuola Normale Superiore, difensore della psicoanalisi, ma anche uomo lacerato, malinconico, soggetto a fortissime crisi depressive, sfociate nel tragico assassinio della moglie, Hélène Rytman, strangolata il 16 novembre 1981 nel loro appartamento alla Normale. Secondo il suo biografo, Yann Moulier Boutang, la sua vita è un intreccio di ragione e di follia in cui è difficile districarsi: Althusser ha scritto la sua autobiografia, dopo l' uccisione della moglie, ma il suo racconto comporta spesso dimenticanze o vere e proprie bugie. Meglio ancora: rimozioni. Le lettere scritte a Franca Madonia aiutano a ricostruire la sua complessa e affascinante personalità. Althusser l' aveva conosciuta in Romagna nell' estate del 1961. Franca era traduttrice di Lévi-Strauss e di Merleau-Ponty, era sposata con Mino Madonia, militante del Pci e dirigente d' azienda. Vivevano vicino a Forlì. Althusser se ne innamorò subito e nel confronto con lei, al contempo passionale e intellettuale, cominciò a distaccarsi dalla tradizione stalinista, ad elaborare la sua lettura di Marx che a metà degli anni Sessanta lo rese celebre. Franca rappresenta una specie di idillio. La sua vita in Italia riassume quel che manca ad Althusser: una famiglia, un modo di pensare diverso, nuovo. La relazione con la donna italiana riproduce una situazione tipica della sua vita: da un lato Hélène, compagna di vita dal 1946 (la sposerà nel 1976) e militante comunista, dall' altro le altre, come la svizzera Claire Z. e, appunto, Franca Madonia. Secondo Elisabeth Roudinesco, in un articolo pubblicato ieri su Le Monde, Althusser oscilla tra due tipi di femminilità: quella colpevole e deprimente rappresentata da Hélène e quella "iniziatica e incandescente" rappresentata dalla straniera e dalla sua vitalità tutta italiana. Due modelli differenti, ma non contrapposti in lui, di "amour fou", uno tragico e uno luminoso. Nelle lettere a Franca Madonia Althusser alterna le riflessioni sul comunismo e sulla psicanalisi alla passione per una donna in qualche modo irraggiungibile: Franca, come anni prima Claire, rappresenta la fuga dalla quotidianità, l' illusione di sfuggire alla malinconia e alla depressione. Le parole di Althusser tracimano a volte nel lirismo romantico di un infelice: "Franca, nera, notte, fuoco, bella e brutta, passione e ragione estreme, smisurata e saggia. Amore mio, amarti mi spezza, stasera ho le gambe a pezzi da non poter camminare - eppure che altro ho fatto oggi se non pensare a te, inseguirti e amarti?". E ancora: "Dico questo anche per combattere il desiderio di te, della tua presenza, il desiderio di vederti, parlarti, toccarti. Se ti scrivo, è anche per questo, l' hai capito: la scrittura rende presente in un certo modo, è una lotta contro l' assenza". Quando si conoscono, il filosofo ha 42 anni, Franca Madonia 36. Althusser non riesce a separare Franca da Hélène, tenta anzi di integrare Mino, il marito, nel loro rapporto. Franca cercherà sempre di sottrarsi a questa sua volontà. Del resto, Althusser ha analizzato con lucidità questa situazione nel 1985, quando ha scritto la sua autobiografia, L' avenir dure longtemps. Racconta delle sue "storie di donne": accanto a Hélène "ho sempre avuto il bisogno di costituirmi una "riserva di donne" e di sollecitare da Hélène un' esplicita approvazione. Senza dubbio avevo "bisogno" di queste donne come altrettanti supplementi erotici per soddisfare quel che l' infelice Hélène non poteva dare di lei, un giovane corpo non sofferente e questo eterno desiderio che inseguivo in sogno, che "mancavano" al mio desiderio intaccato, la prova che potevo, accanto a un padre-madre, desiderare anche il corpo di una semplice donna desiderabile". La contraddizione è insanabile: Althusser non riesce a cominciare una storia amorosa senza l' approvazione di Hélène e trova una sintesi tutta sua: "Mi innamoravo di donne secondo il mio gusto, ma abbastanza lontane per evitare il peggio: vivevano in Svizzera (Claire) o in Italia (Franca), dunque a una distanza inconsciamente calcolata per vederle solo a tratti (al di là di tre giorni ne ero regolarmente, cioè inconsciamente, stanco e disgustato, eppure che donne eccezionali d' animo e di bellezza furono per me Claire e Franca)". Nell' autobiografia, tuttavia, Althusser tace alcune cose o sbaglia in maniera madornale le date, come quando dice di aver incontrato Franca nel 1974. Ciò non toglie interesse a come analizza la fine dei due rapporti, quando le donne lo mettono con le spalle al muro, gli chiedono una vita in comune e un figlio. Lui lo racconta così: "Con Franca, questa magnifica italiana di trentasei anni, che alla sua età aveva disperato di poter ancora amare, fu peggio. Un giorno sbarcò a Parigi con il pretesto di seguire un corso di Lévi- Strauss, mi avvertì per telefono del suo arrivo e mi disse che potevo fare di lei quel che volevo. Entrò perfino in casa mia passando dalla finestra. Era troppo chiaro. Mi ammalai subito, fortemente depresso. Anche lei aveva avuto delle "idee" su di me". Nell' epistolario, come già nell' autobiografia, Althusser dà libero corso alla sua follia amorosa e mette in luce il suo rapporto con la psicanalisi. Non solo quello teorico con il pensiero di Lacan, ma quello della sua terapia con René Diatkine, che prese in cura anche Hélène. Da questo punto di vista, le lettere a Franca Madonia offrono agli studiosi nuovo materiale per cercare di "razionalizzare" la figura di Althusser e del suo labirintico pensiero. La corrispondenza (l' editore francese ha incluso anche ventidue lettere di Franca) termina nel 1973. I due s' incontrarono ancora una volta a Bologna nel 1980. Pochi mesi dopo, nel novembre dello stesso anno, Althusser strangola la moglie durante una crisi depressiva, tragico epilogo di un rapporto durato trentaquattro anni. Franca Madonia morirà a Parigi nell' 81 per una cirrosi causata dall' epatite C. Ma non rivedrà Louis Althusser, rinchiuso nell' ospedale psichiatrico Sainte-Anne. Non fu mai processato per l' omicidio della moglie, perché ritenuto incapace di intendere e di volere.



Martine de Rabaudy, Le fou de Franca, L'Express 19 novembre 1998
 Le dimanche 16 novembre 1980, Louis Althusser étranglait sa femme, Hélène. L'une des plus importantes figures de la philosophie, le caïman (directeur d'études) à l'Ecole normale supérieure de Michel Foucault et de Régis Debray, le découvreur de Jacques Lacan devenait au cours d'une crise de démence un assassin. La communauté intellectuelle française et internationale ressentait la nouvelle comme une déflagration. Quelques jours après le meurtre, une Italienne, traductrice et philosophe elle aussi, accourait à Paris et se présentait à l'hôpital Saint-Anne afin de le voir. Sous le choc, et face à l'interdiction formelle de visites, elle était prise d'un violent malaise provoqué par une perforation de l'estomac. Opérée en urgence, victime d'une complication hépatique, elle succombait à Villejuif, deux mois et demi après la mort d'Hélène, sans qu'Althusser, englouti dans son brouillard dépressif, l'apprenne. Cette femme, très belle, se nommait Franca Madonia. Elle était l'amie d'Hélène et l'amour de Louis.
Chronique vivante des idées de l'époque
En 1961, lorsqu'ils se découvrent en Italie dans la bienheureuse atmosphère familiale des Madonia, une maison en Romagne qualifiée par Althusser de «paradis de Bertinoro», il a 42 ans et elle 35. Malgré une passion partagée, aucun des deux ne chamboulera la structure de son existence: Louis rentre à Paris accompagné d'Hélène et Franca demeure auprès de Mino, son mari. L'irréfutable preuve de l'intensité de leur histoire est apportée aujourd'hui par la publication des Lettres à Franca, grâce au précieux travail de François Matheron et Yann Moulier Boutang, biographe du philosophe, qui ont classé et annoté plus de 500 lettres écrites entre 1961 et 1973 par Althusser à celle qui deviendra également la traductrice de ses oeuvres, dont Pour Marx. On trouvera seulement 22 réponses de Franca - mais essentielles - de celle qu'il appelait alternativement «Carogna», «Mon soleil noir» ou «Amore» et qu'il remerciait d'avoir bouleversé sa façon d'aimer dans une magnifique dissertation sentimentale, datée du 23 septembre 1961, sur la notion de présence ou d'absence de l'être aimé. L'ouvrage compte plus de 800 pages et, hélas! n'aurait matériellement pu en intégrer davantage.
L'exceptionnel intérêt de cette correspondance, d'une teneur et d'un style incomparables, par exemple, avec celle d'un Sartre et d'une Beauvoir (Lettres au Castor), réside, par-delà leur magnifique échange amoureux, dans la chronique vivante des idées de l'époque, les rencontres avec Barthes, Lacan, Foucault, Derrida, les lectures commentées de Freud, de Marx... On y perçoit le sens aigu de la responsabilité d'un maître à l'égard de ses élèves, le dévouement du professeur pour son école (combien de permanences de week-end, de vacances différées, d'heures passées à la réorganisation de la Rue d'Ulm!), l'altruisme envers ses collègues, l'attention permanente à ses amis, la compassion pour les souffrances psychiques d'Hélène. Beaucoup plus profondément que dans son autobiographie, L'avenir dure longtemps, écrite en 1985, après le drame, on pénètre ici dans l'immensité douloureuse d'une personnalité dédoublée par la psychose. On découvre une impressionnante lucidité et une analyse affûtée de ses crises de dépression, une formidable gourmandise de vivre à chaque rémission, une infatigable écoute des autres (ainsi la lettre poignante qu'il envoie après le suicide de son plus cher ami, philosophe et traducteur de Hegel, atteint de schizophrénie). Cette relation épistolaire jette un éclairage inconnu jusqu'alors sur les ténèbres de cet homme qui, mieux que quiconque, médecin ou psychanalyste, savait monter la garde devant sa terrible angoisse ontologique. Averti de l'issue, le lecteur avance comme le marcheur oppressé qui regarde le ciel se charger avant l'orage. On en sort ébloui et foudroyé.

martedì 20 gennaio 2015

Ferdinando Scianna fotografo

Vincitore del prestigioso premio Nadar nel 1966 per il libro Feste religiose in Sicilia (con i testi di Leonardo Sciascia, con cui nasce un fecondo sodalizio intellettuale e una grande amicizia), Scianna nel 1967 si trasferisce da Bagheria a Milano. Qui inizia a lavorare come fotoreporter e inviato speciale per L’Europeo, diventandone in seguito il corrispondente da Parigi. Collabora con Henri Cartier-Bresson e, a partire dagli anni ottanta, lavora anche nell’alta moda e nella pubblicità, affermandosi come uno dei fotografi più richiesti e apprezzati.


Louis Althusser
Borges a Palermo


Leonardo Sciascia
 
Paolo Sorrentino
Scanno

lunedì 19 maggio 2014

Bobbio si misura con Marx

Bruno Gravagnuolo 
Essere marxista secondo Bobbio I testi inediti dello studioso radunati in un volumetto I curatori - Cesare Pianciola e Franco Sbarberi - hanno selezionato dall'archivio scritti tra il 1949 e il 1991 incentrati sul filosofo tedesco
l'Unità, 12 aprile 2014

 Quattrocentotrenta faldoni e quattromila unità archivistiche. E i faldoni numerati hanno un nome ricavato dal posto in cui stavano in origine: «stanza corridoio, stanza laboratorio» etc. Scarne note da catasto, che ci parlano però di qualcosa di vitale. Sono i numeri e i luoghi dell'archivio di Norberto Bobbio, oggi al centro Gobetti, e proveniente da un primo archivio: casa Bobbio in Via Sacchi a Torino (perciò le stanze e i corridoi). Dal coacervo ben ordinato, Cesare Pianciola e Franco Sbarberi hanno tratto per Donzelli un volumetto. Di eminente valore filologico e non solo: Norberto Bobbio, scritti su Marx. Dialettica, stato e società civile (pp.128, Euro, 19,50). Val la pena di possederlo, nonché di leggerlo. Poiché si tratta di testi inediti del filosofo scomparso nel 2004. Conferenze, scalette, appunti per saggi e lezioni, lettere, in un arco di tempo dal 1949 al 1991. Una scelta che tralascia foglietti più minuti e corrispondenza varia. E si concentra su un certo asse strutturato del laboratorio inedito di Bobbio. L'asse si chiama Karl Marx, gioia e tormento del filosofo, che con Marx si misurò tutta la vita, e ancor di più allorché le sue dottrine si inabissarono (dopo il 1989). Proviamo a isolare qualche punto. Bobbio fu socialista liberale ed azionista. Il primo a tradurre in Italia Popper ma anche il primo fin dal 1949 a misurarsi con il giovane Marx e a curarlo per Einaudi. Siamo ben prima del pur grande Della Volpe, che agli «scritti giovanili» si dedicò con dottrina e genio. Quel Della Volpe marxista che con Togliatti fu avversario di Bobbio, sull'autonomia della cultura dalla politica. Tutto questo ritorna nella fucina del libro, e alla radice dei problemi. Marx, scriveva Bobbio, prima di uscire allo scoperto, è dapprima filosofo anti-filosofo dell'«autocoscienza». Che inclina verso il messianismo e il finalismo. E che però in seguito accede a un punto di vista sociologico e critico contro una ben precisa «alienazione»: non più solo hegeliana o speculativa. Alienazione capitalistica e incarnata dalle merci. Ecco il nesso già intravisto da Lukàcs tra umanesimo e critica del capitalismo. Senza finalismo e necessità intrinseca altresì. E senza voler essere scienza esatta o fatalistica, scrive Bobbio. Si gettano così le basi negli inediti di una feconda distinzione: il Marx profetico e il Marx critico. Il Marx quasi scienziato e quello biblico e totalizzante. Tutti temi che torneranno in fine anni 60 nel famoso Da Hobbes a Marx di Bobbio stesso, o nella celebre querelle di Colletti del 1974 sulla pseudo scienza in Marx, viziata appunto dalla «dialettica» (non scientifica, né logica per definizione). Bobbio però, al contrario di Colletti, fin dall'inizio tiene ferme alcune distinzioni. Primo: il finalismo non inficia la critica all'alienazione. Secondo: la dialettica è scienza dell'argomentare in virtù del «principio di non contraddizione». Che funziona bene in Marx nella denuncia dell'alienazione della coscienza, rivelando scarti, conflitti e ineguaglianze in cerca di riscatto. E non funziona però come rovesciamento totalizzante dei conflitti. Dunque, «Né con Marx né contro Marx», per citare il titolo di una raccolta bobbiana curata da Carlo Violi. A conferma di una vocazione critica che vide Bobbio accanto alla sinistra storica. E in perenne funzione di pungolo. Sulla democrazia, sulla libertà, sull'assenza di una teoria dello stato in Marx. Fomite di totalitarismo oltre le intenzioni marxiane. Un tema quest'ultimo, giocato contro Althusser, Guastini e Poulantzas e che divenne cavallo di battaglia della polemica tra comunisti e socialisti di fine anni '70 (Quale socialismo?). Bobbio «revisionista» quindi, ma mai post-azionista velleitario o decisionista. Anzi, difensore di partiti, parlamento e corpi intermedi. Dentro le regole della democrazia. Contro populismo e carismatismo. E con una certa idea di socialismo, vicina a Rosselli e non a La Malfa: il socialismo come «via» alla libertà della persona. Come mezzo e non «fine» chiuso. Insomma, socialismo non «liberal», né posticcio «liberismo sociale». E con chiara distinzione destra/sinistra. Idea ben compendiata dalla citazione di Jon Elster, apposta nel 1997 da Bobbio alla prefazione della raccolta di Violi: «Non è possibile essere marxisti nel senso tradizionale... io credo sia possibile essere marxisti in un senso differente del termine... la critica dell'alienazione e dello sfruttamento rimane centrale».

Nadia Urbinati
 Dall’antifascismo militante al movimento studentesco Negli inediti dello storico e filosofo italiano le fasi di un lungo studio Bobbio-Marx tre incontri cruciali
(Scritti su Marx, Norberto Bobbio, Donzelli, pagg. 132, euro 19,50)
la Repubblica, 18 maggio 2014

CHI «entra nel labirinto dell’opera di Bobbio si accorge presto che Marx non è indicato tra gli autori prediletti», eppure egli è sempre stato “affascinato” dal suo pensiero politico e filosofico. Così Cesare Pianciola e Franco Sbarberi introducono questa antologia di scritti inediti di Norberto Bobbio. I suoi “incontri” con Marx hanno coinciso con momenti cruciali della storia nazionale, a dimostrazione del fatto che le idee di Marx non hanno solo suggerito interpretazioni della società, ma ispirato l’azione politica  stessa, di movimenti e partiti.
Tre sono stati i “momenti cruciali” dell’incontro: “l’antifascismo militante” (1941-42), i “problemi della ricostruzione” (1945-50) e il movimento di contestazione degli anni ’60 e ’70. Tre momenti e tre piani di discussione su Marx: la sua filosofia della storia e quindi la via al socialismo; la sua scienza della società e quindi la totalità della dialettica; la sua visione politica e quindi il ruolo dello stato. Questi testi inediti testimoniano le tappe di questa ricerca e ci consegnano un Bobbio che legge Marx in chiave liberalsocialista centrata sul primato del potere economico, la diagnosi critica della riduzione del lavoro a merce, e la ricerca di una società nella quale l’individuo dovrebbe godere della libertà che il liberalismo ha promesso senza riuscire a garantire.
Emerge anche come Bobbio abbia riconosciuto il valore originario del movimento studentesco. È noto come avesse a più riprese criticato la democrazia assemblearistica e leaderistica del movimento. Ora, i curatori ci consegnano un Bobbio per nulla professorone pieno di certezze su quel che era vivo e morto della sinistra, ma al contrario un contestatore al pari degli studenti che lo contestavano quando si trattava di chiedere (come si legge in una lettera inedita a Pietro Nenni del dicembre 1967) “una maggiore moralizzazione della vita universitaria” o di criticare i colleghi che avevano “rivendicato il diritto di essere contemporaneamente deputati e professori”.
Andare contro corrente è stato uno stile del pensare critico di Bobbio. Come Politica e cultura (1955) maturò nel corso del dialogo con il marxismo e i comunisti nell’età della guerra fredda, Il futuro della democrazia (1984) è stata l’esito delle riflessioni su marxismo e democrazia sollevate dal movimento di contestazione; di qui la sua diagnosi dei tre maggiori problemi della democrazia rappresentativa: la “partecipazione distorta”, il “controllo inefficace” e il “dissenso limitato”. Problemi che sono ancora qui, aggravati, e che il professore ci aiuta a riesaminare. I problemi sono seri e enormi, scriveva, e “ogni forma di semplificazione” o di “ricerca delle scorciatoie” è “perfettamente inutile e imprudente”.

domenica 5 gennaio 2014

Rossanda, venti interviste

Tommaso di Francesco
Rossana Rossanda, una stagione grande e aperta
il manifesto, 4 dicembre 2013

La forma dell’intervista è una com­pli­cità «fra due che si par­lano»: così Ros­sana Ros­sanda intro­duce il suo libro «Quando si pen­sava in grande. Tracce di un secolo. Col­lo­qui con venti testi­moni del Nove­cento» (Einaudi, pp 243 euro 17,50). Venti inter­vi­stati, tutti uomini per­ché, sot­to­li­nea l’autrice, que­sta è la sto­ria della poli­tica che ha escluso le donne. Non un «come era­vamo» ma un monito: a pen­sare. E in grande, ripro­po­nendo i non con­clusi temi del «secolo breve» che, già nel primo decen­nio del nuovo secolo mostrano la loro cogente attua­lità e urgenza. Aggre­gato per temi piut­to­sto che cro­no­lo­gi­ca­mente — le inter­vi­ste, uscite su il mani­fe­sto quo­ti­diano comu­ni­sta tranne quella a Sar­tre pub­bli­cata nel set­tem­bre 1969 sul Mani­fe­sto rivi­sta, vanno dal 1965 al 1998.
Per Ros­sana Ros­sanda il nodo della crisi delle società del capi­ta­li­smo maturo è ancora all’ordine del giorno in epoca glo­bale, non biso­gna abban­do­nare il campo della rifles­sione sull’89 (sul tra­monto dei socia­li­smi rea­liz­zati nell’est euro­peo), ma anche sulla caduta dei com­pro­messi social­de­mo­cra­tici. In buona sostanza torna d’attualità la domanda sul comu­ni­smo. Con nuovi stru­menti cri­tici a sini­stra, sapendo che «con il vol­gere del secolo, di sini­stra, anche della più mode­rata, non rimane nulla», arresa com’è al libe­ri­smo. E man­te­nendo aperta la porta ai para­digmi cul­tu­rali affatto diversi dal movi­mento ope­raio tra­di­zio­nale: il fem­mi­ni­smo e le que­stioni di genere e le cor­renti eco­lo­gi­ste rel­ative ai limiti dello svi­luppo — qui l’intervista a Ignacy Sacs è illuminante.

Una fon­da­men­tale «ontologia»

Con György Lukacs — que­sta prima inter­vi­sta non è della «comu­ni­sta ere­tica e ses­san­tot­tina tar­diva» ma dall’ancora espo­nente del comi­tato cen­trale del Pci — si parla di let­te­ra­tura, ma è un espe­diente. In realtà al cen­tro ci sono l’ombra del XX Con­gresso, la tra­ge­dia unghe­rese del ’56, i limiti della pia­ni­fi­ca­zione deri­vata dall’Urss e la cri­tica alle cate­go­rie della psi­ca­na­lisi e dell’esistenzialismo intese come pos­si­bili «inte­gra­tori» del mar­xi­smo. Si può già indi­vi­duare un punto cen­trale da cui ripar­tire? Chiede Ros­sana Ros­sanda. «Marx ha comin­ciato dall’analisi della strut­tura e anche noi dob­biamo ripar­tire da qui — risponde Lukacs, rive­lando che in quel periodo sta scri­vendo la sua opera fon­da­men­tale Onto­lo­gia dell’essere sociale — occorre una teo­ria valida della ripro­du­zione in un sistema socialista…Le nostre pia­ni­fi­ca­zioni sono fal­lite per­ché nel periodo sta­li­niano è stata can­cel­lata dalla teo­ria la dia­let­tica tra valore di cam­bio e valore d’uso, annul­lando con ciò di fatto la pos­si­bi­lità stessa di una teo­ria della riproduzione…».
Il filo­sofo mar­xi­sta unghe­rese è per Ros­sanda «la mia gente»; non lo era pro­prio il mostro sacro del comu­ni­smo fran­cese e della poe­sia tran­sal­pina, Louis Aragon, pro­ta­go­ni­sta dell’incontro più sgra­de­vole del libro e insieme più iro­nico. Dove si pavo­neg­gia l’intellettuale nazio­nale, «uomo bel­lis­simo», vani­toso dei suoi versi, ricco per meriti di par­tito dal quale «prese tutto senza dare nulla», che vive nell’agio nel cuore della Parigi ricca. Espo­nente di quel Pcf diven­tato alla fine nemico giu­rato del nuovo e dei movi­menti emersi nel ’68 e che, nell’intervista, non perde occa­sione di sfer­zare il «fra­tello minore Pci». L’intervistatrice non ne può più e, men­tre Ara­gon si parla addosso, lei tenta di uscire dalla sala dell’incontro, ma quello la riac­ciuffa con la sua sicu­mera. Quando alla fine riu­scirà a gua­da­gnare la strada, Ros­sana sarò così fra­stor­nata da cadere per terra ai primi passi tra le foglie bagnate, sopraf­fatta dal tanto peso di sé di un essere umano. Chie­den­dosi: «Che comu­ni­smo era il suo?”

Incon­ci­lia­bi­lità e punti ciechi

Punti focali del libro le inter­vi­ste a Jean-Paul Sar­tre e a Louis Althus­ser. La prima, Par­titi e movi­menti due realtà incon­ci­lia­bili, del set­tem­bre ’69, rea­liz­zata nell’imminente radia­zione del gruppo del Mani­fe­sto dal Pci, anti­cipa l’elaborazione che sul Mani­fe­sto rivi­sta la stessa Ros­sanda fece con il titolo Da Marx a Marx, sui limiti della forma par­tito e sulla neces­sità di un nuovo, cen­trale ruolo, e insieme qua­lità, dei movi­menti di massa. Con l’elaborazione di quella che si chiamò «stra­te­gia con­si­liare». A rileg­gerla tra­spare come una pro­fe­zia sull’universo informatico-telematico dei nostri giorni. Per­ché Sar­tre, nel ren­dere evi­dente l’elemento vin­cente del par­tito rispetto ai soli gruppi infor­mali, li chiama «in fusione», rico­no­scen­done però la loro imme­dia­tezza e rap­pre­sen­tanza diretta: come non pen­sare allo sta­tus delle nuove mobi­li­ta­zione poli­ti­che e gruppi nati e codi­fi­cati su web? Con la loro con­su­ma­bi­lità momen­ta­nea e cadu­cità tem­po­ra­nea, senza una memo­ria lunga che, pur non essendo neces­sa­ria­mente del «par­tito», non sia tut­ta­via solo seriale ma dura­tura e supe­riore alla rap­pre­sen­tanza poli­tica che non c’è più.
La seconda ad Althus­ser, Il punto di cieco di Marx, la que­stione dello Stato, è dell’aprile 1978 e prende spunto dalle sue affer­ma­zioni fatte al con­ve­gno del Mani­fe­sto di Vene­zia (novem­bre 1977) sull’inesistenza in Marx di una teo­ria dello Stato. Qui insi­ste sul comu­ni­smo «come ten­denza e realtà inter­sti­ziale» al capi­ta­li­smo in crisi, come sulla neces­sità di non ren­dere «vaga» la per­ce­zione di que­sta ten­denza, di dirlo insomma il comu­ni­smo nei suoi obiet­tivi pro­gram­ma­tici. Mate­ria­li­sti­ca­mente e non idea­li­sti­ca­mente come fosse una evo­ca­zione «feti­ci­sta». Ma l’equivoco più grande è lo Stato, al quale tutto, società poli­tica, par­tito e sin­da­cato — per­dendo così la loro natura di classe -, si riduce. E non ci sono dis­si­mu­la­zioni sulla pre­sunta novità dello «Stato allar­gato»: «Lo Stato è sem­pre stato allar­gato». Nell’introduzione l’autrice parla della sua impe­ri­tura ami­ci­zia con Althus­ser e con la moglie Hélène Ryt­man, fino alla prova estrema: «Le cir­co­stanze mi por­ta­rono a essere vicina a loro due nei giorni in cui egli la uccise; resto per­suasa che non volesse affatto la sua morte, ma non fosse in grado di ascol­tare quel che lei pen­sava di avere sco­perto pro­prio allora sull’origine della sua malat­tia e aveva impru­den­te­mente deciso di dirgli».
Ecco la luce affet­tiva della spe­ranza. Quella del mili­tante ses­san­tot­tino Etienne Grum­bach, cuore pul­sante delle agi­ta­zioni ope­raie alla Renault di Flins, che non dismette mai l’impegno del suo «pes­si­mi­smo attivo». Così come spe­ranza e pas­sione tra­spa­iono dagli incon­tri di due mas­simi ana­li­sti delle crisi inter­na­zio­nali, Maxime Rodin­son del Medio Oriente e Paul Sweezy degli Stati Uniti.

Le crisi attra­ver­sate e infinite

L’intervista a Rodin­son è del 5 ago­sto 1982, pochi giorni prima del mas­sa­cro a Bei­rut di Sabra e Cha­tila. Egli non avverte che la nega­zione di una solu­zione, anzi la can­cel­la­zione da parte dell’Occidente e di Israele della crisi di tutte le crisi, quella pale­sti­nese, e il suo abban­dono all’occupazione mili­tare israe­liana, alle colo­nie che si espan­dono e al Muro dell’apartheid, avrebbe com­por­tato — insieme ad una frat­tura anche vio­lenta del movi­mento pale­sti­nese stesso — una radi­ca­liz­za­zione ideo­lo­gica, nella fat­ti­spe­cie isla­mica, in tutti i Paesi arabi, con il ritorno della guerra impe­riale all’ordine del giorno. Così come Paul Sweezy non com­prende che gli Stati uniti, pur man­te­nendo «le spese mili­tari come ele­mento essen­ziale della sta­bi­lità ame­ri­cana» ave­vano deciso il ritiro dal Viet­nam — a que­sto pun­tava il viag­gio del ’71 di Nixon a Pechino — e che quella vit­to­riosa lotta di popolo matu­rava un ridi­se­gno del con­flitto glo­bale nella Guerra fredda: in Asia con la guerra civile in Cam­bo­gia e la svolta epo­cale cinese, in Africa con lotta al neo­co­lo­nia­li­smo, in Ame­rica Latina con i golpe.
Così, un bri­vido si prova alle parole del pre­si­dente cileno Sal­va­dor Allende che Ros­sana incon­tra nel ’71 nel palazzo della Moneda. Si avverte la sua soli­tu­dine, lo sforzo immane, l’equilibrio dif­fi­cile per soste­nere il «cam­bia­mento socia­li­sta». E la sua tra­gica e mal­ri­po­sta fidu­cia nella lealtà dei mili­tari. Men­tre se la prende con il nipote del Mir che, attac­cando l’esercito, «gioca col fuoco». Per­ché «…qui se l’esercito esce dalla lega­lità è la guerra civile. È l’Indonesia. Cre­dete che gli ope­rai si lasce­ranno togliere le indu­strie? E i con­ta­dini le terre? Ci saranno cen­to­mila morti, sarà un bagno di san­gue». Sap­piamo com’è andata.
Stessa emo­zione per l’incontro a Lisbona con il mag­giore Erne­sto de Melo Antu­nes, lea­der della rivo­lu­zione dei garo­fani, nel disa­dorno palazzo del par­la­mento di San Bento. «Quel che oggi pos­siamo fare è cam­biare il modo in cui finora si è pen­sato lo svi­luppo, e cioè sem­pre e solo in ter­mini di acce­le­ra­zione di pro­du­zione e inve­sti­menti. Noi pre­fe­riamo par­lare di una via socia­liz­zante…». Era il gen­naio del 1975. Noi, al seguito, assi­ste­vamo ai semi­nari di Ros­sana Ros­sanda al Cen­tro Gubel­kian, il dopo­la­voro dello stato mag­giore por­to­ghese, sui pro­cessi di tran­si­zione. A segnora — così la chia­ma­vano — par­lava appas­sio­nata e fuori mon­ta­vano la guar­dia gio­va­nis­simi che­gue­vara bar­buti, sol­dati in mime­tica e mitra­glia in spalla, appena rien­trati dall’Angola e dal Mozam­bico. Quanto poteva durare? E non durò. Non capimmo, anche per l’enfasi reto­rica dei tanti arri­vati da tutta Europa a «diri­gere» con pre­sun­tuose cer­tezze la rivo­lu­zione che, al con­tra­rio, chie­deva, come faceva Ros­sana, di inter­ro­garsi insieme a noi. Che le scon­fitte alla fine — e vale anche per noi, adesso — non siano il ter­reno più fer­tile da seminare?