Tommaso di Francesco
Rossana Rossanda, una stagione grande e aperta
il manifesto, 4 dicembre 2013
La forma dell’intervista è una complicità «fra due che si parlano»: così Rossana Rossanda introduce il suo libro
«Quando si pensava in grande. Tracce di un secolo. Colloqui con venti testimoni del Novecento»
(Einaudi, pp 243 euro 17,50). Venti intervistati, tutti uomini
perché, sottolinea l’autrice, questa è la storia della politica
che ha escluso le donne. Non un «come eravamo» ma un monito:
a pensare. E in grande, riproponendo i non conclusi temi del «secolo
breve» che, già nel primo decennio del nuovo secolo mostrano la loro
cogente attualità e urgenza. Aggregato per temi piuttosto che
cronologicamente — le interviste, uscite su
il manifesto quotidiano comunista tranne quella a Sartre pubblicata nel settembre 1969 sul
Manifesto rivista, vanno dal 1965 al 1998.
Per Rossana Rossanda il nodo della crisi delle società del
capitalismo maturo è ancora all’ordine del giorno in epoca globale,
non bisogna abbandonare il campo della riflessione sull’89 (sul
tramonto dei socialismi realizzati nell’est europeo), ma anche
sulla caduta dei compromessi socialdemocratici. In buona sostanza
torna d’attualità la domanda sul comunismo. Con nuovi strumenti
critici a sinistra, sapendo che «con il volgere del secolo, di
sinistra, anche della più moderata, non rimane nulla», arresa com’è al
liberismo. E mantenendo aperta la porta ai paradigmi culturali
affatto diversi dal movimento operaio tradizionale: il
femminismo e le questioni di genere e le correnti ecologiste
relative ai limiti dello sviluppo — qui l’intervista a Ignacy Sacs
è illuminante.
Una fondamentale «ontologia»
Con György Lukacs — questa prima intervista non è della
«comunista eretica e sessantottina tardiva» ma dall’ancora
esponente del comitato centrale del Pci — si parla di letteratura,
ma è un espediente. In realtà al centro ci sono l’ombra del XX
Congresso, la tragedia ungherese del ’56, i limiti della
pianificazione derivata dall’Urss e la critica alle categorie
della psicanalisi e dell’esistenzialismo intese come possibili
«integratori» del marxismo. Si può già individuare un punto
centrale da cui ripartire? Chiede Rossana Rossanda. «Marx ha
cominciato dall’analisi della struttura e anche noi dobbiamo
ripartire da qui — risponde Lukacs, rivelando che in quel periodo sta
scrivendo la sua opera fondamentale
Ontologia dell’essere sociale
— occorre una teoria valida della riproduzione in un sistema
socialista…Le nostre pianificazioni sono fallite perché nel
periodo staliniano è stata cancellata dalla teoria la dialettica
tra valore di cambio e valore d’uso, annullando con ciò di fatto la
possibilità stessa di una teoria della riproduzione…».
Il filosofo marxista ungherese è per Rossanda «la mia gente»;
non lo era proprio il mostro sacro del comunismo francese e della
poesia transalpina, Louis Aragon, protagonista dell’incontro più
sgradevole del libro e insieme più ironico. Dove si pavoneggia
l’intellettuale nazionale, «uomo bellissimo», vanitoso dei suoi
versi, ricco per meriti di partito dal quale «prese tutto senza dare
nulla», che vive nell’agio nel cuore della Parigi ricca. Esponente di
quel Pcf diventato alla fine nemico giurato del nuovo e dei movimenti
emersi nel ’68 e che, nell’intervista, non perde occasione di
sferzare il «fratello minore Pci». L’intervistatrice non ne può più e,
mentre Aragon si parla addosso, lei tenta di uscire dalla sala
dell’incontro, ma quello la riacciuffa con la sua sicumera. Quando
alla fine riuscirà a guadagnare la strada, Rossana sarò così
frastornata da cadere per terra ai primi passi tra le foglie bagnate,
sopraffatta dal tanto peso di sé di un essere umano. Chiedendosi:
«Che comunismo era il suo?”
Inconciliabilità e punti ciechi
Punti focali del libro le interviste a Jean-Paul Sartre e a Louis Althusser. La prima,
Partiti e movimenti due realtà inconciliabili, del settembre ’69, realizzata nell’imminente radiazione del gruppo del
Manifesto dal Pci, anticipa l’elaborazione che sul
Manifesto rivista la stessa Rossanda fece con il titolo
Da Marx a Marx,
sui limiti della forma partito e sulla necessità di un nuovo,
centrale ruolo, e insieme qualità, dei movimenti di massa. Con
l’elaborazione di quella che si chiamò «strategia consiliare».
A rileggerla traspare come una profezia sull’universo
informatico-telematico dei nostri giorni. Perché Sartre, nel rendere
evidente l’elemento vincente del partito rispetto ai soli gruppi
informali, li chiama «in fusione», riconoscendone però la loro
immediatezza e rappresentanza diretta: come non pensare allo
status delle nuove mobilitazione politiche e gruppi nati
e codificati su web? Con la loro consumabilità momentanea
e caducità temporanea, senza una memoria lunga che, pur non essendo
necessariamente del «partito», non sia tuttavia solo seriale ma
duratura e superiore alla rappresentanza politica che non c’è più.
La seconda ad Althusser,
Il punto di cieco di Marx, la questione dello Stato, è dell’aprile 1978 e prende spunto dalle sue affermazioni fatte al convegno del
Manifesto
di Venezia (novembre 1977) sull’inesistenza in Marx di una teoria
dello Stato. Qui insiste sul comunismo «come tendenza e realtà
interstiziale» al capitalismo in crisi, come sulla necessità di
non rendere «vaga» la percezione di questa tendenza, di dirlo
insomma il comunismo nei suoi obiettivi programmatici.
Materialisticamente e non idealisticamente come fosse una
evocazione «feticista». Ma l’equivoco più grande è lo Stato, al
quale tutto, società politica, partito e sindacato — perdendo così
la loro natura di classe -, si riduce. E non ci sono dissimulazioni
sulla presunta novità dello «Stato allargato»: «Lo Stato è sempre
stato
allargato». Nell’introduzione l’autrice parla della sua
imperitura amicizia con Althusser e con la moglie Hélène Rytman,
fino alla prova estrema: «Le circostanze mi portarono a essere
vicina a loro due nei giorni in cui egli la uccise; resto persuasa che
non volesse affatto la sua morte, ma non fosse in grado di ascoltare
quel che lei pensava di avere scoperto proprio allora sull’origine
della sua malattia e aveva imprudentemente deciso di dirgli».
Ecco la luce affettiva della speranza. Quella del militante
sessantottino Etienne Grumbach, cuore pulsante delle agitazioni
operaie alla Renault di Flins, che non dismette mai l’impegno del suo
«pessimismo attivo». Così come speranza e passione traspaiono
dagli incontri di due massimi analisti delle crisi
internazionali, Maxime Rodinson del Medio Oriente e Paul Sweezy
degli Stati Uniti.
Le crisi attraversate e infinite
L’intervista a Rodinson è del 5 agosto 1982, pochi giorni prima del
massacro a Beirut di Sabra e Chatila. Egli non avverte che la
negazione di una soluzione, anzi la cancellazione da parte
dell’Occidente e di Israele della crisi di tutte le crisi, quella
palestinese, e il suo abbandono all’occupazione militare
israeliana, alle colonie che si espandono e al Muro dell’apartheid,
avrebbe comportato — insieme ad una frattura anche violenta del
movimento palestinese stesso — una radicalizzazione ideologica,
nella fattispecie islamica, in tutti i Paesi arabi, con il ritorno
della guerra imperiale all’ordine del giorno. Così come Paul Sweezy non
comprende che gli Stati uniti, pur mantenendo «le spese militari
come elemento essenziale della stabilità americana» avevano
deciso il ritiro dal Vietnam — a questo puntava il viaggio del ’71
di Nixon a Pechino — e che quella vittoriosa lotta di popolo maturava
un ridisegno del conflitto globale nella Guerra fredda: in Asia con
la guerra civile in Cambogia e la svolta epocale cinese, in Africa
con lotta al neocolonialismo, in America Latina con i golpe.
Così, un brivido si prova alle parole del presidente cileno Salvador Allende
che
Rossana incontra nel ’71 nel palazzo della Moneda. Si avverte la sua
solitudine, lo sforzo immane, l’equilibrio difficile per sostenere
il «cambiamento socialista». E la sua tragica e malriposta
fiducia nella lealtà dei militari. Mentre se la prende con il nipote
del Mir che, attaccando l’esercito, «gioca col fuoco». Perché «…qui se
l’esercito esce dalla legalità è la guerra civile. È l’Indonesia.
Credete che gli operai si lasceranno togliere le industrie? E i
contadini le terre? Ci saranno centomila morti, sarà un bagno di
sangue». Sappiamo com’è andata.
Stessa emozione per l’incontro a Lisbona con il maggiore Ernesto
de Melo Antunes, leader della rivoluzione dei garofani, nel
disadorno palazzo del parlamento di San Bento. «Quel che oggi
possiamo fare è cambiare il modo in cui finora si è pensato lo
sviluppo, e cioè sempre e solo in termini di accelerazione di
produzione e investimenti. Noi preferiamo parlare di una via
socializzante…». Era il gennaio del 1975. Noi, al seguito,
assistevamo ai seminari di Rossana Rossanda al Centro Gubelkian,
il dopolavoro dello stato maggiore portoghese, sui processi di
transizione.
A segnora — così la chiamavano — parlava appassionata e fuori montavano la guardia giovanissimi
cheguevara
barbuti, soldati in mimetica e mitraglia in spalla, appena
rientrati dall’Angola e dal Mozambico. Quanto poteva durare? E non
durò. Non capimmo, anche per l’enfasi retorica dei tanti arrivati da
tutta Europa a «dirigere» con presuntuose certezze la rivoluzione
che, al contrario, chiedeva, come faceva Rossana, di interrogarsi
insieme a noi. Che le sconfitte alla fine — e vale anche per noi,
adesso — non siano il terreno più fertile da seminare?