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venerdì 28 agosto 2026

I due Mozart

Alessandro Zaccuri
Schmitt e il figlio che volle essere Mozart. E sfidò suo padre

Avvenire, 28 agosto 2026

Tra il 1984 e il 1985 uscirono in Italia due film sulla vita di Wolfgang Amadeus Mozart. Attorno alla morte del grande compositore ruotava Amadeus, che il regista Miloš Forman aveva tratto dall’omonimo dramma di Peter Shaffer: un successo internazionale premiato da una pioggia di Oscar, compreso quello a F. Murray Abraham per l’interpretazione di un machiavellico e risentito Salieri. Più limitata era stata la circolazione di Noi tre di Pupi Avati, incentrato su un episodio niente affatto marginale della giovinezza del musicista che, per l’occasione, veniva finalmente chiamato “Amadè” come in effetti accadeva nella realtà. In Amadeus, com’è noto la rivalità tra Mozart e Salieri è amplificata oltre misura, così da elevare l’artista veronese a emblema di una mediocrità meschina e vendicativa (per ristabilire la realtà dei fatti, e per restituire ad Antonio Salieri i suoi meriti, si può recuperare la bella biografia firmata da Ernesto Monsalve per Ares e significativamente sottotitolata L’uomo che non uccise Mozart). Da parte sua, Avati traeva spunto da una vicenda ben documentata, arricchendola di elementi tipici della sua poetica. Nel 1770 il giovanissimo Amadeus, ospite del conte Pallavicini a Bologna, si presenta all’esame di ammissione nella locale Accademia Filarmonica, una delle istituzioni più prestigiose nell’Europa del tempo. Il compito svolto per l’occasione non è un granché, tant’è vero che padre Giovanni Battista Martini, luminare del contrappunto barocco, interviene di suo pugno per sistemare la partitura da sottoporre al giudizio. Nell’invenzione di Noi tre, Amadè sbaglia intenzionalmente, perché non vuole lasciare la città nella quale per la prima volta ha conosciuto l’amore e l’amicizia. Correggendo gli svarioni dello spartito, padre Martini non viene incontro ai desideri dell’irrequieto adolescente, ma a quelli del padre, l’ambizioso eppure affettuoso Leopold Mozart, vicemaestro di cappella presso il principe-arcivescovo di Salisburgo.
I due Mozart, come vengono definiti nell’edizione italiana del nuovo romanzo di Eric-Emmanuel Schmitt (e/o, traduzione di Alberto Bracci Testasecca, pagine 160, euro 18, in libreria da oggi), sono un esempio di scuola nell’intricata casistica delle famiglie d’arte. Ci sono figli che restano prigionieri di un’emulazione impossibile e altri che surclassano i genitori, fino a offuscarne la memoria. Quest’ultima eventualità è molto più diffusa di quanto si possa immaginare. Per restare nel nostro Paese, Giovanni Santi era un ottimo pittore, ma non all’altezza del figlio Raffaello; Bernardo Tasso era un letterato che sapeva il fatto suo, ma il poeta di casa era Torquato, l’autore della Gerusalemme Liberata; la biblioteca dei Leopardi a Recanati fu allestita dall’erudito Monaldo, ma è famosa perché tra quegli scaffali si formò il primogenito Giacomo. Non succede solo in Italia: i libri di Rudyard Kipling furono illustrati dal padre John, che era anche scrittore; più di recente, in Il mio orecchio sul suo cuore Hanif Kureishi ha dato conto delle velleità letterarie del padre. L’elenco sarebbe molto più lungo, ciascuno lo può integrare come ritiene opportuno.
Narratore tanto prolifico quanto amato dal pubblico (basti ricordare la popolarità di libri Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, Odette Toulemonde, Il Vangelo secondo Pilato, e altri ancora, tutti in catalogo da e/o), già nel 2005 Schmitt aveva fatto ricorso alla musica del sommo salisburghese per un singolare romanzo di formazione, La mia storia con Mozart, nel quale opere, sonate e sinfonie sono evocate in un contesto contemporaneo, come risposte neppure troppo in codice alle domande fondamentali di un ragazzo che si prepara a entrare nel mondo degli adulti. Questa volta, con I due Mozart, ci si sposta nel territorio del romanzo storico, ma del romanzo storico à la Schmitt: stilizzato, stringato, drammaturgicamente orchestrato.

Il racconto si sviluppa su piani temporali paralleli. Da una parte c’è l’anziano e impoverito Leopold, che a Salisburgo attende invano una lettera del figlio e intanto si consola ripercorrendo la corrispondenza del passato. Una frase lo ossessiona più di ogni altra, quel «subito dopo Dio c’è papà» con cui il piccolo Amadeus proclamava un’ammirazione ingenua e assoluta. L’altra dimensione narrativa riguarda la biografia del figlio, spiata quasi in tralice nella prospettiva del padre. Leopold intuisce subito lo straordinario talento del bambino che, fin da neonato, adegua il proprio pianto all’ultima nota risuonata nell’appartamento dei Mozart. Per garantire ad Amadeus la formazione e la fama che gli spettano, Leopold impegna la famiglia in un faticoso viaggio attraverso l’Europa. A conti fatti, i Mozart sono in effetti quattro. A fianco di Leopold c’è la moglie Anna Maria, insieme con Amadeus si esibisce al clavicembalo la sorella Nannerl, di cinque anni maggiore. In definitiva, però, il trionfo va tutto all’enfant prodige, che da lì a qualche anno il padre decide di scortare in Italia per dargli modo di perfezionarsi ulteriormente.
Pur conoscendo le qualità del figlio, Leopold vorrebbe per lui una sistemazione stabile, magari proprio a Salisburgo. Amadeus, invece, è insofferente delle gerarchie, scalpita, smania per sperimentare nuove soluzioni. In gioco, oltre al prevedibile conflitto generazionale, c’è un diverso modo di concepire il ruolo dell’artista: non più cortigiano, o comunque sorretto da una rendita, ma figura indipendente, capace di misurarsi con le regole del mercato. Qualcosa di analogo, del resto, accade anche tra Monaldo e Giacomo Leopardi, quando quest’ultimo si intestardisce a vivere del proprio lavoro intellettuale, passando da un progetto fallimentare all’altro. Amadeus lascia Salisburgo per Vienna, dunque. Ora che ha perso l’aura del genio precoce, è uno dei tanti compositori promettenti che si aggirano tra la corte imperiale e i teatri della città. Si sposa senza neanche informare il padre, che non smetterà mai di guardare con sospetto alla nuora Constanze e, più ancora, all’ingombrante consuocera (secondo Schmitt, i tic verbali della signora Weber sarebbero all’origine della celebre aria della Regina della Notte nel Flauto Magico). La morte di Leopold avviene senza che ci sia stata riconciliazione, a meno che la morte di Amadeus – della quale la composizione del Requiem parrebbe costituire un presagio – non sancisca un perdono a lungo rimandato. Ma qui la ricostruzione storica si ferma e il romanzo si impadronisce della scena. «Ho fatto un sogno – rivelava in Noi tre il misterioso pretino che attendeva i due Mozart davanti all’Accademia Filarmonica –. Io ho visto un padre e un figlio che camminavano dentro un bosco e mi sembravano entrambi lieti. Poi all’improvviso ho sognato delle aquile». La trama è sempre la stessa. Cambia solo il modo di raccontarla.

sabato 7 febbraio 2026

Tocca a te

Tocca a te raccoglie la corrispondenza fra John Berger e suo figlio Yves tra il 2015 e il 2016, negli ultimi due anni di vita dello scrittore: il dialogo affettuoso tra un padre e un figlio che è anche un confronto onesto tra due intellettuali sui temi dell’arte, della memoria e della morte. 

Il carteggio inizia quando, dalla sua casa di Parigi, l’ottantanovenne John invia al trentanovenne Yves, in Alta Savoia, le foto di alcuni quadri che lo hanno colpito come un invito aperto. Quella lettera è l’occasione per iniziare uno scambio serrato simile alle tante partite di ping-pong che i due hanno giocato nel fienile della loro casa: alternando fotografie e acquerelli, scarabocchi e osservazioni sulla pittura, e puntellando le loro riflessioni con le riproduzioni dei quadri di van der Weyden, Goya, van Gogh, Caravaggio, Poussin, Twombly provenienti dai loro archivi, John e Yves si confessano l’uno con l’altro e mettono a confronto in modo diretto e sincero le loro idee e le loro visioni del mondo, le loro paure e le loro esperienze; i loro ricordi e le loro emozioni. Un testo intimo e potente, che ci racconta dell’importanza di trovare uno spazio per incontrarsi, ancora una volta, prima di dirsi addio. (presentazione editoriale)

Serenella Iovino
Libri da leggere, John Berger e la tenerezza di un padre

la Repubblica Robinson, 28 gennaio 2026

«Sai qual è la cosa che, invecchiando, è cresciuta di più in lui?». No, quale? «La tenerezza». Chi ci parla è Maria Nadotti, e il soggetto lo conosce bene. Non solo perché da tre decenni gli presta la sua voce nella nostra lingua, ma perché con lui ha lavorato, viaggiato, pensato. La loro era un’amicizia e un’alleanza. «Cospiravamo», dice. È un verbo perfetto per John Berger, tessitore di alleanze e resistenze, il cui talento più grande è stato quello di raccontare immagini assecondandone il respiro. Cospirare, in fondo, è questo: respirare insieme, mettere l’anima in comune. È così che s’impara a percepire i legami. E lui respirava, cospirava, con tutto. Se lo leggi lo sai; un paesaggio, un ritratto, una fotografia, un fiore, un oggetto qualunque: si allargano nelle sue mani in una serie imprevedibile di connessioni, come se venissero fuori da un terreno di corpi e di storie e si portassero dietro le radici. JB, che le conosce o le intuisce, te le mostra perché si innestino nella tua immaginazione, entrando nel tuo respiro e continuando a vivere con te. È uno dei pochi modi che abbiamo, credeva, per boicottare il tempo.

Con lui abbiamo visto cose memorabili. Un volto che sbuca da un dipinto e ti parla dei mattini freddi di Delft e delle speranze dei poveri. Un gruppo di operai turchi fotografati all’alba di un colpo di Stato, nei cui visi proletari s’intravede il giorno in cui cammineranno liberi per le strade del loro villaggio. O certi quadri fiamminghi. Donne amate e amanti, osservate dai pittori mentre li osservano. Desiderio e memoria di quel desiderio insieme su una tela. Commenta JB: «Tali immagini non si danno solo nell’arte. Possono darsi nell’anima di chiunque. La parola anima è tabù. Ma è l’anima che squarcia il tempo. E noi continuiamo ad amare, sfidando la mortalità».

Tenerezza, dice Nadotti. E c’era da aspettarselo; è una parola-chiave per JB. Anche negli appunti presi per questo articolo ricorre spesso. Insieme a una sensazione di fondo: recensire un libro di JB non è facile, perché inevitabilmente si finisce col parlare degli altri suoi libri (tanti); di chi era, di come pensava; dei maestri e dei compagni, vivi e morti, con cui cospirava. Per molti è un’icona lui stesso. C’è chi lo apre come un oracolo, una specie di I-Ching. Arte rupestre? Ritratti del Fayyum? Animali nelle gabbie del capitalismo? Visioni di case che crollano? Sentiamo che cosa ne dice JB. Che puntualmente ne parla, illuminandoci. Ne parla, non come farebbe un dotto, ma con quell’inconfondibile (eccola) tenerezza che è il contrario dell’erudizione enciclopedica, della critica e dell’esegesi. Lui, semplicemente, si mette di fianco alle cose e le ascolta. Poi risponde e, raccontando, passa la parola ad altri. Come se dicesse ogni volta a chi legge o scrive con lui: ora tocca a te, over to you.

Tocca a te è proprio il titolo dell’ultimo suo libro proposto in Italia dal Saggiatore. Un libro probabilmente involontario, che raccoglie le e-mail — con immagini e disegni — che lui e suo figlio Yves, artista e scrittore, si scambiano poco prima della sua scomparsa, nel 2017. Non inganni il titolo: non ci sono testimoni generazionali da passare. 

giovedì 10 aprile 2025

Genitori



Fabrizia Giuliani, Sui documenti si scrive "genitori": la forzatura ideologica sconfitta dalla realtà, La Stampa, 10 aprile 2025

Poche cose nuocciono al vivere civile come lo scontro ideologico su materie che definiamo eticamente sensibili, attingendo a un lessico tanto generico quanto poco accessibile, ossia questioni che attengono alla vita, i suoi luoghi e i suoi processi. La famiglia, le relazioni, la sessualità, la generazione ma anche la cura e la morte. Questi temi sono diventati il terreno prediletto dalla politica per lo scontro dove non ci sono prigionieri, dove l’avversario deve essere piegato e vinto e le convinzioni si impongono con la forza dei numeri. Dove la politica intesa come confronto, rispetto, consapevolezza dell’articolazione del corpo sociale e dei mutamenti che lo attraversano muore e resta solo il bastone del comando. Nel secolo scorso la tendenza era stata definita bipolarismo etico, radicalizzazione incapace di produrre l’accordo necessario a qualunque passo avanti legislativo e priva di memoria. Se si studiasse la storia – anche solo un po’, anche per titoli - si scoprirebbe velocemente come ogni avanzamento civile, ogni passo volto ad archiviare i residui patriarcali è stato realizzato attraverso il confronto aperto e il riconoscimento. L’imposizione, lo sapeva bene una classe dirigente che aveva combattuto il fascismo, non è solo dannosa ma improduttiva: non funziona.

Le società democratiche sono macchine complesse e la complessità, per essere governata, richiede fatica e conoscenza, pena la paura che porta alla regressione, l’abbaglio che il ritorno alla legge comando metta al riparo da cambiamenti percepiti come minacciosi. Siamo nel pieno di questo passaggio politico, di questa paura non compresa e non governata: da qui bisogna partire per parlare della sentenza della Cassazione che riporta alla dicitura genitori sulla Carta d’Identità.

Riportare, si diceva: questa era la definizione prima dell’impuntatura del Viminale (2019), che aveva voluto sostituire genitore con madre e padre. Eppure, genitori era la formula che aveva accompagnato nella storia patria, i documenti di identità fin all’ultima misura del 2015, governo Renzi, relativa alla Carta d’Identità elettronica. L’intento di Salvini era stato chiarissimo: la battaglia per il ritorno alla famiglia naturale passa dalla carta d’identità, persino se questa smentisce lo stato delle cose, ossia non ci sono una mamma e un papà. In altre parole, attraverso la riformulazione della dicitura sul documento si ripristina l’ordine che non c’è. Come se le parole sostituissero o cancellassero i fatti.

La storia del vocabolo genitore avrebbe dovuto mettere in guardia dalle forzature, segnata com’è dalla consapevolezza che i bambini possono crescere in famiglie diverse, che nascere non è crescere e soprattutto che le norme non devono produrre discriminazione, per i bambini e le bambine. Questo hanno messo, nero su bianco, i giudici della Corte nella sentenza 9216, sgombrando il campo dai fantasmi che aleggiano sulla battaglia ideologica. Hanno ricordato come una Carta d’Identità non sia un atto di nascita, che il decreto ministeriale impediva di dare «adeguata rappresentazione alla realtà giuridica familiare venutasi a creare», ossia una coppia omoaffettiva femminile ricorsa regolarmente all’adozione in casi particolari.

I giudici hanno sottolineato come questo istituto non ammetta discriminazioni, dunque, la Carta d’identità del minore non può indicare dati difformi, non corrispondenti alle figure genitoriali. Ancora una volta, la forzatura ideologica si è infranta davanti alla realtà, alle leggi e alle ragioni che le sostengono. Speriamo sia letta per intero, questa sentenza e soprattutto sia d’insegnamento.

venerdì 8 maggio 2015

Recalcati, Le mani della madre

Benedetta Tobagi
Il nostro destino nello sguardo della madre
I mille volti della figura femminile che ci dona la vita nel libro di Massimo Recalcati
Il genitore maschio rappresenta la Legge la donna invece il diritto all’esistenza
Tanti i riferimenti simbolici: da Maria alle due mamme del giudizio di Salomone
 

la Repubblica, 8 maggio 2015

... La maternità porta con sé fantasmi d’onnipotenza, perché il bambino offre spontaneamente «quello che nessun soggetto maschile — salvo forse certi psicotici — è in grado di offrire alla propria compagna», ossia «la sua stessa esistenza, senza riserva». L’amore divorante della madre-coccodrillo di Lacan può essere arginato, da una parte, dalla Legge del Padre, dall’altra, dalla capacità della donna di non auto-annullarsi nel ruolo di genitrice. È pericoloso, per il figlio, quando dietro la smania di diventare madre si cela il bisogno di colmare mancanze di senso e d’autostima.
A partire dal bel saggio Le Matriarche di Catherine Chalier, Recalcati rivisita alcuni topoi religiosi. Le madri del celebre giudizio di Salomone sono due facce sempre presenti, a livello inconscio, nella maternità. Le gravidanze miracolose della vergine Maria (figura non riducibile all’archetipo materno caro al sistema patriarcale, la donna desessualizzata, idealizzata e votata al sacrificio) o della vecchia e sterile Sara sono figura perfetta del fondamento simbolico della maternità come apertura audace e totale all’Altro. Senza quest’apertura, senza una disponibilità autentica, talora persino la fertilità biologica risulta compromessa: Recalcati narra vari casi di sterilità psicogena, superati sciogliendo i nodi (dai lutti non elaborati ai complessi d’inadeguatezza) attraverso l’analisi.
Le storie cliniche non mentono, la maternità è un’esperienza totalizzante che libera, immancabilmente, i fantasmi della psiche, e, talvolta, con essi, angosce profonde: come accade a una paziente anoressica che si sente “invasa”. Se non c’è desiderio autentico, il feto può essere vissuto come un corpo alieno, il neonato come un persecutore spaventoso. L’impatto con la creatura urlante così diversa ed eccedente rispetto al “bambino della notte” (come Silvia Vegetti Finzi definisce il figlio ideale immaginato nell’attesa) è uno choc. «Molti infanticidi — scrive Recalcati — hanno come presupposto un desiderio di maternità e una gravidanza non sufficientemente simbolizzati». E sempre emerge, prepotente, il fantasma della madre della madre: recidere simbolicamente questo legame è la condizione per un accesso positivo alla maternità. Tragico paradosso, la separazione è tanto più difficile quanto più il bisogno d’amore della figlia è stato frustrato. Lacan parla del “cattivo infinito” del ravage (devastazione) da cui scaturisce una recriminazione — dunque un legame — senza fine. Sempre più spesso, constata Recalcati, nello studio analitico entrano madri narcisiste che vivono (o evitano) la maternità come fosse un mero ostacolo, o figlie di queste ultime, devastate da mamme in perenne, subdola competizione

— estetica, umana, professionale — con loro. Eppure sempre e ancora esistono madri capaci di trasmettere un’eredità positiva. Come Selma, l’eroina di Dancer in the dark, commovente cammeo su cui il libro si chiude: una madre innamorata dei musical ma capace del sacrificio estremo, capace di offrire fondamento alla vita e insieme incarnare la Legge paterna temprata dall’amore, capace di donare al figlio ciò che non ha.
 

Il saggio: Le mani della madre, di Massimo Recalcati, Feltrinelli

martedì 13 maggio 2014

Gramsci lettore di Dante


Di sùbito drizzato gridò: "Come?
dicesti "elli ebbe"? non viv’elli ancora?
non fiere li occhi suoi lo dolce lume?". 69

Quando s’accorse d’alcuna dimora
ch’io facëa dinanzi a la risposta,
supin ricadde e più non parve fora. 72

Inferno, canto X

Qual è la posizione di Cavalcante, qual è il suo tormento? Cavalcante vede nel passato e vede nell’avvenire, ma non vede nel presente, in una zona determinata del passato e dell’avvenire in cui è compreso il presente. Nel passato Guido è vivo, nell’avvenire Guido è morto, ma nel presente? È morto o vivo? Questo è il tormento di Cavalcante, il suo assillo, il suo unico pensiero dominante. Quando parla, domanda del figlio; quando sente «ebbe», il verbo al passato, egli insiste e tardando la risposta, egli non dubita piú: suo figlio è morto; egli scompare nell’arca infuocata. Come Dante rappresenta questo dramma? Egli lo suggerisce al lettore, non lo rappresenta; egli dà al lettore gli elementi perché il dramma sia ricostruito e questi elementi sono dati dalla struttura. Tuttavia una parte drammatica c’è e precede la didascalia. Tre battute: Cavalcante appare, non dritto e virile come Farinata, ma umile, abbattuto, forse inginocchiato e domanda dubbiosamente del figlio. Dante risponde, indifferente o quasi e adopera il verbo che si riferisce a Guido al passato. Cavalcante coglie subito questo fatto e urla disperatamente. C’è il dubbio in lui, non la certezza; domanda altre spiegazioni con tre domande in cui c’è una gradazione di stati d’animo. «Come dicesti: egli “ebbe”?» – «Non vive egli ancora?» – «Non fiere gli occhi suoi lo dolce lome?» Nella terza domanda c’è tutta la tenerezza paterna di Cavalcante; la generica «vita» umana è vista in una condizione concreta, nel godimento della luce, che i dannati e i morti hanno perduto. Dante indugia a rispondere e allora il dubbio cessa in Cavalcante. Farinata invece non si scuote. Guido è il marito di sua figlia, ma questo sentimento non ha in lui potere in quel momento. Dante sottolinea questa sua forza d’animo. Cavalcante si affloscia ma Farinata non muta aspetto, non muove collo, non piega costa. Cavalcante cade supino, Farinata non ha nessun gesto di abbattimento; Dante analizza negativamente Farinata per suggerire i (tre) movimenti di Cavalcante, lo stravolgimento del sembiante, la testa che ricade, il dorso che si piega. Tuttavia c’è qualcosa di mutato anche in Farinata. La sua ripresa non è più così altera come la prima sua apparizione.

Quaderno 4 (XIII), § 78


 [Una lettera di Umberto Cosmo] Da una lettera del prof. U. Cosmo (dei primi mesi del 1932) riporto alcuni brani sull’argomento di Cavalcante e Farinata: «Mi pare che l’amico nostro abbia colpito giusto, e qualche cosa che s’avvicinava alla sua interpretazione ho sempre insegnato io. Accanto al dramma di Farinata c’è anche il dramma di Cavalcante, e male hanno fatto i critici, e fanno, a lasciarlo nell’ombra. L’amico farebbe dunque opera ottima a lumeggiarlo. Ma per lumeggiarlo bisognerebbe discendere un po’ più nell’anima medioevale. Ognuno dei due, Farinata e Cavalcante, soffre il suo dramma. Ma il proprio dramma non tocca l’altro. Sono legati dalla parentela dei figli, ma sono di parte avversa. Perciò non si incontrano. È la loro forza come dramatis personae, è il loro torto come uomini.

Quaderno 4 (XIII), § 86

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... In questo frangente drammatico, Nino scrive un illuminante commento al X canto dell'Inferno, erroneamente considerato «il canto di Farinata»: egli fa infatti notare come sia quella di Cavalcante Cavalcanti la figura più significativa dell'episodio ambientato nel cerchio eretici, per la sua amorosa preoccupazione per il figlio Guido di cui ignora la sorte, e non Farinata, che resta una figura convenzionale di politico militante, irrigidita da un ideologismo esibito nel suo “comizio” recitato dalla tomba. Franco Lo Piparo, in un capitolo del suo appassionato saggio dedicato al Professor Gramsci e Wittgenstein (Donzelli), fa notare come Nino si sentisse anche lui un eretico relegato in un «cieco carcere».
Armando Massarenti
 Da Gramsci a Wittgenstein (via Sraffa)  
Il Sole 24 ore, 15 giugno 2014

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Non è la grandezza che salva l'uomo nella Commedia. Farinata appare infatti, immerso e come ravvolto in una profonda infelicità. È questo il secondo motivo che accompagna, in minore, la figura del ghibellino, e sul quale si inserirà la seconda storia, quella di Cavalcante.
Farinata si duole, fin dai primi versi, per il rimorso che ancora lo tiene per la strage di Montaperti; più avanti dichiarerà il suo tormento per la sorte dei suoi, esuli per sempre da Firenze. E infine rivelerà con amara tristezza la condizione di oscurità a cui lui e i suoi compagni di pena sono destinati, per la quale possono conoscere solo il futuro, e non il presente, così che all'ultimo giorno ogni luce si spegnerà per loro.
Su questo registro doloroso si svolge, come dicevamo, tutta la vicenda di Cavalcante, introdotta all'interno della prima: egli è tutto e solo dolore: al non vedere il figlio, lo sospetta morto e già chiede di lui piangendo; alle prime parole di Dante, che quella morte gli fanno credere certa, prorompe in un accorato grido, che ancora a distanza di tanti secoli fa fremere il lettore dell'Inferno, e ricade supino nella sua tomba.
L'uno e l'altro appaiono colpiti in ciò in cui hanno riposto la loro speranza, e il senso della loro vita: la passione politica, l'orgoglio di parte, in Farinata, e la passione paterna, l'orgoglio per la grandezza del figlio, in Cavalcante. Il loro orizzonte coincide con la terra, e se quei valori terreni di cui vivono vengono meno, tutto per loro è definitivamente finito. E certo in diverso modo, velatamente, la mestizia di questi versi ravvolge attraverso lo strazio paterno anche l'ombra di Guido, che non è accanto a Dante, che non può, perché non volle, compiere quel viaggio di salvezza. (Anna Maria Chiavacci Leonardi)

 

giovedì 10 ottobre 2013

Ritanna Armeni, La sinistra appiattita su Francesco

Ritanna Armeni
Non stupitevi se la sinistra orfana del padre si accoccola su Francesco 
Il Foglio quotidiano, 10 ottobre 2013

Dovete capirci, noi di sinistra, se ci piace Papa Francesco. Non fate del sarcasmo, non diteci con ironica condiscendenza: “E che? Ora sei diventato cattolico” quando diamo segnali di soddisfazione per le parole del Pontefice. Dovete capirci, davvero. Ricordate quando Francesco è stato eletto? Era il 13 marzo di quest’anno, in Italia c’erano appena state le elezioni politiche e, mentre la sinistra dava una delle peggiori prove di incertezza e inettitudine, la chiesa, che aveva avuto lo choc delle dimissioni di Benedetto XVI, in quattro e quattr’otto ha eletto un Papa che veniva dalla “fine del mondo”. Sapete, malgrado tanti anni in cui anche noi siamo stati invischiati nel pantano delle decisioni lente e burocratiche della gestione del governo e dello stato, un po’ di sano gusto per l’efficienza ci è rimasto. E quella elezione rapida da parte di una istituzione che era in crisi ci è piaciuta. Sapete anche che abbiamo un passato terzomondista e quel capo della chiesa che veniva dalla “fine del mondo” rinverdiva molti vecchi sogni, ci faceva sperare in una nuova linfa vitale per la vecchia Europa cristiana.
Ma queste sono state le prime reazioni, positive, ma limitate e, se volete, superficiali. Poi c’è stato il seguito. Da tanto tempo noi di sinistra, non abbiamo un padre o una madre. Qualcuno che ci dica con chiarezza e, magari anche con qualche eccesso di semplificazione: questo è bene, questo è male, questo si fa, questo non si fa. Presto probabilmente capo della sinistra diventerà Matteo Renzi che – ammetterete – della figura paterna ha ben poco. Al massimo somiglia a quegli amici dei nostri fratelli minori, furbi e bricconcelli ai quali a nessuno di noi sarebbe venuto in testa di chiedere consiglio sulle grandi domande della vita. Di una certa autorevolezza sentiamo disperatamente bisogno. Di qualcuno che dica, per esempio, “vergogna” di fronte alle morti nel Mediterraneo. Per anni in molti – e non solo di sinistra – ricevevamo un pugno allo stomaco alla notizia di quei barconi affondati, di quelle morti innocenti, ma si doveva stare attenti a non dimostrarlo troppo altrimenti nel migliore dei casi si era accusati di “buonismo” (ritenuto evidentemente di caratura morale inferiore al “cattivismo”) e quindi di ignoranza delle cose del mondo, di incompetenza sui flussi, sulle leggi, sulle statistiche sulle compatibilità, sui pericoli per l’identità del paese ecc. ecc.
Ci dovete capire. Quando il Papa, dopo aver abbracciato un disoccupato e un cassintegrato, dice “Signore Gesù dacci lavoro e insegnaci a lottare per il lavoro” abbiamo un sussulto, quasi un momento di commozione. Davvero. La parola “lotta” l’avevamo dimenticata, avevamo dimenticato che potesse avere un suono elevato, nobile. In tanti l’hanno calpestata in questi anni, disprezzandola come primitiva o usandola male, strumentalizzandola ai loro fini. Francesco invoca Gesù perché sa che non si può avere un lavoro se qualcuno non ci insegna anche come lottare per averlo. Ogni insegnamento, ogni regola, ogni priorità sono andate evidentemente perdute. I sindacati, è chiaro, hanno bisogno anche loro di qualche ripetizione. Come tanti di noi anche il Papa pensa che si deve cominciare proprio tutto daccapo.
E allora, per favore, comprendeteci. Comprendete chi per anni a sinistra, quando andava bene, ha sentito parlare di disagio sociale, di crisi che ridimensiona i redditi e di soluzioni che alla fine buttavano sempre ad aumentare quel disagio sociale e a ridimensionare i redditi di chi aveva già poco. Poi abbiamo sentito un Pontefice che vuole mettere al primo posto gli ultimi. Fino ad allora nel dibattito pubblico erano apparsi lontani, lontanissimi, invisibili. Le reazioni, infatti sono state di meraviglia e stupore. Le sue parole sono suonate scandalose. Ma quello scandalo a noi è sembrato benefico. Qualcuno finalmente squarciava un velo.
E poi di questo Papa ci è piaciuto anche qualcosa di meno nobile, ma di molto utile. Una sorta di furbizia, qualcuno dice da parroco di campagna, che gli ha fatto intuire immediatamente l’odio crescente nei confronti del privilegio. Il Pontefice che porta la sua borsa da viaggio, il Papa che telefona agli amici, il successore di Pietro che paga il conto in albergo, il capo della chiesa che non abita negli appartamenti vaticani, ma nel convento di Santa Marta. Non siamo così ingenui da pensare a gesti che non siano ponderati e inviati come messaggi, ma ci siamo chiesti perché tanti politici, anche di sinistra, non hanno sentito il bisogno di mandare messaggi analoghi. Per furbizia, magari, se non per convinzione. Ma quella furbizia avrebbe indicato una sintonia e un rispetto, un senso dell’opportunità che ai nostri antichi padri e antiche madri non mancava.
Ma la dottrina, direte, la dottrina? Quando questo Papa parlerà di matrimonio gay, di aborto, divorzio, allora voi di sinistra che direte? Sarete ancora così entusiasti, così “papisti”? Probabilmente no. Probabilmente avremo molto da dire, da contestare, da criticare. Per il momento abbiamo provato una certa consolazione quando il Papa ha parlato degli omosessuali come “feriti sociali” e ha detto che la chiesa è la casa di tutti, anche e soprattutto, degli irregolari. E quando abbiamo constatato che dopo anni di affermazione di valori “non negoziabili” questo Pontefice ci ha detto: “L’opinione della chiesa su questi temi è nota e non c’è bisogno di parlarne sempre”. Per il momento ci basta. E anche qui dovete capire: non ne potevamo più di quella perdita di buon senso a cui sempre più spesso portano le discussioni di dottrina. Non è inevitabile che sia così, ma così finora è stato.
E allora per il momento attendiamo e pensiamo che non sarebbe male cominciare a discuterne prima di litigare con la chiesa. E chissà perché ci viene da pensare che, quando ne discuteremo con chi segue “la nota dottrina”, troveremo orecchie più attente, una testa più aperta, e gli steccati, anche quelli dei laici, potranno essere più fragili.
Sì, questo Papa ci piace. E chi alla chiesa ha sempre creduto dovrebbe essere contento della possibilità di una nuova fratellanza che si fonda su una fiducia reciproca. Di recente il mio amico Fausto Bertinotti, anche lui “papista” convinto, mi ha passato un numero del 2007 della rivista 30 giorni diretta da Giulio Andreotti. Contiene una stupenda intervista a Papa Francesco allora cardinale di Buenos Aires. Ne consiglio la lettura. Nell’intervista, nella quale con assoluta coerenza c’è già tutto Francesco, il Papa parla fra l’altro della necessità di “uscire dal recinto dell’orto dei propri convincimenti considerati inamovibili se questi rischiano di diventare un ostacolo, se chiudono l’orizzonte che è Dio”. “Questo vale anche per i laici?”, chiede l’intervistatrice Stefania Falasca. E il cardinale Bergoglio risponde: “La loro clericalizzazione è un problema. I preti clericalizzano i laici e i laici ci pregano di essere clericalizzati… E’ proprio una complicità peccatrice”. E prosegue: “E pensare che potrebbe bastare il solo battesimo. Penso a quelle comunità cristiane in Giappone che erano rimaste senza sacerdoti per più di duecento anni. Quando tornarono i missionari li trovarono tutti battezzati, tutti validamente sposati per la chiesa, i loro defunti avevano avuto un funerale cattolico. La fede era rimasta intatta per i doni di grazia che avevano allietato la vita di questi laici che avevano ricevuto solo il battesimo e avevano vissuto la loro missione apostolica in virtù del loro battesimo. Non si deve aver paura di dipendere solo dalla Sua tenerezza”.
Adesso è chiaro perché ci dovete capire? Perché molti di noi di sinistra sono quelli che Karl Rahner definiva “cristiani anonimi”, siamo fuori dal perimetro della chiesa, però ne possiamo condividere idee e convinzioni. E questo – rassicuratevi – sempre per dirla con Rahner “non rende superfluo il cristianesimo esplicito, anzi lo reclama per la sua stessa essenza e per la sua specifica dinamica”. Allora tranquilli. Niente di male se il Papa piace a sinistra. Se piace ai laici, ai non credenti, agli atei e ai miscredenti. Abbiate un po’ di comprensione. Anche noi abbiamo bisogno di un padre che abbia fiducia in noi. Che poi sia santo, questo lo ammetto, è fatto che vi riguarda quasi esclusivamente.

venerdì 14 giugno 2013

Massimo Recalcati, Telemaco

Odissea, libro II
il discorso di Telemaco agli itacesi

 ansioso di dire
 si fece nel mezzo. L’araldo Pisenore, uomo
di saggi consigli, in mano gli porse lo scettro,
E prima, al vecchio rivolto, Telemaco disse:
“O vecchio, non lungi è quell’uomo: son io,
radunato ho il popolo io, colpito da grande dolore.*
Non di gente, che a noi s’appressi armata,
Nè d’altro, da cui penda il ben comune,
Io vegno a favellarvi. A far parole
Vegno di me, d’un male, anzi di duo,
Che aspramente m’investono ad un’ora.
Il mio padre io perdei? Che dico il mio?
Popol d’Itaca, il nostro: a tutti padre
Più assai, che Re, si dimostrava Ulisse.**
L’altro è peggiore, che presto tutta la casa
mia scuoterà, distruggendo tutti i miei beni.
Si affollano i Proci intorno a mia madre
ritrosa, e son figli di nobili;  ma entrare
non osano in casa d’Icario suo padre,
che dovrebbe la figlia cedere in moglie
a quello che gli riesca più gradito;*
l’intero dì nel mio palagio in vece
banchettan lautamente, e il fior del gregge
struggendo, e dell’armento, e le ricolme
della miglior vendemmia urne vôtando,
vivon di me: nè v’ha un secondo Ulisse,
Che sgombrar d’infra noi vaglia tal peste.
Io da tanto non son, nè uguale all’opra
in me si trova esperïenza, e forza.
Oh così le avess’io, com’io le bramo!**
ma più non sopporto
che la mia casa continui a perire.
Dovreste voi stessi indignarvi e temere
di perder la stima degli altri vicini
e guardarvi dall’ira dei numi, che i vostri
giorni non mutino in tristi. Io vi supplico
per Zeus Olimpio e per Temi, che scioglie
e raduna gli uomini insieme: frenate
dei Proci l’impeto folle, o amici;
non lasciatemi solo a struggermi in pianto,
se pure mio padre, il nobile Ulisse
non mai recò danno agli Achivi
tanto che abbiate di lui a lamentarvi e vogliate
incitare costoro al mio danno. Assai meglio
sarebbe per me se voi stessi i miei beni
divoraste: ne avrei forse un giorno il compenso;
verrei ad uno tutti a pregarvi fintanto
che le sostanze mie non tornassero.
Ora d’affanno insanabile colmate il mio cuore.”*
Detto così, gittò lo scettro a terra,
ruppe in lagrime d’ira, e viva corse
105
di core in cor nel popolo pietade.
     Ma taciturni, immoti, e non osando
Telemaco ferir d’una risposta,
tutti stavano i Proci.**
... 
* Enzio Cetrangolo
** Ippolito Pindemonte

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I complessi di Edipo e di Narciso hanno costituito chiavi di lettura decisive per comprendere il disagio della Civiltà e sono largamente entrati nella cultura comune. Ma oggi non bastano più per interpretare la sofferenza dei giovani. Se la figura di Edipo ha messo in luce il conflitto tra le generazioni e l'impatto beneficamente traumatico della Legge sulla vita umana, quella di Narciso ha mostrato come il nostro tempo sia dominato dall'homo felix, dedicato al culto frivolo ma anche mortifero di se stesso. Di questa egemonia di Narciso raccogliamo oggi una eredità catastrofica: il mito della crescita e dell'espansione fine a se stessa ha mostrato la corda, lo spettacolo iperedonista si è rivelato un circo vuoto e melanconico.
In questo contesto, una nuova figura sembra rappresentare il disagio. È quella di Telemaco. Massimo Recalcati lavora da diversi anni sul tema del padre e della sua assenza. Nella visione di Recalcati in primo piano non c'è più il conflitto a morte tra le generazioni, né l'edonista e sterile affermazione di sé, ma una domanda inedita di padre, di adulti in grado di offrire una testimonianza credibile di come si possa vivere con slancio e vitalità su questa Terra.

Massimo Recalcati, Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, Feltrinelli, Milano 2013