sabato 31 gennaio 2026

Non strattonate Francesco


Enzo Bianchi
Non strattonate Francesco. Era un folle, sempre fuori posto

La Stampa Tuttolibri, 31 gennaio 2026 

Inverno 1224-1225, Francesco d’Assisi è un uomo di poco più di quarant’anni, che ha vissuto secondo la forma del santo Vangelo. Il Signore gli aveva dato dei fratelli, ai quali consegnò una Regola che la chiesa approvò, anche se continuava a ribadire che l’unica vera Regola è «osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo» (Regola Bollata 1). Quando la sua comunità è grande, nel 1220 egli rinuncia al governo dei fratelli ma non rinuncia e esserne guida spirituale, sebbene constati che ormai il progetto che il Signore gli aveva rivelato non era più seguito dai suoi fratelli ed egli era diventato oggetto di contestazione e anche di disprezzo.

Sovente in ritiro con qualche fratello, vive “la grande tentazione”, mentre la salute fisica peggiora e la malattia lo rende debole e gli toglie la vista. Nella sua infermità, è accolto da Chiara nel giardino del monastero, sempre più provato e tentato ma consolato dalla presenza di colei che si diceva “pianticella di Francesco”. Ormai somigliantissimo all’umano suo Signore, dopo una notte terribile, di tenebra anche interiore, al mattino si alzò e disse ai frati che erano con lui: «Per la grazia e benedizione così grande che mi è stata elargita… voglio, a lode di Lui e a mia consolazione e per l’edificazione del prossimo, comporre una nuova Lauda del Signore per le sue creature» (Leggenda perugina 43). E così, fatto silenzio, con il volto verso il sole che non vedeva più, essendo i suoi occhi fasciati dopo essere stati cauterizzati, cominciò a dire: «Altissimu onnipotente bon Signore …».

Ecco com’è nato il Cantico di frate sole: da un cristiano malato, debole, povero e tentato, ormai cieco, impossibilitato a vedere il sole e le altre creature. Con questo cantico nutrito dalla preghiera di Francesco, ispirato dai salmi biblici e generato dal suo cuore capace di vedere e osservare con gli occhi la bellezza di ogni creatura animata o inanimata, egli dice innanzitutto un “amen”, un “sì” alla vita e a questo mondo, quindi loda, ringrazia il suo Signore che chiama con confidenza e amore “mi’ Signore”, il mio Signore. Come ci testimonia Tommaso da Celano, Francesco «non era più un uomo che pregava, era ormai diventato preghiera vivente» («non tam orans, quam oratio factus»; Vita seconda 95).

È dunque un’intuizione singolarmente acuta quella di accedere alla vita di Francesco dal Cantico delle creature come fa Giulio Busi in Il Cantico dell’umiltà, Vita di San Francesco. E Busi lo fa riconducendo Francesco a una lettura finalmente profonda e non prona alle mode, come spesso è accaduto e continua ad accadere, soprattutto in questo anno di celebrazioni per l’ottavo centenario della morte.

C’è molto dell’autore in questa lettura di Francesco, molto del raffinato studioso di mistica ebraica, di conoscitore della Bibbia, di rigoroso filologo, di storico che conosce i documenti, li studia e li rispetta. Lontano dagli stereotipi e dai luoghi comuni ai quali ancora oggi è purtroppo e da troppi ridotto, Francesco è uno che deve parlare all’intimità e quindi è giusto che lo si renda attraverso una lettura intima, quindi vera, autentica, come quella che fa Giulio Busi.

Sottraendolo a quelle che sono le letture superficiali e di comodo che ne vengono spesso fatte - ecologista, pacifista, animalista, antiborghese, anticapitalista, anti gerarchico - il Francesco di Busi è scomodo perché contraddittorio. Questa non è una biografia ma una narrazione raffinata, elegante ma al tempo stesso ruvida, impietosa, spietata appunto perché non esita a mostrare la contraddizione che abita Francesco. In lui si muovono dialetticamente due aspetti irriducibili l’uno all’altro: quello della rottura, del cammino, del disagio cercato, della non garanzia della vita, e dall’altro il contemplativo, il mistico, il somigliantissimo.

Busi offre di Francesco non una descrizione ma un’interpretazione che sgorga da un maniacale studio delle fonti francescane. Emerge un Francesco esistenziale, cioè vissuto e non semplicemente rappresentato. È morto da ottocento anni ma da più di ottocento anni Francesco è strattonato da ogni parte e questo fa parte della sua testimonianza. Busi fa ben capire che non è possibile trovare Francesco fuori dal disagio da lui vissuto di non essere mai esattamente al suo posto. Non è al suo posto quando è il borghese che deve diventare un bravo mercante, non è al suo posto come cavaliere che parte per la crociata, non è al suo posto quando è un eremita, non è al suo posto neppure all’interno dell’ordine che ha fondato. Emblematico è l’episodio della “perfetta letizia” che Busi commenta alla perfezione: in una notte di pioggia, di gelo e di vento il santo di Assisi bussa alla porta di un suo convento e il guardiano lo caccia anche se lo ha riconosciuto, perché di notte non accolgono nessuno. È qui che Francesco pensa che l’umiliazione che sta subendo e la difficoltà che sta vivendo siano il suo percorso, la sua verità e per questo è perfetta letizia. Essere fuori posto è la sua grazia, una grazia molto tormentata.

Busi coglie poi l’essenziale, il nucleo incandescente della figura di Francesco ed è la sua follia secondo il vangelo, il suo radicalismo evangelico, quel suo attenersi ostinatamente al Vangelo sine glossa. Francesco è stato riconosciuto come il “somigliantissimo a Cristo”, una somiglianza che nasceva dalla familiarità con le Scritture e in particolare con il Vangelo di cui parla sempre e solo al singolare.

Di fronte a chi, improvvisandosi esperto di Francesco, ne sta facendo l’icona dell’italianità e il manifesto culturale italiano, il saggio di Busi è l’antidoto più efficace all’ideologia indecente priva di ogni spessore intellettuale, al devozionismo superficiale mancante di ogni profondità spirituale, e non per ultimo è anche l’anticorpo alla strumentalizzazione politica.

La storia si ripete, se si pensa che - come ha ricordato di recente Bruno Bignami - esattamente un secolo fa il fascismo officiava i settecento anni della morte di Francesco esaltandone l’italianità e il santo di Assisi fu salutato come “l’italiano per eccellenza”, dichiarando il 4 ottobre festa nazionale. Giuseppe Nicolini, allora vescovo di Assisi, vi fece eco proclamando Francesco “il più santo degli italiani e il più italiano dei santi”. In quella circostanza don Primo Mazzolari scrisse a un’amica: «Ho paura che la folla degli esteti della santità deturpi, in questo centenario rumoroso e vuoto, quel santuario di povertà e purezza». Non poteva che essere un figlio di Francesco, il custode del Sacro convento di Assisi fra Marco Moroni, a dichiarare aprendo l’anno giubilare francescano il 10 gennaio scorso: «Dobbiamo sempre vigilare di fronte alle derive della religione civile e alla tentazione degli atei devoti, e usare cautela quando si associano fede e identità nazionale».

Il Francesco di Giulio Busi aspira a dare un’anima evangelica a questo Paese e rifiuta di farsi stampella di una religiosità identitaria e nazionale.

A destra tutta

Stefano Folli
Il duplice bivio di Vannacci e Salvini

la Repubblica, 31 gennaio 2026

Nel tempo in cui viviamo ognuno ha diritto al proprio quarto d’ora di celebrità. È una frase assai nota di Andy Warhol che non intende esprimere cordialità e simpatia umana. Al contrario, vuole esprimere malcelato fastidio per tutti coloro che si affollano sul palcoscenico dell’esistenza in cerca di un’effimera popolarità.

Il generale Roberto Vannacci, che ha deposto l’uniforme per inseguire un’ambizione politica, ha ottenuto il suo momento d’oro, tuttavia è evidente che non gli basta. Vorrebbe molto di più, ma è rischioso infrangere la legge di Warhol senza avere le idee chiare. E Vannacci, al di là delle pagine di giornale che si occupano di lui nella fase in cui la politica è un po’ stanca, in attesa del referendum, vuole molto più di quanto sia in grado di gestire.

Qui forse è il punto che ridimensiona l’attivismo dell’ex ufficiale e ne mostra la fragilità. C’è un errore di fondo. L’idea che l’Italia equivalga alla Germania dove ha attecchito il partito di Alternative. O all’Europa dell’Est dove prosperano le formazioni legate alla Russia putiniana. Vannacci propone ricette analoghe: via gli immigrati illegali, repressione spietata, e in politica estera sostegno alle scelte di Mosca in Ucraina e ovunque l’autocrate voglia attuare qualche altra «operazione speciale».

In realtà noi non siamo la Germania, l’Austria o la Slovacchia e nemmeno l’Ungheria di Orbán. Non abbiamo avuto nel dopoguerra una tradizione di radicalismo di destra accreditata di percentuali significative. E la nostra storia recente dimostra che certi fenomeni in prevalenza nordici o mitteleuropei si fermano alle Alpi. E non parliamo dei tentativi di imitare l’America Maga da cui è scaturito Trump.

Questo per dire che il partitino a cui Vannacci intende dar vita rischia di trasformarsi in un discreto fallimento ancora in culla. Tanto è vero che l’uomo continua a essere indeciso. Fa tutto quello che serve per mostrarsi determinato — dal simbolo scopiazzato al nome, dai collaboratori agli slogan — ma al dunque non pronuncia la parola definitiva. Si rende conto che è troppo temerario anche per un paracadutista sbagliare il passo d’inizio. Del resto, il capo leghista, Matteo Salvini, ha capito che la baraonda intorno al suo rivale serve solo a danneggiare il Carroccio, trascinandolo su terreni impropri.

Purtroppo, al fine di chiudere i margini di manovra al generale, il cosiddetto “capitano” non trova di meglio che usare gli stessi toni e argomenti. Al punto che l’intemerata dell’altro giorno sull’Ucraina, in cui ha ingiunto a Zelensky di scegliere tra la sconfitta e la disfatta, è stata ripresa sui social da uno dei principali assistenti di Putin.

Vannacci non avrebbe potuto fare di più. Idem per l’idea di accreditare un neonazista inglese, ricevendolo al ministero: un personaggio rispetto al quale Farage, il leader della Brexit, appare un timido moderato. S’intende, Salvini deve fare molta attenzione. Se esistesse lo spazio per una destra estrema di quel genere, la Lega non arrancherebbe all’8 per cento dopo aver toccato ben altre vette in passato, ma su posizioni diverse dalle attuali.

In ultima analisi, tutta la vicenda Vannacci si riduce al tentativo di mettere in difficoltà la premier Meloni, costringendola a venire a patti con un movimento più o meno neofascista. Si veda anche la chiassata di ieri (venerdì 30 gennaio) alla Camera, con CasaPound e altre sigle rumorose presentate come il baluardo della democrazia. Tuttavia per evitare rischi basterà lavorare sulle clausole della futura legge elettorale. Roma non è la Monaco degli anni Venti, con le sue birrerie. E Vannacci è un generale, non un caporale da poco smobilitato. Anche la sinistra, che magari spera di aver trovato il grimaldello anti-Meloni, dovrà riflettere su questo.

La sconfitta di Sinner

Giuliano Malatesta
Finché c'è Djokovic la storia non è scritta
il manifesto, 31 gennaio 2026

MELBOURNE. Passata ‘a nuttata, e terminati i postumi della sbornia, qui a Fili d’Erba sembra opportuno tornare per un momento all’incredibile semifinale di ieri sera, che ha visto Jannik Sinner soccombere al termine di una battaglia durata oltre quattro ore contro quel demone di Novak Djokovic. L’anziano maestro che dopo cinque sconfitte consecutive torna, forse per l’ultima volta, a superare il giovane allievo. Che, è meglio ribadirlo, per evitare quella sindrome tutta italiana di fare a pezzi i propri idoli un momento dopo averli glorificati, non ha giocato affatto una modesta partita. Certo, ha le sue responsabilità, ha interpretato i punti importanti in maniera troppo conservativa, e le otto palle break mancate nel quinto set sono difficili da digerire, ma è opportuno evidenziare che le colpe di uno vanno di pari passo con i meriti dell’altro.

Facciamo un gioco: ipotizziamo che qualcuno ignaro del risultato stamane si fosse preso la briga di dare una rapida occhiata alle statistiche. Immagino non avrebbe avuto dubbi nel convincersi che il match sia andato dalla parte italiana. I dati questo lascerebbero presagire: un numero di vincenti drammaticamente superiore (72-46), un maggior numero di punti totali (152-140), 26 aces contro 11, e lo stesso numero di errori gratuiti, 42. Ma come sa chi segue il grande circo del tennis i dati sono utilissimi per descrivere gran parte della storia, non necessariamente raccontarla tutta. E qui entrano in gioco i meriti di Nole. Che ha vinto i punti più importanti, quando la palla scottava, e la maggior parte degli scambi lunghi, cosa piuttosto sorprendente, giocando sempre in maniera propositiva con l’obiettivo di andare a prendersi il punto invece di aspettare eventuali regali dall’altro lato del campo.

Un dato, invece, andrebbe approfondito. Non è una novità ma si tende a dimenticarla in fretta. Jannik Sinner incontra serie difficoltà a vincere le partite quando si trascinano al quinto set. I numeri dicono che ha un record di sei vittorie e undici sconfitte. Carlitos Alcaraz, tanto per avere un parametro di riferimento, ha quindici vittorie e una sola sconfitta. Se sia un problema solo fisico o anche legato all’emotività è difficile dirlo.

Infine una considerazione. La sorprendente vittoria di Djokovic ha avuto il merito, se così vogliamo chiamarlo, di interrompere la striscia di finali consecutive tra i due ragazzini terribili del tennis contemporaneo.

Sfide che divertono il pubblico, appassionano sponsor e televisioni, e che raccontano di una magnifica rivalità tra due persone diametralmente opposte. Dal punto di vista caratteriale, uno misurato e sobrio, nel modo di essere come nel linguaggio verbale, l’altro irruento e più luminoso, e naturalmente da quello più squisitamente stilistico.

Però un problemino forse inizia a intravedersi. Al di là della prestazione fenomenale di Djokovic il tennis in questo momento sembra sia una questione privata tra loro Sinner e Alcaraz. Con i tornei che per ovvi motivi tendono a non ostacolare questa rivalità. Ma verrà un giorno, forse non troppo lontano, in cui sentiremo bisogno di un terzo incomodo per ravvivare la scena. Come Nole ai tempi di Rafa e Roger. Ne riparleremo.

Intanto domani godiamoci la finale, consapevoli che i miracoli difficilmente si ripetono a distanza ravvicinata.

Il Casanova di Stefan Zweig

Matteo Nucci
Il racconto libertino del vecchio Casanova, che voleva i corpi ma lasciava libera l'anima

La Stampa Tuttolibri, 31 gennaio 2026 

Non vuole essere nulla, gli basta apparire tutto». Sarebbe sufficiente questa frase per definire l’uomo di cui Stefan Zweig parla al culmine della prima metà di una delle sue opere biografiche più riuscite: Casanova, piccola perla finalmente tradotta in italiano dall’originale dell’edizione definitiva per Settecolori. Filosofia della superficialità, del resto, è il titolo del quarto fra gli otto capitoli del libro, quello in cui Casanova appare il paradigma dell’uomo capace di sottrarsi a tutto. All’etica, alla morale, alla coscienza, al sapere profondo, impegnato com’è a non avere impegni, non avere nulla, non contare nulla, non possedere nulla. Fermo sull’epidermide di ogni cosa, d’altronde, egli ha in mente una sola epidermide. Quella che lo ha reso celebre facendo del suo nome un nome comune. Dunque, l’argomento a cui Zweig si dedica nella seconda metà del libro: l’homo eroticus.

Tutto si svela paradigmaticamente nel confronto di Casanova con Don Giovanni, l’altro grande libertino fra realtà e letteratura cui il veneziano viene spesso avvicinato. Sono pagine divine. Don Giovanni è un hidalgo, uno spagnolo, in cui il cattolicesimo, per quanto rifiutato, alligna. Casanova no, non si è ribellato, non lotta contro la religione, è semplicemente libero. Qui è la chiave dell’opposto comportamento nei confronti di quell’universo femminile che entrambi cercano di conquistare come se volessero ambire alla totalità. Don Giovanni, infatti, non crede alla purezza della donna e intimamente non la ama, bensì la odia: «non è mai mosso da vero amore e affetto, ma da un odio primordiale del suo essere maschio che lo spinge come un demonio contro le donne». La lussuria, tutta cerebrale, cresce assieme al sadismo. Don Giovanni vuole umiliare, offendere, svergognare, violentare, disonorare. E più la donna si sottrae, più Don Giovanni s’infiamma per vincerla e sottometterla.

All’esatto opposto sta Casanova. Egli ama tutte le donne indistintamente. Non importa la bellezza o la giovinezza, né tantomeno il pericolo o la difficoltà nella seduzione. Gli basta sentire una risata femminile e s’infiamma facendosi «uomo di genio», perché quella donna che desidera, magari senza averne ancora visto il volto, rappresenta la donna, un universo plurale, un tutto. E per quella donna che tutte rappresenta, Casanova, mosso da una lussuria legata ai cordoni spermatici anziché al cervello, s’immolerà e darà ogni cosa, pur di vederla felice. È qui che l’opposizione a Don Giovanni scintilla di pura luce. Casanova è onesto (Zweig pronuncia con consapevolezza la parola). Onestamente vuole la felicità e il piacere di ogni sua conquista. Il che accade sempre. Sempre le donne sentono in lui, con l’istinto che le caratterizza, la purezza del desiderio, la forza torrenziale del suo essere: uno che non si risparmia, ma scialacqua, che non esita e non sceglie e perciò sa concedersi davvero fino in fondo. Non sorprende allora che le donne sedotte da Casanova non gli rimproverano mai nulla, non hanno rancori o risentimenti. Nessuna di loro si dispera. Egli le conquista senza distruggerle, le seduce senza corromperle. Dà loro piacere. Non ne tocca l’anima che a lui non interessa. Al contrario, invece, le vittime di Don Giovanni pensano a lui come al Diavolo in persona, che il mattino dopo travolge la loro passione con il gelo di una risata sprezzante: lo odiano, odiano se stesse per esserglisi concesse, odiano il sesso maschile, e rimangono per sempre avvelenate nell’anima.

Il libro di Zweig però non finisce così. Il grande libertino, infatti, non si è reso immortale grazie al racconto altrui o alle invenzioni di chi ne ha descritto le gesta o ne ha messo in musica la crudele genialità. No, Casanova è diventato immortale grazie a ciò che egli stesso scrisse e raccontò della propria vita. E per far questo dovette accadere in lui quel che aveva sempre negato, o meglio, dimenticato: l’essere umano invecchia. Negli ultimi capitoli, Zweig ci mette davanti a un uomo che non è più commedia, ma semmai tragedia. Ha perso tutto quel che lo rendeva irresistibile, Casanova. Non seduce più, è costretto a pagare, e anche le prostitute lo prendono in giro. Privo di fiducia, bellezza, potenza, denaro, privo di quello «sfacciato pavoneggiarsi da beniamino del vigore fallico e della fortuna» egli sembra finito. E invece è proprio allora che qualcosa accade. Ancora una volta, il vecchio imbroglione inganna il mondo e, mentre tutti lo credono finito, «costruisce la propria vita dal ricordo, avventurandosi con astuzia nell’immortalità».

Mettendo in piedi, da grande scrittore, la sua opera autobiografica, Casanova però finisce per mostrare come le due apparenti metà enucleate dal libro di Zweig si uniscano in perfetta unità. Lo scrittore, infatti, racconta con la sfacciataggine e la spudoratezza dell’homo eroticus, e riesce a dare vita profonda alle sue storie proprio perché «l’apparente difetto di non andare in profondità» rende i suoi racconti più interessanti di qualsiasi resoconto storico. E tuttavia questo non basterebbe all’immortalità. C’è altro. Ossia «il coraggio di mostrare la piena mescolanza della carne e dello spirito nell’amore maschile, di raccontare non solo le vicende sentimentali, gli amori puri, ma anche le avventure dei bordelli, la carnalità pura, epidermica, tutto il labirinto del sesso che ogni vero uomo attraversa». Dunque la giocosa sincerità dell’uomo che non ha mai smesso di desiderare il piacere della donna, contemplando con sublime meraviglia un emisfero a lui sempre straniero e per questo degno del più grande amore.

venerdì 30 gennaio 2026

La vana caccia ai maestri

 

Adriana Cavarero

Gilles Deleuze, Michel Foucault, Jacques Lacan, Louis Althusser: per almeno quarant’anni il pensiero critico europeo ha parlato anche attraverso le loro categorie. È plausibile che persino il quotidiano, come suggerisce Aldo Schiavone, sia stato rimodellato lungo quelle coordinate. Eppure, nonostante l’impressione diffusa di un’epoca disincantata e normalizzata, esistono ancora intellettuali che interrogano il Potere e ne smascherano le pratiche. Saranno gli storici a decidere chi, tra loro, avrà diritto a un posto nel Canone.

Nel panorama francese, oggi, vengono spontaneamente in mente figure come Thomas Piketty, capace di tradurre l’ingiustizia economica in numeri politicamente esplosivi, o Didier Eribon, lettore acuto delle ferite sociali e affettive della postmodernità. Accanto a pensatori dal pedigree ormai consacrato, dispensatori di grandi diagnosi del presente come Jürgen Habermas o Peter Sloterdijk, convivono intellettuali di orientamento e fama diseguali: il polemico e iperbolico Slavoj Žižek, il cattolico comunitarista Adrian Pabst, i giovani riformatori Rutger Bregman e William MacAskill.

A questo coro si affianca la letteratura, che spesso intercetta prima della teoria i nodi cruciali dell’oggi e gli scenari del futuro, individuali e collettivi. Un elenco inevitabilmente personale può includere Michel Houellebecq, Ian McEwan, Javier Cercas, Olga Tokarczuk, Karl Ove Knausgård, Svetlana Alexievich, Kazuo Ishiguro, Jon Fosse.

E tuttavia, questa persistente caccia ai “maestri” appare in larga misura vana. Emergono quasi sempre i nomi che hanno prodotto maggiore rumore mediatico, non necessariamente quelli che hanno offerto gli strumenti più duraturi per orientarsi nel presente. Forse sarebbe più fecondo spostare lo sguardo su figure meno esposte, che lontano dai riflettori hanno elaborato pensieri rigorosi, pazienti, utili. Intellettuali che non ambiscono a fondare scuole né a occupare il centro della scena, ma che incidono nel lungo periodo.

In questa contro-geografia del pensiero trovano posto autori come Claudio Magris, Paolo Giordano, Alfonso Berardinelli, Matteo Marchesini, Sandro Veronesi, Elisabetta Rasy, Melania Mazzucco, Arundhati Roy, Antonia Byatt, Judith Butler, Martha Nussbaum, Franca D'Agostini, Roberta De Monticelli, Simona Forti, Chiara Saraceno, Adriana Cavarero: voci diverse, spesso eccentriche rispetto ai canoni dominanti, accomunate dalla capacità di tenere insieme etica, politica e vita vissuta. Forse è da qui, più che dai grandi nomi già consacrati, che passa oggi una forma autentica di orientamento critico.

Andrea Lavazza
Chi sono oggi i maestri?
Avvenire, 27 gennaio 2026

“Una volta c’erano tra noi i Maestri”, scrive Aldo Schiavone in un accorato pamphlet teso a risvegliare e scuotere il Vecchio Continente (mai definizione fu più adatta), sebbene l’analisi sia venata in profondità di nostalgia e pessimismo. Come recita il titolo, per l’autorevole storico, siamo Occidente senza pensiero (il Mulino, pagine 148, euro 15,00). Ci scopriamo privi di risorse intellettuali perché la grande epoca dell’Europa sembra tramontata nell’era dell’intelligenza artificiale e della globalizzazione liberista percepita come senza alternative, in cui le disuguaglianze si fanno acute ed erodono la fiducia nella democrazia rappresentativa, rilanciando tentazioni populiste e autoritarie.
Difficile non condividere l’auspicio generale di una primavera della riflessione e dell’apparire di menti ispirate in decenni aridi. E sarebbe banale contrapporre la circostanza che ogni generazione tende a farsi laudatrice dei tempi passati, vera età dell’oro, quando vede inevitabilmente declinare la propria stagione. Bisognerebbe forse ragionare nel merito, come ha cominciato a fare utilmente Schiavone, resistendo tuttavia al rimpianto per ciò che è stato senza un vaglio critico. Se il nostro presente è così bisognoso di aggiustamenti, non si può nemmeno considerare quello che ci lasciamo alle spalle come il migliore dei mondi possibili.
L’autore riconosce che il progresso materiale e sociale (in termini di diritti, per esempio) non è mai stato così avanzato su scala globale. D’altra parte, lamenta che nel motore delle rivoluzioni economiche e politiche, l’Occidente appunto, oggi si affermi un modello ultracapitalistico che, in assenza di contrappesi e lasciato quindi solo alla sua logica interna, piega in forme inique la distribuzione della ricchezza e utilizza le tecnologie sempre più efficienti e pervasive per una corsa cieca verso un futuro che si profila proficuo per una minoranza e minaccioso per tutti gli altri.
Quali sono dunque i Maestri che ci mancano in questo frangente? Colpisce che i primi quattro nomi di elevate figure di cui dovremmo sentire la mancanza (a p. 17) siano Gilles Deleuze, Michel Foucault, Jacques Lacan e Louis Althusser. Si tratta di pensatori, soprattutto i primi due, che hanno certamente avuto, e continuano in parte ad avere, un forte impatto in ambito accademico e un’influenza nel clima culturale. Quando volessimo provare a sintetizzare stringatamente il loro contributo, dovremmo però dire che sono stati alfieri di una critica corrosiva di quella Repubblica delle lettere europea degli ultimi duecento anni di cui Schiavone fa l’elogio sconsolato.
Non è esagerato dire che Foucault in particolare sia uno dei principali riferimenti indiretti dello stesso movimento woke aspramente criticato da Schiavone stesso. Il metodo genealogico e il disvelamento delle dinamiche profonde del potere in ogni dimensione dell’esistenza promossi dal filosofo francese hanno contribuito a rendere macchiato e sospetto il trionfo della cultura occidentale, segnato nel profondo da ingiustizie inemendabili. Ciò non significa sminuire il contributo dell’autore di Le parole e le cose, bensì farvi i conti in modo esplicito. Quanto a Deleuze e Lacan, sono probabilmente esempi paradigmatici di uno stile di pensiero volutamente difficile, iniziatico ed ellittico, dalla indubbia fascinazione, che ha poi generato una reazione contraria verso la chiarezza, il rigore e l’ancoraggio ai dati sperimentali tipici della filosofia analitica e delle scienze sociali di stampo anglo-sassone, di cui spesso si denuncia l’attuale egemonia.
Schiavone, va detto, richiama numerose altre eminenti personalità continentali, anche di diverso profilo. Quello che può essere utile è comprendere come costruire un più allargato libro d’onore della conoscenza occidentale. Un tentativo recente e affascinante viene da Peter Burke che ha indagato Il genio universale (Hoepli, pp. 308), in inglese The Polymath. Chi sono gli studiosi enciclopedici che dal Rinascimento a oggi hanno plasmato le idee all’interno dei confini considerati dallo stesso Schiavone? Lo storico di Cambridge si è arrischiato a farne una lista di 500, che va da Filippo Brunelleschi (nato nel 1377) al paleontologo Stephen Jay Gould, scomparso nel 2002. Si tratta di personaggi che si caratterizzano non tanto o non solo per il loro impatto pubblico, bensì per la loro capacità di frequentare a livello d’eccellenza diverse branche del sapere.
Colpisce la scelta fatta da Burke dei sei “mostri di cultura” del XX secolo. Si tratta di Pavel Florenskij, sacerdote ortodosso e “Leonardo Da Vinci sconosciuto della Russia”; Michael Polanyi, chimico e filosofo di origine ungherese ma attivo in Germania e Inghilterra; Joseph Needham, biochimico britannico che ha dedicato la sua vita alla storia della scienza cinese; Gregory Bateson, “nomade intellettuale”, dalla zoologia alla psichiatria, padre dell’“ecologia della mente”; Herbert Simon, economista comportamentale americano, premio Nobel di eccezionale apertura interdisciplinare; Michel de Certeau, gesuita francese, storico a suo agio in ben nove discipline, dalla teologia alla psicoanalisi. Tutti maschi, ma nel volume non si trascurano le “donne universali”.
Nessuno dei sei viene citato da Schiavone. E proprio de Certeau è autore di L’invenzione del quotidiano (1980), un saggio che si potrebbe per certi versi definire, in stile deleuziano, “l’anti-Foucault”. Il mondo quotidiano è infatti descritto non come pura routine e passività. Esso rappresenta invece un luogo in cui le persone comuni producono significato, reinventando ciò che ricevono dall’alto. La società e le istituzioni operano attraverso strategie, forme di organizzazione e controllo che dispongono di un “luogo proprio”. Gli individui rispondono con tattiche: modi di fare flessibili e opportunistici che sfruttano occasioni, deviazioni e pieghe del sistema. In questo senso, anche ciò che appare semplice consumo è in realtà una pratica creativa.
In quarant’anni forse persino il quotidiano è mutato secondo le coordinate descritte da Schiavone. Eppure, ci sono ancora intellettuali che contrastano il Potere e le sue pratiche. Saranno gli storici dei prossimi decenni a dirci quali hanno meritato un posto nel Canone. In Francia, oggi vengono in mente, tra i tanti nomi, l’economista Thomas Piketty, influente nel descrivere e denunciare le crescenti diseguaglianze, o il sociologo Didier Eribon, acuto lettore delle relazioni interpersonali nella società postmoderna.
A fianco di pensatori dal pedigree consolidato e dispensatori di grandi diagnosi del presente quali Jürgen Habermas e Peter Sloterdijk, vi sono intellettuali di diverso orientamento e diversa fama come il versatile e polemico Slavoj Žižek, il cattolico Adrian Pabst o i giovani “riformatori” Rutger Bregman e William MacAskill. Inoltre, celebrati scrittori indagano con la narrativa i grandi nodi dell’oggi e gli scenari del futuro – esistenziali e collettivi – segnando il panorama contemporaneo. Un elenco del tutto personale può comprendere Michel Houellebecq, Ian McEwan, Javier Cercas, Olga Tokarczuk, Karl Ove Knausgård, Svetlana Alexievich, Kazuo Ishiguro e Jon Fosse.


Come funziona Trump

 

Claudio Mencacci

Nicla Panciera
Trump narcisista? No, piuttosto è un solipsista. Il parere dello psichiatra
la Repubblica, 30 gennaio 2026

A poche ore dall’ultima fiammata sulla salute mentale di Donald Trump, quella accesa dalle pesanti parole, poi smentite, del premier slovacco Robert Fico, “traumatizzato” dalle condizioni del tycoon di cui è un alleato, una puntualizzazione arriva dal Congresso della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia Sinpf di Milano. La riflessione sulla personalità del presidente statunitense smentisce la narrazione popolare di disturbo narcisistico di personalità. Sempre più studiosi, infatti, fanno riferimento al concetto di solipsismo, concetto poco noto al grande pubblico ma molto discusso in ambito specialistico.

“Il solipsista” ha spiegato Claudio Mencacci, psichiatra, direttore emerito del dipartimento di Neuroscienze dell’ospedale Fatebenefratelli Sacco di Milano e co-presidente Sinpf “è una persona che diventa l’unico punto di riferimento di sé stessa. A differenza del narcisista, non tenta neppure di sedurre o compiacere gli altri: semplicemente non riesce a riconoscerne l’esistenza come soggetti autonomi. Il mondo esterno smette di avere consistenza”.

Non si fanno diagnosi

Ma Mencacci ha tenuto a precisare che non è possibile fare diagnosi a distanza, senza incontrare il paziente. Quindi risulta difficile stabilire se Trump abbia o meno una patologia psichiatrica. “Esiste una regola etica molto chiara in psichiatria: non si può attribuire una diagnosi a una persona che non è stata valutata direttamente” ha precisato Mencacci. “Tuttavia, è legittimo discutere di modelli comportamentali quando questi sono già oggetto di un ampio dibattito scientifico internazionale. Un dibattito che, negli ultimi anni, ha coinvolto centinaia di psichiatri statunitensi ed europei”.

Il tema, secondo Mencacci, non riguarda la curiosità mediatica ma la salute collettiva. “Caratteristiche che possono apparire come tratti individuali diventano un problema quando influenzano decisioni che hanno ricadute planetarie” ha puntualizzato lo psichiatra. “La storia dimostra che le valutazioni psichiatriche sui grandi leader arrivano spesso solo a posteriori, talvolta dopo conseguenze drammatiche. Per questo è importante oggi saper leggere i segnali, senza banalizzazioni.

Il solipsismo

Il solipsismo è un modello comportamentale, non patologico, quindi, che fa riferimento a tratti come l’incapacità di conformarsi alle regole, il disprezzo delle norme sociali, la tendenza alla menzogna, l’irritabilità, la mancanza di empatia e di rimorso, tutti elementi ampiamente descritti nella letteratura psichiatrica.

“Sono caratteristiche che, se osservate nella gestione di un potere senza limiti, assumono un peso completamente diverso rispetto alla vita privata”, ha sottolineato Mencacci, che ha aggiunto un ulteriore elemento di riflessione: la disinibizione e il discontrollo degli impulsi. “Molti colleghi americani e inglesi hanno evidenziato come l’assenza di filtri nel linguaggio e nei comportamenti pubblici possa suggerire una disfunzione dei lobi frontali. In età avanzata, questi segnali vengono talvolta associati al timore di un possibile deficit cognitivo di tipo organico, anche se ribadisco che si tratta di ipotesi teoriche”.

 

Domenico Agasso
Luigi Zoja: "Trump con il dito alzato, sindrome di onnipotenza. Non spiega e impone"
La Stampa, 30 gennaio 2026 
 

Iperattività permanente, pensiero a brevissimo termine, paranoia, «sindrome di onnipotenza», instabilità, costruzione di una realtà semplificata che sostituisce dati, approfondimenti e storia. «E poi c’è un gesto, più delle parole, che racconta l’esercizio del potere di Donald Trump: il dito puntato, che non argomenta ma accusa, non spiega ma impone». Luigi Zoja, psicoanalista e sociologo, tratteggia il profilo del presidente degli Stati Uniti.

Professore, il Tycoon è l’uomo più potente del mondo, dobbiamo allarmarci per il suo attivismo imprevedibile e controverso?
«Occorre subito fare una distinzione fondamentale. Da psicoanalista non posso, per principio, formulare diagnosi cliniche su persone che non conosco personalmente. Sarebbe scorretto, ed è stato persino oggetto di condanne nei tribunali americani. Ricordo, per esempio, la campagna contro Barry Goldwater, candidato alla presidenza nell’America degli anni Sessanta: uno spot democratico lo dipingeva come un folle pronto alla guerra nucleare, mostrando un fungo atomico. Quel messaggio fu condannato, perché non si può attribuire una patologia clinica a distanza. Lo stesso vale per Trump. Clinicamente non si può parlare. Ma come cittadino, questo sì, posso esprimere valutazioni di buonsenso».

E che cosa vede da cittadino?
«Un’eccitabilità estrema, un’iperattività continua, una mancanza di riflessione. Trump è dominato da ciò che negli Stati Uniti chiamano short-termism: il pensiero a brevissimo termine. È il suo modello di comportamento. Non è una categoria clinica, ma socio-politica. Se ne è scritto molto, anche sul New York Times. Su questo credo siamo tutti d’accordo».

C’è un parallelo con altri leader?
«Sì, ma sempre con cautela. Prendiamo Putin: è discutibile, ma ha una coerenza di lungo periodo. Io l’ho definita “Putinland”, una sorta di Disneyland storica, in cui il passato russo viene ricostruito in modo bidimensionale, mitologico. Trump costruisce qualcosa di simile: una “Trumpland”. Lo slogan “Make America Great Again” presuppone un’America del passato “grande”. Ma quando? Dov’è documentata questa grandezza perduta? Non c’è. Non è un progetto storico, è uno slogan pubblicitario. Con un elemento simbolico ricorrente».

Quale?
«Il dito puntato. Nelle conferenze stampa Trump indica, accusa, personalizza lo scontro. Il dito puntato non è una categoria clinica, ma una categoria umana e comunicativa potentissima. Non dice un concetto, dice un’immagine. È una semplificazione estrema: “Tu sei il problema”. Lo abbiamo visto mille volte nella storia: dai poster dello “Zio Sam” ai manifesti dei regimi totalitari, fino alla propaganda fascista. Non è una patologia, è un gesto arcaico di autorità. Nel caso di Trump colpisce perché quel dito non si posa mai su un bersaglio stabile. Può puntarlo contro il giornalista, poi contro l’Iran, contro Maduro, contro l’Europa. È una drammatizzazione continua, che sostituisce l’argomentazione».

E quale effetto produce?
«Introduce un’autorità che non si discute, che non argomenta, che non spiega. È questo che mi preoccupa: non il gesto in sé, ma ciò che sottintende. Un potere che non sente il bisogno di giustificarsi».

Questa narrazione sembra funzionare.
«Funziona perché è semplicissima e superficiale. È come la propaganda delle offerte speciali: “Vi vendo un’America che tornerà a essere il primo Paese manifatturiero del mondo”. Ma questo è impossibile. Non perché l’America sia andata male, ma perché il mondo è cambiato: Cina e India non esistevano, economicamente, nel 1945. Dopo la seconda guerra mondiale gli Stati Uniti rappresentavano metà dell’economia globale; oggi sono un quarto, o meno. Non per declino, ma perché altri sono cresciuti».

Entra in gioco anche la psicologia collettiva?
«Certo. Internet, superata una certa soglia, non aumenta più l’informazione ma la confusione. Consultiamo i social, non i dati ufficiali. Questo produce una disponibilità enorme a credere a narrazioni irreali. E la propaganda trumpiana si fonda proprio su questo: su una non-realtà condivisa».

Lei nel suo lavoro ha studiato a lungo la paranoia. Qui c’è qualcosa di simile?
«Attenzione: non parlo di diagnosi. Ma il meccanismo sì, quello è riconoscibile. La paranoia - come diceva Jung - non è altro che l’esagerazione di funzioni umane normali: il sospetto, la critica, la vigilanza. Tutti sospettiamo un po’. Il problema è quando il sospetto diventa totale. I grandi dittatori del Novecento – Hitler, Stalin – hanno vissuto dentro cerchi sempre più ristretti di “yes men”. Questo rafforzava la loro visione distorta del mondo. È un meccanismo che si autoalimenta». 

E oggi?
«Vediamo qualcosa di simile: un leader che vive in una bolla, circondato da compiacenza. Anche a Mar-a-Lago, anche tra leader europei, si assiste spesso a un ammutolimento davanti a Trump. Questo è pericoloso, perché il dissenso scompare, e con esso il confronto con la realtà. E lascia spazio alla “sindrome di onnipotenza”».

Ci spiega?
«Parliamo di megalomania in senso umano, non clinico. È l’idea di poter giudicare tutto e tutti senza possedere le informazioni di base. Se un parente stretto si comportasse così, ci preoccuperemmo. Trump giudica il mondo, ma talvolta confonde perfino dati geografici elementari (Groenlandia con Islanda). Questo non è un dettaglio. Ed è segno anche di instabilità».

Come la definirebbe?
«C’è imprevedibilità, irrequietezza, continue retromarce. Nella politica americana circola una battuta famosa: “È uno da cui non comprerei un’auto usata”. Perché non sai cosa ti sta vendendo. Trump mai ha spiegato che cosa fosse davvero quell’America “grande” del passato. È poco affidabile come politico, ma prima ancora come essere umano. E per capirlo non serve uno psicoanalista: basta il buonsenso».

 

Non credevo morisse

 

Federico Gottardo
Lo sciacallo di Davide Borgione: “Non credevo morisse, pensavo non fosse grave”
la Repubblica, 30 gennaio 2026

Dice di essere dispiaciuto e sconvolto. E ai suoi avvocati assicura: «Non mi ero reso conto che quel ragazzo stesse così male, altrimenti avrei chiamato i soccorsi». Eppure quel ventenne torinese, italiano e incensurato, ha lasciato Davide Borgione in un lago di sangue, sull’asfalto di via Nizza, a Torino. E, secondo l’accusa della polizia locale e della procura, se n’è andato con il portafogli del giovane morto pochi minuti dopo all’ospedale Cto.

Il presunto “sciacallo” aspetta di essere interrogato dalla pm Delia Boschetto, che ha aperto un’inchiesta per omicidio stradale, omissione di soccorso e furto. Potrebbe avvenire nei prossimi giorni, quando verranno convocati sia lui sia il coetaneo che era con lui in auto la notte fra venerdì e sabato scorsi (difesi dagli avvocati Andrea Cagliero, Nicola Gallicchio e Paolo Galvagno).

Invece è già stato sentito il funzionario di banca, 36 anni, che potrebbe aver urtato Borgione quando era già caduto dalla bici elettrica che aveva noleggiato dopo essere uscito dalla discoteca Milk di via Sacchi: «Ho notato un ragazzo che andava in bici a zig zag – si è difeso il 36enne, assistito dall’avvocata Anna Rossa Oddone e indagato per omicidio stradale e omissione di soccorso –. Poi non l’ho più visto e mi è sembrato di passare sopra un dosso. Ma, se l’avessi investito, avrei sentito delle urla».

La sua auto, una Jeep Avenger di ultima generazione, è stata sequestrata e verrà analizzata per verificare danni compatibili con un impatto. Verrà anche dato un incarico per una perizia tossicologica per verificare se la vittima avesse assunto alcol, sostanze stupefacenti o medicinali. Poi si continueranno a scandagliare i filmati delle telecamere di videosorveglianza lungo via Nizza, che hanno già permesso di risalire ai tre indagati e dovrebbero chiarire nel dettaglio cosa sia successo fra le 4.15 e le 4.19.

Cioè fra quando Borgione è caduto dalla bici, probabilmente da solo, e quando è stato finalmente soccorso dai giovani che si sono fermati e hanno chiamato il 112. Al momento restano tanti dubbi e neanche l’autopsia è riuscita a scioglierli: non è chiaro se il diciannovenne sia morto per l’impatto con l’asfalto o per l’urto con la Jeep del bancario. Di certo c’è che la causa del decesso è un trauma cranico e che il diciannovenne non è stato travolto, come accertato dal medico legale incaricato dalla pm, Roberto Testi. Che depositerà la sua relazione entro due mesi.

Dopo l’autopsia, eseguita martedì, la procura ha dato il nullaosta al funerale, che si terrà oggi pomeriggio: a partire dalle 8 è aperta la camera ardente al Cto, da dove la salma partirà alle 15.10 per l’ultimo saluto previsto per le 15.40 nel tempio crematorio di corso Novara, accanto al cimitero monumentale.

Italiani e immigrati di fronte alla legge


Michele Ainis 
La stretta autoritaria

la Repubblica, 30 gennaio 2026  

È un uomo, è una donna, spesso è un bambino. Fugge da una carestia o una guerra, chiedendo asilo dentro i nostri confini. Ma rappresenta l’alibi perfetto per giustificare ogni pulsione autoritaria, per sequestrare le libertà dei cittadini, oltre alla dignità che spetterebbe pure agli immigrati. Succede in America, ma ormai succede ovunque. Laggiù, quattro giorni dopo il suo solenne giuramento, Donald Trump pubblica la foto di alcuni immigrati irregolari che camminano in fila, ammanettati e in catene, verso un aereo militare che deve riportarli in patria, nel Guatemala. Inizia la nostra età dell’oro, commenta il presidente americano; ma in realtà s’apre un’epoca di ferro. Con una crisi costituzionale segnata in ultimo dalle imprese dell’Ice, la polizia politica agli ordini di Trump: bambini arrestati, manifestanti malmenati, due cittadini americani (Renee Good e Alex Pretti) uccisi a freddo sulla strada.E poi c’è la Francia, per fare un altro esempio. Dove i respingimenti con metodi brutali si ripetono da anni al confine italo-francese, specie alla frontiera di Ventimiglia, ormai militarizzata. Dove Amnesty International ha denunciato vessazioni contro chiunque aiutasse i migranti e i rifugiati a Calais e a Grande-Synthe. E dove le vittime della violenza poliziesca sono varie centinaia, secondo il media indipendente BastaMag; e per lo più si tratta di uomini con meno di 26 anni, il cui nome ha consonanze magrebine o in genere africane. Finché in ultimo la paranoia securitaria ha preso corpo in una legge: la Loi Sécurité Globale. Una legge liberticida, che prescrive un anno di prigione e 45 mila euro d’ammenda per chiunque diffonda l’immagine di un poliziotto all’opera, con buona pace del diritto all’informazione e della libertà di stampa. C’è inoltre l’Inghilterra, che trasferisce i richiedenti asilo a 6400 chilometri da Londra, grazie a un accordo con il governo del Ruanda costato 140 milioni di sterline. L’accordo venne censurato dai tribunali inglesi e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo; nell’aprile 2024 l’esecutivo si è sbarazzato delle critiche dichiarando per legge – il Rwanda Bill – che il Ruanda è un Paese sicuro, e che nessun giudice potrà mai dire il contrario. Meno sicuro, invece, il diritto di protesta: nel 2022 è entrato in vigore il Police, Crime, Sentencing and Courts Act, che conferisce alle forze dell’ordine maggiori strumenti per fermare le proteste. Ne hanno fatto le spese centinaia di pensionati, arrestati l’anno scorso mentre manifestavano contro il genocidio perpetrato a Gaza.Infine il caso italiano.

Anche alle nostre latitudini l’immigrazione è una risorsa, non solo una minaccia, peraltro gonfiata ad arte da chi paventa la «sostituzione etnica». Degli immigrati abbiamo necessità per compensare il calo delle nascite, per trovare manodopera in agricoltura o nelle costruzioni o nel turismo, per incrementare le entrate fiscali, per pagare le pensioni ai nostri vecchi. Se in Italia l’occupazione cresce, è in gran parte merito loro: dal 2022 al 2024 gli occupati nati all’estero sono aumentati del 10 per cento, contro il 2 per cento dei nativi. Ciò nonostante, dal 2002 in Italia impera la legge Bossi-Fini, che ha reso assai più dura la vita agli immigrati, diventando la seconda causa d’arresti in città. E semmai la cambieranno, sarà per inasprirla, per renderla ancora più feroce, come ha annunciato la premier Meloni il 4 giugno 2024. E come è già accaduto con il decreto Cutro (n. 20 del 2023).Ma nel frattempo incrudelisce il trattamento riservato agli italiani. Per esempio con la norma anti-Gandhi: ossia la galera per chiunque interrompa la circolazione stradale con una manifestazione. Uno dei tanti effetti dell’ultimo decreto sicurezza, timbrato nel giugno scorso dalle Camere, che ha introdotto 14 nuovi reati e 9 aggravanti. O forse ormai il penultimo, dato che il governo ha già in grembo la nuova creatura. D’altronde i decreti sicurezza sono come il milleproroghe: arrivano ogni anno, puntuali e puntuti. Mentre il nemico esterno – l’immigrato – non è che un falso bersaglio. Il trofeo di caccia è il nemico interno, e lui invece è un italiano.


Cacciari e il futuro della sinistra

Umberto De Giovannangeli 
Intervista a Massimo Cacciari: “Trump usa la forza perché gli USA sono deboli, ma colpire l’Europa non conviene”
l'Unità, 30 gennaio 2026 

Mentre il mondo è in un caos globale, in Italia si è aperta, a sinistra, una strana discussione sulle città-simbolo. Chi dice Kiev e Teheran, chi Minneapolis e Gaza. A questo siamo ridotti?

 Che vuoi che ti dica. È inutile gettare la croce sulla opposizione italiana. Siamo in una situazione drammaticissima. Parrebbe alla vigilia dell’affermazione di una destra a livello europeo. Ce la faranno a tenere ancora in Francia, in Germania, quando crolla lì, crolla tutto. Lì sono appesi a un filo. È una crisi politica, culturale che ha coinvolto tutte le forze socialdemocratiche ma anche cristiano popolari. Tutto l’asse politico su cui si è retta l’Europa dopo la Seconda guerra mondiale sta crollando o è già crollato. Questo è il punto. Cosa vuoi che c’entrino i Conte, le Schlein… Non conta niente parlare di loro. Non sono nient’altro che la risacca di un’ondata che ha travolto tutto. E le cause, ne abbiamo parlato tante volte, sono profonde, storiche, oggettive. Certo è che se si vuole davvero ricostruire un discorso, occorre partire dai fondamenti.

Quali, professor Cacciari?

Vedere quali sono i punti su cui è crollata la nostra tenuta. Uno di questi è la lettura dei rapporti economici, dei rapporti sociali, dei rapporti di produzione, come si diceva una volta. La sinistra non li ha interpretati, non li ha letti, non ha visto il mutamento, non è riuscita a trovare nuovi soggetti di politiche di opposizione, di attrito, rispetto al trionfo di questo capitalismo. Non c’entrava fare i rivoluzionari o caricature del genere. C’entrava analizzare le trasformazioni del capitalismo e capire cos’era, dov’era la popolazione sottomessa a questo processo.
Hai perso le vecchie classi di opposizione. Hai perso la classe operaia. E chi hai cercato di rappresentare? Tutti e nessuno. Dobbiamo essere “moderati”. Ma che diavolo vuol significare?! A cosa si riduce questa categoria di “moderatismo”? Vuol dire cerchiamo di rappresentare tutti e nessuno. Diventiamo un movimento d’opinione. Rifacciamo Giustizia e libertà. Questo perché non hai letto la trasformazione dei rapporti di produzione e quindi non hai definito chi fossero i nuovi soggetti di questi processi, chi li subiva e chi invece li determinava. È mancata completamente un’analisi diciamo pure materialistica della situazione totale. Hai subìto un vero assalto, in grande stile, globale, formidabile.
Sul piano delle politiche internazionali il crollo è stato ancora più disastroso. Dopo la caduta del Muro c’è stata la resa incondizionata. Hanno vinto loro, punto e stop. Neanche più si discute. Perché discuterlo vuol dire ecco, hai nostalgia dell’Unione Sovietica…Tacitati. La resa incondizionata. Accettalo e arrenditi. La resa incondizionata. Non si discute più, qualunque cosa facciano. Magari si discuticchia se proprio fanno le cose più incredibili, come la guerra in Iraq dicendoti che Saddam aveva le armi di distruzione di massa. Discuti un po’, ma proprio un po’. Ma sempre meno fino a ridurti al punto che la politica internazionale, nei fatti, della cosiddetta sinistra italiana è la von der Leyen. Ma che cavolo c’entra!


giovedì 29 gennaio 2026

Dalla parte dell'Iran

 

Francesca Luci 
Sull’Iran accerchiato dagli Usa pesa la frattura con la popolazione

il manifesto, 24 gennaio 2026

La Repubblica islamica continua a dibattersi in una spirale di crisi multidimensionale che investe il paese su più fronti. Alla crisi economica, la corruzione strutturale e l’ostilità popolare si somma ora l’accerchiamento delle forze americane, che minacciano di attaccare da un momento all’altro.

«Forse sarebbe stato possibile per il potere affrontare le profonde crisi che investono il nostro paese», dice Framarz F., imprenditore, da Teheran «Forse sarebbe stato possibile opporsi al tentativo israelo-americano di piegare l’Iran e imporre le proprie condizioni. Non sarebbe stata la prima volta che affrontavamo una durissima prova. Ma il sangue di migliaia di persone innocenti, cadute in appena due notti infernali, ha creato una frattura così profonda tra il potere e la popolazione che neppure un miracolo potrebbe portare alla riconciliazione», conclude Framarz, commosso.

IL NUMERO delle vittime resta incerto: poco più di 3mila secondo le autorità iraniane, fino a 30mila secondo l’opposizione all’estero. Qualunque sia la cifra reale, la tragedia ha scosso profondamente la società iraniana, toccando anche chi non si era mai opposto al sistema, ma neppure ne condivideva la politica.

Gli Stati Uniti hanno schierato quella che il presidente americano Trump ha definito «una grande armata accanto all’Iran», ma lascia intendere che la leadership di Teheran vuole «raggiungere un accordo».

Il sistema, ormai, è sorretto dal cerchio militare e religioso e da coloro che godono di interessi e privilegi diretti. Non sono pochi, certo, ma restano decisamente minoritari secondo qualsiasi sondaggio, inclusi quelli riconducibili all’amministrazione stessa. Arduo pensare che il vertice del potere possa piegarsi al diktat americano, pur trovandosi in estrema difficoltà. I comandanti dei Guardiani continuano a minacciare gravi conseguenze in caso di attacchi militari statunitensi, mentre l’economia iraniana continua il suo declino: tassi di cambio e prezzi dell’oro da record e continuo calo del mercato azionario.

«L’enorme sottrazione di risorse dalla cassa dello Stato per i fatti militari e per le migliaia di enti religiosi dipendenti direttamente dal potere supremo pesa enormemente sul mercato e sull’andamento dell’economia del paese – ci dice Sadegh H., economista residente a Teheran – I tentativi del governo Pezeshkian di invertire la rotta del mercato sono inutili. Il governo non ha liquidità: se non si raggiungerà un accordo con gli americani, la situazione peggiorerà».

SI STIMA che oltre il 55% dell’economia sia controllato dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie (Irgc). L’Irgc e le fondazioni religiose direttamente collegate al leader supremo Khamenei collaborano strettamente, gestendo ingenti risorse e controllando settori chiave dell’agricoltura, del turismo e dell’industria.

La proposta di inserire l’Irgc nella lista nera, con l’obiettivo di paralizzare gran parte dell’economia iraniana, sembra aver trovato consenso presso il ministero degli esteri italiano, che avrebbe deciso di proporre all’Unione europea il suo inserimento tra le organizzazioni terroristiche.

La notizia ha portato alla convocazione dell’ambasciatrice italiana in Iran, Paola Amadei. Il ministero degli esteri iraniano ha messo in guardia contro le «conseguenze distruttive» di qualsiasi etichettatura delle Guardie rivoluzionarie e ha invitato la Farnesina a «correggere i suoi approcci sconsiderati nei confronti dell’Iran», riportano i media iraniani.

Inserire l’Irgc nella lista nera non è così facile. Oltre a servire prove concrete di attività terroristiche, ci sono ostacoli giuridici: è un corpo statale e sanzionarlo solleva questioni di diritto internazionale. Serve l’accordo di tutti i paesi membri e colpire le sue ramificazioni economiche è difficile.

Da dove viene l'Ice

Igiaba Scego
Instagram, gennaio 2026

L'Ice deriva direttamente non dalla Gestapo, ma dagli slave catchers ovvero individui o gruppi di individui che si mettevano a caccia delle persone schiavizzate in fuga dalle piantagioni e dalle catene. La letteratura afroamericana ci mostrato più di uno slave catcher. Ve ne ricordo un paio. Arnold Ridgeway de La Ferrovia sotterranea di Colston Whitehead che perseguita la protagonista Cora nella fuga per la libertà. E poi le persone che hanno inseguito Sethe e che hanno costretto la donna a uccidere la sua Beloved, la sua figlioletta. Perché meglio morta che in catene. Meglio la libertà della morte che la prigionia della piantagione. Il libro lo avete riconosciuto: Amatissima di Toni Morrison.   
Quindi l'Ice è un prodotto autoctono, le squadracce fasciste e naziste hanno ai tempi molto imparato (prima o poi dovremo parlare della fascinazione di Hitler per alcuni metodi statunitensi) da questa parte che non ci piace degli Stati Uniti (perché c'è un'altra parte che ci piace molto, quella democratica rappresentata dalla bellezza della gente scesa in piazza), una parte che può mangiarsu la democrazia.
Anche i metodi, rapimenti, brutalità, violenza, nessun codice etico ricordano molto i fantasmi che gli Stati Uniti non hanno mai risolto.

La riemersione degli slave catchers, del suprematismo nativista wasp [acronimo di white «bianco», anglo-saxon «anglosassone» e protestant «protestante»], ora chiamato ICE è davvero il segno della grande  crisi che sta attraversando il paese.
Poi come al solito si dice veniamo per i somali, per i latinos, poi in realtà sono tutti nel mirino della violenza. Per questo gli abitanti del Minnesota si sono stretti forte forte ai loro vicini di casa e di vita.
Essere vicini solidali è la prima forma di democrazia.

PS non minimizzo le squadracce naziste e fasciste. Sono state brutali. Ma per capire ICE ci serve fare un raffronto con la storia della brutalità e della violenza nate da schiavitù e genocidio sul suolo americano. 

 

Davide Orecchio 
La violenza nel tempo di Trump

Nazione indiana, 25 gennaio 2026

 Molti hanno paragonato gli ‘squadroni’ di Trump alla Gestapo nazista o alle squadracce fasciste. Uso simile della violenza, analoga impunità paramilitare. I drappelli di agenti Ice che terrorizzano le comunità degli Stati Uniti, che rastrellano e uccidono al di là di qualsiasi controllo e autocontrollo, hanno una natura fascista, a me sembra innegabile, come è fascista l’impugnatura del presidente che li ha sguinzagliati. Ma ogni violenza politica ha la sua tradizione di riferimento. Per questo trovo molto convincente un ragionamento di Igiaba Scego

A me sembra una lettura lucida, ma ogni sguardo ha la sua tradizione di riferimento ed è mosso da una personale e ancestrale paura rispetto a una violenza politica della quale teme il ritorno. Per questo molti di noi nel braccio dell’assassino Ice che spara sull’inerme infermiere Alex Jeffrey Pretti hanno rivisto il manganello dello squadrista fascista che, prima di dare fuoco alla Camera del Lavoro, frantuma il cranio del sindacalista socialista, o hanno ritrovato la pistola dell’ufficiale Gestapo nell’atto di sparare alla nuca di un prigioniero.

Europa e Stati Uniti condividono spettri. L’Occidente condivide spettri. Diciamola più chiaramente: ogni sistema democratico occidentale (mi limito a questo per non allargare troppo il discorso) nasconde ed eredita dai regimi precedenti un inconscio Mr. Hyde, una natura politica violenta, fascista, razzista, “istituzionale”, una violenza di Stato storica pronta a risorgere e incarnarsi nel militare o paramilitare che reprime e uccide, o nel giudice che condanna senza un giusto processo. La democrazia, per negazione, è anche una coscienza: consapevolezza che Hyde può sempre essere sprigionato, non è morto e non morirà mai. L’intera Costituzione italiana è costruita a partire da questa coscienza (ed è da sempre, infatti, nel mirino delle destre). E le democrazie occidentali, dal 1945 a oggi, non hanno seppure con molte ipocrisie provato a vivere in base a questo comandamento? La loro identità e sopravvivenza dipendevano dalla resistenza delle catene cui Hyde era legato. La democrazia sa di essere imperfetta perché sa di contenere il mostro. E qui “contenere” ha due significati.

Nell’America di Trump, Hyde è libero dalle catene. E non è verosimile che nella stessa epoca convivano un’America a guida fascista e un Occidente (o quel che ne resta) democratico. Francia e Germania, i più importanti Paesi europei, sono vicinissimi a consegnarsi a forze politiche di estrema destra o neofasciste. L’Italia l’ha già fatto. Fermiamoci qui, non deprimiamoci troppo. C’è però un elemento nuovo nell’uso della violenza dalle parti di Washington rispetto ai fascismi storici: quella del secolo scorso era gente che nella violenza ci sguazzava, gli squadristi venivano dalle trincee, la brutalità politica era per loro uno strumento domestico, ed era connaturata anche ai vertici, a duci e Führer. Un aspetto che rende “diversamente” disumano Trump è invece la sua indifferenza, la sua distanza dalla furia che sta scatenando, resa poco meno che astrazione e teoria dalla prospettiva dello Studio ovale o di un post su Truth. Trump è lontanissimo dall’infelicità e dalla sofferenza che sta procurando. Si comporta come un dio alieno o come un faraone digitalizzato, ma i bottoni che preme hanno effetti reali, dubito però che lui se ne accorga, il suo distacco sembra andare al di là dello stesso male che lo nutre.

Anni fa, in un lontano 2012, lo psicologo canadese Steven Pinker sostenne che l’umanità fosse prossima alla fine della crudeltà, che non ci fosse un’epoca storica meno violenta di quella attuale. Non ero del tutto convinto allora da quel ragionamento, e oggi lo rileggo con un’amarezza che non sa nemmeno sorridere: il tempo, i fatti, l’hanno sepolto. Tutto il contrario: il nostro è il tempo della violenza e, a causa della sua natura, è un tempo che non riusciamo a comprendere. Allarghiamo lo sguardo: qualcuno è capace di inserire in un quadro razionale il massacro di Gaza o l’eccidio in Iran? Qualcuno è in grado di individuare le motivazioni di questi mali sterminatori? Il potere ha riscoperto la disumanità. Ed è intollerabile che proprio il nostro tempo abbia scelto questa ferocia, che proprio nel nostro tempo il progresso sia tornato a essere una menzogna.