Alberto Mattioli
Chi si rivede, Beatrice Venezi. "Carmen" la prima direzione
La Stampa, 20 gennaio 2026
Chi si rivede. Ricompare in Italia, presente e forse parlante, Beatrice Venezi. Da quel 22 settembre in cui fu nominata direttrice musicale della Fenice a partire dal prossimo ottobre, scatenando la più lunga, appassionata e appassionante diatriba musical-politica italiana recente, la direttrice lucchese non si è mai espressa pubblicamente.
Oggi torna alle patrie sponde perché in Italia ha due produzioni d’opera in contemporanea: fra gli innumerevoli doni che le attribuiscono a destra, ci sarà anche quello dell’ubiquità. Meglio di Sant’Antonio: dirigerà infatti Carmen al Teatro Verdi di Pisa venerdì e domenica e Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny in un altro Teatro Verdi, quello di Trieste, a partire dal 30. Per inciso, ironia della sorte, Ascesa e caduta della città di Mahagonny è un’opera politicissima e sinistrissima, scritta con intenti di violenta critica anticapitalista da Kurt Weill su libretto di Bertold Brecht: roba da far saltare sulla sedia i fratelli d’Italia e della maestra, se solo sapessero cos’è.
Questa mattina è convocata a Pisa una conferenza stampa che si annuncia affollatissima: l’oggetto è Carmen, ma sarà interessante capire se Venezi uscirà dal suo lungo mutismo. In occasione della doppia direzione, dovrebbe partire una campagna mediatica per rilanciarne l’immagine e garantire a una pubblica opinione sempre più perplessa che quella del sovrintendente della Fenice, l’ineffabile Nicola Colabianchi, è stata la miglior scelta possibile. Fonti ben informate assicurano che è già stata ingaggiata una potente agenzia di comunicazione, vedremo.
Nel frattempo, a Roma tutto tace. Dopo una lunga serie di uscite infelici sull’argomento, sia il ministro della Cultura Alessandro Giuli che il suo sottosegretario Gianmarco Mazzi tacciono. Non sta mai zitto, invece, il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, che continua a chiedere di abbassare i toni alzando i suoi. Ai dipendenti del teatro era stato sospeso il contributo welfare in attesa di capire se avrebbero scioperato al concerto di Capodanno; dopo che non l’hanno fatto, e quindi i conti della Fondazione Fenice sono rimasti in ordine e anzi in attivo, non è scontato che lo ricevano.
«Sono per farlo pagare. Come, quando e perché è tutto da discutere - ha minacciato il sindaco con l’abituale stile da padrone delle ferriere -. Quando si va in guerra le dai e le prendi. Faccio una previsione: il teatro andrà a sbattere». E ha aperto un altro fronte chiedendo verifiche sui permessi artistici accordati ai professori dell’orchestra, già oggetto di una vertenza nel frattempo chiusa.
Replica dei sindacati: «Usare il welfare come strumento di ritorsione e richiamare impropriamente la questione dei permessi, regolati dal contratto nazionale e sempre richiesti e concessi nel rispetto delle norme, sembra un tentativo di intimidazione». Anche dentro il teatro la situazione è tesa e l’ambiente gelido. L’Orchestra si rifiuta di avere a che fare con Colabianchi che, già sfiduciato all’unanimità, quando si presenta ai professori viene ignorato.
In questo disastro, almeno una delle innumerevoli sciocchezze annunciate non avrà seguito: l’idea di Brugnaro di un concerto dell’Orchestra con Venezi «in campo neutro», che poi neutro non sarebbe affatto stato perché si trattava del Teatro del Giglio di Lucca, città che ha dato i natali a Venezi, oltre che secondariamente a Boccherini, Catalani e Puccini.
Il concerto non si farà, nonostante la disponibilità del sindaco di Lucca, Mario Pardini, che ha spiegato che Venezi ha tutte le carte in regola per dirigere la Fenice perché è stata «co-conduttrice del Festival di Sanremo» (e Karajan invece mai!).
Mentre in Italia le anime belle e gli indignati speciali della sinistra per lo più tacciono, della vicenda si parla invece all’estero. Dopo il durissimo editoriale di Opernwelt («Motivi artistici per la nomina di Venezi si cercano invano»), domenica è uscita un’intera pagina sul Sunday Times, titolo: «A symphony of disapproval greets Meloni’s Venice maestro» (una sinfonia di disapprovazione saluta il direttore di Meloni). E ha provocato un’altra ondata di richieste delle ormai celebri spillette gialle indossate da professori d’Orchestra e artisti del Coro della Fenice a Capodanno come muta protesta contro l’arroganza del potere (muta anche la Rai, che nella sua diretta non ne ha fatto cenno). Tanto che a Venezia sono stati costretti a ordinarne altre cinquemila. Non è una novità che Davide si batta con Golia; la prima, che lo faccia a colpi di spilletta.
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