Visualizzazione post con etichetta giustizia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta giustizia. Mostra tutti i post

sabato 10 ottobre 2026

Il tribunale islamico

Giulia Merlo
A Padova apre la Camera arbitrale islamica. L'Ucoii prende le distanze, la procura apre un fascicolo

Domani, 9 ottobre 2026

A Padova è stata costituita una Camera arbitrale islamica, che sul suo sito si presenta come la «via ala giustizia islamica in Italia», che amministra gli arbitrati «in conformità con i principi della Sharia, ossia la legge islamica» e definisce l'organo che risolverà le controversie «tribunale sciaraitico». In particolare, viene fatto riferimento ad arbitrati in materia di diritto successorio e «questioni familiari o sensibili».

La questione ha immediatamente attirato l'attenzione, anche perché le materie che riguardano lo stato delle persone e i diritti indisponibili come il matrimonio, la famiglia e la filiazione sono escluse per legge da qualsiasi forma di arbitrato, che invece può riguardare solo ambiti commerciali e patrimoniali.

le reazioni politiche


La notizia ha provocato polemiche ed esposti e dure reazioni sul piano politico, con in particolare i parlamentari di Lega e Fratelli d'Italia che hanno chiesto di fare accertamenti: «Nel nostro Paese la giurisdizione è esercitata solo secondo le norme della nostra Costituzione, dell'ordinamento italiano e nel rispetto del diritto europeo e internazionale. È un principio che tutela tutti e che non può essere messo in discussione. Su questo non possono esserci ambiguità o zone d'ombra», hanno dichiarato i sottosegretari alla Giustizia Andrea Ostellari e all'Interno Nicola Molteni, della Lega. Anche da parte delle opposizioni ci sono state reazioni, con interrogazioni presentate da Ivan Scalfarotto di Iv e la deputata di Avs Luana Zanella che ha chiesto di non sottovalutare la cosa.

A stretto giro, la procura di Padova ha annunciato accertamenti sulla Camera arbitrale islamica. In una nota, il procuratore Angelantonio Racaneli ha diffuso una nota annunciando l'apertura di un fascicolo senza indagati nè ipotesi di reato. L'iniziativa ha ricevuto il plauso del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che ha espresso «piena fiducia nella magistratura padovana».

l’unione delle comunità islamiche


Anche l'Unione delle comunità islamiche d'Italia si è attivata, esprimendosi contro la «sedicente» Camera arbitrale: «Si tratta di un'iniziativa nata in modo del tutto autonomo, promossa da soggetti sconosciuti alle comunità islamiche italiane e privi di qualsiasi mandato da parte loro. Nessuna delle realtà associative, dei centri islamici e delle moschee che l'Ucoii rappresenta sul territorio nazionale ha promosso, sostenuto o riconosciuto questa iniziativa, né è stata consultata». Nel comunicato, si legge che Iniziative di questo tipo «non possono essere accettate dai musulmani italiani», perché «in Italia la giustizia è amministrata dai tribunali della Repubblica».

LUcoii aggiunge che «anche sul piano religioso, la tradizione islamica insegna al credente a rispettare gli impegni assunti e le leggi del Paese in cui vive. Per il musulmano italiano, affidarsi alla giustizia dello Stato non è una rinuncia alla propria fede, ma ne è coerente espressione». La conclusione è netta: «L'Ucoii invita i fedeli a diffidare di servizi di questo genere».

la difesa

Dopo le polemiche, il presidente della Camera arbitrale è intervenuto. Si chiama Omar Vanin, è un avvocato, e ha specificato che l'ente non è un tribunale e «non esercita una forma di giustizia alternativa» ma «agisce sempre e comunque nel rispetto della legge italiana». Per ora non ci sono procedimenti pendenti.

Quanto alle materie di cui si occuperà, Vanin ha specificato che la Camera seguirà questioni come l'applicabilità degli interessi nei ritardi di pagamento e contratti con elevato elemento di aleatorietà, oppure di preliminari di vendita. Il presidente ha aggiunto che il senso dell'iniziativa è di offrire «uno strumento a imprese e persone, incluse quelle di fede islamica che, per cultura e orientamento religioso, scelgono di seguire alcuni principi dell'Islam in materia commerciale, come il divieto di interessi, i principi di equità nelle transazioni e la ricerca di una risoluzione consensuale delle controversie. Sempre e comunque nel rispetto della legge italiana». Quanto al polverone mediatico sollevato, Vanin ha aggiunto che intende tutelare la sua reputazione è «se necessario, ricorreremo alle sedi opportune».

Contro Vanin si sono mosse sia Lega che FdI, annunciando la richiesta di radiazione dall'albo degli avvocati e dal registro degli arbitri.

sabato 19 settembre 2026

il governo dei peggiori

Davide D'Alessandro / Roberta De Monticelli 
"Dio è la lama di un sorriso"

Note di pastorale giovanile 

In Italia manca più la speranza o la giustizia?
Mancano disperatamente entrambe. Manca soprattutto la radice di entrambe: la pubblica fede, la fiducia nelle istituzioni, l’amore per la cosa pubblica, il senso della decenza civile.

Dov’è finita la morale?
Dove non ricomincia. Non c’è vita morale se non nel rinnovamento. Mantenere una promessa è rinnovare l’impegno, non dimenticarlo. Fare una cosa giusta non è applicare il principio automaticamente, ma verificarlo ogni volta. La morale finisce dove non si ricomincia a esaminare la vita ogni giorno. In quanto diversa dalla religione, la fondò Socrate, il maestro della “vita esaminata”.

Qual è il ruolo che la Chiesa dovrebbe avere nella vita politica italiana?
Nessuno, se parliamo di quella cosa ambigua e amara che deve cavalcare le più basse forze umane per imbrigliarle, o addirittura volgerle al bene (pubblico). Grande, se serve a ricordare sempre quella che Platone chiamava la distanza fra il bene e la necessità, e che più modestamente si potrebbe chiamare la distanza fra i valori – ad esempio politici: eguale libertà, pari dignità, giustizia, legalità – e i beni sempre limitati e condizionati che parzialissimamente li realizzano. Insomma, se sapesse esercitare un ruolo anti-idolatrico – non solo con i valori del divino, ma con tutti i valori positivi, che sempre eccedono i fatti come l’ideale il reale – e quindi un ruolo anti-ideologico. Purtroppo nella maggior parte dei casi la Chiesa cattolica – immagino che è a questa e a noi che sia riferita la domanda – ha tenuto una via di mezzo fra queste due, che invece sono vie radicali – la prima infatti è diabolica, ma la seconda sembrerebbe fatta per dei servitori del divino, che non hanno altra preoccupazione in terra. Forse il papa attuale ha cominciato a mettere la sua chiesa su questa via.

Perché non riusciamo a tutelare il tanto bello che abbiamo?
L’amarissima verità è che i più neppure lo vedono. Se non vedono l’estrema bruttezza dei loro macchinoni bloccati in coda lungo le strade delle mete più ambite a ferragosto. La bruttezza nauseante delle borse termiche stracariche di cibi stipati nelle scatole di plastica, trascinate fin sulle rive dei mari. La bruttezza irredimibile dell’uscire in mutande affusolate sulle salsicce di cosce o polpacci, o quella dei giganteschi schermi dei loro televisori perennemente accesi nei loro tinelli, dove i libri non trovano quasi posto e i giornali ancor meno. Se corrono, appena hanno messo via qualche euro, a comprarsi l’appartamento della seconda casa, nella lottizzazione con ville a schiera che deturpa la baia o la montagna o la vista mozzafiato compresa nel loro pacchetto. Se mandano al Parlamento europeo un ex bagnino perché difenda le loro discoteche balneari dalla concorrenza, senza batter ciglio di fronte alla svendita di preziose aree demaniali, non conquistate con la bravura, l’attenzione a preservare il patrimonio, la qualità dei servizi – ma con le protezioni politiche e il voto di scambio. Se i più non vedono quanto laide e avvilenti siano tutte queste cose, come vuole che non votino i peggiori. Platone chiamava kakistocrazia il governo dei peggiori – che vuol dire anche dei più brutti – la kakistocrazia è l’ultima fase della democrazia populista, quella che precede la tirannia. E come vuole che il governo dei più brutti abbia a cuore le cose più belle.

Dio, per Prezzolini, è un rischio. Per lei?
Un soffio, un rivolo di luce, il vento che si leva, la lama di un sorriso che ci affonda in cuore.

https://www.ilfoglio.it/filosofeggio-dunque-sono/2019/08/28/news/roberta-de-monticelli-dio-e-la-lama-di-un-sorriso-271228/

venerdì 4 settembre 2026

Le donne inascoltate

Gisèle Pélicot
La violenza non smetterà finché non crederete alle donne

La Stampa, 4  settembre 2026

Il discorso di Gisèle Pelicot premiata a Venezia per i Dvf Awards

Desidero esprimere la mia immensa gratitudine per aver ricevuto il Dvf Leadership Award. Ringrazio Diane von Fürstenberg, così come tutti coloro che rendono possibili questi premi, per un onore così grande e per la calorosa accoglienza che ho ricevuto. So di ricevere un riconoscimento molto importante e sono felice di condividerlo con donne straordinarie i cui percorsi, impegni e lotte meritano la mia ammirazione.

Essere qui e vedere celebrati il coraggio, la forza e la capacità delle donne di trasformare le nostre società è profondamente emozionante, perché sono qui oggi dopo un calvario che non avrei mai immaginato di dover affrontare nella mia vita. Durante il processo contro i miei aggressori nella seconda metà del 2024, ho ricevuto migliaia di messaggi e lettere di sostegno da tutto il mondo. Alcune persone non sapevano a chi scrivere per trovarmi. Sulle buste delle lettere, a volte, scrivevano semplicemente «Madame Pelicot, Francia» o «Gisèle Pelicot, Avignone». Attaccavano un francobollo e, per un miracolo delle poste che ancora oggi mi stupisce, le lettere arrivavano al tribunale, dove venivano sistemate nella stanza in cui prendevo fiato tra un’udienza e l’altra. Quelle lettere mi hanno ulteriormente chiarito che la violenza contro le donne non conosce confini, né barriere culturali. Colpisce persone di tutte le età e provenienze.

Molte di quelle lettere parlavano di silenzio, solitudine e vergogna. E io conosco quella vergogna. E so che deve ricadere sui carnefici: devono provarla loro. A 73 anni non pretendo di avere la soluzione a un dramma che mai avrei immaginato di dover vivere. Però, voglio che le vittime sappiano che, anche se isolate, non saranno mai sole, perché milioni di altre, milioni di donne come noi, hanno subito la stessa violenza o la subiscono ancora. Voglio dire loro che possiedono risorse interiori di cui non sono consapevoli e che devono credere nella loro capacità di superare tutte le prove, anche quando sembrano non esserci speranze di farlo. E voglio anche dire loro di chiedere aiuto, di parlare e, quando possibile, di denunciare.

Affinché le vittime possano dire e chiedere aiuto, la società deve essere pronta ad ascoltarle e a tendere loro la mano. E può farlo solo tenendo in maggiore considerazione le loro voci, cambiando mentalità e offrendo un’adeguata educazione. Quando parlo di educazione, non mi riferisco solo all’istruzione dei bambini, adolescenti e giovani adulti: penso a un risveglio collettivo, a tutte le età, di consapevolezza delle cause profonde che permettono a questa violenza di esistere. Cambiare le leggi è molto più facile che cambiare la mentalità. Le donne premiate con il Dvf Award ci ricordano che ognuna di noi, a suo modo, può contribuire a questo cambiamento.

Il coraggio può assumere molte forme. Il coraggio di parlare. Il coraggio di difendere gli altri. Il coraggio di rifiutare l’ingiustizia. Il coraggio di trasmettere la conoscenza. A volte, semplicemente, il coraggio è la capacità di continuare a vivere e ricostruirsi.

Oggi, penso a tutte le donne vittime di violenza che lottano per riconquistare la propria integrità, sia nei tribunali che nella società: donne che, nonostante la sofferenza, studiano, lavorano, si prendono cura dei propri cari e cercano di rivendicare quella parte di felicità cui ogni essere umano ha diritto di aspirare. È a loro che desidero esprimere la mia ammirazione e dedicare questo Premio Dvf per la Leadership, affinché appartenga anche a loro e ricordi a ciascuna che la sua voce conta, che la sua dignità non può essere cancellata e che anche dopo le prove più terribili ci si può rialzare. Spero che il premio possa contribuire, in modo concreto, a questa lotta. Ecco perché ho scelto di donarlo all’associazione M’endors pas (Non addormentarmi), fondata da mia figlia Caroline, che è attiva nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla sottomissione chimica, si impegna a insegnare a donne e uomini a riconoscere una forma di violenza ancora in gran parte sconosciuta e a sostenerne le vittime. È il mio modo di trasformare un premio in un sostegno concreto e per continuare, nel mio piccolo, la mia lotta.

Traduzione di Simonetta Sciandivasci

mercoledì 2 settembre 2026

La famiglia nel bosco

Viviana Daloiso
Le cinque cose che abbiamo imparato dalla vicenda della famiglia nel bosco

Avvenire, 2 settembre 2026

Sarebbe un errore, guardare solo al bicchiere mezzo vuoto della decisione che il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha preso sulla cosiddetta “famiglia nel bosco”: è vero, i tre bambini non torneranno subito nella casa di Palmoli come avevano chiesto i genitori (il cui legale, Simone Pillon, si è detto infatti solo parzialmente soddisfatto), ma almeno sono state poste le basi per l’avvio di un percorso progressivo di ricongiungimento del nucleo familiare. Ricongiungimento che è tornato al centro, dunque, degli obiettivi della giustizia minorile, come fin dall’inizio avrebbe dovuto essere senza le incertezze e i fraintendimenti che nel corso degli ultimi mesi hanno finito col trasformare la vicenda nel terreno di uno scontro molto più ampio: famiglia contro Stato, libertà educativa contro tutela dei minori, genitori contro magistratura. Diciamolo subito: Catherine Birmingham e Nathan Trevallion hanno accettato di rispondere alle richieste formulate dai giudici, hanno regolarizzato la propria situazione abitativa, avviato i percorsi sanitari richiesti, collaborato con i servizi sociali, garantito l’inserimento scolastico dei figli e dimostrato di avere costruito le condizioni ritenute necessarie per il loro rientro. Se oggi la famiglia può avviare un percorso di ricomposizione è proprio perché quel percorso ha raggiunto il risultato per cui (a ragione o a torto, nelle modalità giuste o sbagliate) era stato avviato. È durato oltre un anno, un tempo oggettivamente molto lungo, soprattutto se misurato con il ritmo della crescita di tre bambini piccoli. Eppure, va ribadito, la giustizia minorile almeno in questo caso ha infine perseguito il suo obiettivo: non sottrarre definitivamente i figli ai genitori, ma accompagnare questi ultimi a recuperare le condizioni necessarie perché la famiglia potesse tornare a vivere insieme.
La sentenza di oggi, che prevede un ricongiungimento familiare progressivo monitorato dai servizi sociali, però, consegna (deve farlo) tutto quel che è accaduto a una riflessione più ampia. Perché questa storia ha finito per raccontare molto più di se stessa, mettendo in luce le fragilità di un sistema, ma anche le distorsioni con cui l’opinione pubblica guarda alla tutela dei minori. Proviamo qui di seguito, allora, a condensare il tutto in cinque lezioni che idealmente vorremmo consegnare al dibattito pubblico affinché possano essere prese in esame per evitare il ripetersi di situazioni analoghe.
La prima: un caso non è il sistema. Per mesi l’Italia ha parlato quasi soltanto di Palmoli, come se quella fosse l’unica famiglia attraversata da un procedimento davanti al Tribunale per i minorenni. La realtà è un’altra. Secondo l’ultimo censimento nazionale, sono quasi 31mila i bambini e i ragazzi che oggi vivono lontano dalla propria famiglia d’origine: circa 15.700 accolti nelle comunità residenziali e 15.200 affidati ad altre famiglie. Dietro ciascuno di loro c’è una storia diversa: violenza domestica, dipendenze, grave trascuratezza, abusi, disagio psichico, povertà educativa, incapacità genitoriali, conflitti familiari. Vicende infinitamente meno conosciute e spesso infinitamente più dolorose, che non arrivano nei talk show e non diventano materia di scontro politico. Il caso della famiglia nel bosco ha avuto invece una forza simbolica straordinaria. Una famiglia che aveva scelto una vita radicalmente alternativa, bambini cresciuti lontano dalla scuola e dai servizi, un allontanamento disposto dall’autorità giudiziaria: tutti gli elementi per trasformare una vicenda complessa in una narrazione semplice, inevitabilmente polarizzata. Ma quando un singolo caso diventa il paradigma dell’intero, il rischio è duplice: da una parte si attribuisce a quella vicenda un valore che non può avere, dall’altra si smette di interrogarsi su tutto ciò che resta invisibile.
La seconda lezione: al centro ci sono i bambini. Per settimane il dibattito si è concentrato quasi esclusivamente sui diritti dei genitori: il loro stile di vita, le loro convinzioni, la loro libertà di educare i figli secondo scelte non convenzionali. Molto meno spazio è stato dedicato alla domanda decisiva: quale fosse il superiore interesse dei bambini. È una domanda che la giustizia minorile è chiamata a porsi ogni giorno e alla quale raramente esistono risposte semplici. Per un adulto qualche mese rappresenta un’attesa; per un bambino piccolo costituisce una parte significativa della propria crescita. Per questo ogni decisione – allontanare, mantenere il collocamento, favorire il ricongiungimento – pesa enormemente sul suo sviluppo. È una responsabilità che impone prudenza, ma anche rapidità perché, lo abbiamo detto e lo ripetiamo, il tempo dell’infanzia non coincide con quello dei procedimenti giudiziari.
La terza lezione: la tutela minorile non può diventare una guerra ideologica. Nel giro di poche settimane il caso è diventato terreno di scontro istituzionale, con ispezioni ministeriali, interrogazioni parlamentari, prese di posizione sempre più radicali e accuse reciproche. È legittimo discutere le decisioni dei tribunali, come è doveroso interrogarsi sul funzionamento dei servizi sociali. Ma trasformare un procedimento minorile in un referendum sulla magistratura o, all’opposto, sull’operato del Governo significa correre il rischio di perdere di vista i protagonisti della vicenda: nuovamente, e prima di tutto, i bambini. Anche perché la tutela minorile vive di un equilibrio delicatissimo: da una parte c’è il diritto-dovere dei genitori di crescere i propri figli; dall’altra il compito dello Stato di intervenire quando ritiene che quei minori siano esposti a un pregiudizio. Ridurre questo equilibrio a uno slogan – “i bambini sottratti alle famiglie” oppure “i servizi hanno sempre ragione” – significa tradire la complessità della realtà. Non possiamo mai permetterci di farlo.
La quarta lezione: come funzionano davvero servizi sociali e tribunali. Il caso Palmoli ha mostrato quanto sia difficile spiegare all’opinione pubblica che l’allontanamento rappresenta quasi sempre l’ultima misura, non la prima. Prima vengono i tentativi di sostegno, gli interventi educativi, le prescrizioni, il monitoraggio delle condizioni familiari. Quando si arriva alla limitazione della responsabilità genitoriale significa che, secondo la valutazione dei giudici, gli strumenti meno invasivi non sono stati sufficienti. Questo ovviamente non significa che il sistema sia infallibile: errori possono essercene e, quando emergono, vanno riconosciuti e corretti. Ma una critica puntuale non può trasformarsi nella delegittimazione indiscriminata di magistrati, assistenti sociali, psicologi ed educatori. Sarebbe un danno per tutte quelle famiglie fragili che proprio da quella rete di protezione ricevono ogni giorno un sostegno decisivo. E, anche in questo caso, sono tante.
La quinta lezione: il cambiamento è possibile. La famiglia nel bosco ha ricordato che le persone sono sempre più complesse delle etichette con cui vengono raccontate. Per mesi il dibattito pubblico ha oscillato tra due immagini speculari: quella della famiglia perseguitata per avere scelto una vita diversa e quella di genitori incapaci di cambiare. La decisione del Tribunale dell’Aquila (pur graduale) racconta invece che è possibile intervenire senza rinunciare all’obiettivo del ricongiungimento, che la tutela dei minori non coincide necessariamente con la separazione definitiva dalle famiglie. E racconta, appunto, che il cambiamento è possibile, ma solo quando tutte le istituzioni coinvolte – magistratura, servizi, operatori e genitori – lavorano perché i bambini possano tornare a crescere in un contesto ritenuto adeguato. Collaborando tra loro, non facendosi la guerra.
In sintesi, dunque: come si proteggono davvero i bambini senza contrapporre i loro diritti a quelli degli adulti, senza trasformare ogni decisione in una battaglia ideologica, senza dimenticare che dietro ogni fascicolo ci sono vite reali e non simboli da usare nel dibattito pubblico? Questa è la domanda che deve continuare a interrogare tribunali, servizi sociali e politica ben oltre il caso della famiglia nel bosco. La risposta è dovuta alle migliaia di altre dolorose vicende familiari che non si chiudono oggi e che continuano il loro tortuoso percorso lontano dalle telecamere, chiedendo alla giustizia minorile la stessa attenzione e responsabilità.

venerdì 28 agosto 2026

Srebrenica

Alberto Negri
Srebrenica: che cosa vidi in quei giorni

il manifesto, 28 agosto 2026

Il massacro di Srebrenica, ottomila morti, avvenne l’11 luglio 1995, nell’indifferenza, se non con la complicità, della autorità internazionali e del comandante locale del contingente olandese che si spinse a brindare con il generale Ratko Mladic, il capo dell’esercito serbo-bosniaco. La città rimase chiusa ai giornalisti e fu possibile raccogliere soltanto le testimonianze dei sopravvissuti in fuga che scendevano dalle montagne terrorizzati.

In un bosco scorgemmo una donna appesa a un albero: si era impiccata pur di non farsi catturare dalle milizie serbe. In un prato c’erano i resti di un uomo che si era fatto saltare in aria con una bomba a mano, per non essere preso vivo. Molti avevano visto uccidere mariti, figli, fratelli, sorelle, e non riuscivano neppure a parlare, ad alzare gli occhi da terra, quasi si vergognassero di essere ancora vivi.

L’attualità di Srebrenica, al di là delle sentenze dei tribunali internazionali e della morte del generale Mladic, è ancora oggi il racconto lancinante delle vittime di una vicenda che non può essere consegnata definitivamente soltanto ai libri di storia.

Qualche tempo fa incontrai uno dei sopravvissuti. Era stato ferito e aveva perso conoscenza mentre le milizie di Mladic intorno a lui trucidavano dozzine di persone da seppellire in una fossa comune. “Svenni su una catasta di cadaveri e i serbi pensarono che fossi morto e anch’io credevo di essere morto. Rimasi rannicchiato per ore fino al mattino seguente quando una mano afferrò il mio braccio, cominciò a scuotermi, a sollevarmi, e alla fine mi trascinò via”.

Mladic e le guerre balcaniche sono racconti come questi. Storie che continuano a uscire, anni dopo, dalle bocche dei sopravvissuti, come le voci delle vittime delle stragi naziste turbano ancora, per fortuna, le nostre coscienze. Eppure le stragi dei Balcani, dieci anni di conflitti, centinaia di migliaia di morti, milioni di profughi, appaiono già ricordi sbiaditi nella storia e nella memoria europea. Come se avessimo attraversato invano quelle montagne e quelle pianure per raccontare quello che vedevano e sentivamo, con città e villaggi perforati e triturati da bombardamenti e granate, in una sorta di delirio etnico che sembrava non avere mai fine. Rakto Mladic, insieme a Radovan Karadzic e a Slobodan Milosevic, fu uno degli architetti e degli autori dei massacri balcanici. Uno dei peggiori colpevoli. I suoi complici nei massacri di ieri oggi sono coloro che vorrebbero dimenticare.

sabato 22 agosto 2026

Il femminicidio dopo la denuncia

Elisa Forte
La catena spezzata del Codice Rosso. Quelle donne uccise dopo la denuncia

La Stampa, 22 agosto 2026

Almeno venti donne avevano denunciato, chiesto aiuto, raccontato la paura. In alcuni casi la denuncia non è bastata, in altri un braccialetto ha taciuto, in altri un allarme non è arrivato. Non sono la stessa storia ma raccontano la stessa fragilità: fra la denuncia e la protezione ci sono molti passaggi, e ognuno può diventare l’ultimo.

Il Codice Rosso (legge 69, in vigore dal 9 agosto 2019) impone tempi rapidi alla giustizia per i reati di genere. Ma resta una catena. Queste sono le drammatiche storie raccontate dai media negli ultimi 5 anni: non dati ufficiali ma la ricostruzione di alcune delle vite finite per mano di compagni o ex dove almeno un anello della catena di protezione ha ceduto.

Renata Trandafir denunciò il patrigno per maltrattamenti a novembre 2021: la segnalazione impiegò oltre un mese per arrivare in Procura. Il 13 giugno dell’anno dopo la ventiduenne fu uccisa a colpi di fucile con la madre Gabriela. Anna Scala, 56 anni aveva denunciato l’ex compagno due volte in due giorni a luglio 2023, dopo che l’uomo l’aveva aggredita a pugni e le aveva squarciato le gomme dell’auto. Nessuna misura cautelare fu emessa: fu uccisa un mese dopo. Sigrid Gröber era stata al pronto soccorso dodici volte: fra denunce formalizzate e ritirate, nessuno lesse la sequenza come un rischio crescente. La richiesta di Codice Rosso di Mara Fait, con diciannove documenti prodotti dall’avvocato e undici testimoni, fu archiviata in sette giorni come «lite di condominio». Fu uccisa con un’accetta. Celine Frei Matzohl aveva denunciato appena due mesi prima: non bastò a fermare il suo assassino. Marisa Leo aveva ritirato la querela per lasciare alla figlia un padre presente: quel legame fu la sua trappola. Mentre Amina Sailouhi aveva rifiutato una casa protetta per restare vicino alla sua piccola ma il suo ex non le lasciò scampo. Juana Cecilia Loayza vide l’aggressore patteggiare un percorso di recupero mai iniziato: bastò una sua foto sorridente sui social per farlo tornare a ucciderla. «Ho sempre timore di ritrovarmelo davanti», aveva scritto nella denuncia Alessandra Matteuzzi: nessuna misura arrivò: lui la aspettò sotto casa. Angela Avitabile aveva minimizzato un tentativo di strangolamento per non abbandonare il marito, con problemi psichiatrici, mai preso in carico. Fu accoltellata 11 volte davanti ai nipotini.

E poi arrivarono i braccialetti, il dispositivo elettronico che dovrebbe essere l’anello tecnologico della protezione. In una rilevazione del 2025, 67 uffici giudiziari su 139 (48,2%) hanno riferito di aver incontrato difficoltà nella gestione del dispositivo. L’infermiera Concetta “Titti” Marruocco aveva sulle spalle vent’anni di denunce, lui portava il dispositivo, forse scarico quella notte: a casa entrò comunque con un vecchio mazzo di chiavi e non si fermò, nel 2023. La sua storia è diventata uno dei simboli di questo paradosso.

Ma è a Torino che la catena spezzata del Codice Rosso mostra il suo punto più doloroso. Il braccialetto dell’uomo che ha ucciso Roua Nabi lanciò quattro ben quattro allarmi: nessuno in sala operativa li prese in carico. E ancora: un centro antiviolenza aveva scritto «rischio alto di femminicidio» ma il braccialetto per l’aggressore di Hayat Fatimi non fu mai installato. E quello dell’ex marito di Tiziana Vinci, guasto da giorni e già segnalato ai carabinieri, non suonò quando lui la raggiunse sul lavoro. Mentre il compagno di Jessica Stapazzollo Custodio de Lima si tolse il proprio senza far scattare un solo allarme. Poi entrò in casa e la uccise con 27 fendenti.

Tra il feminicidio di Tania Terrin e quello di Vanessa Zappalà, 26 anni, sono trascorsi 5 anni. Per Vanessa il Codice Rosso scattò, lei racconto le minacce che aveva annotato su un bloc notes ma il giudice concesse solo un divieto di avvicinamento invece degli arresti chiesti dalla Procura. Lui, invece, la raggiunse: per ucciderla sul lungomare. Poi si impiccò. «È un fallimento dello Stato», disse allora la senatrice Valeria Valente, presidente della Commissione parlamentare sul femminicidio. Parole identiche ha usato anche il presidente del Consiglio Regionale del Veneto, Luca Zaia, per il femminicidio di Tania Terrin, strangolata la notte del 15 agosto nella sua casa di Camponogara, nel Veneziano, dall’ex compagno Dino Keber, che poi si è tolto la vita.

«L’apparato normativo è completo - dice Elena Biaggioni, avvocata della rete D.i.Re -. Servono formazione capillare e continua per tutta la rete che viene a contatto con le vittime e non un corso ogni cinque anni». E, sottolinea, «indagini interne ogni volta che un anello salta, non per trovare un capro espiatorio, ma per capire cosa non ha funzionato».

Queste venti storie non dimostrano che il Codice Rosso non funziona ma che la protezione è una catena, e che ogni caso racconta un anello diverso che ha ceduto. Sarebbe disonesto fermarsi qui: il Codice Rosso ha cambiato davvero il modo in cui lo Stato risponde alla violenza di genere, imponendo priorità dove prima c’era la coda dei fascicoli, tempi certi dove prima c’era l’attesa. È un impianto che, quando la catena regge, salva vite ogni giorno. Silenziosamente. Senza fare notizia.

venerdì 14 agosto 2026

Lavitola al ristorante

Stefano Cappellini
Lavitola, il sondaggio per Ranucci premier e il mestiere di giornalista
la Repubblica, 14 agosto 2026

Non capita spesso a un giornalista di poter scrivere di una notizia avendo partecipato in prima persona a un pezzo della storia. È il mio caso oggi. Della vicenda dell’attentato a Sigfrido Ranucci, di cui Valter Lavitola ha confessato l’altroieri di essere il mandante, conosco in forma diretta un frammento non marginale: la genesi del sondaggio con il quale Lavitola intendeva testare le potenzialità elettorali di Ranucci. Uno snodo importante, visto che nell’ordinanza di custodia cautelare, nella quale sono ricostruiti proprio alcuni di questi passaggi di cui sono testimone, il movente dell’attentato al conduttore di Report è individuato nella volontà di aprirgli la via verso una brillante carriera politica.

Naturalmente, le informazioni di cui dispongo sono già state utilizzate in alcuni articoli pubblicati in occasione dell’apertura dell’inchiesta su Lavitola all’inizio di luglio, quando ero ancora vicedirettore di Repubblica, e in altri pezzi seguiti all’arresto di Lavitola, dopo aver assunto la direzione di questo giornale il mese scorso. Penso abbia un valore giornalistico che adesso sia io a rimettere in fila un po’ di fatti, anche per non lasciare che lo facciano persone con altri interessi e scopi.

Ho incontrato e parlato per la prima volta con Lavitola nell’agosto del 2023. Un amico organizzò una cena per la quale gli sono ancora grato, perché al tavolo con noi portò una grande stella della musica italiana. Propose di fissare l’appuntamento da Cefalù, il ristorante di Lavitola nel quartiere romano di Monteverde. Fu così che, al termine di questa cena, si appalesò lui: il ristoratore. Lavitola si sedette con noi e in breve tempo, giurerei sollecitato da me, cominciò a raccontare aneddoti sul suo noto ruolo in una storia che più di quindici anni fa appassionò gli italiani e infiammò la politica: la casa di Montecarlo lasciata in eredità da un nobildonna missina al partito e finita nelle disponibilità del cognato di Gianfranco Fini. Lavitola, all’epoca, faceva parte dell’entourage politico di Silvio Berlusconi ed era stato protagonista di più vicende ai confini, e più spesso oltre, del codice penale. Se quella serata era cominciata con l’idea di proporre una grande intervista biografica alla famosissima cantante, finì con l’idea che il colpo migliore sarebbe stata una intervista a Lavitola sulla vera storia di quei giorni. Dalla cena passò un po’ di tempo senza alcun contatto, finché proposi a Lavitola di fare l’intervista. Accettò e il 20 marzo 2024 mi diede appuntamento al suo ristorante. Gli feci domande per quasi due ore e il 21 marzo uscì su Repubblica una intervista a mia firma così titolata: “Sì, ero un bandito. Incastrai Fini sulla casa ma sono pentito”. Quella fu la seconda volta in vita mia in cui vidi Lavitola. Ma è la terza e ultima la più importante qui.

A metà febbraio 2026, non sono in grado di ricostruire con esattezza la data, Lavitola mi telefona dicendomi che ha una notizia importante da darmi ma che è necessario parlarne di persona. Alcuni giorni dopo, sono ragionevolmente certo sia stato prima della fine del mese, lo incontro nel suo ristorante. Dopo qualche chiacchiera sul quadro politico, Lavitola passa all’ordine del giorno. Racconta di essere in contatto con una persona di grande levatura e popolarità che potrebbe buttarsi in politica. Non dice che il tizio ha già deciso di farlo, dice che ci sta riflettendo. Aggiunge che il suo livello è tale che, qualora si decidesse a farlo, potrebbe aspirare al ruolo di candidato premier del centrosinistra. Cerco di farmi dare il nome, non senza avergli subito obiettato che vedo molto difficile che, per quanto credibile possa essere il suo uomo, il candidato premier del centrosinistra possa essere un nome diverso da Elly Schlein o Giuseppe Conte. Lavitola, pur con la sua ostentata cortesia partenopea, è inflessibile sulla rivelazione dell’identità. Mi dice che si tratta di una figura in grado di competere ai massimi livelli e che è ancora presto per dire chi sia, ma mi assicura che, se e quando sarà il momento, sarò il primo a saperlo. Però, aggiunge, c’è bisogno di qualche passaggio supplementare. Sostiene di aver avuto casualmente in visione un sondaggio fatto da un istituto americano, sulla cui esistenza effettiva non scommetterei un euro, nel quale il mister X risulta beneficiato di un gradimento altissimo. Adesso, dice Lavitola, serve un sondaggio italiano che potrebbe essere decisivo per convincere il misterioso personaggio a fare il passo e gettarsi nella mischia. Mi chiede consiglio su cosa sia importante domandare agli elettori e anche se posso suggerirgli un istituto al quale affidare la rilevazione. Rispondo che ce n’è almeno una mezza dozzina di affidabili e che sarà affar suo scegliere. Quanto al quesito, gli dico che le domande fondamentali sono due o tre: se gli elettori vedono spazio per un candidato della società civile non espresso dai partiti, su quali temi dovrebbe puntare e le sue potenzialità come sfidante di Giorgia Meloni. Ovvietà, in tutta evidenza. Lavitola mi chiede se mi dispiacerebbe buttar giù per iscritto le domande. Gli dico che, compatibilmente con impegni più urgenti, gli manderò un appunto.

Me ne vado dal ristorante chiedendomi, senza risposta certa, se si tratti di una pista buona o di una bufala. La valutazione delle fonti è fondamentale nel nostro mestiere ma nessuna fonte va esclusa a priori. Preso da altre questioni, dimentico di mandare l’appunto. Più di un mese dopo il colloquio sul candidato misterioso, esattamente il 7 aprile, Lavitola si fa vivo con un messaggio e chiede se, nonostante i miei impegni, posso ancora mandargli quella che lui chiama “la griglia” per il sondaggio. Quel giorno, per la prima volta, mi dice di aver chiesto consiglio anche all’ex direttore del Corriere della sera Paolo Mieli. Rispondo che ho da fare altro e che però gli manderò l’appunto nel giro di qualche giorno. Il 12 aprile mi scrive: “Vedrai che avrai una sorpresa che vale questa rottura di palle”. Il 20 aprile, dopo avergli chiesto via whatsapp una mail, gli mando un file con una decina di domande. Come impegno per provare a mettere le mani su una possibile notizia, è uno sforzo trascurabile oltre che una innocua cortesia. E per le cortesie non si controlla il casellario. Quanto al fatto che pochi mesi prima sia stato Lavitola a organizzare l’attentato a Ranucci, non è notizia a disposizione di alcuno che non sia Lavitola medesimo e i suoi complici.

Dal giorno dell’incontro e nei due mesi e mezzo successivi Lavitola mi contatta via chat tre volte. La prima volta il 29 aprile con una prima bozza del sondaggio che, confesso, nemmeno apro, non me ne importa nulla, voglio solo sapere il nome del candidato. In questa occasione Lavitola dice che la bozza è passata “al vaglio” di Mieli e Ranucci. So dalla stampa che quest’ultimo è un suo amico, dunque penso gli abbia chiesto consiglio. La seconda volta l’8 maggio, con un messaggio in cui dice di aver ingaggiato l’istituto che dovrà realizzare il sondaggio. La terza il 7 giugno quando mi manda alcuni screenshot delle bozze e io nemmeno gli rispondo. Il 9 giugno, per interrompere il mio silenzio, torna alla carica e mi invia lo screenshot di una chat che contiene un giudizio benevolo sull’impostazione del sondaggio e soprattutto mi rimanda un messaggio che era già contenuto nell’invio da me ignorato due giorni prima. Si tratta di un messaggio inoltrato, quindi non suo, in cui c’è scritto: “Due punti da correggere o integrare”. Il commento di Lavitola a questo messaggio, con una insistenza e una sottolineatura che suona sospetta con il senno di poi, è il seguente: “Questo era Ranucci”. Continuo a pensare che si tratti dei suggerimenti di un amico, ma ancora per poco, perché a questo punto, spazientito di non aver avuto risposta sull’unica cosa che mi interessa, chiedo in chat: “Quando puoi farmi il nome?”. E la risposta di Lavitola stavolta arriva. Eccola, testuale: “Sigfrido Ranucci. Volevo farlo solo dopo il sondaggio, perché da un sondaggio fatto negli Usa, che non ho fatto vedere nemmeno a lui, risulta un numero pazzesco”. Lavitola deve essersi dimenticato di avermi già parlato del fantomatico sondaggio Usa, e questo non depone a favore della credibilità del tutto, ma soprattutto non apprezza la mia risposta. Gli scrivo subito: “Per me è una follia”. Mi chiede perché. Rispondo: “Non ha chance di decollare”. Lui scrive: “Vediamo che succede con questo sondaggio. Quello americano era pazzesco. Per questo mi sono messo a pensarci”. Con l’ultimo sforzo di cortesia ribatto che “sono curioso di vedere i dati, ma in primarie contro Schlein e Conte non può prevalere”. Lavitola aggiunge che qualcuno gli ha detto che Prodi punta a far saltare le primarie e che quindi Ranucci potrebbe essere l’uomo giusto per mettere tutti d’accordo. La mia risposta: “Prodi non vuole le primarie ma non può essere certo Ranucci il suo candidato”.

Esco da questo scambio con una risposta alla domanda con la quale ero uscito dall’incontro al ristorante: non è una cosa seria. Non torna la storia del sondaggio americano, non torna quella del sondaggio italiano, il candidato alla premiership non è plausibile e la fonte non attendibile. Per questo, dopo un minimo approfondimento, non scriviamo nulla. E meno male. Perché oggi un pezzo su Ranucci candidato sarebbe stato strumentalizzato dai molti sciacalli in circolazione come un tassello di complicità con il disegno di Lavitola. E chissà se non fosse anche un suo obiettivo reale, vedere pubblicata da un giornale autorevole la storia della candidatura prima che il cerchio delle indagini si stringesse intorno a lui.

Questa è la storia del sondaggio, per la parte che conosco. Ma ci sono gli ultimi due messaggi ricevuti da Lavitola che meritano di essere raccontati. Il 2 luglio, pochi giorni prima di essere perquisito come sospetto mandate dell’attentato, Lavitola mi scrive in chat sostenendo di essere in compagnia “della persona che si sta occupando del sondaggio”, e che ha deciso di fermarlo viste le novità sulle indagini per la bomba. Nel frattempo, infatti, ci sono stati gli arresti dei presunti esecutori. Chiede conforto sull’idea di rimandare ad altro momento la rilevazione. Gli rispondo che mi sembra opportuno. Ma è il messaggio mandatomi all’1.34 del 7 luglio il più inatteso. È quello in cui mi dà la notizia di essere indagato per la bomba: “Credo che dopo l’interrogatorio mi arresteranno. (…) Spero molto che l’aver intrattenuto rapporti con me non ti venga a pregiudicare, anche se dato il tuo spessore mi sembrerebbe difficile, a meno che non decidessi di chiedermi di fare un attentato anche a te”. Sono scosso dalla notizia dell’indagine su Lavitola, ma mi colpisce altro. Gli scrivo: “Rileggendo bene il messaggio devo chiedertelo: sbaglio o mi hai scritto che Ranucci ti ha chiesto di fargli l’attentato?”. Sbaglio, è la risposta. “Stai scherzando? Ti volevo dire che se mi vuoi come attentatore io ormai sono noto”. Dice che in giornata è disposto a parlare al telefono. Quel giorno la notizia dell’indagine su di lui per la bomba a Ranucci è la più importante. Lo chiamo qualche ora dopo proponendogli di fare un’intervista con un nostro cronista. Dice che l’avvocato gli ha proibito di parlare. Ma parla per rivendicare di essere estraneo ai fatti. Gli dico che su Gomes Tavares, il suo faccendiere camerunense, ci sono indizi pesantissimi. Lavitola giura così sulla sua innocenza: “Se è stato Gomes a mettere la bomba, allora sono stato io”.