Gilles Gressani, esperto di geopolitica: "La dottrina del trumpismo può essere espressa attraverso un concetto: la ricolonizzazione"
Le Monde, 11 gennaio 2026
Le rivoluzioni sono macchine strane: per evitare di crollare, devono accelerare. Nel 2026, il nuovo Trumpismo entra nel suo secondo anno. È un momento delicato. Molto è stato fatto in dodici mesi, ma è vero: è allo stesso tempo troppo e non abbastanza.
Le elezioni di medio termine si avvicinano, i sondaggi sono negativi per i repubblicani e, quando gli americani vanno a votare, i risultati sono ancora peggiori, come dimostrano le schiaccianti sconfitte alle elezioni per i sindaci di New York e Miami. I giudici sono ancora lì e le prove delle azioni del presidente americano al limite dell'illegalità si stanno accumulando. In meno di un anno, il patrimonio del presidente e della sua famiglia è aumentato di diversi miliardi di dollari, proprio nel momento in cui il potere d'acquisto rimane una questione estremamente delicata per chiunque non faccia parte dell'élite americana.
Le élite trumpiane lo sanno. Ecco perché, dal 2 gennaio, stiamo vivendo un momento geopolitico senza precedenti. Dalla Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti non avevano mai, nel giro di poche ore, minacciato di intervenire in cinque paesi stranieri – Cuba, Colombia, Iran, Messico e Groenlandia [un'isola dipendente dalla Danimarca] – dopo averne attaccato un sesto [Venezuela] . Mai prima d'ora avevano catturato e rapito un presidente in carica per processarlo. Mai prima d'ora avevano fatto dell'annessione territoriale un obiettivo esplicito della loro politica estera.
Nuovo impero clanico
Questa spettacolare dimostrazione di forza e brutalità ci tende una trappola. Se in Venezuela abbiamo assistito a un colpo di stato contro un dittatore – ma non ancora contro una dittatura – è perché, in realtà, l'unico vero tentativo di cambio di regime non sta avvenendo a Caracas, ma a Washington.
La dottrina complessiva del trumpismo è ora esplicita, radicale e reazionaria. Può essere espressa attraverso un concetto: ricolonizzazione . "Riportare in auge il colonialismo" e "Rendere di nuovo grande il colonialismo" sono diventati i nuovi slogan della principale potenza occidentale.
È un mondo nuovo, con un'anima antichissima. Un nuovo impero basato sui clan sta prendendo piede a Washington. Profondamente influenzato dai metodi della Silicon Valley, sta fondendo il settore pubblico e quello privato, cercando di trasformare gli Stati Uniti in un'azienda nelle mani di un CEO e il resto del mondo in spazi sottomessi da gestire in base alla loro redditività.
Il presidente americano possiede la forza dell'esercito più potente del mondo. Esercita anche l'immenso potere del suo apparato digitale. Chi può quindi resistergli? Realisticamente, sorgono due domande. La prima è puramente analitica: chi ha oggi la capacità di contrastare questo consolidamento imperiale, la vassallaggio dell'Europa e dell'Occidente, l'erosione della sovranità popolare e la disgregazione delle istituzioni pubbliche che ne deriva? Chi siamo noi per opporci alla trasformazione della NATO in un nuovo Patto di Varsavia [un'ex alleanza militare tra i paesi dell'Europa orientale e l'URSS, creata nel 1955 e sciolta nel 1991] , dissolvendo ogni sovranità sostanziale in un vasto spazio algoritmico?
La seconda domanda, inscindibile dalla prima, è di tutt'altro ordine: cosa ne sarà di noi se non tentiamo di opporci a questo progetto? La forza dell'avventurismo emisferico della Casa Bianca deriva dall'impressione di inevitabilità che crea. È alimentato dallo shock e da una mentalità disfattista. La compiacente sottomissione dei nostri leader ha soffocato l'energia e la capacità d'azione dei nostri sistemi politici e delle nostre società.
Forza difensiva repubblicana
Eppure, nulla è scolpito nella pietra. Non siamo né pedine né spettatori passivi in una partita a scacchi tra figure potenti. Il padrone del Cremlino, Vladimir Putin, l'ispiratore del nuovo trumpismo, non è riuscito, dopo quattro anni di guerra, a sottomettere una popolazione in armi. Le repubbliche sono forze insormontabili quando capiscono di dover combattere.
Ogni scontro geopolitico è anche uno scontro politico. Le istituzioni di Washington non sono – non ancora – quelle di Mosca. Oggi si dice che non ci sarebbe alcuna possibilità militare di resistere a un'occupazione della Groenlandia con la forza. Questo ignora il fatto che qualsiasi attacco, soprattutto mortale, contro soldati europei in posizione difensiva in Groenlandia rappresenterebbe un enorme problema politico per Donald Trump, sia per quanto riguarda i pesi e contrappesi ancora esistenti al Congresso, e soprattutto al Senato, sia per quanto riguarda il suo elettorato, inclusa la fazione suprematista bianca della sua base, o i suoi alleati nel resto del mondo.
Stiamo vivendo un momento che sembra – quasi caricaturalmente – gollista [gaullien]. Non c'è alcuna garanzia che sarà possibile resistere a questo consolidamento imperiale e alla sconfitta che ci promette. Ma tutto indica che, per rimanere ciò che siamo, dovremmo impegnarci per accelerarne la caduta. Il guinzaglio dell'impero non è abbastanza lungo da sottomettere a lungo tutti i popoli del mondo, e gli Stati Uniti sono ancora – per il momento – una repubblica.
Ciò richiede una chiara diagnosi della situazione attuale. Senza soccombere al disfattismo o alle illusioni, rompere con la logica degli aggiustamenti marginali ci permetterebbe di riconnetterci con la grande politica: abbracciare l'equilibrio di potere significherebbe liberare le energie necessarie per intraprendere una profonda trasformazione delle nostre istituzioni sclerotiche. Opporsi a questa controrivoluzione reazionaria, infatti, non deve equivalere a difendere l'Ancien Régime.
Si possono criticare le istituzioni della Quinta Repubblica, ma sono state concepite proprio per momenti come questo. La Francia è in una posizione unica in Europa per essere il primo Paese a dimostrare che, contro questo imperialismo basato sui clan, la richiesta di una forza repubblicana difensiva è profonda e popolare. Ha il potere di travolgere tutto ciò che incontra perché è contagiosa, al punto da ispirare e sostenere gli stessi americani.
Tutti capiscono cosa ci aspetta se non reagiamo, e cosa significhi veramente sottometterci a Washington e ai capricci dei nuovi signori della tecnologia. Se avete ancora qualche dubbio, guardate l'intelligenza artificiale di Elon Musk, con i suoi contenuti apertamente antisemiti e negazionisti dell'Olocausto, o la generazione di immagini pedopornografiche di vere ragazze nude da parte dell'algoritmo. E tutti capiscono anche un'altra cosa: in questo momento storico, saremo giudicati per ciò che abbiamo fatto, o non abbiamo fatto.
* Gilles Gressani è presidente del Gruppo di studi geopolitici dell'Ecole Normale Supérieure e dirige la rivista "Le Grand Continent".
Giuseppe Gagliano
La strategia di Sicurezza statunitense per un mondo che non esiste più
Analisi Difesa, 7 dicembre 2026
La nuova Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, pubblicata nel novembre 2025, è un testo che pretende di essere una bussola per i prossimi anni, ma finisce per somigliare più a una dichiarazione d’intenti ideologica che a un vero manuale di sopravvivenza in un mondo complesso e frammentato. Dietro il linguaggio solenne, le celebrazioni dell’“America forte” e i toni autocelebrativi, si intravede una potenza che fatica a riconoscere i propri limiti e a convivere con la fine della propria supremazia indiscussa.
Il documento parte da un atto d’accusa contro le élite del dopo guerra fredda: avrebbero inseguito il miraggio di un dominio planetario permanente, sacrificando industria nazionale, classe media e credibilità internazionale. Per rimediare, la nuova linea propone un ritorno alla “priorità degli interessi nazionali” e al rifiuto di istituzioni e vincoli sovranazionali. Ma, invece di produrre una vera ricalibratura, questa svolta rischia di diventare solo una versione più dura e più chiusa dello stesso universalismo americano: la convinzione che la sicurezza degli Stati Uniti coincida con l’ordinamento del mondo secondo criteri stabiliti a Washington.
Sovranità come parola magica
La parola chiave della nuova dottrina è “sovranità”. Sovranità dei confini, del mercato interno, del sistema energetico, delle filiere industriali, perfino del discorso pubblico, visto come minacciato da potenze straniere, piattaforme digitali e organizzazioni internazionali. Non è solo una preoccupazione legittima, dopo decenni di delocalizzazioni e dipendenze strategiche: è una vera ossessione.
Ogni fenomeno viene ricondotto alla stessa matrice: migrazioni di massa, accordi commerciali, organismi multilaterali, intese sulla tutela del clima, tutto sarebbe un modo per indebolire l’identità e la sicurezza statunitensi. Da qui discende la volontà di rompere con la stagione del “libero commercio” e del multilateralismo e di tornare a una gestione bilaterale, transazionale e contingente dei rapporti esterni.

Il problema è che questo ritorno alla sovranità assoluta è pensato solo per gli Stati Uniti. Il documento proclama di difendere la piena legittimità di ogni Stato a perseguire i propri interessi, ma di fatto nega lo stesso diritto quando quegli interessi non coincidono con quelli di Washington. La libertà degli altri si ferma dove cominciano i corridoi energetici, le filiere di approvvigionamento e gli spazi di manovra militare voluti dagli Stati Uniti.
L’emisfero occidentale come cortile di casa
Il capitolo sul continente americano è il più esplicito: si annuncia una sorta di “corollario” alla dottrina Monroe, con cui gli Stati Uniti si arrogano il diritto di impedire a potenze esterne di possedere infrastrutture strategiche, basi, porti, reti di comunicazione o risorse chiave in tutto l’emisfero.
L’obiettivo dichiarato è la stabilità: bloccare i flussi di droga, gestire la migrazione, garantire catene di approvvigionamento sicure. Ma lo strumento scelto è un misto di pressione militare, economica e diplomatica che lascia ben poco spazio alla sovranità degli altri. Si parla di “arruolare” Paesi della regione per stabilizzare aree di crisi, ospitare forze statunitensi, adattare la propria politica industriale alle priorità di Washington.

Non è una novità: la storia dell’America latina è piena di colpi di Stato, interventi mascherati, pressioni economiche. La differenza è che, oggi, sullo stesso terreno agiscono anche Cina, Russia, Turchia, monarchie del Golfo. Pensare di poterli cacciare tutti con qualche tariffa, qualche base navale e qualche prestito agevolato significa non capire che, per molti governi latinoamericani, la competizione tra potenze è diventata un’opportunità, non una minaccia.
Asia: contenere la Cina senza dirlo
Il capitolo asiatico è in apparenza improntato alla moderazione. Si afferma di non voler la guerra con la Cina, ma di voler “riequilibrare” i rapporti economici, proteggere le filiere critiche, coordinarsi con alleati e partner per impedire qualsiasi forma di dominio regionale. Dietro la prudenza lessicale, però, c’è un obiettivo chiarissimo: contenere l’ascesa cinese in ogni settore.
Economia, tecnologia, finanza, spazio, mari: la regione del Pacifico viene descritta come il teatro decisivo del secolo. Il testo insiste sulla necessità di un sistema di alleanze che vada dal Giappone all’India, dall’Australia alla Corea, passando per i Paesi dell’Associazione del sud-est asiatico, legati tra loro da accordi militari, cooperazione industriale, progetti infrastrutturali e regole comuni sulle esportazioni sensibili.
Ma è proprio qui che la strategia mostra il fianco. Molti di questi Paesi hanno rapporti vitali con la Cina, sia commerciali sia finanziari. Accettare fino in fondo la logica americana del “disaccoppiamento” significherebbe mettere a rischio intere economie, catene logistiche, stabilità politiche già fragili. Washington chiede loro di aumentare la spesa militare, di offrire basi e porti, di esporsi nella confrontazione con Pechino. In cambio promette accesso al mercato statunitense, trasferimenti tecnologici, garanzie di sicurezza.

Ma non è affatto scontato che l’Asia voglia farsi trascinare in una nuova guerra fredda. Molti governi, dall’India all’Indonesia, puntano a un gioco multipolare: cooperare con gli Stati Uniti su difesa e tecnologia, senza rompere con la Cina sul piano commerciale. Pretendere un allineamento totale rischia di spingerli proprio tra le braccia di Pechino, o di rafforzare la loro tentazione di restare neutrali in caso di crisi su Taiwan.
Europa tra paternalismo e diffidenza
La parte dedicata all’Europa è impietosa. Si descrive un continente in declino demografico, schiacciato da apparati burocratici sovranazionali, paralizzato da politiche migratorie giudicate suicidarie, prigioniero di dirigenti che censurano il dissenso e soffocano la libertà di espressione. La critica al “modello europeo” è così radicale da sfiorare il disprezzo.

Eppure, al tempo stesso, si sottolinea che l’Europa resta “vitale”: mercato centrale per le esportazioni statunitensi, culla di industrie avanzate, infrastrutture, ricerca scientifica. In altre parole: un alleato indispensabile, ma considerato inaffidabile sul piano politico e culturale.
La guerra in Ucraina è il banco di prova. La strategia riconosce che il conflitto ha reso l’Europa più dipendente dall’esterno per energia e sicurezza e che ha aggravato le divergenze interne.
Per questo indica come priorità la chiusura relativamente rapida delle ostilità, il ripristino di una stabilità strategica con la Russia e la ricostruzione di un’Ucraina “viabile”. L’interesse centrale, detto senza troppi giri di parole, non è tanto il destino di Kiev quanto la necessità di evitare che l’Europa rimanga intrappolata in una paralisi economica e politica che indebolirebbe l’intero blocco occidentale.
Qui emerge una contraddizione di fondo: da un lato si pretende che gli alleati europei aumentino la spesa militare fino a livelli molto superiori a quelli finora ritenuti accettabili; dall’altro lato si guarda con sospetto a leadership e governi ritenuti incapaci o poco legittimati. Si chiede all’Europa di essere forte, ma non autonoma; responsabilizzata, ma sotto tutela; “grande” solo nella misura in cui resta allineata alla linea statunitense sulla Russia, sulla Cina, sull’energia, sul commercio.
Medio Oriente: dalla guerra alla gestione del rischio
Per mezzo secolo il Medio Oriente è stato il centro della politica estera americana. Il nuovo documento proclama che questa epoca è finita: grazie alla produzione energetica interna e agli accordi con Israele e monarchie del Golfo, la regione sarebbe ormai meno decisiva. In realtà, la strategia non si traduce in un vero disimpegno, ma in una diversa gestione del rischio.
Iran viene descritto come potenza indebolita dalle ultime operazioni israeliane e dalle azioni statunitensi contro il suo programma nucleare. La questione palestinese è presentata come in fase di “normalizzazione” grazie all’intesa per il cessate il fuoco e alla prospettiva di nuove intese tra Israele e Paesi arabi. La Siria è vista come potenziale candidato a una stabilizzazione guidata dagli attori regionali con il sostegno di Washington.

Dietro le formule ottimistiche restano però aperte tutte le fratture storiche: rivalità tra potenze regionali, fratture confessionali, milizie armate, sistemi politici autoritari. Gli Stati Uniti dichiarano di voler trattare i partner del Medio Oriente “così come sono”, senza più pretendere di esportare modelli democratici. In pratica, accettano regimi poco trasparenti purché garantiscano corridoi energetici, basi, cooperazione contro il terrorismo e, soprattutto, allineamento nel confronto con Iran, Russia e Cina.
La promessa è quella di ridurre le “guerre senza fine” e di sostituirle con accordi diplomatici mirati. Ma l’esperienza degli ultimi decenni insegna che, quando la regione entra in una fase di crisi, le stesse potenze che oggi puntano alla “gestione del rischio” finiscono per essere risucchiate in spirali di intervento sempre più profonde.
Africa: risorse prima delle persone
Il capitolo sull’Africa è breve ma rivelatore. Gli Stati Uniti annunciano di voler passare da una logica di aiuto allo sviluppo a una logica di investimenti e scambi, privilegiando i Paesi giudicati “affidabili” e pronti ad aprire i propri mercati a imprese e tecnologie statunitensi.

Si insiste sulle potenzialità del continente in termini di minerali critici, energia, crescita demografica. Si parla di accordi nel settore nucleare civile, del gas, delle infrastrutture. Tutto giusto, in teoria. Ma il documento dedica pochissimo spazio alla questione della governance, delle disuguaglianze interne, dei conflitti locali. L’Africa appare come un grande magazzino da cui estrarre materie prime e consenso diplomatico, non come un insieme di società complesse, con interessi propri, memorie di colonizzazione, nuove classi dirigenti che non intendono più essere solo destinatarie di progetti decisi altrove.
Il rischio è evidente: se l’unico parametro di scelta sarà la fedeltà alla linea statunitense, la competizione con Cina, Russia, India, Turchia e monarchie del Golfo non farà che accentuare la frammentazione interna al continente, alimentando nuovi “clientelismi” geopolitici anziché sostenere una crescita autonoma.
Il mito dell’“economia come arma totale”
In tutto il documento si respira l’idea che l’economia possa e debba essere usata come strumento integrale di potere. Tariffe, controlli sulle esportazioni, sanzioni finanziarie, incentivi fiscali, controllo delle filiere: tutto viene concepito come parte di un’unica macchina di pressione, da attivare verso avversari, ma anche verso alleati recalcitranti.

Si promette una grande “reindustrializzazione” interna: riportare in patria produzioni strategiche, rilanciare l’industria degli armamenti, garantire energia abbondante e a basso costo grazie a idrocarburi e nucleare, respingere le politiche di riduzione delle emissioni considerate un regalo ai rivali. È un programma ambizioso, che però si scontra con due ostacoli.
Il primo è sociale: riportare fabbriche e catene produttive negli Stati Uniti richiede non solo investimenti pubblici e privati, ma anche manodopera qualificata, infrastrutture, sistemi educativi, alloggi, servizi.
Non basta alzare i dazi per far ricomparire miracolosamente l’industria primaria e quella pesante. Il secondo ostacolo è internazionale: un uso sempre più esteso di sanzioni, blocchi e condizionamenti può spingere gli altri attori a costruire sistemi alternativi di pagamento, nuove valute di riferimento, accordi commerciali sganciati dal dollaro. La supremazia finanziaria statunitense, che il documento dà quasi per scontata, è proprio ciò che viene messo in discussione da questa strategia aggressiva.
Soft Power in crisi
Curiosamente, in mezzo a tante parole d’ordine muscolari, il testo riconosce anche l’importanza del potere morbido (soft power): la capacità degli Stati Uniti di attrarre con cultura, scienza, innovazione, modelli di vita. Ma la soluzione proposta per “rafforzare” questo potere è quasi esclusivamente morale: recuperare l’orgoglio nazionale, esaltare il passato, respingere la critica interna, schiacciare quelli che vengono percepiti come movimenti “antiamericani” dentro il Paese stesso.
È una contraddizione evidente. Il potere morbido statunitense è nato, storicamente, proprio dalla capacità di presentarsi come società aperta, autocritica, capace di mettere in discussione le proprie ingiustizie. Chiudere gli spazi di dissenso in nome della sicurezza nazionale significa indebolire quella forza di attrazione, trasformando la democrazia americana in una fortezza assediata che non ammette dubbi.
Una strategia di transizione, non di visione
In conclusione, la Strategia di sicurezza nazionale del 2025 è un documento che fotografa perfettamente il momento storico degli Stati Uniti: una grande potenza che non si rassegna a essere “una” delle potenze, che vuole difendere il proprio primato con tutti gli strumenti possibili, ma che al tempo stesso non offre una visione condivisibile del futuro.
Il testo denuncia gli eccessi del globalismo, ma propone solo una sua versione ristretta e gerarchica, dove il mondo continua a essere diviso tra chi comanda e chi deve allinearsi. Invoca la fine delle guerre infinite, ma non rinuncia all’idea di poter gestire dall’alto i conflitti altrui, scegliendo di volta in volta quali meritino un cessate il fuoco e quali una pressione ulteriore.

Soprattutto, resta prigioniero di una certezza: che l’ordine mondiale sia legittimo solo quando coincide con l’interesse nazionale americano. È una posizione comprensibile per una potenza abituata a decenni di supremazia, ma difficilmente sostenibile in un sistema internazionale che, piaccia o no, è già entrato in una fase multipolare.
L’America potrà ancora pesare moltissimo, forse più di chiunque altro. Ma non potrà più decidere da sola le regole del gioco. Una vera strategia dovrebbe partire da qui. Questa, al contrario, è ancora un tentativo di tenere vivo un mondo che non esiste più.

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