Stefano Folli
Il duplice bivio di Vannacci e Salvini
la Repubblica, 31 gennaio 2026
Nel tempo in cui viviamo ognuno ha diritto al proprio quarto d’ora di celebrità. È una frase assai nota di Andy Warhol che non intende esprimere cordialità e simpatia umana. Al contrario, vuole esprimere malcelato fastidio per tutti coloro che si affollano sul palcoscenico dell’esistenza in cerca di un’effimera popolarità.
Il generale Roberto Vannacci, che ha deposto l’uniforme per inseguire un’ambizione politica, ha ottenuto il suo momento d’oro, tuttavia è evidente che non gli basta. Vorrebbe molto di più, ma è rischioso infrangere la legge di Warhol senza avere le idee chiare. E Vannacci, al di là delle pagine di giornale che si occupano di lui nella fase in cui la politica è un po’ stanca, in attesa del referendum, vuole molto più di quanto sia in grado di gestire.
Qui forse è il punto che ridimensiona l’attivismo dell’ex ufficiale e ne mostra la fragilità. C’è un errore di fondo. L’idea che l’Italia equivalga alla Germania dove ha attecchito il partito di Alternative. O all’Europa dell’Est dove prosperano le formazioni legate alla Russia putiniana. Vannacci propone ricette analoghe: via gli immigrati illegali, repressione spietata, e in politica estera sostegno alle scelte di Mosca in Ucraina e ovunque l’autocrate voglia attuare qualche altra «operazione speciale».
In realtà noi non siamo la Germania, l’Austria o la Slovacchia e nemmeno l’Ungheria di Orbán. Non abbiamo avuto nel dopoguerra una tradizione di radicalismo di destra accreditata di percentuali significative. E la nostra storia recente dimostra che certi fenomeni in prevalenza nordici o mitteleuropei si fermano alle Alpi. E non parliamo dei tentativi di imitare l’America Maga da cui è scaturito Trump.
Questo per dire che il partitino a cui Vannacci intende dar vita rischia di trasformarsi in un discreto fallimento ancora in culla. Tanto è vero che l’uomo continua a essere indeciso. Fa tutto quello che serve per mostrarsi determinato — dal simbolo scopiazzato al nome, dai collaboratori agli slogan — ma al dunque non pronuncia la parola definitiva. Si rende conto che è troppo temerario anche per un paracadutista sbagliare il passo d’inizio. Del resto, il capo leghista, Matteo Salvini, ha capito che la baraonda intorno al suo rivale serve solo a danneggiare il Carroccio, trascinandolo su terreni impropri.
Purtroppo, al fine di chiudere i margini di manovra al generale, il cosiddetto “capitano” non trova di meglio che usare gli stessi toni e argomenti. Al punto che l’intemerata dell’altro giorno sull’Ucraina, in cui ha ingiunto a Zelensky di scegliere tra la sconfitta e la disfatta, è stata ripresa sui social da uno dei principali assistenti di Putin.
Vannacci non avrebbe potuto fare di più. Idem per l’idea di accreditare un neonazista inglese, ricevendolo al ministero: un personaggio rispetto al quale Farage, il leader della Brexit, appare un timido moderato. S’intende, Salvini deve fare molta attenzione. Se esistesse lo spazio per una destra estrema di quel genere, la Lega non arrancherebbe all’8 per cento dopo aver toccato ben altre vette in passato, ma su posizioni diverse dalle attuali.
In ultima analisi, tutta la vicenda Vannacci si riduce al tentativo di mettere in difficoltà la premier Meloni, costringendola a venire a patti con un movimento più o meno neofascista. Si veda anche la chiassata di ieri (venerdì 30 gennaio) alla Camera, con CasaPound e altre sigle rumorose presentate come il baluardo della democrazia. Tuttavia per evitare rischi basterà lavorare sulle clausole della futura legge elettorale. Roma non è la Monaco degli anni Venti, con le sue birrerie. E Vannacci è un generale, non un caporale da poco smobilitato. Anche la sinistra, che magari spera di aver trovato il grimaldello anti-Meloni, dovrà riflettere su questo.

Nessun commento:
Posta un commento