lunedì 12 gennaio 2026

Iran. Il regime alle strette

Guido Olimpio
La macchina della repressione

Corriere della Sera, 12 gennaio 2026

La Repubblica islamica iraniana è abituata alla violenza politica. Perché è nata da una rivoluzione e ha poi vissuto un cammino pieno di sfide. L’annientamento di chi non era allineato con i mullah dopo la cacciata dello scià. Le prese d’ostaggi. La faida interna con la scomparsa di figure rappresentative. Il terrorismo ispirato e subito.
L’aggressione irachena nel 1980. Le spinte separatiste di curdi, baluchi, arabi. I primi duelli con gli Usa. Gli omicidi degli esuli. Il supporto a milizie in Medio Oriente. Le sanzioni e l’embargo che soffocano. La guerra prima segreta e poi aperta con Israele. E, soprattutto, le ribellioni a ripetizione.
Queste prove che hanno mostrato la tenacia del regime e la determinazione nella risposta. Risultato ottenuto fino a oggi con mano pesante per stroncare chi protesta ma anche mosse per calibrare la reazione con i distinguo verbali dei dirigenti sui manifestanti, tentativo in extremis di raddrizzare un vascello nella tempesta.
La Guida malata
Teheran ha modellato nel tempo un gigantesco sistema composto da apparati «in concorrenza» e sovrapposti. Componenti che non di rado hanno avuto frizioni esplose qualche volta in regolamenti di conti, intrighi, faide. Sopra tutti c’è la Guida, Ali Khamenei, leader malato e in parabola discendente. Sotto di lui il Consiglio per la sicurezza nazionale diretto da Ali Larijani, chiaro nel ribadire nessuna clemenza. Per farlo non gli mancano certo gli uomini.
Lo scudo principale, da sempre, è rappresentato dai Guardiani della rivoluzione, un «esercito» parallelo con Marina, divisione missilistica, dipartimenti spionistici. Bene armati, con una presenza estesa e risorse importanti, hanno costituito un loro centro di potere grazie alle connessioni con il settore economico. Qualche osservatore non ha escluso che potrebbero un giorno sostituirsi ai religiosi in modo formale. Perché, stando a un’altra interpretazione, sono loro a tenere «in ostaggio» gli ayatollah. Una soluzione tecnica al posto di quella teocratica.
Le Forze armate
I pasdaran agiscono sia all’interno che fuori dai confini, contano su alleati, non ritengono di avere limiti. La loro fama, però, è stata offuscata in estate quando gli israeliani sono riusciti a eliminare un buon numero di alti ufficiali, compresi i generali più importanti, sorpresi nelle loro case, in rifugi e bunker. L’ultimo rovescio di una serie.
Il secondo elemento, specie per contrastare le proteste popolari, è rappresentato dai basij. Sono una milizia formata da decine di migliaia di uomini, in teoria tra i più convinti del messaggio khomeinista. Uniscono la risolutezza alla fedeltà: quando la piazza esplode, sono tra i primi ad essere schierati. Le immagini li hanno mostrati spesso in unità a bordo di moto impegnate a dare la caccia ai dimostranti. Una massa di manovra ad affiancare i pasdaran. Più defilate le forze armate regolari, Artesh, sempre tenute in secondo piano rispetto ai Guardiani. Tuttavia, nelle scorse ore, hanno diffuso un comunicato che fa presagire a un prossimo coinvolgimento diretto: «Monitoriamo il nemico e siamo pronti a proteggere il bene pubblico contro tutti i complotti». Un loro intervento nelle strade potrebbe essere il segnale di ulteriori difficoltà nel fermare la contestazione su un territorio immenso. Ma anche la necessità di estendere la rete di protezione mentre Donald Trump torna a minacciare strike e il Pentagono fa uscire presunti piani di bombardamenti.
L’intelligence
Il cerchio è chiuso dai servizi segreti. Multipli, come avviene in tanti Paesi. Guardano gli avversari lontani, schiacciano quelli interni, si sorvegliano tra loro. Ecco il ministero dell’intelligence, gli agenti dei pasdaran, il J2 della Difesa, il dipartimento cyber, un network di agenzie collegato alla polizia, una serie di entità minori sempre impegnate nel rastrellare dati, prevenire infiltrazioni (anche nello strategico settore nucleare), contribuire a campagne di arresti.
Gli sviluppi drammatici degli ultimi mesi hanno dato comunque un verdetto: chi doveva garantire la protezione ha fallito nel parare almeno una parte dei colpi portati dall’asse Usa-israele, inoltre impiega metodi brutali per fermare chi chiede una vita migliore. Come in passato, solo che questa volta l’onda della protesta è possente.
Nessuno ha certezze sul futuro. Gli esperti, dopo aver messo in guardia sulla disinformazione e le notizie inverificabili, concordano su una lenta decomposizione della Repubblica, con una situazione senza precedenti, ma sottolineano anche come i mullah abbiano sempre una loro base in una parte della società. Karim Sadjadpour su Atlantic ricorda cinque punti che possono portare a un collasso totale di un regime: crisi monetaria, élite divisa, un’opposizione vasta, una narrativa convincente di resistenza, un momento internazionale favorevole. A suo giudizio questi parametri sono davanti ai nostri occhi, nelle strade di Teheran e delle altre località in rivolta.

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