sabato 17 gennaio 2026

Prezzolini, astenuto permanente

Gaetano Pecora
Tutto il ghiribizzare polemico di Prezzolini

La Stampa Tuttolibri, 17 gennaio 2026

Primo luglio 1973: «Domani Emilio parte per il suo lavoro per Roma e lascia me al mio lavoro qui. È una cara compagnia, inaspettata alla fine della mia vita; un ragazzo che mi vuol bene conoscendo di me e del mio passato più di ogni altra persona».

Chi raccoglieva questi sentimenti nelle pagine del suo diario era Giuseppe Prezzolini, ormai giunto sulla stazione ultima di una vita lunghissima che spesso lo vide trascorrere da una ad altra posizione, sollecitato in ciò dalle temperie di un secolo oltremodo irrequieto e burrascoso. “Emilio”, invece, era quell’Emilio Gentile destinato col tempo a volare alto nella fama del prossimo e che per decine e decine di anni si è profondato nello sterminio delle carte prezzoliniane emergendone ora con un volume dove dal primo vagito fino all’ultimo respiro c’è tutto di Prezzolini. Tutto. Ivi incluse le contraddizioni che Gentile richiama senza quelle frasi smozzicate sulle quali l’affetto avrebbe ben potuto stendere il suo velo. E invece no: ogni cosa è stata detta come doveva essere detta, con semplicità onesta e sorvegliata. Sorvegliata soprattutto ma che, proprio per questo, proprio per aver premuto sui freni dei sentimenti intimi, rende in certi casi ancora più considerevole la distanza tra il biografo e il biografato. Così è per esempio col conservatorismo dell’ultimo Prezzolini, il quale svestitosi delle vesti (peraltro assai ambigue dell’“Apota”, di colui cioè che non la beve perché si ritiene equidistante da tutte le forze politiche), dismessi questi panni di una non sempre sicura imparzialità, con la collaborazione a Il Borghese di fatto si proponeva quale ispiratore di un movimento politico di destra, cauto negli obiettivi e soprattutto rispettoso delle tradizioni avite le quali erano da onorare non perché buone in sé ma perché c’erano già, ed essendoci già avrebbero risparmiato il destino di fallimento che incombe sugli umani quando essi troncano di netto con i loro precedenti. Già: i precedenti. Ma quali precedenti? O meglio: i precedenti di chi? Non certo quelli degli italiani. Bisogna infatti sapere - e Gentile non manca di evidenziarlo con parole di rimbrotto - che una delle poche convinzioni che rimase ferma nell’ondoso mareggiare di Prezzolini fu precisamente l’idea che vi fossero popoli liberi per maestà di natali e altri invece che numi irati avevano maledetto con il sigillo della servitù. L’Italia, secondo un assioma che gli si era fitto in mente e dal quale non decampò mai, era servile per natura. Al contrario, Islanda, Svizzera Inghilterra erano popoli che “nacquero” assistiti dalla musa della libertà (“nacquero” è parola testuale di Prezzolini).

Nientemeno: popoli che nacquero liberi! Ma dove? E quali? Gli anglosassoni forse? Suvvia, non scherziamo. Bisogna davvero ricordare che solo nel 1807 l’Inghilterra vietò il commercio legale degli schiavi? O che ancora nel 1844 non c’era legge che impedisse al ministro degli interni di sbirciare nella corrispondenza dei sudditi di sua Maestà? No, non è così che Prezzolini faceva onore alla sua intelligenza. E soprattutto non era così che rendeva omaggio al principio - pure tante volte ribadito - che gli avanzamenti delle nazioni si producono procedendo per strade tortuose, in un cammino maledettamente lungo. E più è lungo questo cammino e meno è dato di rapprenderlo in un unico “tipo”, di incastonarlo in un singolo carattere, come se questo carattere e questo tipo potessero poi coprire l’intera traiettoria della storia di un popolo. E dunque, chiedersi quale fosse il carattere degli italiani era porsi una domanda scivolosa, che non si lasciava catturare da una sola risposta; almeno finché non si precisava quali italiani e gli italiani di quale epoca. Diversamente, non si capisce perché il privilegio di personificare il carattere nazionale spettasse a Bonifacio VIII e non invece, chessò, a san Francesco, a Crispi anziché a De Gasperi.

Come sono giustificate, perciò, le critiche di Gentile quando ci restituisce questo aspetto di Prezzolini così esulcerato e così malignamente beffardo con i suoi connazionali. Epperò... E però quando Prezzolini cedeva ad un moto fuggitivo di appartenenza e una più equanime generosità gli allargava l’animo, quali parole non gli sgorgavano calde dal cuore! «Quanto bene - sbottò una volta - si vuole in fondo a questo porco paese pieno di canaglie e d’infingardi, ma anche ricco di individui che mandano avanti la baracca per quelli che non fanno niente».

Se solo si fosse concesso più spesso a questa serenità di giudizi! Come ne avrebbe guadagnato la sua stessa teoria politica! Ma tant’è: il cruccio e non la distensione si conveniva all’estro del suo “ghiribizzare polemico” (l’espressione è di Gentile ed è assai propria).


prezzolini, campione di scetticismo
Biografie. La monumentale ricerca di Emilio Gentile scandaglia i vari momenti della lunga vita dell’intellettuale: dalla Grande Guerra agli anni parigini, dagli Stati Uniti a Lugano, tra contraddizioni, idee, filosofie e amicizie cambiate
Raffaele Liucci, Il Sole 24ore, 1 febbraio 2026

Ma chi è stato veramente Prezzolini? Un poligrafo? Un fondatore di riviste? Un giornalista senza tessera? Un animatore culturale? Un impiegato senza concorso? Un cattedratico non laureato? Forse è stato soprattutto un testimone, «un osservatore disincantato degli eventi del suo tempo», come scrive Gentile. Pur conscio di non essere un uomo d’ingegno in alcun campo, per un decennio circa, dal 1908 al 1918, s’illuse di poter concorrere – soprattutto attraverso la rivista «La Voce» – al rinnovamento morale e civile degli italiani, coinvolgendo giovani lettori di ogni tendenza. Ma dopo la Grande Guerra, in cui aveva combattuto da volontario, prese atto del fallimento del progetto. Chiudendosi in un cupo pessimismo, riconobbe che il conflitto, lungi dal rigenerare la nazione, ne aveva disvelato le tare irredimibili.

Terminava allora, secondo alcuni, la fase più significativa della vita di Prezzolini, ormai diventato un esule in patria. Ma forse non è proprio così, se Gentile dedica quasi 800 pagine a quanto accadde dopo. Possiamo così approfondire gli anni parigini (1927-1930), impiegato presso un ufficio della Società delle Nazioni, e poi il lungo dispatrio in Usa (1930-1962), professore di letteratura italiana e direttore della Casa italiana alla Columbia University, e infine, dopo una parentesi a Vietri sul mare, il buen retiro luganese (1968-1982).

Se il giovane Prezzolini fu a suo modo un progressista, l’uomo maturo si trasformò in un conservatore con venature reazionarie. A unirli fu però un tratto essenziale, ossia il «dualismo fra la vita interna e la vita esterna». Misantropo, solitario, individualista, Prezzolini ha cioè sempre coltivato dentro di sé un «super io» profondamente scettico. Per questo, citando una celebre pagina della sua autobiografia, L’Italiano inutile (1953), ha potuto essere, di volta in volta, materialista, idealista, crociano, liberale, ribelle, conservatore, giocando «tutte le carte» e adoperando «tutti i fazzoletti e tutte le pezze da piedi», finendo per non credere «in nulla, di nulla, su nulla, per nulla».

Questo relativismo da un lato lo salvò dal dogmatismo, dalle camarille e dalle servitù volontarie, armandolo di una penna cristallina, così rara tra i farraginosi intellettuali italiani. Dall’altro lato, però, gli impedì di comprendere le ragioni dell’antifascismo, un valore non negoziabile nello scontro mortale fra democrazia e totalitarismo. Onde il suo «apotismo» di fronte all’avvento di Mussolini (peraltro suo amico) e poi, gradualmente, verso la metà degli anni 30, il suo filofascismo, sconfinante nell’adesione alle ragioni dell’Asse.

Dalla ricerca di Gentile scopriamo dunque un Prezzolini assai più indulgente verso il duce di quanto sospettassimo. Ma non fu mai un agente di Mussolini, come sosteneva l’esule Gaetano Salvemini, ispiratore di alcune campagne di stampa contro di lui. Quale direttore della Casa Italiana, ossia di un’istituzione volta a promuovere la cultura e la lingua italiana negli Stati Uniti, Prezzolini – pur obbligato a confrontarsi con la burocrazia del regime littorio – svolse il proprio compito senza preconcetti, accogliendo scrittori e studiosi sia fascisti sia antifascisti.

Nel secondo dopoguerra divenne una delle colonne del «Borghese» di Leo Longanesi, il foglio della destra politicamente scorretta e anti-antifascista. Dal suo «terrazzo» di New York raccontò ai lettori italiani l’America, terra di lancinanti contrasti e di enorme vitalità. «Per me il “Borghese”», scrisse al sodale Giovanni Ansaldo, «ha un po’ l’attrazione che le ragazze giovani hanno per gli uomini maturi. Mi pare di tornare ai tempi de “La Voce” o del “Leonardo”». Si deve soprattutto a Longanesi se Prezzolini fu riscoperto in patria, accolto nel pantheon di una destra densa di umori antidemocratici.

Primo vero libro mai dedicato a Prezzolini, questa non è una biografia solo intellettuale, ma anche personale. Gentile è infatti riuscito a restituirne un ritratto intimo, ricostruendo le sue amicizie (da Croce a Gobetti, da Amendola a Pertini, di cui fu ospite al Quirinale al compimento dei cento anni), ripercorrendo i suoi amori (la prima moglie, Dolores, amatissima e in seguito quasi ripudiata; la seconda, l’americana Jackie, segretaria alla Casa Italiana; e poi la studentessa per cui perse la testa, rischiando reputazione e cattedra), illuminando la sua voce interiore, nichilista e disperata, palpitante sotto la scorza di un personaggio in apparenza freddo e sicuro di sé.

Condivisibili o meno che fossero le sue idee, spesso contraddittorie, da questo affresco traluce un uomo onesto, indipendente, sobrio anche nello stile di vita. Non solo non si arricchì, ma non raggiunse neppure la tranquillità economica, costretto sino alla fine a vergare almeno una quindicina di articoli al mese per non finire in bolletta. «Non ho fatto fortuna, né con i giornali né con i libri», scrisse nell’autunno 1979 a Indro Montanelli (un suo epigono di successo), «tanto che a 97 anni e otto mesi mi trovo ancora obbligato a battere i tasti d’una macchina da scrivere come un galeotto nelle triremi, con l’importante differenza che sono padrone della barca e tengo il timone in mano».


Emilio Gentile
L’avventura di un uomo moderno. Vita di Giuseppe Prezzolini
Garzanti, pagg. 1.226, € 48

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