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domenica 4 ottobre 2026

La società indomabile

Ezio Mauro
Se a ribellarsi è la società senza welfare

la Repubblica, 4 ottobre 2026

Dopo aver dominato la scena pubblica per quarant’anni, il politico si trova oggi a dover fare i conti con un nuovo attore che gli contende il campo: il sociale. L’ideologia estenuata dai conflitti del Novecento non riesce a infiammare il secolo e in America si consuma nell’autocombustione perpetua della controrivoluzione Maga, sufficiente a mettere in crisi il vecchio ordine mondiale, ma incapace di costruire il nuovo. La politica non ha gli strumenti per governare la dimensione sovranazionale delle crisi, è disarmata.

Così è la vita stessa delle persone a venire in primo piano senza filtri e deformazioni, a mostrarsi e rivelarsi conquistando attenzione, chiedendo tutela, pretendendo riscatto: cioè facendosi politica, direttamente. Il discorso pubblico si concretizza e si materializza come alla fine dell’Ottocento, quando le culture politiche nascevano dalle cose che si scoprivano vivendo, i diritti scaturivano dai bisogni, il lavoro trasmetteva identità e favoriva una presa di coscienza.

Vediamo movimenti di protesta che tornano a mobilitare le piazze, gli studenti in Francia tra incendi, violenze e richieste di un’istruzione migliore, le tende di centinaia di persone a Madrid per protestare contro lo sfratto di una donna di 87 anni portata via in barella dalla casa dove viveva dal 1956 e diventata il simbolo del diritto ad abitare, gli scioperi e le agitazioni negli ospedali italiani, con i medici che fuggono ovunque dal sistema sanitario pubblico (le dimissioni sono aumentate del 150 per cento in un anno) per la forbice tra le condizioni di lavoro critiche e gli stipendi non allineati all’Europa.

Guardiamo queste tre ultime esplosioni del sociale con uno sguardo d’insieme, cercando il loro significato generale. Casa, salute, scuola: sono i tre cardini di quel sistema di tutele chiamato welfare che ha protetto la nostra crescita nel dopoguerra e che oggi rivela tutti gli strappi nella sua rete, incapace di garantire quel che ha promesso negli anni del benessere.

Logorato dai tagli, inaridito dal calo di natalità, svuotato dall’allungamento della vita, ciò che resta di quel grande compromesso tra il capitale e il lavoro sembra ormai giunto al capolinea. È esattamente un welfare a pezzi quello che ci presenta il conto delle disfunzioni che si trasformano in rabbia, annunciando il vero pericolo che ci attende, cioè la rottura della coesione sociale che in Italia ha retto miracolosamente, mentre è già venuta meno la coesione culturale e quella istituzionale vacilla.

Un welfare a piccole porzioni residuali, scollegate tra di loro, senza più un disegno comune capace di tenerle insieme non soltanto in funzione di ammortizzatore sociale, ma come conferma di una cultura europea, addirittura espressione di una civiltà capace di superare la compassione nella condivisione e di trasformare la beneficenza in solidarietà.

La sensazione è d’impoverimento, di sottrazione, di indebolimento di una rete di tutela che credevamo naturale, dunque eterna. Il lavoro si è polverizzato nel vortice della mondializzazione, sfuggendo a ogni organizzazione di sé in forma sindacale o politica. Il capitale si è autonomizzato nell’accelerazione dell’innovazione, fino alla tentazione vertiginosa di attraversare il campo, in un’inedita fusione tra tecnica e politica nel nuovo mondo dischiuso dall’intelligenza artificiale.

Anzi, è successo qualcosa di più: capitalismo e managerialità si associano e mettono in comune la difesa del patrimonio e della competenza, saldandoli per dare forma ad una nuova élite che non ha più bisogno di collegarsi con le altre categorie sociali perché basta a sé stessa.

Questa autosufficienza degli interessi scioglie i vincoli di società nati nel dopoguerra e ancora attivi fino all’inizio del secolo, liberando una nuova superclasse in alto e lasciando alla deriva in basso una sottoclasse sganciata da qualsiasi destino comune del Paese, già sospinta sul margine della società, più fuori che dentro: esclusa.

La novità è che nel mezzo della scala sociale oggi galleggia un ceto medio che non trova più ascensori per i piani superiori, mentre teme di essere risucchiato dal basso. È su questo ceto, infatti, che si scaricano direttamente gli effetti della nuova insicurezza addirittura mondiale, con le guerre, la rottura degli equilibri internazionali, la scomparsa degli organismi di garanzia: tutti elementi che insieme con la rottura del rapporto tra lavoro e sicurezza sottraggono al ceto medio il futuro, cioè il vero orizzonte da conquistare per migliorare la condizione della propria famiglia, proiettando i figli oltre sé stessi nella fiducia di un approdo possibile, attraverso il lavoro, la scuola e la conoscenza, il risparmio, in una tensione al traguardo che dava un senso all’esistenza e alla trasmissione generazionale.

Mobile per definizione, il ceto medio sente di essersi fermato, arenato, come davanti ad un blocco sociale. Avverte che la crescita non lo riguarda, che il progresso lo sollecita come consumatore ma non lo interpella come persona, che l’istruzione non lo garantisce, che la sua competenza rischia la svalutazione davanti ai nuovi saperi, che il posto di lavoro non sostiene più una vita. Smarrisce la fiducia e perde l’orizzonte.

Sostenitore tipico dell’ordinamento sociale quando pensava di poterlo scalare, comincia a rifiutarlo oggi che si sente confinato nella medietà: da strumento cosciente del consenso al sistema diventa un soggetto critico e instabile, sospettoso perché esposto, geloso di ciò che ha, egoista di quel che c’è, guardingo nei confronti di chi arriva nel suo spazio, che sente ristretto. C’è da stupirsi se ascolta la voce delle sirene anti-sistema, dell’antipolitica, del populismo, del sovranismo, della chiusura nazionalistica?

In cambio della sua rabbia ingegnerizzata in politica gli offrono un colpevole (le élite), un nemico (lo straniero), una vendetta (la rottura del sistema). Non lo emancipano, anzi coltivano il suo rancore, perpetuandolo: ma gli trasmettono un segno di riconoscimento, che è ciò che più oggi gli manca. Perché l’impoverimento che lo inquieta non è solo economico, ma sociale, culturale, morale e dunque politico: l’offerta di cittadinanza che gli arriva dallo Stato è così bassa che lo spinge a non accettarla, rifugiandosi nell’astensione o vendicandosi con l’illusione dell’antipolitica.

Certo, politicamente tocca alla sinistra andarsi a riprendere questi cittadini declassati: ma nella società, intanto, non tocca al ceto più fortunato, più innovatore, più dotato di risorse, riannodare il filo che lega l’élite al resto del Paese, ristabilendo il vincolo perduto e l’equilibrio sociale?

Capace di accelerazioni straordinarie e immaginifiche il tecno-capitalismo rischia di non accorgersi che la prova più importante che ha davanti a sé è proprio questa: ricostruire una democrazia sociale che tenga insieme il Paese, mentre la democrazia politica è in crisi. Ma il capitalismo sente una responsabilità nei confronti della democrazia? Essere classe dominante è più facile che essere classe dirigente.



venerdì 4 settembre 2026

Il partito mai nato. Mussi e D'Alema

Andrea Carugati
D'Alema: "Sul Pd aveva ragione lui"
il manifesto, 4 settembre 2026

«Ci siamo conosciuti nell’autunno del 1967, sulle scale della scuola Normale di Pisa. Eravamo gli unici due iscritti al Pci, oltre al bibliotecario. Facemmo appena in tempo a poggiare le valigie e subito andammo a una manifestazione contro i fascisti che inneggiavano ai colonnelli in Grecia. Facemmo a botte, fu il nostro battesimo».

Massimo D’Alema non nasconde il turbamento per la scomparsa di Fabio Mussi. Due vite che si sono incrociate per quasi sessant’anni attraverso il ’68, i primi contratti da funzionari del Pci, la svolta, il Pds, i governi del centrosinistra, fino alla separazione del 2007, quando Mussi decise di non aderire al Pd. «Non abbiamo mai litigato nonostante i non rari dissensi politici, l’amicizia si è sempre mantenuta», racconta D’Alema al manifesto.

Un momento di condivisione è alla fine degli anni Sessanta, quando il gruppo del manifesto viene radiato dal Pci. «Eravamo contrari, Fabio che era nel comitato centrale votò contro, ma decidemmo di non uscire. Rossana Rossanda ci rimase un po’ male. Lui, che amava le citazioni latine, mi disse “Extra ecclesiam nulla salus”. Frase che io gli ricordai nel 2007, quando lui decise di non aderire al Pd».

«Nel 1969 eravamo funzionati del Pci e facevamo di nascosto gli abbonamenti al manifesto che era ancora una rivista. Filippo Maone veniva alla Normale a incontrarci e noi gli davamo i soldi che avevamo raccolto. In quei tempi per una cosa del genere si veniva accusati di frazionismo e puniti severamente…». «Lui fu un grande sostenitore della svolta di Occhetto, io aderii con assai meno passione. Ricordo che, in una discussione, per rispondere ad alcuni intellettuali contrari alla svolta, definì il comunismo un “bambolotto di pezza” e in tanti si infuriarono. Ma lui amava la battuta tagliente. Oltre alle citazioni latine. Dopo le dimissioni di Occhetto, Fabio sostenne Veltroni alla segreteria. E mi disse: “Amicus Plato sed magis amica veritas”. Lo ringraziai per il paragone con Platone, espressi qualche dubbio sul fatto che dall’altra parte ci fosse la Verità…».

Vennero poi gli anni del Correntone Ds, di cui Mussi ereditò la guida da Sergio Cofferati, all’opposizione della segretaria Fassino che era sostenuta da D’Alema. Fino alla nascita del Pd. «Fabio non ha avuto torto nel vedere la fragilità politica e culturale di quel progetto, forse aveva ragione lui…». «E pensare», ricorda l’ex premier, «che lui era stato ultra ulivista e l’Ulivo è stato prodromico del Pd. Io ho resistito a lungo alla trasformazione del nostro partito, ho cercato di non arrivarci. Alla fine ci siamo scambiati i ruoli, ma in politica le opinioni evolvono».

Un altro ricordo è dell’autunno del 1998, caduta del primo governo Prodi: «Io ero segretario dei Ds, lui e Veltroni vennero nel mio ufficio a Botteghe oscure per propormi di formare il nuovo governo. Io, a differenza di quanto è stato raccontato, ero riluttante. Fu Fabio a parlare, condividemmo l’idea che bisognava evitare un esecutivo istituzionale, il presidente Scalfaro non avrebbe mai sciolto le camere perché eravamo in uno stato di pre-guerra nei Balcani».

«Mussi è stato una personalità importante della sinistra, pioniere sui temi dell’ambientalismo. Ricordo la sua battaglia al congresso del Pci a Firenze del 1986. Seppe rompere i tabù industrialisti, si battè contro il nucleare. Fu uno dei protagonisti di quel congresso, e noi non eravamo abituati a una discussione così serrata sulle tesi del congresso…».

Negli ultimi anni le due visioni si sono riavvicinate nella critica al neoliberismo. «Abbiamo condiviso una visione più critica della società capitalista, delle sue contraddizioni. Ma abbiamo avuto meno occasioni di confronto, ci siamo un po’ persi di vista. L’ultima volta ci siamo sentiti alcuni mesi fa, Fabio mi ha mandato il libro della moglie Luana sulla sua famiglia nella Piombino operaia, che ho molto apprezzato. Tra noi il filo dell’amicizia non si è mai spezzato. Ma sento il rammarico per non averla coltivata anche negli ultimi anni».

David Allegranti
Fabio Mussi ci spiega chi aveva ragione tra lui e D'Alema

Il Foglio, 22 settembre 2017

Roma. Fabio Mussi e Massimo D’Alema, insieme. Di nuovo, dopo una vita spesa fra Pci, Pds e Ds. Alla festa di Sinistra italiana di Reggio Emilia, ieri l’altro. Il primo, allo scioglimento dei Ds, pronunciò un assordante “Io mi fermo qui”, l’altro gli disse “extra ecclesiam nulla salus” e proseguì nel Pd. Adesso si sono ritrovati, fuori dal “partito mai nato”, come lo chiama Mussi. Ma per fare cosa? Un duello, un confronto? “Una cosa a mezzo”, dice al Foglio l’ex ministro dell’Università e della Ricerca, che con D’Alema ha da sempre un rapporto intenso, diciamo. Ora devono fare insieme la sinistra; peccato che, spiega Mussi, “la sinistra è un continente, solo che è la Polinesia. Alle prossime elezioni dobbiamo diventare la Nuova Zelanda”. Dice Mussi che “in questo paese c’è la necessità storica – un aggettivo che di solito uso con qualche prudenza – di una sinistra politica”. Anche perché le distinzioni fra destra e sinistra esistono, checché se ne dica. “E’ una sentenza che è stata emessa più volte, ma se devo dire chi è Trump come lo definisco? Dico che è di destra. E Sanders com’è? Di sinistra”. E Renzi com’è? “Renzi è di Rignano – ride – e lo dico con rispetto per i rignanesi…”. Renzi “è un autopromoter, uno che pensa che il problema sia dare a Matteo il giusto spazio. Difficile inquadrarlo, anche se ha fatto cose che sono nitidamente di destra. Cose che ha tentato di realizzare Berlusconi, solo che poi per prudenza ha fatto un passo indietro, penso all’articolo 18”. E D’Alema come l’ha trovato l’altra sera? “D’Alema l’ho trovato favorevole a un quarto polo di sinistra, cosa che mi fa piacere. Era dialogante, disteso, gli avrà fatto bene la festa di Sinistra italiana, oppure il dialogo con un antico amico come me. L’ho trovato particolarmente disteso”. Ma perché di solito D’Alema è così arrabbiato? “D’Alema non è arrabbiato, casomai è sovente sarcastico. E il sarcasmo è una forma di arrabbiatura che passa attraverso un filtro”.  

Ai tempi – era dieci anni fa – D’Alema lo salutò dicendogli che fuori dalla Chiesa non c’è salvezza. Oggi aveva ragione lei, Mussi? “Avevo ragione io non si dice mai perché non è elegante. Io comunque non sono mai stato seguace di San Cipriano, il principale attore del concilio di Cartagine. Il Papa non andò e lui mandò una lettera di sintesi, dove c’era scritto, appunto ‘extra ecclesiam nulla salus’. Da allora quella frase è diventato una specie di motto integralista”. “Io – dice Mussi al Foglio – non ci ho mai creduto a questa frase, né per quanto riguarda i partiti né per la chiesa”.
Figurarsi oggi “che i partiti non ci sono più e sono solo dei simulacri”. Nella sua scala gerarchica, ci sono sempre stati in ordine di importanza “l’imperativo morale, che risponde alla coscienza, poi la fedeltà alla costituzione, infine l’appartenenza a un partito. Ma non essendo convinto del Pd, li ho salutati”. E ora lei e D’Alema siete insieme. Avete fatto un giro immenso e poi vi siete ritrovati. “Sì, ora ci si ritrova, per costruire questo quarto polo di sinistra”. Ma con tutti questi generali come fa a nascere una sinistra unita? “Oh ragazzi, il Pd è stato fatto con una cooperativa di trentatré correnti. Noi siamo di meno, ma parecchi di meno. Ora però mi scusi, devo andare ché ho le valigie in mano e la famiglia protesta”.


sabato 18 luglio 2026

Herbert Marcuse sospettato

 


Pascal Riché 
Il filosofo Herbert Marcuse ha aiutato la CIA? Negli Stati 
Uniti, la sinistra intellettuale marxista si sta lacerando al suo interno
Le Monde, 18 luglio 2026

Herbert Marcuse, ex spartachista fuggito dal regime nazista, è noto soprattutto come figura di spicco della Scuola di Francoforte, un gruppo di intellettuali tedeschi che, con centro presso l'Istituto per la Ricerca Sociale di Francoforte sul Meno, sviluppò una teoria critica del capitalismo, fondendo marxismo, estetica e analisi freudiana. Sempre più radicalizzato nel corso della sua vita, Marcuse dimostrò come il comfort e il consumismo anestetizzassero la coscienza di classe. Alla fine degli anni '60, ormai settantenne e professore all'Università di San Diego (California), divenne una sorta di guru per i giovani ribelli. Tanto che nel maggio del 1968 alcuni studenti parigini lanciarono lo slogan "Marx! Mao! Marcuse!".

Ma ora un ricercatore americano è intervenuto per offuscare la sua immagine. Questo iconoclasta è Gabriel Rockhill, professore di filosofia alla Villanova University (Pennsylvania). Nel suo libro * Chi ha pagato i pifferai del marxismo occidentale? *, pubblicato nel 2025 da Monthly Review Press, Rockhill sostiene che la CIA e altre agenzie americane abbiano plasmato la sinistra marxista antitotalitaria negli anni '60. Era l'inizio della Guerra Fredda e qualsiasi cosa potesse indebolire la struttura di potere di Mosca doveva essere incoraggiata, comprese le correnti marxiste eterodosse. In questo contesto, spiega, la CIA e altre agenzie ufficiali hanno sostenuto il lavoro di Marcuse e di altri intellettuali "piccolo-borghesi".

Il libro di Rockhill ha certamente suscitato malumori tra gli eredi della Nuova Sinistra americana, così come emersa negli anni '70. "No, il marxismo occidentale non era una cospirazione della CIA " , protesta lo storico Russel Jacoby sulla rivista socialista Jacobin : "Ricco di insinuazioni ma povero di prove, il risultato è più simile a un processo farsa che a una seria accusa politica". Un'analisi condivisa da Patrick Iber , vicedirettore della rivista critica di sinistra Dissent : " [L'autore] si perde in teorie del complotto, apparentemente incapace di contestualizzare i fatti". Dal canto suo, l'accademico Douglas Kellner, che ha curato la pubblicazione delle opere complete di Herbert Marcuse, dichiara senza mezzi termini che Rockhill non è altro che un "mercante di teorie del complotto " .

Marxismo-leninismo

L'autore del libro incendiario è un uomo calmo e cortese che parla con grande pacatezza in un francese impeccabile. Due orecchini contrastano con una sobria camicia blu. Interrogato sulle sue inclinazioni politiche, non fa mistero delle sue scelte: si schiera dalla parte del "vero socialismo" e "non accetta la propaganda imperialista" sui paesi che lo hanno attuato: URSS, Cina, Cuba o altri. Questa adesione al marxismo-leninismo ha indotto i suoi detrattori ad etichettarlo come stalinista.

Ma coloro che criticano il suo libro, ci dice dal Colorado, o non l'hanno letto o hanno deciso di distorcerlo: "Non ho mai scritto che la CIA avesse legami diretti con Marcuse. Affermo che egli si trovava al centro di un sistema diffuso, che coinvolgeva la CIA, ma anche importanti fondazioni capitaliste come Rockefeller o Ford, il Dipartimento di Stato, l'FBI e altre agenzie governative".

L'accusa di collusione tra Marcuse e la CIA non è nuova. Risale agli anni '60. "Il Progressive Labor Party, un movimento maoista americano, aveva rivelato i suoi legami con l'OSS [Office of Strategic Services, un'agenzia di intelligence americana] e aveva cercato di dipingerlo come un agente della CIA ", ricorda il filosofo Dick Howard, figura chiave nell'avventura intellettuale del marxismo antitotalitario degli anni '60 e '70. Il Progressive Labor Party aveva pubblicato diversi articoli sull'argomento nella sua rivista. Uno di questi, datato febbraio 1969 e intitolato "Marcuse: poliziotto o traditore?", era accompagnato da una foto del filosofo a Parigi con la didascalia: "A Parigi, Marcuse è arrivato troppo tardi per fermare il movimento studentesco ! ".

Macuse non negò mai di aver lavorato durante la guerra come traduttore e analista del nazismo, prima per l'Office of War Information e poi per l'Office of Strategic Services, che in seguito divenne la CIA. Dopo la guerra, entrò a far parte dello Strategic Analysis Service del Dipartimento di Stato per studiare il comunismo. Ciononostante, respinse come "ridicola" l'accusa di essere stato complice della CIA.

Nel 1999, la storica britannica Frances Stonor Saunders descrisse in * Chi ha pagato il pifferaio? La CIA e la guerra fredda culturale * ( pubblicato in francese con il titolo *Qui mène la danse ? La CIA et la guerre froide culturelle *, Denoël, 2003) come la CIA si infiltrò nella cultura degli anni '50 e '60 attraverso fondazioni come la Ford Foundation e la Rockefeller Foundation. Gabriel Rockhill amplia questa indagine mostrando come gli Stati Uniti abbiano utilizzato questi stessi canali per influenzare i teorici di sinistra, in particolare quelli della Scuola di Francoforte, al fine di rendere le loro idee compatibili con il capitalismo.

Riguardo a Marcuse, egli afferma di aver trovato nuove prove. Una di queste prove è la descrizione del lavoro svolto dall'intellettuale tedesco nel 1948, quando lavorava per il Dipartimento di Stato. Esperto di comunismo, la sua missione includeva "soddisfare le esigenze di intelligence del Dipartimento di Stato (...) , nonché le esigenze di intelligence della Central Intelligence Agency e di altre agenzie autorizzate " .

Il ricercatore si avvale anche del lavoro dello studioso tedesco Tim Müller, intitolato Krieger und Gelehrte. Herbert Marcuse und die Denksysteme im Kalten Krieg ("Guerrieri e studiosi: Herbert Marcuse e i sistemi di pensiero nella Guerra Fredda", Hamburger Edition, 2010). Alcuni documenti rinvenuti da questo storico dimostrano che Marcuse ricopriva ruoli di rilievo all'interno del Bureau of Intelligence and Research del Dipartimento di Stato all'inizio degli anni '50, e le sue analisi furono utilizzate in particolare dal Psychological Strategy Board , un'agenzia di propaganda del governo statunitense istituita nel 1951.

Per Rockhill è chiaro che Marcuse collaborava regolarmente con la CIA e che quindi ha mentito al riguardo. In particolare, ha contribuito alla stesura di almeno due "National Intelligence Estimates", i rapporti di intelligence più riservati del governo. "E quando ha iniziato la sua carriera accademica, era ancora legato al Dipartimento di Stato [era in congedo dal dipartimento, un congedo che divenne definitivo nel settembre 1953] . È impossibile parlare di una rottura ", aggiunge.

Per radunare gli intellettuali francesi

Era il 1952 e Marcuse ricevette una borsa di studio dalla Fondazione Rockefeller per insegnare corsi sul marxismo sovietico presso l'Istituto Russo della Columbia University. Questo centro di ricerca era uno di quelli creati dall'accademico Philip Mosely, un vero e proprio polo di collegamento tra il mondo accademico, le fondazioni Rockefeller e Ford e il governo. Fu lui la forza trainante dietro l'ascesa degli studi sovietici durante la Guerra Fredda. Per Rockhill, i suoi legami con la CIA erano costanti.

Fu su iniziativa di Mosely che Marcuse venne successivamente reclutato dal Centro di Ricerca Russo di Harvard. All'epoca, la Fondazione Rockefeller finanziava un programma di ricerca transatlantico, il Progetto Marxismo-Leninismo. Herbert Marcuse fu incaricato di dirigerlo. Il progetto si avvaleva di numerose istituzioni accademiche europee, come la VI sezione dell'École Pratique des Hautes Études (EPHE), allora diretta da Fernand Braudel, baluardo dello strutturalismo francese e precursore dell'École des Hautes Études en Sciences Sociales.

Philip Mosely fu l'ideatore di questo progetto, che mirava a evidenziare la divergenza tra le pratiche dell'Europa orientale e dell'URSS e il pensiero marxista originario. Nel 1958, la Fondazione Rockefeller inviò Marcuse in Francia per un lungo soggiorno. Fu ospitato dalla sesta sezione  dell'EPHE (École Pratique des Hautes Études). Secondo Müller, la sua missione era quella di mobilitare gli intellettuali francesi, all'epoca fortemente influenzati dal Partito Comunista Francese (PCF), verso la versione "occidentale" del marxismo, considerata più innocua. Il 1958 fu anche l'anno in cui Marcuse pubblicò *Il marxismo sovietico* (Gallimard, 1963), considerato la prima importante critica marxista del modello comunista dei paesi del blocco orientale. Fin dalla prima pagina, Marcuse ringrazia la Fondazione Rockefeller.

Il filosofo americano Charles Reitz, uno dei principali interpreti contemporanei dell'opera di Marcuse, osserva che, sebbene il marxismo sovietico criticasse l'approccio sovietico al marxismo, conteneva anche "una profonda critica" della politica e della cultura americana: "I critici accusarono il libro di essere antiamericano". Tre anni dopo, nella prefazione a una nuova edizione, Marcuse commentò le reazioni al suo libro: "Nell'Unione Sovietica, fui accusato di denigrare e distorcere la morale comunista. (...) Negli Stati Uniti, fui accusato di presentare il marxismo sovietico come una tappa nella marcia dell'umanità verso la libertà e il socialismo".

Secondo Charles Reitz, che elogia il lavoro di Rockhill pur criticandolo, Marcuse non stava cercando di rendere la teoria sociale compatibile con l'imperialismo americano, "tutt'altro ". E non esitò, dice, a vedere "gli Stati Uniti tendere verso un futuro neofascista " .

Influenza crescente

Quel che è certo è che, sebbene la Fondazione Rockefeller incoraggiasse lo studio dei marxisti antitotalitari all'inizio degli anni '50, ciò non significava che condividesse il modello americano. Herbert Marcuse era chiaramente considerato un avversario politico, persino una minaccia. L'FBI lo teneva costantemente sotto controllo, come riportano Stephen Gennaro e Douglas Kellner nel loro articolo del 2009, "Under Surveillance: Herbert Marcuse and the FBI". Nel 1950, al culmine del "Pericolo Rosso", fu aperta un'indagine formale sulla sua lealtà.

Sebbene scagionato nel 1952, continuò a essere considerato un sovversivo dall'FBI. Il 13 maggio 1966, sotto la direzione di J. Edgar Hoover, l'FBI avviò una sorveglianza sistematica dell'intellettuale. L'FBI temeva la sua crescente influenza sul movimento studentesco e sulle proteste contro la guerra del Vietnam. Marcuse denunciava con veemenza la propaganda di stato e affermava che la guerra serviva agli interessi economici del capitalismo monopolistico. Non esattamente la retorica che la CIA cercava di diffondere... Con l'avvicinarsi del 1968, l'FBI lo etichettò come "anarchico" e "rivoluzionario " .

Rimane un interrogativo. Perché, a più di mezzo secolo dalla sua prima apparizione, la controversia sui legami di Marcuse con il governo americano si riaccende oggi? Chiaramente, il conflitto sorto negli anni '60 tra la Vecchia Sinistra – lotta di classe, logica di partito, conquista dello Stato – e la Nuova Sinistra – femminismo, lotta contro il colonialismo, ambientalismo – è ancora molto vivo. E Marcuse è considerato da alcuni il padre della sinistra "woke", della sinistra "sociale" che guida la lotta per le identità e le minoranze.

Haud Guéguen, docente di filosofia al Conservatoire National des Arts et Métiers e specialista di Marcuse, lamenta: "Già nel 1968 i partiti comunisti non avevano compreso appieno ciò che stava accadendo nelle strade di Parigi e altrove. È triste constatare che questa vecchia sinistra continui a dimenticare gli orrori perpetrati dal cosiddetto marxismo 'ortodosso' (che ha ben poco a che fare con Marx)". Secondo lei, questa vecchia sinistra si trova, per certi versi, sullo stesso terreno della destra neoreazionaria "anti-lavoro", prendendo di mira principalmente il "marxismo culturale".

Italiano: https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/07/18/le-philosophe-herbert-marcuse-at-il-aide-la-cia-aux-etats-unis-la-gauche-intellectuelle-marxiste-se-dechire_6724353_3232.html?srsltid=AfmBOoqhpysH3RB-38H9R6Kqa-ewi3q-AsIyDhnxZsQzjDAIpIB68s6Y

lunedì 6 luglio 2026

Il tempo dei burattini

Marco Iasevoli
Centrodestra e centrosinistra, perché sono in crescita solo i consensi degli "estremi"

Avvenire, 4 luglio 2026

Giorgia Meloni ha mandato in avanscoperta la sorella, Arianna, per capire se ci sono i margini per siglare una tregua con il Pd quantomeno sulla legge elettorale. In un’intervista al Corriere della sera, il capo della segreteria politica di FdI spiega che con il nuovo sistema di voto «facciamo un favore alla sinistra, li costringiamo a fare un programma insieme... ». Mentre ai suoi alleati Arianna Meloni ricorda che le preferenze sono uno strumento «fondamentale» per stabilire un rapporto con i territori. Al di là dei toni più o meno propagandistici, la presidente del Consiglio sta cercando di convincere tutti, alleati e indirettamente anche avversari, circa l’utilità di una legge elettorale che favorisce l’aggregazione e il “voto utile”, unica vera arma difensiva rispetto alle insidie che stanno crescendo a destra (Vannacci) e ora anche a sinistra, con il semi-annuncio di discesa in campo di Alessandro Di Battista. La premier ha dunque una tesi del tutto opposta rispetto a chi ritiene che l’ascesa delle estreme debba condurre a una riflessione - e a un passo indietro - sul nuovo sistema di voto. Per la leader del centrodestra una legge per la «governabilità» ha senso ora più di prima. Perciò è valso la pena concordare un rinvio dei tempi parlamentari, nella speranza che una finestra più ampia consenta di riaprire un dialogo minimo col Pd, in cui il segnale di buona volontà del centrodestra potrebbe essere proprio una mezza unità sulle preferenze.
Ma il problema più serio, in questa fase, è un altro. Il muro contro muro tra centrodestra e centrosinistra è ormai totale e riguarda temi percepiti come distanti dalle reali esigenze dei cittadini. Lo scontro della settimana è quello sulla Rai, con le dimissioni di massa delle opposizioni dalla Vigilanza. L’altro scontro che sta diventando un tunnel è quello sul Covid, con la Commissione divenuta un vero terreno di battaglia. Ma si parla di fatti accaduti anni fa, mentre il Paese oggi fa i conti con il ritorno della benzina ai prezzi “di mercato” e con i costi del riarmo che potrebbero incidere sulla fiscalità generale. E su questi terreni molto più popolari non solo Vannacci, ma ora anche Di Battista, stanno conducendo una campagna sfiancante. L’ex parlamentare M5s per contarsi e girare il territorio sta raccogliendo firme per abolire il finanziamento pubblico ai giornali. Come lui stesso ha ammesso, è una sorta di pretesto per capire se la sua associazione, “Schierarsi”, può «provare a portare avanti battaglie all’interno delle istituzioni». E così come Meloni sinora ha etichettato Vannacci come una «sponda della sinistra», non c’è dubbio che presto Schlein e Conte inizieranno a indicare Di Battista come “amico occulto” della destra.
Intanto però le estreme si muovono, fanno rumore, mentre i due centri dei due poli sembrano in stallo. Il rinnovamento di Forza Italia auspicato da Marina Berlusconi non trova riscontri nei sondaggi. Mentre la gamba moderata o riformista del centrosinistra a oggi è un’addizione di sigle che si parlano poco e male: Renzi è piazzato lì con la sua Casa riformista che però ogni giorno deve fare i conti con veti trasversali, lì in quello spazio ci sono anche Progetto civico di Onorato, Più Uno di Ruffini, i socialisti, Più Europa, aggregazioni locali. Uno spazio senza nome, già accusato di essere solo un cartello elettorale. E anche questo aiuta Vannacci e Di Battista.


Alessandro De Angelis
Schlein & Co. Svegliatevi, il mondo è altrove

La Stampa, 6 luglio 2026

Duemila chilometri, questa la distanza geografica tra Ankara e Napoli. Lì inizia oggi, per tre giorni, uno dei vertici Nato più importanti degli ultimi anni. Qui, in concomitanza con la sua conclusione, Conte, Schlein e gli altri, terranno una loro manifestazione. Duemila chilometri, forse anche di più è la distanza politica. Non cercate qui risposte a ciò che avverrà lì.

Risposte, non foto per celebrare un’unità di facciata. O comizi con qualche slogan già sentito su sanità e salario minimo e, da ultimo, sulla Rai. Anche questa volta sarà rimosso il tema difesa e sicurezza. Al pari degli altri argomenti difficili, come l’Europa, l’immigrazione e tutti i temi più divisivi. Peccato, sono il terreno su cui si gioca la partita vera per l’Italia. L’interesse nazionale, si sarebbe detto una volta. Che, in un mondo così confuso e così interconnesso, si difende soprattutto fuori dai confini nazionali.

Ciò che avverrà non è una supposizione. A completare l’harakiri comunicativo, i nostri eroi del campo largo, dopo aver scelto per l’evento un giorno buono per pagina 20 dei giornali, hanno pure fatto sapere che di programma si parlerà seriamente a ottobre. Sembra un po’ come la “rivoluzione” nella canzone di Gaber: oggi no, domani forse, dopodomani sicuramente.

L’istantanea racconta un “altrove”. Come lo racconta la mancata visita a Kiev, da parte degli stessi leader, in quasi quattro anni e mezzo di conflitto, più della Prima Guerra Mondiale. Recentemente, hanno anche disertato Confindustria e l’ambasciata americana. Questo “altrove” è il proprio recinto identitario. La priorità non è conquistare, attorno a un’idea di Paese, chi la pensa diversamente, ma la competizione, tutta simbolica e interna al proprio schieramento, su chi è più a sinistra, quantomeno a parole.

In attesa di capire come e quando ci si cimenterà su una proposta comune che dia un senso a questa storia, l’unico collante resta solo l’anti-melonismo, elisir di lunga vita per la premier come l’antiberlusconismo lo fu per il Cavaliere. Suggerimento non richiesto: attenzione a trasformare, secondo questa logica, le prossime elezioni, da contesa sul governo, in un referendum sulla Costituzione e su chi va al Quirinale. Se Costituzione e Quirinale diventano bandiere di parte, in caso di sconfitta, vengono trascinate nel gorgo.

Tutto ciò accade nel momento di più acuta difficoltà del governo Meloni proprio sulla spese militari, tema che la destra ha a cuore: ha rinunciato ai fondi Safe – prestiti europei senza interessi – per ragioni interne al governo. E ad Ankara sarà una impresa per la premier rassicurare Trump sugli impegni presi con eccessivo entusiasmo (il famoso 5 per cento), mantenendo le esigenze di bilancio. Ma davanti a tutto ciò non è sfidata, perché difesa e sicurezza per il campo largo sono un tabù. Eppure, il Safe non è “riarmo nazionale” per compiacere Trump, ma l’opposto. Costruire l’Europa della difesa è un modo per contenere Trump, che conosce solo il linguaggio della forza.

Anche su Kiev il racconto del governo è più appannato. E tuttavia, anche qui: nel momento in cui Giorgia Meloni arriva a sostenere, come Sergio Mattarella, la necessità di un «inviato comune dell’Europa», dall’altra parte ci si avvita sull’invio delle armi. Chissà, magari se la giocheranno ai gazebo: se vince Schlein, si mandano, ma un po’ meno, se vince Conte si mettono fiori nei cannoni. E davvero non si comprende questo doppio standard tra Gaza e Kiev, come se ci fosse una differenza tra i bambini massacrati da un autocrate (Putin) e da uno che aspira ad esserlo (Netanyahu).

Facciamola breve. La madre di tutte le difficoltà si chiama Donald Trump: «Nec tecum nec sine te vivere possum». È Ovidio ma forse è anche quel che pensa Giorgia Meloni: la svolta europeista, senza Trump, le costerebbe scomuniche ben peggiori di quelle ricevute finora; l’appartenenza a quel mondo, con Trump, ha un costo, e non solo elettorale. Lo sanno bene le imprese che si sono viste cancellare il business forum di Miami.

È una condizione di “sospensione” politica, che sarebbe messa in difficolta da un europeismo forte, concreto, non declamatorio, anche nel rapporto con la commissione Ursula, che non brilla di iniziativa. Difficile che l’alternativa prenda corpo tra chi è ancor più sospeso rispetto al principio di realtà. E lievita da terra sospinto dalle proprie ambizioni e vanità. Svegliatevi, il mondo è “altrove”. Fuori dal recinto.

sabato 25 aprile 2026

Le esigenze del paese

Fabio Martini
D'Alema: "La strada delle primarie non mi convince, serve una grande Costituente delle idee"

La Stampa, 25 aprile 2026 

Sono vent’anni che il centro-sinistra non vince più elezioni politiche, un ciclo negativo tra i più duraturi in Europa e Massimo D’Alema artefice assieme a Romano Prodi degli unici successi dei progressisti nel dopoguerra, mette in guardia dai recenti ottimismi e indica tre percorsi poco battuti nella discussione pubblica: «La prima risposta deve essere un dialogo con la società per individuare idee e un programma che non siano soltanto un elenco di provvedimenti. Occorre una grande Costituente per l’alternativa che si rivolga alla maggioranza degli italiani che hanno voluto dire no anche a questo governo». Secondo percorso, allargare gli interlocutori della coalizione: «C’è un elettorato moderato in sofferenza, come dimostra la vicenda di Forza Italia. Una cosa era un centrodestra dominato da Berlusconi che sdoganava l’estrema destra, ora siamo ai post-fascisti che stanno “sdoganando” Forza Italia. Gli elettori moderati si ritrovano a rimorchio dell’ideologia Maga». Le Primarie? «Con l’attuale legge elettorale è nelle elezioni che si misura il consenso di ciascun partito e di ciascun leader: queste sono le Primarie». In questi giorni Massimo D’Alema, su invito del presidente del Brasile Luiz Inácio Lula, partecipa al congresso del Partido dos Trabalhadores che chiede al suo leader di ricandidarsi alla guida del Paese.

Lula è reduce dal Forum di Barcellona dove si sono ritrovate personalità di sinistra di tutto il mondo: queste occasioni, oltre a riscaldare i cuori, a cosa possono servire?

«È stato un momento importante che ha segnato una ripresa di collaborazione internazionale tra le forze progressiste, ma anche il segno che può esserci una reazione democratica, al di là dei progressisti, a questo mondo Maga che rappresenta il nuovo volto di una destra pericolosa, che cerca una rivincita contro la globalizzazione dopo la caduta dell’illusione che nel mondo globale avrebbe trionfato l’egemonia dell’Occidente. Invece la globalizzazione ha rafforzato nuovi protagonisti, Cina, India e Africa, come era forse prevedibile. Ma questo spirito revanscista è pericoloso: è stato il brodo di coltura dei fascismi dopo la prima guerra mondiale. La sinistra ha perduto perché è stata partecipe della illusione di un’autoregolamentazione dei mercati, di un neoliberismo senza la politica. Noi dobbiamo opporre un’altra idea della politica. Lo ha spiegato Lula: la destra può essere sconfitta con la democrazia e il multilateralismo aperto ai Paesi emergenti».

Il sovranismo, se diventa imperialismo, finisce per mettere in conflitto i nazionalisti. Non si rischia di sottovalutare la separazione bilaterale tra Trump e la destra italiana?
«La nostra presidente del Consiglio ha concepito il suo ruolo come leader ponte tra Europa e America, pensando che il suo legame ideologico con Trump avrebbe rafforzato il ruolo internazionale dell’Italia. Tutto questo è fallito. Lei si sta divincolando con qualche iniziativa abile, non dico furbesca. Ma questo non cancella che quel ponte è rimasto sospeso sul nulla. Come il ponte sullo Stretto di Messina».

Le opposizioni aspettano gli errori di Meloni, ma poi sono costrette a solidarizzare con lei quando è presa di mira da Trump e Putin: senza un profilo proprio l’opposizione non rischia di mettersi in una falsa posizione?
«L’opposizione, giustamente, difende le istituzioni del nostro Paese, tra cui la presidente del Consiglio e d’altra parte non si può dire che l’opposizione non abbia un profilo. Che emerge nelle battaglie in difesa della sanità pubblica, del salario minimo, dei diritti dei lavoratori. Per merito di chi la guida, ora l’opposizione è più unita. Nelle ultime elezioni Politiche i partiti all’opposizione hanno raccolto più voti rispetto all’attuale maggioranza di governo, che si è affermata perché era più coesa e più motivata. Il referendum ha confermato che la maggioranza del Paese non sta con la Meloni. E infatti l’alta partecipazione ha danneggiato il governo».

Dopo il referendum si sa chi ha perso ma non si è capito chi potrà vincere tra un anno?
«Il problema dell’opposizione è trasformare la forza preponderante di quel No in un sì ad una nuova prospettiva politica. Chiamiamo a discuterne le forze intellettuali interessate e la nuova generazione, i ragazzi tra i 18 e i 25 anni che hanno votato in modo schiacciante per il No. In passato noi abbiamo vinto le elezioni quando abbiamo saputo creare un mix convincente tra partiti e società civile. Quelle esperienze non sono ripetibili negli stessi termini ma l’Ulivo fu anche il nesso tra modernizzazione del Paese e integrazione europea. In un mondo nel quale torna la politica di potenza, l’unica prospettiva per evitare la marginalità è un salto di qualità dell’integrazione politica dell’Europa. Come ha detto mirabilmente il primo ministro canadese in un discorso che andrebbe studiato nelle scuole: o hai la forza di sederti a tavola, o fai parte del menu».

Il Campo largo nei sondaggi è ancora una coperta corta…
«Anche oggi, come nel 1996, c’è da esercitare anche un’azione politica sulle alleanze. Allora le forze del centrodestra raggiunsero il 53 per cento, ma la Lega si presentò da sola, il che non fu il frutto di una casualità ma di un’azione politica che fu molta disprezzata da chi poi se ne avvalse».

Tre ex presidenti del Consiglio – Conte, Prodi e Renzi – dicono: stabiliamo un programma e poi vinca il migliore in Primarie di coalizione: perché no?
«Le Primarie sono uno strumento di mobilitazione e di partecipazione ma devono avere un senso. Negli anni dell’Ulivo la forza della coalizione nacque anche dal fatto che i due maggiori partiti avevano scelto insieme il leader da proporre al Paese. Se noi avessimo contrapposto nelle Primarie l’elettorato ex dc ed ex comunista, che già non era semplice mettere d’accordo, avremmo creato una lacerazione e perso le elezioni. Persino nel 2012, quando le Primarie avvennero tra candidati dello stesso partito, Bersani e Renzi, ebbero a mio giudizio un effetto negativo nelle successive elezioni. Una parte degli elettori che aveva votato Renzi come scelta di rinnovamento, delusi perché il Partito aveva fatto prevalere Bersani, poi votarono per Grillo. Come sempre, sulla base dei risultati elettorali, sarà il Presidente della Repubblica che darà l’incarico di formare il governo. Non riesco ad immaginare Primarie con uno scontro aspro tra partiti, che essendosele date di santa ragione, poco dopo devono credibilmente presentarsi assieme alle elezioni. È un’idea che non mi convince».

Partecipare alle Primarie è un modo per restituire sovranità ai cittadini in un sistema, nel quale sei segretari di partito scelgono 600 parlamentari, vincolandoli alla sudditanza? Non è un sistema oligarchico?
«Le Primarie non rimediano ad una pessima legge elettorale. Per ovviare allo strapotere delle segreterie di partito si potrebbero trovare forme di consultazioni democratiche dei cittadini e degli iscritti per la compilazione delle liste».

Massimo Cacciari 
Fisco, economia e Stato sociale le vere sfide del nostro 25 aprile

La Stampa, 25 aprile 2026

Se la politica da noi conservasse qualche segno di ragionevolezza questo 25 aprile potrebbe assumere un segno diverso dalle ormai rituali commemorazioni, buone a far rivivere contrapposizioni ormai prive di ogni significato storico, politico, culturale. Sia chiaro – è necessario chiarire anche l’ovvio dove circola ovunque volontà di fraintendere e malafede: la lotta contro il fascismo fu un grande evento, di quelli che segnano la storia mondiale, che ne determinano le grandi fratture. Essa rappresenta il crollo della risposta totalitaria alla crisi delle precedenti forme democratiche. Ma, a un tempo, anche la piena consapevolezza che all’esperienza dei totalitarismi non si rispondeva ripristinando quelle forme. Con le quali la nostra stessa Costituzione non ha nella sostanza nulla a che fare. Il fascismo è una rottura che non si rimargina; da esso si esce con una nuova democrazia. Le nostalgie, da qualsiasi parte provengano, sono inutili zavorre. E mai quanto oggi questo torna a essere vero.

Che lo si voglia o meno il mondo di oggi e di domani, le tragedie che attraversiamo e ancora più quelle che dovremo affrontare, non sono in alcun modo declinabili nei termini di fascismo e anti-fascismo; l’inerzia del linguaggio non è un fatto formale, denuncia povertà di analisi e di pensiero, incapacità di farsi un’immagine adeguata dello stato delle cose. E come era nuova l’idea di democrazia che viveva nella stragrande maggioranza delle forze della Resistenza, così ora si dovrebbe formare una unità tra coloro che comprendono quale cultura politica e quali concrete politiche siano necessarie per affrontare le forze in cui oggi si incarna davvero una strategia anti-democratica. Strategia che col fascismo d’antan nulla ha a che fare.

Ragionare fuori dai vecchi schemi, smettere di esprimere i conflitti in atto sulla loro base – e forse allora si potranno anche determinare nuovi rapporti, inaspettate osmosi, magari anche alleanze, che suoneranno scandalose ai cultori del tempo passato. Se si comprende chi sia l’attuale avversario, anche i nemici di un tempo potrebbero scoprire la possibilità di intese di ampia portata. Così avvenne nella Resistenza. Ma bisogna appunto capire che l’avversario non lo batti tornando all’antico. Solo in quanto potere costituente, potere che è mosso dall’idea di un nuovo Diritto, e che si rivolge all’intero Paese, che vuole esserne interprete del destino, la Resistenza ha vinto. Così dobbiamo saper parlare ora. Le vecchie divisioni sono fantasmi, se le misuriamo sulla realtà dell’attuale geo-politica. E se finalmente su questa costruiamo la nostra azione, allora tutti gli equilibri e le relazioni tra le forze politiche, anche all’interno del nostro Paese, potrebbero mutare.

La Resistenza aveva ben chiaro in mente l’interesse nazionale, che il fascismo aveva finito col massacrare. Oggi è concepibile difenderlo soltanto con una politica di compromesso e cooperazione tra i grandi spazi imperiali. In uno stato di guerra o di predisposizione alla guerra, l’interesse nazionale, largamente coincidente ormai con quello di tutta Europa, non può materialmente essere sostenuto. Con la guerra non può esservi quella libertà di scambi, relazioni, commerci, che è vitale per la stessa economia europea. Difende l’interesse nazionale chi in tutte le sedi contrasta politiche egemoniche, lavora perché il “fra” (preposizione di fatale importanza!) tra le grandi potenze sia nel segno dell’intesa, non in quello dell’abisso che divide. Risibile pensare a una sovranità a tutto campo per Stati come il nostro, ma semplicemente osceno è un sovranismo ideologico che obbedisce nei fatti a interessi altrui perfino sul piano economico e commerciale.

L’interesse nazionale è la base materiale di qualsiasi assetto assumeranno gli equilibri tra forze politiche europee. Ma la posta in gioco è assai più alta, e riguarda la forma stessa della democrazia. Quella progressiva prodotta dalla Resistenza non è minacciata da alcun fascismo d’annata, Anzi, per un aspetto fondamentale, proprio dall’opposto. Il fascismo, come tutti i totalitarismi del ‘900, hanno scritto sulle loro bandiere “la Politica al comando”; la Politica funge qui da grande regolatore delle decisioni di spesa, delle politiche industriali, della distribuzione della ricchezza prodotta. Una poderosa corrente di pensiero, di interessi economico-finanziari, sempre più tutt’uno con decisivi settori dell’èlite politica, si muove oggi in base all’idea che proprio il Politico, nel complesso dei suoi meccanismi istituzionali, delle sue regole, del suo apparato amministrativo-burocratico sia il Nemico da smantellare per liberare le forze creatrici della trasformazione, dell’innovazione scientifico-tecnologica e della stessa potenza imperiale. Saremmo destinati alla stagnazione e a perdere la sfida con la Cina, e magari con altri grandi spazi, se tali forze, proprie del sistema capitalistico, continueranno a dover fare i conti con le istanze egualitarie e universalistiche del vecchio Stato sociale, e con i suoi esorbitanti costi. Idee forti, di cui la maschera Trump è la versione populistica, buona per gli spettacoli che si offrono alle plebi.

Su questo terreno stanno le sfide del nostro 25 aprile. E vanno affrontate nello spirito che è stato quello dei nonni o ormai dei trisavoli: spirito costituente, nuova democrazia, non quella di prima del ’15-18. Come riformare lo Stato sociale, per non dare ragione, alla fine, ai suoi avversari, come semplificarne le funzioni, come ridurne il peso economico, come costruire una politica fiscale effettivamente ridistributiva. In ciascun Paese e con unità di intenti e politiche di convergenza europee. Sapendo che sarà comunque tutto vano se continueranno guerre e aggressioni, se non si compie ogni sforzo per farle finire.

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