Laura Lucchini
Venezuela, l’ora della repressione e della caccia alle spie: “Non ci governano gli Usa”
la Repubblica, 7 gennaio 2026
Attimi di tensione a Caracas nella notte di domenica. La contraerea entra in azione sopra il cielo della capitale quando sono le 20 in Venezuela. Uno scambio a fuoco di armi automatiche viene segnalato nei pressi del palazzo Miraflores. Sui social si diffonde il panico di un nuovo attacco Usa. Per un’ora la città resta con il fiato sospeso, poi di nuovo il silenzio e la gente barricata in casa.
La spiegazione fornita dal portavoce del governo non cela il nervosismo: «Un incidente provocato da una confusione interna tra le forze di sicurezza». Sarebbero stati levati in volo droni di vigilanza senza che venisse informato il personale a terra, che avrebbe quindi cercato di abbattere i «non identificati». Due ore prima, la presidente ad interim Delcy Rodríguez, fresca di giuramento nella Asemblea Nacional, visitava il mausoleo di Hugo Chávez, preso di mira nella notte del tre gennaio, durante l’operazione Usa in cui è stato catturato il presidente Nicolás Maduro.
Per precauzione gli edifici governativi vengono evacuati. Diosdado Cabello, il temuto ministro degli interni a capo dell’imponente macchina della repressione, posta un video delle pattuglie per le strade sorridendo sullo sfondo di musica rock. «Leali sempre, traditori mai!».
È l’ora della paranoia e della repressione per le strade di Caracas. Decine di check point vengono installati in città. Sul gazzettino ufficiale viene pubblicato un decreto sullo stato di emergenza che ordina alle autorità di «intraprendere immediatamente la ricerca e l’arresto di qualsiasi persona coinvolta nella promozione o nel sostegno dell’attacco armato degli Stati Uniti contro il territorio della repubblica». «Non c’è nessun agente straniero che governa il Venezuela», assicura la presidente ad interim Rodríguez.
I colectivos, le formazioni paramilitari maduriste, sono state dispiegate per le strade a seguito del decreto di emergenza. Fino ad ora, 14 giornalisti sono stati arrestati, 11 dei quali appartenenti a media stranieri sono stati fermati per diverse ore prima di essere rilasciati. Uno di loro è stato respinto dopo il fermo.
C’è un primo bilancio ufficiale dei morti venezuelani dell’attacco, anche se si tratta di un dato parziale. Secondo fonti ufficiali, 24 agenti delle forze della sicurezza sono stati uccisi. Le autorità pubblicano foto e identità. Anche a Cuba, il Granma, il quotidiano organo del partito, svela le identità dei 32 cubani uccisi. Il bilancio confermato è dunque di 56 forze dell’ordine cadute nella battaglia. Ma si stima che i morti totali siano almeno 80.
Rompe il silenzio anche un altro irriducibile madurista, il procuratore generale del Venezuela Tarek William Saab. Afferma che complessivamente «decine» di funzionari e civili sono stati uccisi nell’attacco e che i pubblici ministeri avrebbero indagato sulle morti in quello che ha definito un «crimine di guerra». Si rivolge anche al giudice di New York che dovrà decidere sul caso di Maduro: «Riconosca l’incompetenza della sua corte rispetto al caso».
L’appello lanciato dalle maggiori organizzazioni dei diritti umani, e poi sposato dalla piattaforma dell’opposizione di Maria Corina Machado, di effettuare un’amnistia e liberare in blocco tutti i prigionieri politici per favorire la transizione cade nel vuoto. Anzi sortisce l’effetto contrario: il Comitato per la liberazione dei prigionieri politici riferisce che ai detenuti per ragioni politiche è stato sospeso il diritto di visita e viene loro impedito di comunicare con il mondo esterno. C’è apprensione per i prigionieri internazionali.
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