giovedì 8 gennaio 2026

La strategia cinese

Lee Jae-myung e Xi Jinpin
Lorenzo Lamperti

La Cina non si immola per Caracas e rilancia la retorica della «potenza responsabile»
il manifesto, 8 gennaio 2026

La Cina continua a dirsi «scioccata» per la cattura di Nicolás Maduro e ne chiede il rilascio. Funzionari e media statali parlano di «bullismo egemonico». Sul Quotidiano del Popolo, Wang Youming sostiene che l’attacco al Venezuela dimostra che ciò che gli Stati Uniti chiamano «ordine internazionale basato sulle regole non è altro che un ordine predatorio basato sui loro interessi». Xi Jinping, ricevendo il capo del governo irlandese Michael Martin, sostiene (senza citare gli Usa) che «azioni prepotenti stanno cambiando l’ordine globale» e chiede di «rispettare i percorsi di sviluppo di tutti i paesi». Un apparato retorico che serve a Pechino per ergersi quasi a portavoce del sud globale e rilanciare la pretesa di «potenza responsabile».

INTANTO, PECHINO si muove per tutelare i propri interessi e la diplomazia prepara il terreno per parlare con chiunque governerà a Caracas. In altre parole, la Cina protesta ma non si immola per Maduro, che nel 2023 aveva firmato una partnership strategica con Xi. Il regolatore finanziario di Pechino ha chiesto alle banche di comunicare la loro esposizione verso il Venezuela. Il totale dei prestiti concessi a Caracas negli ultimi decenni supera i sessanta miliardi di dollari, con Pechino che vanta ancora un credito di circa dieci.

Gli analisti cinesi si interrogano sui rischi: «È improbabile che un regime filo-americano ricorra a nazionalizzazioni pesanti o alla confisca diretta degli asset cinesi – ha dichiarato Cui Shojun dell’università Renmin – ma potrebbero sostenere che le joint venture tra Venezuela e Cina siano incostituzionali e provare a rifiutarsi di pagare i debiti». L’eventuale soluzione? Ricorsi internazionali e «promozione attiva della moneta cinese negli scambi», dice Cui. Su Guancha, Jin Canrong sostiene che è «necessario dire agli Usa che qualora interferissero con le attività commerciali della Cina in America latina, Pechino adotterà misure analoghe in Asia».

AL CENTRO della questione c’è il petrolio, anche perché parte del debito viene saldato attraverso le esportazioni energetiche. Trump ha dichiarato che gestirà tra trenta e cinquanta milioni di barili venezuelani, rivendendoli anche alla Cina, primo acquirente del petrolio di Caracas. «Tipico atto di bullismo», ha risposto Pechino, che non vuole lasciare una nuova arma negoziale in mano alla Casa bianca. Anzi, secondo i dati preliminari di dicembre, la Cina ha già ridotto bruscamente le importazioni di greggio venezuelano, più che dimezzate rispetto a ottobre. Peraltro, molti degli acquisti vengono effettuati dalle piccole raffinerie indipendenti, attratte dai prezzi iper scontati concessi dopo le sanzioni del 2019.

Caracas e il suo petrolio sono rilevanti, ma non vitali per la Cina, che teme semmai future azioni contro il ben più cruciale Iran.

Maduro diventa così un caso di studio perfetto: utile nella retorica pubblica, ma anche come avvertimento interno su quanto contino i rapporti di forza. Su un account social legato all’esercito cinese si legge che «senza capacità fondamentali solide e robuste, è impossibile dissuadere grandi potenze predatorie».

MENTRE TRUMP usa il bastone nel suo “giardino di casa”, anche Xi si muove nel suo vicinato. Ieri si è chiusa l’attesa visita di Lee Jae-myung, presidente della Corea del Sud. Oltre a siglare diversi accordi commerciali, Lee ha chiesto a Xi di svolgere un ruolo di mediazione con Kim Jong-un per rilanciare il dialogo con la Corea del Nord. Già nel 2018 e 2019, Xi aveva facilitato i colloqui con Seul e Washington, ma stavolta il successo è tutt’altro che scontato: dopo la cattura di Maduro, Kim ha lanciato missili ipersonici e può contare sull’alleanza militare con la Russia. Ma, intanto, la richiesta di Lee consegna a Xi la regia di un processo in cui Trump anela il ruolo di protagonista e gli offre altre opportunità retoriche.

Mentre il primo cattura con la forza un rivale “regionale”, il secondo riavvicina uno storico alleato asiatico degli Usa con la diplomazia. Il contrasto è anche iconografico: mentre sono virali le immagini di Maduro prigioniero, Xi si presta a irrituali selfie con Lee.

CERTO, NELL’EQUAZIONE non si parla delle dimostrazioni di forza cinesi. Quella militare, come nelle recenti esercitazioni intorno a Taiwan. Mentre sui social molti chiedono di imitare Trump e arrestare il presidente taiwanese Lai Ching-te, il governo ribadisce però che non accetta paragoni tra il Venezuela e quella che considera una questione interna. Oppure forza economica, come nel caso delle nuove restrizioni sull’export di materiali a doppio uso e terre rare verso il Giappone. Ufficialmente, una risposta al riarmo di Tokyo. Ma il tempismo dell’annuncio, giunto durante la visita di Lee, è strategico. Se Trump si muove in modo dimostrativo e brutale, Xi risponde in modo reticolare e asimmetrico. 

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