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mercoledì 10 giugno 2026

La Carmen alla Scala

Alberto Mattioli 
La Scala tendenza Chung; in Carmen tutto è bello e niente è memorabile

Il Foglio, 10 giugno 2026

Quando la Carmen “di” Damiano Michieletto debuttò al Covent Garden fu subito ribattezzata “la Carmen della vecchia”, perché in scena c’era perennemente un’anziana spagnola in total black, dalla mantiglia ai piedi, che era o la madre di don José, tipico maschio alfa mediterraneo e testosteronico però sempre lì a parlare di mammà e di quanto fosse buona la sua paella, oppure impersonava la Morte o il Fato o la Sfiga. Alla ripresa alla Scala, la vegliarda jettatoria compare molto meno, con generale sollievo, ma non viene rimpiazzata da un’altra idea drammaturgica “forte”. Resta uno spettacolo di qualità, perché non si è Michieletto per nulla, ambientato in un polveroso no man’s land periferico, ben gestito nel movimento delle masse e nell’alternanza di spazi all’aperto e al chiuso, e con qualche momento notevolissimo, tipo il femminicidio finale davanti a un’immensa parete di proiettori. Non uno dei Michieletto più sensazionali, ma guardabilissimo.

Sul podio c’è Myung-Whun Chung, che fa una Carmen elegante, lieve, scorrevole, a tratti energizzante come un ovetto sbattuto, benissimo suonata dall’orchestra (il Coro risulta invece stranamente “fuori”, e in più di un’occasione), molto francese ma un po’, come dire? ovvia. Una di quelle direzioni dove tutto è bello e niente memorabile. E molto mal servita da una compagnia di canto incoerente. Clémentine Margaine ha un bel vocione ma, vaghezze d’intonazione a parte, di Carmen le manca tutto il resto: physique du rôle, charme, ironia, carisma. Oltretutto, unica francofona del cast, non si capisce una parola di quel che canta. Micaëla è una sconosciuta non illustre, Natalia Tanash, mentre debutta Giorgi Manoshvili, la voce di basso più interessante degli ultimi tempi, il che fa sperare che con la nuova dirigenza la Scala non ci metterà i soliti dieci anni per accorgersi di quel che succede fuori dai Navigli. Però Escamillo, decisamente, non è il suo personaggio. Rebus sic stantibus (male), chapeau quindi a Vittorio Grigolo in gran forma: bella voce, bel canto, una “fleur” notevole. E poi, benché sempre intensamente tenore, stavolta Grigolo grigoleggia giusto il minimo sindacale. Peccato mortale, comunque, è la stranissima edizione scelta da Chung: via tutti i parlati, via i mélodrame, tagli di qua e di là, è una Carmen modello Reader’s Digest, con tutte le incongruenze anche drammaturgiche che ne conseguono. Per dire: quando a un certo punto compaiono felici e cantanti il Dancaïre e il Remendado, nessuno spiega chi siano. Ora, una Carmen “vera”, cioè modello opéra-comique (sia pure di un tipo che sconcertò il pubblico di Bizet) è quasi impossibile da fare, perché fu pensata non per dei cantanti che recitano,ma per degli attori che cantano, e in ogni caso lo stile autentico dell’opéra-comique è oggi più estinto dei dinosauri: se ne trova traccia solo in qualche incunabolo discografico, per esempio nei Contes d’Hoffmann diretti da Cluytens dove i quattro “valets” sono impersonati da Bourvil, sì, la spalla di Louis de Funès in Tre uomini in fuga. Però il problema bisognerebbe porselo. Intanto, perché la Scala non può far finta di essere negli anni Cinquanta; e poi perché Carmen è uno di quei titoli in cui l’equivoco stilistico ne ingenera uno contenutistico, trasformando il Don Giovanni dell’Ottocento borghese in un melodrammone preverista “da coltello”: cioè l’esatto contrario, per inciso, della direzione di Chung.

Serata nervosa, con all’inizio un lancio di volantini dal loggione per protestare contro i rincari dei biglietti e alla fine molti buuu alla squadra di regia e molti applausi a tutti gli altri: chissà perché (in entrambi i casi).

domenica 7 giugno 2026

Democrazie senza leader

Anche nei tempi in apparenza più confusi può accadere che un certo tema emerga come significativo al di là delle divisioni e di un balbettio assordante. Galli della Loggia è da una vita, o quasi, abituato a seminare scetticismo per poi proporre, facendo finta di nulla, le più piatte banalità, le più grossolane assimilazioni. Giorgia Meloni come De Gasperi è solo l'ultima. Ora ci spiega che le democrazie non piacciono, che il conflitto non abita più qui e che della ghigliottina non si può fare a meno. Beata simplicitas. Beata et diabolica, come si addice al personaggio. Poi, in fondo al suo ragionamento che tale non è ma è piuttosto una sequenza imperterrita di opinioni assai discutibili, arriva la scoperta folgorante: in una situazione difficile non tutti riescono a guardare oltre l'apparenza immediata delle cose, per questo particolarmente preziosa risulta la lucidità strategica. Appannaggio di un capo? Non ne saremmo tanto sicuri. Quello che conta è che tra coloro che contano qualcuno mostri di aver capito e sia in grado di orientare le decisioni.   

Ernesto Galli della Loggia
Democrazie senza leader

Corriere della Sera, 7 giugno 2026

È ormai un luogo comune: oggi in Europa le democrazie non godono di buona salute e il loro indice di gradimento non è certo tra i più alti (anche perché, ricordiamolo, sono gli unici regimi la cui popolarità è più o meno misurabile attraverso quell’indice rozzo ma pur sempre significativo che sono i risultati elettorali. Dove le elezioni non ci sono o sono finte ogni misurazione di gradimento del regime politico è in realtà impossibile). Comunque le cose qui in Europa stanno come dicevo: le democrazie non piacciono. Agli occhi dei loro cittadini le democrazie appaiono regimi «freddi», che non hanno alcuna capacità di coinvolgimento emotivo, non suscitano alcun sentimento vero d’identificazione e quindi di partecipazione. Ma la ragione non sta solo nelle difficoltà concrete, specialmente economiche, che pure ci sono, in cui si dibattono le società democratiche le quali riescono sempre meno a mantenere le loro promesse di benessere e di eguaglianza.
In realtà la crisi attuale della democrazia europea ha anche spiegazioni di natura completamente diverse: il fatto, ad esempio, che nei nostri regimi democratici è ormai venuto meno qualunque aspetto di tipo realmente agonistico della politica. Si è avuta cioè una radicale sterilizzazione di ogni aspetto di scontro, di contrapposizione, e dunque è venuta meno quella capacità che la democrazia come ogni regime politico deve pur possedere di produrre una autorappresentazione pubblica di sé. Ad esempio del suo potere, di tipo anche scenico-spettacolare ma sempre fondato in definitiva sul conflitto. Un’autorappresentazione ovviamente adeguata alla natura di un regime politico diverso da ogni altro, come di fatto essa è, ma pur sempre un regime politico destinato a governare il mal seme d’Adamo, non una messa cantata. È vero insomma che la democrazia vanta legittimamente come una sua conquista storica il fatto di essere quel regime che le teste non le taglia ma le conta. E tuttavia lo spettacolo affascinante e terribile della ghigliottina deve pur essere sostituito da qualcosa: non altrettanto sanguinario, certo, ma che un qualche impatto emotivo insomma alla fine ce l’abbia e lo comunichi pur esso. Uno di questi spettacoli — di carattere simbolico, ma comunque significativo — nel quale all’origine i regimi democratici autorappresentavano periodicamente, in modo anche brutale, la propria essenza era classicamente la serata elettorale nella quale si assisteva alla sconfitta della parte che fino al giorno prima era al governo. Il rovesciamento dei ruoli, il potente cacciato dal suo trono e ridotto d’improvviso a non contare più nulla, evocavano e corrispondevano in un certo modo ad antichissimi modelli del folklore di rivolta e di rivalsa delle popolazioni europee (lo «charivari»).
Ben più concretamente, un tempo la vittoria elettorale di uno schieramento su un altro poteva significare ad esempio nuove leggi che decidevano in maniera rilevante sull’uso delle risorse collettive, spostavano il potere, cambiavano realmente la vita delle persone e dei gruppi sociali. 
Oggi invece di tutto ciò non rimane più nulla o quasi. Almeno in Europa, infatti, la regola delle democrazie è di essere ormai governate da classi politico-parlamentari mediocri, prive di grandi idee, di forza e di personalità. Classi politiche, inoltre, che trasmettono visibilmente l’idea di non contare più di tanto e di esserne del tutto consapevoli. Di sentirsi, anche a causa del fragile rango geopolitico dei propri Paesi nonché della propria mediocrità di tono burocratico-impiegatizia, prive di qualunque mandato politico forte, oltre tutto perché prive alle proprie spalle di elettorati coesi, motivati. 
Insomma, mentre è sul punto di cambiare drammaticamente il profilo demografico del continente e la sua identità civil-religiosa, mentre l’intero retaggio del passato umanistico europeo rischia di essere lasciato morire travolto dal pregiudizio inclusivo-democratico dei nostri attuali sistemi d’istruzione, mentre il nostro storico alleato-protettore americano ha deciso di abbandonarci a noi stessi, mentre si rivela in pieno tutta la carenza di sistemi satellitari nostri, di fonti di energia nostre, di catene di approvvigionamento sicure, le democrazie del vecchio continente sembrano ancora cullarsi in una sorta di dolce sonno. Le nostre opinioni pubbliche appaiono ancora interessate a gingillarsi con i vecchi pregiudizi novecenteschi e le sempiterne faziosità.
Mentre il mondo va in fiamme e queste ormai ci lambiscono sempre più da vicino, in Italia ancora costituiscono forse la maggioranza quelli per cui il semplice pensiero di costruire un carro armato equivale a sterminare un orfanotrofio. 
Tutti i sistemi politici europei hanno oggi uno straordinario bisogno di leadership determinate e capaci di visione di largo respiro, hanno bisogno di donne e uomini che prendano risoluzioni coraggiose e chiedano ai propri concittadini sacrifici ancora più coraggiosi essendo capaci di spiegargliene bene le ragioni. Le nostre democrazie insomma hanno urgente bisogno di cambiare: che cos’altro deve accadere perché ce ne convinciamo?

mercoledì 20 maggio 2026

Pannella

Flavia Perina 
Pannella dieci anni dopo, quel "nemico perfetto" che tutti i partiti ora rimpiangono
La Stampa, 20 maggio 2026

Il Signor Wood è il galantuomo che, a dieci anni dalla morte, tutti vorrebbero ancora e ancora come amico o come nemico, fa lo stesso. Lo rimpiange monsignor Vincenzo Paglia, voce nobile della Chiesa contro la quale Marco Pannella ingaggiò formidabili corpo a corpo sui diritti civili («Abbiamo bisogno di uomini e di donne con idee universali come lui, che le testimonino anche a costo di pagare»). Ne ha nostalgia Pier Ferdinando Casini, cresciuto in una Dc che per Pannella era fanfascismo e nemico principale («Ha avuto il merito di obbligare al dialogo anche i più lontani dalla sua idea»). Lo celebra Luciana Castellina, una vita nell’impegno comunista che Pannella bullizzò come rivoluzione fucilocentrica e pugnocentrica («Tra noi un’amicizia in cui si è litigato sempre»). Lo rievoca con affetto Gianni Letta, che negli anni del divorzio fu direttore del Tempo e lo fronteggiò ogni giorno («Si poteva non condividere le sue idee ma non si poteva non apprezzare il modo con cui le difendeva e le imponeva»). E a seguire tutti gli altri che ieri hanno dichiarato, parlato, manifestato, ricordato, promosso targhe e intitolazioni: lo rivorrebbero tutti, incluse ovviamente tre o quattro generazioni di radicali cresciuti alla sua scuola e nel suo mito, benché dispersi qua e là da una infinita diaspora.

Marco Pannella come nemico-amico perfetto, di cui si avrebbe un gran bisogno anche oggi perché – e nessuno lo ha detto meglio di Francesco De Gregori – il canestro di parole che la sua leadership indiscussa riversò sulla politica italiana, spiazzando ogni luogo comune, ha obbligato ognuno a salire di livello, a industriarsi nel tenergli dietro. Benedetto della Vedova, ieri alla Camera, durante la presentazione del libro di Piero Ignazi “Marco Pannella, la passione della politica”, di quel canestro ha fatto un elenco per titoli, e non sono neanche tutti: divorzio, aborto, obiezione civile, fame nel mondo, Gandhi, Enzo Tortora, Leonardo Sciascia, Tony Negri, Stati Uniti d’Europa, Satyagraha, iuguri, tibetani, pena di morte, amnistia, maggioritario, e in mezzo ci stanno pure la presidenza della Circoscrizione di Ostia, la Rosa nel Pugno, il partito transnazionale, la depenalizzazione delle droghe, le carceri, l’amnistia, Cicciolina, il diritto alla conoscenza, e ovviamente Radio Radicale, Nessuno Tocchi Caino, la Luca Coscioni e pure il dimenticato MIT, il Movimento Identità Trans che Francesco Rutelli ricorda con stupore retroattivo perché nel 1982 ottenne con voto unanime, compresa la Dc, compreso il Msi, la prima legge per regolamentare il cambio di sesso in Italia.

«È stata una personalità che ha impresso un segno nella storia della Repubblica», ha detto il presidente Sergio Mattarella inaugurando idealmente questo Pannella Day. E ancora: le sue campagne politiche sono state condotte quasi sempre da posizioni di minoranza, ma sono state capaci «di attivare percorsi di innovazione e riforma», tanto che la sua eredità «riserva valori anche a chi non ha condiviso tutte le sue battaglie». Frasi verissime. Col senno di poi le condividono tutti, ma col senno di prima non erano poi così scontate. Marco Pannella risultò per decenni un supremo rompiscatole per ogni maggioranza, al punto che nel 1983 il Parlamento a scrutinio segreto approvò le sue dimissioni, presentate per una questione di Rai e censura, anziché respingerle come era d’uso (e come lui era certo che sarebbe successo). No, Pannella non era uno che si muoveva «nella notte hegeliana dove tutti i gatti sono grigi», ricorda Claudio Martelli: era divisivo, urticante, una mina vagante che periodicamente terrorizzava la politica con i suoi estremi scioperi della fame, almeno un paio di volte arrivati al limite della sopravvivenza e dell’allarme rosso. «Rischiamo di passare alla storia come quelli che hanno ammazzato Pannella», rabbrividiva pure Silvio Berlusconi.

Il decennale porta con sé l’intitolazione dei giardini davanti al carcere milanese di San Vittore, della piazza davanti al carcere romano di Rebibbia, una targa a Roma a Palazzo Braschi ma anche sulla facciata della storica sede radicale di via Torre Argentina (è di cartone, omaggio dei militanti radicali che polemizzano con il Comune: la vogliono lì perché «casa sua era quella»), la richiesta di Più Europa per una seduta parlamentare straordinaria sulle carceri, una maratona oratoria a Piazza Capranica, l’annuncio di Ignazio La Russa di una rievocazione anche al Senato martedì prossimo. E infine, la voce roca di Emma Bonino, che in chiusura dei discorsi alla Camera col suo carissimo Pannella ci discute ancora, dice di non aver mai capito l’espressione “spes contra spem” diventata il motto di Marco e citata nella lettera a Papa Francesco scritta poco prima di morire. «Magari me lo spiegherà quando ci rincontreremo», dice.


Pannella elettore di Scalfaro
Carmine Fotia
Sul Quirinale la dura lezione del 1992

il manifesto, 28 gennaio 2022

Sul manifesto del 26 gennaio scorso Giangiacomo Migone ha opportunamente ricordato come la strage di Capaci, trent’anni fa, fu determinante nell’elezione al Quirinale di Oscar Luigi Scalfaro. Ovviamente, le circostanze sono molto diverse, ma anche oggi il sistema politico pare stremato e avvitato su sé se stesso mentre tra pandemia, crisi ucraina, e il rischio di una crisi sociale sono ben tre le emergenze che fanno da drammatico contesto all’elezione in corso.

Non so dire se ciò porterà come allora a un salto di consapevolezza e responsabilità. Però ricordare quei giorni può essere utile per comprendere il rischio che si corre quanto la politica e le istituzioni non sono in grado di trovare una risposta democratica all’emergenza.

Arrivai a Palermo quasi direttamente dai palazzi del potere romano dove, insieme ad altri colleghi, seguivo per il manifesto le votazioni per il nuovo capo dello stato che si avvitavano su sé stesse senza via d’uscita, dopo la trombatura di Giulio Andreotti tra le cui gambe era stato gettato, nel marzo di quello stesso anno, il cadavere del suo plenipotenziario in Sicilia, Salvo Lima, garante del patto tra la politica e Cosa Nostra.

Mentre vado sul luogo della strage di Capaci incrocio in senso opposto il corteo presidenziale che sta riportando a Roma il vicecapo dello Stato, Giovanni Spadolini, che si lascia alle spalle la Beirut italiana e torna nei Palazzi in disfacimento. In quanto presidente del senato è capo dello stato supplente perché Francesco Cossiga si è dimesso prima del tempo, lanciando una bomba lacerante: è tutto un sistema politico che sta cadendo sotto i colpi di Tangentopoli e la mafia sta perdendo i suoi vecchi punti di riferimento e ne cerca di nuovi.

L’odore, lì a Capaci, è quello ferrigno della morte, della polvere rossa che il vento di scirocco trascina con sé nell’aria che sa di esplosivo, di catrame ancora caldo. Per terra, pezzi di tela militare sbattuti dal vento, due mazzi di fiori di campo poggiati su un cumulo di terra.

Per duecento metri l’autostrada non esiste più, è stata cancellata, spazzata via. Ecco il grande cratere di terra rossa: qui sotto c’erano mille chili di tritolo, una potenza micidiale che ha sollevato l’asfalto che ora se ne sta ingobbito, dilaniato da quella forza devastante sprigionata dal suo stesso ventre.

La macchina sulla quale viaggiavano Giovanni Falcone e sua moglie Francesca Morvillo, è ferma sul ciglio del cratere, con il muso stritolato dalla furia del primo impatto, tutti i suoi congegni elettronici sono lì sventrati, oscenamente esposti. Poco più dietro, un’altra macchina della scorta messa di traverso e più in là un’altra ancora che sembra come schiacciata da una mano potente che scende dall’alto.

Ecco. così sono morti Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonino Montinaro, Vito Schifani, Rocco Di Cillo.

Un cronista di Radiomontecarlo mi dice solo quattro parole :”It’s a war”.

Scrivevo allora, cercando di spiegare perché, dopo aver ucciso l’uomo del legame tra politica e mafia, Salvo Lima, Cosa Nostra avesse alzato il tiro sul suo nemico giurato: “Un atto di terrorismo mafioso…l’hanno fatto mentre il Palazzo viveva un passaggio delicatissimo: un’elezione presidenziale nel corso della quale si ridisegna l’equilibro del potere. Non c’è bisogno di pensare a complotti a trame oscure. Purtroppo è tutto tragicamente chiaro: un pezzo d’Italia che è Colombia e Libano. Con i piedi ben piantati qui, il potere mafioso alza la tesa e guarda in alto, alla ricerca del suo posto tra i poteri, oligarchia armata che vive del deficit di democrazia e a sua volta lo alimenta”.

Attraversando Palermo, tra l’odore delle stigghiole arrostite per strada e le ceste di pane, leggo su qualche rudimentale cartello la scritta “Falcone sei vivo ”.

Io c’ero, posso raccontare il dolore attonito di una città che poi si farà rabbia all’apparire dei vertici istituzionali, le lacrime che si confondevano con la pioggia.

Paolo Borsellino, che sarebbe stato assassinato poco dopo, era una maschera da tragedia greca avvolta in una perenne nuvola di fumo.

Il 25 maggio, due giorni dopo l’assassinio di Giovanni Falcone, le camere eleggono presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro, un democristiano moderato, cattolicissimo (tanto da aver schiaffeggiato negli anni ’50 in un ristorante romano una signora che mostrava le spalle troppo scoperte) ma fuori dai giochi di potere.

Qualche tempo prima, lo avevo intervistato per il manifesto, scherzando anche su questo suo passato. A conferma dei paradossi di quella stagione fu proposto da due outsider della politica che sembravano il suo opposto: Marco Pannella, leader dei radicali e anticlericale per eccellenza e Leoluca Orlando, figlio ribelle della sinistra dc che aveva da poco fondato la Rete, e poi divenne, durante la sua presidenza, il principale avversario dell’ascesa politica di Silvio Berlusconi, e un’icona della sinistra.

venerdì 3 aprile 2026

La salute mentale di Trump

Mary L. Trump

Oliviero Ponte Di Pino
Trump e gli psichiatri

Doppiozero, 27 febbraio 2026

Dai tempi del cavallo di Caligola, la follia dei potenti è al centro del pettegolezzo politico e della riflessione storica. Nella Bibbia incontriamo sovrani che impazziscono, come il babilonese Nabucodonosor e il re d'Israele Saul. Nell'Europa Occidentale, Giovanna di Castiglia aveva riunito le corone di Castiglia e d'Aragona prima di essere soprannominata “La Pazza”. Carlo VI di Francia “Il Folle” pensava di essere fatto di vetro ed era terrorizzato dalla possibilità che qualcuno lo toccasse, mandandolo in frantumi. Negli ultimi anni del suo regno Giorgio III d'Inghilterra, dopo aver dato a lungo evidenti segni di squilibrio, venne affiancato come reggente dal figlio, il futuro Giorgio IV. Gian Gastone, l'ultimo dei Medici, visse per anni come un hikikomori su un sudicio divano.

Si è molto discusso delle possibili patologie di Adolf Hiter (la diagnosi: una miscela di disturbi della personalità e psicosi, tra cui paranoia, narcisismo maligno e tratti psicopatici) e della sua cricca: il tema è tornato d'attualità con il film Norimberga: ma i gerarchi nazisti non avevano evidenti patologie psichiche (vedi su Doppiozero Marco Ercolani, Norimberga: i gerarchi e lo psichiatra).

Nel 2024, Donald Trump aveva costruito la sua campagna elettorale sul declino cognitivo dell'anziano presidente Joe Biden, divenuto evidente nel loro ultimo faccia a faccia elettorale televisivo. La disastrosa esibizione di “Sleepy Joe” – Joe il Dormiglione – ha dato la spinta decisiva per riportare Trump alla Casa Bianca.

Nel 2021 il settantottenne Joe Biden era diventato il presidente più anziano della storia degli Stati Uniti. Il giorno del suo insediamento il 20 gennaio 2025, Donald Trump era di 142 giorni più anziano. “The Donald” rivendica una salute di ferro e una genetica fuori del comune. Tuttavia, dopo averlo visto all'opera nel suo secondo mandato, sono sempre più numerosi gli osservatori che si interrogano sulle sue condizioni. La salute fisica: vedi i misteriosi lividi sulla mano destra comparsi nel luglio del 2025. Ma soprattutto quella psichica: vedi i discorsi spesso incoerenti, le divagazioni fuori luogo, i repentini cambi d'opinione, i pisolini durante gli eventi ufficiali, la compulsiva attività social, soprattutto notturna, con oltre 6600 messaggi su Truth (il canale di sua proprietà) nel 2025... Poi c'è la megalomania egocentrica che l'ha portato per esempio nel dicembre 2025 a cambiare il nome del “Kennedy Center” di Washington, facendolo diventare “Donald J. Trump and John F. Kennedy Memorial Center for the Performing Arts”. E a progettare per la capitale americana un Arco di Trionfo molto più grande del modello che ha ammirato di recente a Parigi.

Nel dicembre 2025 la capa di gabinetto della Casa Bianca, Susie Wiles, in un'intervista a “Vanity Fair” si era lasciata sfuggire che Trump, anche se beve solo Diet Coke, “ha una personalità da alcolizzato”. Tra i primi a esprimere grandi preoccupazioni sulla sua personalità era stata la figlia di Fred Trump II, il fratello maggiore di Donald: nel 2020 Mary L. Trump aveva pubblicato il memoir Too Much and Never Enough: How My Family Created the World's Most Dangerous Man, che in Usa ha venduto un milione di copie nella prima settimana e che ora esce in Italia in versione aggiornata da UTET con il titolo Sempre troppo e mai abbastanza. È un ritratto rivelatore: “Mio zio è stato un ragazzino viziato cui pochi hanno detto di no. Una cosa per me sconcertante perché, in realtà, è un uomo debole, incapace di gestire le situazioni ostili”, ha raccontato ad Anna Lombardi (“il Venerdì”, 13 febbraio 2026). “Quando ancora frequentavo la casa dei nonni, mio zio era sempre al centro dell'attenzione. Tutti si rivolgevano a lui e ne era evidentemente lusingato”. A proposito del rapporto con l'avvocato Ray Cohn, consulente del senatore Joseph McCarthy, radiato dall'ordine nel 1986 e morto poco dopo per AIDS, Mary L. Trump ricorda: “Fu ancora una volta il nonno, di cui Roy Cohn era amico, ad affidarglielo. Quindi anche le radici di quell'atteggiamento vanno rintracciate in famiglia. Poi, certo, trovando terreno fertile, Cohn ebbe un'ampia influenza negativa di Don. Il nonno gli aveva insegnato a non assumersi mai la responsabilità di nulla. Cohn aggiunse un livello di aggressività che prima non c'era”.

La psichiatra forense Bandy Lee, ex docente della Yale School of Medicine, ha raccolto nel volume The Dangerous Case of Donald Trump (2017) le diagnosi di 27 psichiatri, psicologi ed esperti di salute mentale, per concludere che il presidente non era adatto a governare e costituiva un grave pericolo per la nazione. In sintesi, Donald Trump manifesterebbe tratti riconducibili al narcisismo maligno, una combinazione di narcisismo, psicopatia, sadismo e paranoia.

Alla costruzione della personalità di Trump si è dedicato anche Stefano Massini, che nel 2025 gli ha dedicato un monologo che sta girando con successo l'Italia, e che accompagna il protagonista dall'infanzia fino alla discesa in campo: “È una storia, secondo me, straordinaria perché shakespeariana: c’è la mania del potere, il suo sviluppo esponenziale. È uno spettacolo che si sbilancia totalmente verso una forma di mania: del possesso, dell’accumulo. È uno spettacolo che procede per una forma quasi insostenibile – kitsch, pacchiana – di sovrapposizioni continue, di segni, di conquiste, di colpi di scena; ed è Trump. È lui che vive di accentramento, di ipertrofia, come dicevo, e di imprevedibilità. Trump è la costruzione di questa ascesa, è l’apoteosi degli anni ’80, vedi la Trump Tower, un monumento che – anche urbanisticamente, architettonicamente – rappresenta la forza di quest’uomo che, in fin dei conti, allora aveva poco più che trent’anni. Più tardi, il capitombolo micidiale degli anni ’90, le bancarotte in sequenza, l’ossessione di salvarsi e la ripartenza dallo zero. Per questo è una bella storia, perché non è lineare, è contraddittoria, ricca di incoerenze, di asimmetrie” (dal programma di sala di Donald. Storia molto più che leggendaria di un Golden Man). Quello che emerge da questo monologo non è necessariamente il ritratto di un pazzo. Di recente Massini ha avvertito che “la pazzia scalmanata di certi sovrani è da sempre più una strategia che una patologia” (“la Repubblica”, 6 febbraio 2026).

La sgangherata aggressività del maschio alfa può ispirare una efficace strategia di management, come lascia intuire Manfred F.R. Kets de Vries, autore di un piccolo classico, Leader, giullari e impostori, ripubblicato da Cortina nel 2019. Di recente questo psicologo e teorico del management ha dissezionato Il leader narcisista (Cortina, Milano, 2026), risalendo fino al mito greco, per spiegare che la vicenda di Narciso “non riguarda solo un giovane uomo pieno di sé”: sotto la superficie, “scopriremo anime emotivamente storpie, individui coinvolti in un discorso autoreferenziale, affetti da quello che può essere definito un disturbo di deficit di attenzione”. I narcisisti, essenzialmente privi di empatia o di compassione verso gli altri, “vivono nel timore di non sentirsi mai abbastanza straordinari da essere notati, amati” e dunque “in un cantuccio della loro anima si nasconde un piccolo bimbo spaventato” (p. XVII). Una certa dose di narcisismo è indispensabile per sopravvivere. E dunque è possibile distinguere un narcisismo costruttivo e un narcisismo reattivo, eccessivo, che non tollera il disaccordo né la critica. È il narcisista maligno. Lo spirito del capitalismo, nota de Vries, alimenta narcisismo, avidità e invidia (p. 53): queste caratteristiche appaiono perfettamente funzionali al sistema.

Il narcisista può anche essere illuminato da un irresistibile carisma: l'estrema fiducia in sé stesso, l'energia, la propensione ad assumersi rischi, l'abilità oratoria, le visionarietà, possono contribuire a una leadership ispiratrice e visionaria (p. 60). Ma è una leadership pericolosa, avverte de Vries, dove convergono “un comportamento arrogante e grandioso (Hybris)” e la postura del “giudice giusto (Nemesi)” ma implacabile, in un abbinamento macabro e contraddittorio: questo mix lo investe di un grandioso ruolo salvifico, in grado di risarcire le ingiustizie subite e salvare da pericoli apocalittici (più immaginari che veri).

Per De Vries il narcisista maligno (anche se la diagnosi non è riconosciuta ufficialmente nel DSM-5-TR, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) si distingue dal narcisista costruttivo per il sadismo: fa gratuitamente del male agli altri, avendo poco o nessun rimorso per il danno inflitto. Il narcisista maligno tende a essere molto esigente e conflittuale nelle trattative, è molto bravo a gestire la propria immagine ed è assai abile nel polarizzare e nel far emergere le parti più tenebrose della natura umana (pp. 73-74). Nella galleria dei narcisisti maligni, “Hitler non è il solo. In una certa misura, leader come Donald Trump, Recep Tayyip Erdogan, Viktor Orbán e Narendra Modi hanno seguito un copione simile” (p. 72).

Ad affrontare il tema delle possibili patologie trumpiane era stato una decina d'anni fa Allen Frances, un docente di psichiatria che ha curato la precedente edizione del DSM, autore di L'America di Trump all'esame di uno psichiatra (Bollati Boringhieri, Torino, 2018, ripubblicato nel 2024). Frances ricorda la “regola di Goldwater”. Durante le elezioni presidenziali del 1964 alcuni “psichiatri di sinistra” avevano “medicalizzato” il loro astio politico contro il candidato repubblicano: dopo quell'episodio, l'American Psychiatric Association vieta ai suoi soci di fare diagnosi su personalità pubbliche che non hanno mai incontrato.

A Frances, Trump non gli sta certo simpatico: “Abbiamo avuto la nostra bella dose di presidenti stupidi, impulsivi, bugiardi, ignoranti, narcisisti, bellicosi, complottisti e imprevedibili – ma mai un presidente ha incarnato così alla perfezione queste caratteristiche spregevoli tutte quante insieme” (p. 10). Tuttavia “impiegare gli strumenti della psichiatria per screditare Trump porta a tre gravi conseguenze indesiderate”: aumenta lo stigma per gli altri pazienti (in genere i malati non sono animati da cattive intenzioni e in genere si comportano bene); “medicalizzare i comportamenti scorretti di Trump significa sottostimarlo e distogliere l'attenzione dai pericoli insiti nelle sue scelte politiche”; e infine i potenziali sostituti di Trump – oggi J.D. Vance e Marco Rubio – rischiano di essere peggiori del loro boss (p. 13).

Il problema, spiega con chiarezza Allen Frances, non è Trump. Oggi non subiamo più i sovrani per volontà divina e successione dinastica. Siamo in democrazia. Il problema siamo noi, gli elettori che si fanno ammaliare da queste “anime emotivamente storpie” e dai loro slogan. Trump e soci possono anche essere un manipolo di narcisisti maligni, o peggio. Ma la vera patologia è quella di nazioni che si perdono dietro a personalità tossiche, che si rispecchiano nella loro patologia.

Non serve ripetersi che l'attuale inquilino della Casa Bianca è un pazzo. Il problema è politico. Forse un indizio utile ce l'ha dato nel 2017 il suo ex amico, il finanziere pedofilo Jeffrey Epstein, in una mail all'ex segretario al Tesoro Larry Summers, quando è sbottato “Il mondo non capisce quanto è stupido Trump”.
Il problema, avverte de Vries, è che è quasi impossibile liberarsi di un narcisista maligno, una volta che ha assunto posizioni di vertice, anche perché si circonda di un seguito adorante che alimenta i tratti peggiori del suo carattere.

sabato 31 gennaio 2026

Non strattonate Francesco


Enzo Bianchi
Non strattonate Francesco. Era un folle, sempre fuori posto

La Stampa Tuttolibri, 31 gennaio 2026 

Inverno 1224-1225, Francesco d’Assisi è un uomo di poco più di quarant’anni, che ha vissuto secondo la forma del santo Vangelo. Il Signore gli aveva dato dei fratelli, ai quali consegnò una Regola che la chiesa approvò, anche se continuava a ribadire che l’unica vera Regola è «osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo» (Regola Bollata 1). Quando la sua comunità è grande, nel 1220 egli rinuncia al governo dei fratelli ma non rinuncia e esserne guida spirituale, sebbene constati che ormai il progetto che il Signore gli aveva rivelato non era più seguito dai suoi fratelli ed egli era diventato oggetto di contestazione e anche di disprezzo.

Sovente in ritiro con qualche fratello, vive “la grande tentazione”, mentre la salute fisica peggiora e la malattia lo rende debole e gli toglie la vista. Nella sua infermità, è accolto da Chiara nel giardino del monastero, sempre più provato e tentato ma consolato dalla presenza di colei che si diceva “pianticella di Francesco”. Ormai somigliantissimo all’umano suo Signore, dopo una notte terribile, di tenebra anche interiore, al mattino si alzò e disse ai frati che erano con lui: «Per la grazia e benedizione così grande che mi è stata elargita… voglio, a lode di Lui e a mia consolazione e per l’edificazione del prossimo, comporre una nuova Lauda del Signore per le sue creature» (Leggenda perugina 43). E così, fatto silenzio, con il volto verso il sole che non vedeva più, essendo i suoi occhi fasciati dopo essere stati cauterizzati, cominciò a dire: «Altissimu onnipotente bon Signore …».

Ecco com’è nato il Cantico di frate sole: da un cristiano malato, debole, povero e tentato, ormai cieco, impossibilitato a vedere il sole e le altre creature. Con questo cantico nutrito dalla preghiera di Francesco, ispirato dai salmi biblici e generato dal suo cuore capace di vedere e osservare con gli occhi la bellezza di ogni creatura animata o inanimata, egli dice innanzitutto un “amen”, un “sì” alla vita e a questo mondo, quindi loda, ringrazia il suo Signore che chiama con confidenza e amore “mi’ Signore”, il mio Signore. Come ci testimonia Tommaso da Celano, Francesco «non era più un uomo che pregava, era ormai diventato preghiera vivente» («non tam orans, quam oratio factus»; Vita seconda 95).

È dunque un’intuizione singolarmente acuta quella di accedere alla vita di Francesco dal Cantico delle creature come fa Giulio Busi in Il Cantico dell’umiltà, Vita di San Francesco. E Busi lo fa riconducendo Francesco a una lettura finalmente profonda e non prona alle mode, come spesso è accaduto e continua ad accadere, soprattutto in questo anno di celebrazioni per l’ottavo centenario della morte.

C’è molto dell’autore in questa lettura di Francesco, molto del raffinato studioso di mistica ebraica, di conoscitore della Bibbia, di rigoroso filologo, di storico che conosce i documenti, li studia e li rispetta. Lontano dagli stereotipi e dai luoghi comuni ai quali ancora oggi è purtroppo e da troppi ridotto, Francesco è uno che deve parlare all’intimità e quindi è giusto che lo si renda attraverso una lettura intima, quindi vera, autentica, come quella che fa Giulio Busi.

Sottraendolo a quelle che sono le letture superficiali e di comodo che ne vengono spesso fatte - ecologista, pacifista, animalista, antiborghese, anticapitalista, anti gerarchico - il Francesco di Busi è scomodo perché contraddittorio. Questa non è una biografia ma una narrazione raffinata, elegante ma al tempo stesso ruvida, impietosa, spietata appunto perché non esita a mostrare la contraddizione che abita Francesco. In lui si muovono dialetticamente due aspetti irriducibili l’uno all’altro: quello della rottura, del cammino, del disagio cercato, della non garanzia della vita, e dall’altro il contemplativo, il mistico, il somigliantissimo.

Busi offre di Francesco non una descrizione ma un’interpretazione che sgorga da un maniacale studio delle fonti francescane. Emerge un Francesco esistenziale, cioè vissuto e non semplicemente rappresentato. È morto da ottocento anni ma da più di ottocento anni Francesco è strattonato da ogni parte e questo fa parte della sua testimonianza. Busi fa ben capire che non è possibile trovare Francesco fuori dal disagio da lui vissuto di non essere mai esattamente al suo posto. Non è al suo posto quando è il borghese che deve diventare un bravo mercante, non è al suo posto come cavaliere che parte per la crociata, non è al suo posto quando è un eremita, non è al suo posto neppure all’interno dell’ordine che ha fondato. Emblematico è l’episodio della “perfetta letizia” che Busi commenta alla perfezione: in una notte di pioggia, di gelo e di vento il santo di Assisi bussa alla porta di un suo convento e il guardiano lo caccia anche se lo ha riconosciuto, perché di notte non accolgono nessuno. È qui che Francesco pensa che l’umiliazione che sta subendo e la difficoltà che sta vivendo siano il suo percorso, la sua verità e per questo è perfetta letizia. Essere fuori posto è la sua grazia, una grazia molto tormentata.

Busi coglie poi l’essenziale, il nucleo incandescente della figura di Francesco ed è la sua follia secondo il vangelo, il suo radicalismo evangelico, quel suo attenersi ostinatamente al Vangelo sine glossa. Francesco è stato riconosciuto come il “somigliantissimo a Cristo”, una somiglianza che nasceva dalla familiarità con le Scritture e in particolare con il Vangelo di cui parla sempre e solo al singolare.

Di fronte a chi, improvvisandosi esperto di Francesco, ne sta facendo l’icona dell’italianità e il manifesto culturale italiano, il saggio di Busi è l’antidoto più efficace all’ideologia indecente priva di ogni spessore intellettuale, al devozionismo superficiale mancante di ogni profondità spirituale, e non per ultimo è anche l’anticorpo alla strumentalizzazione politica.

La storia si ripete, se si pensa che - come ha ricordato di recente Bruno Bignami - esattamente un secolo fa il fascismo officiava i settecento anni della morte di Francesco esaltandone l’italianità e il santo di Assisi fu salutato come “l’italiano per eccellenza”, dichiarando il 4 ottobre festa nazionale. Giuseppe Nicolini, allora vescovo di Assisi, vi fece eco proclamando Francesco “il più santo degli italiani e il più italiano dei santi”. In quella circostanza don Primo Mazzolari scrisse a un’amica: «Ho paura che la folla degli esteti della santità deturpi, in questo centenario rumoroso e vuoto, quel santuario di povertà e purezza». Non poteva che essere un figlio di Francesco, il custode del Sacro convento di Assisi fra Marco Moroni, a dichiarare aprendo l’anno giubilare francescano il 10 gennaio scorso: «Dobbiamo sempre vigilare di fronte alle derive della religione civile e alla tentazione degli atei devoti, e usare cautela quando si associano fede e identità nazionale».

Il Francesco di Giulio Busi aspira a dare un’anima evangelica a questo Paese e rifiuta di farsi stampella di una religiosità identitaria e nazionale.

giovedì 20 novembre 2025

La candidata

Andrea Colombo
Meloni, sfida presidenziale

il manifesto, 20 novembre 2025

Giorgia Meloni non può permettersi di entrare in rotta di collisione con Mattarella e lo sa. Dunque alza il telefono, chiede di essere ricevuta al Colle e ripete al capo dello Stato che mai e poi mai Fdi ha avuto intenzione di attaccare lui.

Anzi, le raffiche contro il consigliere Francesco Saverio Garofani miravano proprio a «circoscrivere la vicenda al suo ambito reale anche a tutela del Quirinale», come reciterà, a colloquio concluso, la nota di palazzo Chigi. Il tono della premier non è contrito ma neppure aggressivo. La salita al Colle è quasi un atto di sottomissione nei confronti della massima istituzione, che Meloni non può però far apparire come una resa. Perché sa anche di non potersi prosternare, di dovesi mostrare pronta a sfidare su un piano di assoluta parità il capo dello Stato. In più è furibonda per le sprezzanti parole usate dal Colle per derubricare lo scandalo Garofani a «ennesimo attacco al Presidente costruito sconfinando nel ridicolo». E la presidente del consiglio è ancora convinta di dover lanciare un avvertimento minaccioso a quanti, almeno nei suoi incubi, stanno cospirando nelle sale del Quirinale per sbarrarle la strada verso una nuova vittoria elettorale e verso un’eventuale ascesa al Colle dopo Mattarella.

DUNQUE, PUR SAPENDO che il presidente considera gli attacchi contro Garofani rivolti in realtà alla sua persona e alla sua autorevolezza, un tentativo di mettere in dubbio la sua imparzialità, Meloni insiste nel denunciare le responsabilità tutte e solo del consigliere loquace. Di persona lo fa a bassa voce però, dopo il colloquio, palazzo Chigi licenzia un comunicato tanto duro da destare dubbi persino tra i più stretti collaboratori della premier. Un testo che lei stessa non avrebbe letto nella versione definitiva avendo però ispirato in tutto e per tutto il tono di fondo. L’approccio è opposto a quello adoperato nello studio di Mattarella: tanto bellicose le parole scritte quanto concilianti erano state quelle pronunciate.

È una piena rivendicazione delle ottime ragioni dei suoi ufficiali, Galeazzo Bignami in testa. È anzi un nuovo atto d’accusa contro il consigliere per le sue «parole istituzionalmente e politicamente inopportune pronunciate in un contesto pubblico». Dunque era lui, Garofani, a «dover chiarire per chiudere immediatamente la questione».

NON È QUELLO CHE si aspettava il Quirinale dopo l’incontro pacificatore e il solito Bignami rincara. Garofani ha ammesso di aver pronunciato quelle parole, sia pur solo in una «chiacchierata amichevole» e certo non in una riunione di congiurati. Il capogruppo FdI impugna l’ammissione come una clava: «Quella persona ha confermato i contenuti. Ci ha molto sorpreso la reazione estremamente scomposta del Pd».

La tensione torna a impennarsi. La pace appena siglata col Colle vacilla. I capigruppo di FdI, Lucio Malan e lo stesso Bignami, devono emettere un comunicato congiunto per assicurare che FdI «ritiene la questione chiusa e non reputa di aggiungere altro». Fine del fuoco ad alzo zero sul consigliere di Mattarella e fine delle ostilità. Almeno sulla carta.

Nel concreto le cose stanno diversamente e non solo perché l’offesa ai danni del presidente lascerà ferite aperte nel rapporto tra il capo dello Stato e quello del governo. La vicenda sarà pure estemporanea e casuale, anche se come le parole pronunciate in un ristorante da Garofani siano arrivate a numerose testate qualche interrogativo irrisolto e poco tranquillizzante lo impone. Ma illumina una realtà che di casuale non ha nulla.

Giorgia Meloni è più paziente di quanto non appaia a prima vista. Sa di non poter conquistare tutte le postazioni istituzionali d’impeto, si muove con pragmatico realismo. Ma gli obiettivi finali non li ha mai rimessi in forse e tra quegli obiettivi primeggia l’occupazione del Quirinale. Che ci voglia andare lei di persona non è detto: di qui al 2029 le variabili sono troppe e tra queste figura in postazione eminente la sorte del premierato, sempre che resti tale e non venga riconvertito in presidenzialismo. Quel che è già certo però, è che, se vincerà le prossime elezioni e disporrà dei voti necessari, Giorgia Meloni non ha alcuna intenzione di lasciare la presidenza della Repubblica a una figura di garanzia o al di sopra delle parti. Quel posto deve andare a lei o a un fedelissimo.

MA IL 2029 È LONTANO: s’impone dunque, se non la conquista, almeno il ridimensionamento della presidenza della Repubblica e di chi quella istituzione incarna. A questo serviva l’attacco degli ultimi giorni.

giovedì 6 novembre 2025

L'uscita dal tunnel

Luca Celada
Dalle urne si intravede l'uscita dal tunnel

il manifesto, 6 novembre 2025

Dalla Casa bianca alle capitali dell’internazionale nazional populista, si è gridato alla testa di ponte della conquista islamica dell’occidente, all’epocale sconfitta nello scontro esistenziale di civiltà o, a scelta, di una dittatura del proletariato instaurata a Times Square.

In realtà gli ideali di inclusione, giustizia ed equità articolati con carisma e «gioia» da Zohran Mamdani sono funzionali a una certa narrazione fondativa americana – quella che il trumpismo da un anno ha messo sotto attacco in tutte le sue forme. Nel discorso della vittoria, il sindaco neoletto ha cominciato con il rivendicare la storia della sinistra americana, ha citato Eugene Debs, membro fondatore del Iww, il sindacato internazionalista delle lotte di classe dell’inizio del XX secolo, unico socialista a candidarsi alla presidenza Usa (dal carcere) nel 1920.

E fra tutti i predecessori ha scelto di ricordare Fiorello La Guardia – il sindaco ancora più benvoluto della storia cittadina. La Guardia, nipote di nonno garibaldino, figlio di padre pugliese e madre ebrea triestina, fu fautore di una coalizione trasversale e una solidarietà tra gli abitanti e gli immigrati della Grande Mela, negli anni critici della depressione e della Seconda guerra mondiale.

Nell’improbabile arco di un anno iniziato ad avvicinare da solo e a presentarsi a passanti affrettati, e finito nel tripudio del victory party del Paramount Theater di Brooklyn, Mamdani è riuscito a ricomporre un simile immaginario collettivo.

Oggi molti quartieri italoamericani (Staten Island, Bensonhurst, Williamsburgh) sono roccaforti conservatrici (e tendenzialmente trumpiste). Il trentaquatrenne sindaco neoletto, musulmano di discendenza indiana (via diaspora africana) ha invece costruito la sua nuova coalizione tra gli immigrati più recenti e la working class emarginata all’interno della propria città gentrificata e finanziarizzata.

Il sostegno a Mamdani è stato ancorato nelle comunità di immigrati africani, ispanici e ovviamente quelle sud asiatiche in cui «giocava in casa». Ha replicato il modello obamiano con forti maggioranze tra giovani, donne, afroamericani, progressisti ed ebrei. Un appeal identitario, ma sempre fortemente ancorato a un messaggio ugualitario e al rinnovato patto sociale sostenuto dall’ala socialdemocratica che fa capo a Bernie Sanders.

Nel suo discorso, Mamdani ha citato anche Jawaharlal Nehru, primo premier di un’India diventata indipendente un anno dopo la nascita di suo padre Mahmood a Bombay, nel 1946: «Solo raramente nel corso della storia, vi sono momenti in cui si esce dal vecchio e si entra nel nuovo».

E tra gli sconfitti dell’elezione occorre annoverare la leadership del partito democratico. Già messi in profonda crisi dalla presidenza Trump, i vertici del partito sono apparsi di colpo ancora più arcaici e anacronistici alla luce della ventata di nuovo arrivata da New York. Hakeem Jeffries, leader della minoranza alla Camera, che dopo aver nicchiato per mesi, si è deciso solo la scorsa settimana a ufficializzare il proprio sostegno per Mamdani (Chuck Schumer leader democratico al senato non lo ha mai fatto). E lo stesso Andrew Cuomo, che l’endorsement l’ha invece ricevuto da Trump.

Il presidente da settimane inveisce contro il «jihadista» e «comunista» ricordando che il presidente è lui, con facoltà di trattenere i contributi federali alla città. Conoscendo gli umori presidenziali sono plausibili a questo punto dispiegamenti di guardia nazionale o forze paramilitari anti immigrazione che la Casa bianca usa come clava contro le città «inadempienti». La retorica del presidente si nutre dopotutto di nemici veri o immaginari, specie di quelli interni, descritti di volta in volta come «marxisti» radicali o terroristi.

Il copione è noto, nessuno si sorprenderà ormai se il presidente che ha incitato un assalto al parlamento dovesse optare per l’escalation. La battaglia per l’immaginazione del paese passa per la narrazione simbolica e Mamdani ne ha messa in campo una sufficientemente potente da galvanizzare una coalizione stanca della prevaricazione e del caos trumpiano.

Cosa signifca allora per il partito e per il paese la vittoria Mamdani?

È significativo forse che l’elezione di ieri sia svolta sullo sfondo dello shutdown. La paralisi parlamentare provocata dall’ostruzionismo dei democratici, mira a bloccare i tagli di Trump ai sussidi pubblici per l’assicurazione medica (Obamacare). La rappresaglia di Trump, che rifiuta ogni dialogo, consiste attualmente nel taglio degli alimenti e dei buoni pasto per 40 milioni di americani disagiati, una posizione che anche molti repubblicani ritengono politicamente suicida. Non è chiaro se un’«invasione» militare di New York, simile a quelle di Los Angeles e Chicago, gioverà alla popolarità di Trump.

Le vittorie di New York poi, ma anche delle governatrici democratiche in Virginia e New Jersey, della sindaca di Detroit, perfino di membri democratici sulla authority energetica della repubblicana Georgia, il ricostituirsi di maggioranze ispaniche sotto lo stemma democratico, puntano tutte a un’insofferenza diffusa, un punto di saturazione forse con l’assalto di Trump alla nazione e alle sue istituzioni, le sue sale da ballo e i suoi infissi dorati, i suoi agenti mascherati sulle strade delle città. Le amministrative hanno preso la temperatura di un paese che fa le prove, forse, per immaginare alternative, uscire da un tunnel.

mercoledì 11 giugno 2025

Mancanza di leadership

Boris Johnson, lo smarrimento

Chiaramente la sinistra o, se si preferisce, lo schieramento progressista si trova di fronte a un crocevia. Non può limitarsi ad aspettare tempi migliori senza darsi una fisionomia meglio definita. Ha tre possibilità davanti a sé: modificare pragmaticamente la sua offerta politica; restare fedele alle sue convinzioni storiche; adottare posizioni ancora più radicali, attribuendo i suoi fallimenti o le sue difficoltà alla debolezza manifestata nel perseguimento della linea tradizionale. Questo scrive oggi Giovanni Orsina sul Giornale. Il Partito democratico sotto la direzione di Elly Schlein oscilla tra la seconda e la terza ipotesi; una sua corrente interna, minoritaria, è invece favorevole alla prima. Una forza politica che voglia allargare la sua sfera di influenza deve dotarsi di una immagine ben riconoscibile e di un messaggio univoco se non su tutte le questioni in campo, almeno su alcune tra le più significative.  Una scelta sarebbe opportuna e perfino necessaria. Sul quotidiano Domani Gianfranco Pasquino si pronuncia in tal senso, quando pone il problema della leadership:

Costruire una coalizione politica potenzialmente maggioritaria richiede l’individuazione dei settori sociali ai quali mandare una pluralità di messaggi che spieghino in cosa quella coalizione non soltanto differisce, ma è preferibile al governo in carica. Esige visibile coesione di intenti e non prese di distanza furbesche e frequenti.

Per lo più gli elettorati democratici preferiscono la stabilità a qualsiasi prospettiva di ricambio che si presenti all’insegna dell’incertezza e del conflitto.

Max Weber ricorderebbe a tutti quanto importante, mediaticamente e politica, è la leadership. Senza controproducenti ipocrisie è tempo di riconoscere che Giorgia Meloni ha saputo esaltare il suo profilo di leader, di partito e di governo, anche nella sceneggiata minore della visita al suo seggio elettorale.

I contenuti, ovvero, le priorità programmatiche, continueranno a contare, ma senza una leadership alternativa, credibile, emersa/scelta tempestivamente, per tempo, le opposizioni italiane non andranno da nessuna parte. Non riusciranno a ottenere il voto di quel 10 per cento circa che fa sempre la differenza in tutte le elezioni democratiche. Non perché gli elettori non le hanno capite, ma proprio perché, come e più che nel referendum, ne vedono le contraddizioni e le carenze. 

Nota bene. Pasquino non dice che bisogna sostituire questo o quel dirigente. Non fa nomi. Afferma la necessità di voltare pagina. Auspica con questo la caduta di Elly Schlein? Non è sicuro. Se fosse giunto a una tale conclusione, lo avrebbe detto.   

Giuliano Ferrara sul Foglio non si fa tanti scrupoli e scrive: "Siamo dalla parte dei lavoratori, ci agganciamo alla Cgil, contro gli altri sindacati, seguiamo il percorso dell’identità sana e buona con Giuseppi e Camomilla e Tesla, un’alternativa che più perdente non è possibile concepire. Per battere eventualmente Meloni occorre uno Starmer, non dico un Blair, o un Macron del 2017, quello dei sogni realistici e riformisti-liberali, non una signora rispettabilissima che ha scambiato Berlinguer, già trafitto dal realismo della storia, con Elio Germano, e ambisce giustamente a fare la regista di cinema".

Qui l'avviso di sfratto è formulato in piena regola. Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera invoca un'autocritica da parte degli sconfitti al referendum. Per ora siamo invece al misero tentativo di contrattaccare intestandosi tutti i numeri della partecipazione al voto. Peggio il taccon del buco, come dicono in Veneto. 

Mettetela come volete, il conto alla rovescia è cominciato. Per chi suona la campana. Se nessuno davvero vuole riflettere sull'errore commesso e tutto rimane come prima, il campo progressista va verso la sconfitta al prossimo, decisivo, appuntamento delle elezioni politiche.

venerdì 30 maggio 2025

Il declino apparente della politica

Michele Emiliano e Giuseppe Conte


Qualcuno ha intitolato "La morte della politica" l'articolo che Massimo Recalcati ha scritto per la Repubblica. Titolo infelice. La politica è un aspetto insopprimibile della consociazione umana. Solo la morte della società potrebbe mettere fine alla politica. Che invece continuamente si evolve, si trasforma, assume nuove sembianze. Da ultimo è risorta paradossalmente come antipolitica. Il passato, lo scontro fazioso, il pregiudizio, le battaglie ideologiche sono solo una parte di ciò che anima la scena pubblica per il momento. Recalcati guarda al destino della sinistra. Sulla scena pubblica assistiamo invece allo spettacolo di una destra che si rivela capace di superare lo scontro fazioso, il pregiudizio, le barricate ideologiche in nome di una superiore unità. Quanto al passato, nel caso di Giorgia Meloni, si assiste a una pratica rimozione. Insomma Recalcati vede la soluzione della crisi nel superamento della dimensione partiticaÈ uno psicanalista, non un sociologo, ragiona sulle persone, non considera il corpo sociale e la sua interna dinamica. In realtà, dalle istituzioni non si esce mai del tutto. Delle due l'una: o il movimento prende il posto dell'istituzione e si fa allora istituzione a sua volta, o l'istituzione assorbe il movimento che perde allora il suo carattere magmatico. Nella vicenda attuale della sinistra italiana, il movimento si è già fatto istituzione con i 5 Stelle passati da Grillo a Conte. Ha assunto quindi una fisionomia priva o carente di capacità attrattive, altrimenti detto manca di un respiro egemonico. Per il momento siamo alla competizione logorante tra partiti (istituzioni) che si escludono a vicenda. E si torna alle persone. Solo l'intervento di una figura altra - non Schlein né Conte - dotata non solo di una sensibilità unitaria (come Schlein) o di una vocazione movimentista (come Conte) ma di una virtù unificante supplementare in termini di immagine, messaggio e intuizione strategica può condurre a una svolta, all'uscita dallo stallo che tanto danno procura alla politica (di sinistra) e tiene in ostaggio il paese.     

Massimo Recalcati
La morte della politica
la Repubblica, 30 maggio 2025

La totale indifferenza che sembra circondare gli imminenti referendum non concerne tanto i contenuti che essi propongono, ma assai più in generale, il rapporto con la politica. E poiché a riconoscere nella passione per la politica una ragione fondamentale della vita individuale e di quella collettiva è stata nel nostro Paese la cultura di sinistra, in gioco è una evidente crisi di questa cultura a fare davvero presa sulla società civile. Dato che diviene ancora più evidente e sconcertante se lo si rapporta alle nuove generazioni. Non tanto però per la loro mancanza di fondamentali — in un film di diversi anni fa Veltroni aveva mostrato quanto per le nuove generazioni un nome come quello di Berlinguer fosse del tutto sconosciuto –, ma perché la politica come tale non è più in grado di accendere le loro vite. Ai loro occhi essa appare come un discorso decrepito, incomprensibile, senza vita. E quando è accaduto che vi fosse uno slancio — penso alla mobilitazione giovanile ecologista a difesa delle sorti del nostro pianeta — si è subito proceduto a stigmatizzarlo come politicamente ingenuo e privo di prospettive. Di certo se la politica ha perso il suo valore ideale non è per una semplice inettitudine dei nostri figli. La crisi della politica assomiglia piuttosto proprio alla crisi ecologica: è talmente evidente e talmente profonda che ogni iniziativa per trattarla appare insufficiente, come provare a svuotare l’acqua del mare con un secchiello. Dunque meglio ignorarla.

Per esempio si potrà citare la formidabile manifestazione per l’Europa convocata da Michele Serra dalle pagine di questo giornale o le recentissime belle vittorie dei candidati di centro sinistra al governo di grandi città, per smentire la validità della mia diagnosi. Ma questi riferimenti positivi coprono il grande vuoto che ci circonda. Nel nuovo secolo i sogni di trasformazione del nostro paese concepiti da sinistra hanno avuto ai miei occhi due soli nomi, tra loro molto diversi, ma accomunati dall’avere reso possibile una politica riformista in grado di governare in modo nuovo il nostro paese, avvicinando alla politica gli entusiasmi profondi delle nuove generazioni. Si tratta di Vendola e di Renzi. Cosa era successo allora? Si era imposta l’idea che la politica potesse essere innanzitutto un laboratorio di idee, uno sforzo collettivo di poesia. E in molti ci avevano creduto. L’uscita di scena di Vendola, gli errori e il declino irreversibile di Renzi hanno spento quegli entusiasmi radicalmente riformisti, ma da allora a sinistra non è mai più accaduto nulla di simile. La politica è rientrata nei ranghi dell’amministrazione, dei dossier, di un linguaggio incomprensibile e astratto fatto di slogan impotenti, di uomini e di donne più preoccupati di mantenere i propri posti che a scommettere sull’avvenire, di calcoli cinici sulle alleanze e sulle strategie elettorali. Vendola e Renzi sono stati invece due outsider della politica che a loro modo, sebbene per una breve stagione, hanno rappresentato degli antidoti efficaci di fronte alla marea montante dell’antipolitica populista. I soli in grado di parlare con forza irrituale, fuori dagli schemi consolidati dell’istituzionalizzazione, alle nuove generazioni. È proprio di questo antidoto che avrebbe bisogno ancora la politica per ritrovare la sua forza propulsiva. Non restare prigionieri del passato, dello scontro fazioso, del pregiudizio, delle barricate ideologiche. La passione per la politica non può essere sequestrata dalla sua istituzionalizzazione partitica. La sua condizione comatosa che l’astensionismo rivela in modo clamoroso non dipende allora tanto dall’indifferenza dei nostri figli, ma da una cultura di sinistra che ha sperperato un enorme patrimonio emotivo e intellettuale. È esistita una sinistra di governo in grado di trasformare effettivamente — come fece, per esempio, Vendola nel tempo della sua amministrazione riscattando una regione senza avvenire — la vita dei cittadini in termini di giustizia sociale, di diritti e di prospettive di progresso. Non potranno essere le recenti vittorie elettorali a guarire il corpo moribondo della politica. Sarebbe necessario uno scatto, un movimento nuovo, un progetto. Ma i politici di professione sono spesso i maggiori avversari della politica come passione. Sono talmente immersi nella vita ordinaria della piccola politica che si rivelano incapaci di compiere qualunque sforzo di poesia. Eppure è di questo sforzo che avremmo bisogno per riavvicinare i giovani alla politica.

Quando Marco Pannella sosteneva, in direzione ostinatamente contraria, la nobilità dell’istituto referendario raggiungendo obbiettivi politici che oggi tutti consideriamo irrinunciabili, il suo linguaggio sapeva spezzare il codice cristallizzato della politica istituzionalizzata. Sapeva allargare gli orizzonti incarnando una testimonianza credibile di cosa può essere la politica vissuta come passione. I nostri leader attuali non hanno più quella forza. Le loro parole sembra che ogni volta cadano nel vuoto dello slogan e in tatticismi senza cuore. Questo accresce la sensazione nelle nuove generazioni di essere orfani allo sbando. La politica che rientra nella scatola chiusa della politica istituzionalizzata non ha nessun futuro. L’invocazione ideologica — per esempio quella dell’antifascismo — diventa allora solo un mantra che ci fa sentire ancora vivi mentre siamo già morti.

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Nella dialettica tra movimento e istituzione si può pensare che l'istituzione in crisi sia un giorno sostituita dal movimento? Oppure, prima o poi, dovrà essere l'istituzione a cambiare riprendendo il suo posto e ritrovando il suo ruolo?

Chat Gpt

La dialettica tra movimento e istituzione è un tema classico del pensiero politico e sociale, soprattutto a partire dalla filosofia di Hegel, ma anche nella sociologia (pensiamo a Max Weber) e nei movimenti del '900 (ad esempio, pensatori come Cornelius Castoriadis o Mario Tronti).

Per rispondere alla tua domanda, possiamo distinguere due scenari:


1. Il movimento che sostituisce l’istituzione

In teoria, un movimento può anche prendere il posto di un’istituzione in crisi. Tuttavia, nel momento in cui un movimento si stabilizza e comincia a regolare comportamenti, ruoli e norme, esso tende a istituzionalizzarsi. È ciò che accade spesso ai movimenti rivoluzionari: nascono come forza di rottura, ma per durare devono darsi una struttura, e quindi diventano istituzioni.
Esempio storico: la Rivoluzione francese genera il Terrore, poi il Direttorio, poi Napoleone: il movimento rivoluzionario genera nuove istituzioni.

Quindi, in questo scenario, la sostituzione è solo apparente: il movimento, per esistere nel tempo, si trasforma in istituzione.


2. L’istituzione che cambia per incorporare il movimento

Un'altra ipotesi è che l’istituzione, pur in crisi, assorba e trasformi le spinte del movimento. Qui l’istituzione non viene sostituita, ma rigenerata.
Questo è un processo dialettico più “evolutivo”: il movimento mette in crisi lo status quo, l’istituzione reagisce, si modifica, si rinnova. In questo modo, mantiene la sua funzione di stabilizzazione, ma senza irrigidirsi.

Esempio contemporaneo: molte conquiste sociali (diritti civili, ambientali, femministi) nascono dai movimenti, ma trovano concretezza solo quando le istituzioni li riconoscono e li traducono in norme, pratiche, leggi.


Conclusione

Non si tratta di una scelta netta tra “sostituzione” o “ripresa del posto”. Storicamente e teoricamente, l’esito più frequente è che il movimento venga assorbito, trasformato o tradotto in istituzione. Quando ciò non avviene, o il movimento svanisce, o produce una nuova istituzione che, nel tempo, potrà a sua volta entrare in crisi.

Questa dialettica non ha fine: ogni istituzione porta in sé il seme del suo superamento, e ogni movimento, per durare, deve affrontare la sfida della forma.