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lunedì 25 maggio 2026

La Pentecoste

 

Cyprien Mycinsnki
Qual è il significato della Pentecoste per (tutti) i cristiani?

Le Monde, 24 maggio 2026

Per i cristiani, la Pentecoste commemora la discesa del soffio divino, lo "Spirito Santo", sui discepoli, dieci giorni dopo l'Ascensione . Si celebra questa domenica, 24 maggio, dai cattolici e da gran parte dei protestanti, che seguono il calendario gregoriano, e il 31 maggio dai cristiani ortodossi, che seguono il calendario giuliano. Ecco cinque domande per aiutarvi a comprendere una delle festività cristiane più importanti, che per molti simboleggia la nascita della Chiesa.

Cosa celebrano i cristiani a Pentecoste?

Secondo il racconto del Nuovo Testamento, la Pentecoste celebra la "discesa dello Spirito Santo", sotto forma di "lingue di fuoco", sui primi discepoli di Cristo riuniti a Gerusalemme. I discepoli improvvisamente iniziarono a parlare in tutte le lingue che non conoscevano, e furono così in grado di rivolgersi alle "nazioni", cioè a tutti i popoli della Terra, e quindi non solo agli ebrei.

Lo Spirito Santo dona anche ai discepoli, fino ad allora piuttosto timidi, il coraggio di rendere pubblica testimonianza di Cristo. Così, la festa di Pentecoste è considerata sia come festa dello Spirito Santo, una delle tre "persone" della Trinità divina (con Gesù, "il Figlio", e "Dio Padre"), sia come celebrazione della nascita della Chiesa, una Chiesa dal fine universalista, che si rivolge a tutta l'umanità e intende diffondere la "Buona Novella" della risurrezione di Cristo "fino agli estremi confini della terra" .

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Questo racconto si trova in particolare nel secondo capitolo degli Atti degli Apostoli, il libro del Nuovo Testamento che narra la nascita della Chiesa dopo l'ascensione di Gesù al cielo. Vi si legge: «Quando giunse il giorno di Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Improvvisamente venne dal cielo un fragore come di vento impetuoso che riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si divisero e si posarono su ciascuno di loro. Tutti furono pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava loro di esprimersi» (Atti 2,1-4).

Con un tocco di ironia, il testo specifica poi che alcuni dei presenti erano convinti che i discepoli fossero ubriachi (Atti 2:13). Ciononostante, quel giorno furono battezzate "tremila anime" , ci dice il testo.

Qual è il legame tra la Pentecoste cristiana e la Pentecoste ebraica?

La festa cristiana di Pentecoste ha radici ebraiche. Negli Atti degli Apostoli, infatti, si indica che i discepoli si riunirono in occasione della "Pentecoste" , nome greco della festa di Shavuot, durante la quale gli ebrei si recavano in pellegrinaggio a Gerusalemme.

Per gli Ebrei, Shavuot era originariamente una festa agricola che celebrava l'inizio del raccolto e la raccolta delle primizie. Tuttavia, assunse anche una dimensione religiosa e gradualmente venne associata alla consegna delle tavole della Legge da parte di Dio a Mosè sul Monte Sinai.

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Nell'ebraismo, la festa di Shavuot (quest'anno dal 21 al 23 maggio) si celebra cinquanta giorni dopo la Pasqua ebraica, Pesach. Il termine "Pentecoste" deriva da questo, poiché pentêkostê significa "cinquantesimo [giorno]  " in greco.

Il nome Pentecoste fu successivamente adottato dai cristiani. L'esegesi cristiana tracciò quindi un parallelo tra la discesa delle Tavole della Legge e la discesa dello Spirito Santo, stabilendo così una corrispondenza tra Antico e Nuovo Testamento, tra la Pentecoste ebraica e la Pentecoste cristiana.

Qual è il ruolo della Pentecoste nelle diverse confessioni cristiane?

Sebbene la celebrazione della Pentecoste sia attestata in alcune comunità cristiane già nel II secolo  , fu nel IV secolo  che divenne una festività a tutti gli effetti. Presente prima dello scisma del 1054 e prima della Riforma protestante del XVI secolo, la Pentecoste è condivisa da tutte le confessioni cristiane.

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Sebbene celebrata sia dai cattolici che dagli ortodossi, la Pentecoste è considerata la festa di maggiore importanza dai protestanti. La Riforma ha posto grande enfasi sullo Spirito Santo, insistendo sul fatto che ogni cristiano può essere ispirato da questo "soffio divino" e quindi leggere e interpretare le Scritture in modo indipendente, senza dover sottomettersi al clero. Tra le varie correnti del protestantesimo, gli evangelici, in particolare i pentecostali, considerano la Pentecoste una delle tre principali festività del calendario, insieme al Natale e alla Pasqua. In questa branca del cristianesimo in rapida crescita, lo Spirito Santo occupa un posto centrale nella vita del credente, che sperimenta regolarmente il "soffio di Dio".

All'interno delle chiese pentecostali, si attribuisce quindi notevole importanza ai fenomeni mistici considerati manifestazioni dello Spirito Santo. È il caso, ad esempio, della "glossolalia", ovvero del "parlare in lingue", ossia l'atto di emettere suoni che sembrano appartenere a una lingua sconosciuta, che a volte viene associato alle parole pronunciate in tutte le lingue dai discepoli di Gesù nel racconto degli Atti degli Apostoli.

Come si svolge la celebrazione della Pentecoste?

Per i cattolici, la Pentecoste è preceduta dalla Veglia di Pentecoste, che si svolge la sera precedente. Durante questa celebrazione, viene letto il brano del Libro dell'Esodo che narra la teofania – la "manifestazione di Dio" – davanti a Mosè sul Monte Sinai, richiamando Shavuot, la Pentecoste ebraica. La domenica, durante la celebrazione della Pentecoste vera e propria, viene letto il brano degli Atti degli Apostoli che descrive la discesa dello Spirito Santo sui discepoli (Atti 2,1-11). Questa lettura è inclusa anche nelle chiese ortodosse ed è molto comune nelle chiese protestanti.

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Nella Chiesa cattolica, è tradizionalmente intorno alla Pentecoste che alcuni fedeli ricevono il sacramento della Confermazione. Questo sacramento, che può essere ricevuto a qualsiasi età ma è spesso amministrato durante l'adolescenza, è infatti associato alla ricezione della "pienezza" dello Spirito Santo.

Come viene determinata la data di Pentecoste?

La Pentecoste è una festa mobile. Si celebra cinquanta giorni dopo la Pasqua, che a sua volta si festeggia la domenica successiva alla prima luna piena di primavera. Poiché il calendario ortodosso (noto anche come calendario giuliano , un calendario solare introdotto da Giulio Cesare nel 46 a.C.) differisce dal calendario utilizzato da cattolici e protestanti (noto anche come calendario gregoriano, introdotto nel 1582 da Papa Gregorio XIII), la Pentecoste ortodossa cade generalmente in una data diversa, fissata cinquanta giorni dopo la Pasqua ortodossa (pertanto, nel 2024, essendo la Pasqua ortodossa caduta il 5 maggio, la Pentecoste ortodossa è stata celebrata il 23 giugno).

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Contrariamente a quanto si crede comunemente, la Pentecoste non si celebra di lunedì, ma di domenica. Come il Lunedì di Pasqua, il Lunedì di Pentecoste è una festività pubblica in molti paesi cristiani perché cade il giorno successivo alla festa.

https://www.lemonde.fr/le-monde-des-religions/article/2026/05/24/quelle-est-la-signification-de-la-pentecote-pour-tous-les-chretiens_6234158_6038515.html

venerdì 27 febbraio 2026

Maria Maddalena, una donna in carne e ossa

Rogier van der Weyden

Roberto Carnero, Forti e dolci: le figure femminili nella Bibbia
Avvenire, 15 gennaio 2025

Il manoscritto ritrovato è stato per secoli un artificio letterario ricco di fascino: pensiamo al Don Chisciotte, ai Promessi sposi o al Nome della rosa. Nel caso dell’ultimo lavoro di Marilù Oliva, invece, il manoscritto ritrovato è qualcosa di verissimo, palpabile, ingiallito dal tempo: un commento biblico di circa 600 pagine realizzato dal padre. L’idea del volume La Bibbia raccontata da Eva, Giuditta, Maddalena e le altre (Solferino, pagine 240, euro 17,90) è nata quando, nella cantina della vecchia casa di famiglia, l’autrice ha ritrovato il dattiloscritto del padre, scomparso quando lei aveva solo sei anni. «Il suo era stato un percorso piuttosto particolare: era di estrazione sociale povera, ma lo studio è stato il modo per riscattarsi. Ha sempre lavorato nei contesti più duri, studiando la Bibbia e l’ebraico fin da giovanissimo. Si è laureato tardi in Filosofia sostenuto da mia madre, ha iniziato quindi a lavorare come professore, ha poi vinto diversi concorsi biblici, ha visitato i luoghi narrati nelle Sacre Scritture e ha scritto questa esegesi completa, mai pubblicata, molto limpida, nascosta per decenni in uno scatolone, tra polvere e ragnatele». Da qui l’idea di proporre alcuni momenti della Bibbia secondo la direzione impressa da Oliva alla propria ricerca letteraria negli ultimi anni: una rilettura (e riscrittura) dei grandi testi fondativi del canone occidentale in una luce femminile.

Come si inserisce questo libro nel suo itinerario creativo?

«Questa “mia” Bibbia è un nuovo tassello in un percorso iniziato con la riscrittura dei poemi omerici e dell’Eneide di Virgilio. Il tentativo è quello di dar voce alle donne, donne spesso rimaste ai margini e in silenzio. Pensiamo alle donne (umane) dell’Iliade, che nell’originale non hanno quasi voce, eccezion fatta per Andromaca ed Ecuba. Per quanto riguarda la Bibbia, egregi biblisti ed esegeti (penso a Irmtraud Fischer, Adriana Valerio, Benedetta Rossi, Luigino Bruni) hanno sottolineato che le donne bibliche sono state inserite in un contesto declinato al maschile».

Come definirebbe la sua lettura, femminile o femminista?

«Il femminismo è un movimento che parte dall’idea di abbattere una disparità. Tale disparità si è ridotta nel Novecento, ma non è ancora scomparsa del tutto e si presenta anche in forma surrettizia. Se noi pensiamo all’immaginario dell’antica Grecia, le donne erano fortemente penalizzate. Raccontarle cercando di farle emergere è stato il mio progetto e, in questo senso, ogni mio scritto è femminista».

Non c’è il rischio di un’operazione ideologica?

«Mi sono accostata a questo lavoro con molto rispetto e timore. L’ho fatto ponendomi in una condizione di comprensione e di maieutica nei confronti di un libro antichissimo, sacro, ricco di storia, ma anche epico. Il fatto che accanto a me ci fosse il manoscritto di mio padre è stato fondamentale. Detto questo, però, penso che ogni libro serio sia anche politico, nel senso etimologico del temine. Si inserisce cioè in un contesto più ampio, che riguarda la cittadinanza intesa come comunità, la nostra visione del mondo, il nostro desiderio di renderlo un posto più giusto e accogliente per tutti. Ciò con la consapevolezza che ogni nostra azione potrebbe semmai rivelarsi un’infinitesimale goccia in un oceano vastissimo: per questo sono preziose le connessioni e le collaborazioni».

Quale immagine della donna ha ricavato dalle Scritture?

«All’inizio sembra che le donne siano preposte quasi esclusivamente al compito di mogli e madri, tanto che la fertilità per alcune di esse diventa un’ossessione (penso a Sara). Alcune, come la moglie di Noè, non vengono nemmeno nominate. Ma altre, man mano, si fanno strada con forza e dolcezza: penso a Miriam, che protegge il fratello (quindi le sorti del popolo ebraico), danza, intona inni, condivide scelte politiche. Alcune attendono, consigliano, aggiustano le mosse sconsiderate dei mariti, come Abigail. Poi ci sono le figure eroiche, quali Giuditta o Ester. All’interno di una visione dove gli uomini decidono le sorti dei popoli, si trovano passaggi in cui la presenza delle donne è potente».

Che cosa avviene con il passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento?

«C’è un cambio di prospettiva, poiché Gesù, anche rispetto alla considerazione delle donne, mostra un lato inedito: non solo ha difeso l’adultera che rischiava di essere lapidata, ma in ogni scambio o relazione si è mostrato benevolo, attento, comprensivo, libero da pregiudizi. Penso all’episodio dell’emorroissa o a come ha accolto Maria di Magdala. Anche questo rende la cifra della sua grandezza e novità del suo messaggio».

Ci vuole dire qualcosa della sua lettura della figura di Eva?

«Ho immaginato Eva come una creatura pura, curiosa, immersa nella meraviglia del creato. Ho cercato di ritrarla nei primi istanti della sua esistenza, quando, ben lontana dall’idea di acquisire un’identità, sentiva che il suo palpitare aveva un senso indicibile, in quel magico incastro dove il tempo pareva sospeso e nessuna preoccupazione oscurava le giornate. L’infrazione al divieto divino non mi è sembrata una mancanza di rispetto, al contrario: era come se lei avesse voluto provare, anche solo in parte, tutti i grandi doni elargiti».

E Maria Maddalena?

«Per delinearne la figura sono partita da un presupposto: la grandezza di Gesù. Il suo essere dissidente per l’epoca, eroico, con quel messaggio d’amore universale che tanto stride rispetto ai tempi feroci in cui si svolgono quelle vicende, tempi in cui imperversano le guerre e l’imperialismo romano. Maddalena, figura eccezionale e intrepida, non può non essere profondamente colpita da un uomo così: in lei si mescolano la devozione, la gratitudine, l’amore inteso nel senso più esteso».



Rogier van der Weyden


Paolo Di Stefano
Maddalena superstar. 
Tre personaggi in uno: peccatrice, convertita, mistica
Corriere della Sera, 15 gennaio 1995

... Per affrontare la complessità di un personaggio che non finisce di eccitare la fantasia contemporanea, abbiamo incontrato Giovanni Pozzi, padre minore cappuccino, nato a Locarno nel 1923, allievo di Billanovich e di Contini, per tre decenni professore di Letteratura italiana all'Università svizzera di Friburgo, filologo e studioso della poesia barocca, in particolare di Giovan Battista Marino (sua è l'edizione dell' Adone); indagatore, tra l'altro, dell'oratoria sacra, dei rapporti intimi tra parola e immagine nel Seicento, della "poesia per gioco", degli enigmi iconico poetici. La sua ultima raccolta di saggi, dopo La parola dipinta, si intitola Sull' orlo del visibile parlare (Adelphi). 
Padre Pozzi, come si sviluppa l' immensa fortuna di Maria Maddalena?
"La sua fortuna letteraria e artistica, che risale all'alto Medioevo e a ondate successive arriva fino a noi, va tenuta ben distinta rispetto alla fortuna devozionale e alla leggenda, anche se vi si collega per molti aspetti. Il personaggio di Maria Maddalena nasce dai Vangeli e sin dall' inizio si sviluppa in due direzioni: da una parte negli apocrifi, dall' altra negli gnostici. E' noto che la leggenda confonde tre Marie evangeliche: Maria di Magdala, dalla quale erano usciti sette demoni e che ha seguito il Cristo sul Calvario; Maria di Betania, che fu rimproverata dalla sorella Marta e difesa da Gesu', ed è la sorella di Lazzaro; e la generica convertita di cui parla Luca, che ottenne da Gesù il perdono dei propri peccati. In Giovanni, Gesù risorge a Maddalena, che diverrà la sua prima messaggera. Sono tutti episodi molto suggestivi che vengono fusi in un solo personaggio dalla leggenda".
Perche' questa fusione? 
"La sintesi si deve a Gregorio Magno e si impone in Occidente. Dal IX secolo, le "vite dei santi", che fioriscono con il rafforzarsi della devozione, divulgano la leggenda di una Maria Maddalena che unisce in sé le tre figure evangeliche. Ormai la filologia testamentaria è favorevole alla distinzione. In Oriente i tre personaggi sono sempre rimasti separati".
Ma che cosa viene aggiunto dalla leggenda rispetto alle informazioni evangeliche? 
"La leggenda completa e ricostruisce le vicende della santa dopo l'ascensione di Cristo, per esempio il viaggio su una nave senza timone che si conclude per miracolo con l'approdo a Marsiglia. Poi, tutta la parte penitenziale, la vita eremitica nella grotta di Sainte Baume vicino a Marsiglia. Questo è il risultato di un altro innesto, quello della leggenda di Maria Egiziaca, un personaggio inventato che non fa concorrenza a Maria Maddalena ma la completa".
Questo cumulo di personaggi in uno contribuisce all' ambiguità di Maria Maddalena e alla possibilità di raffigurazioni e di letture diverse... 
"Certo. Per esempio, prendiamo un fatto in fondo poco spettacolare ma molto significativo e di grande impatto: la Maria Maddalena che sta ai piedi della croce commette un'infrazione perché ai piedi della croce dovrebbe stare un discepolo. Ma quell' infrazione Gesù la approva e quell' episodio permetterà a Maria Maddalena di assumere un ruolo molto importante nella promozione della donna. Forse è per questo che ha avuto tanta fortuna presso gli gnostici. Poi, è chiaro che i diversi momenti storici mettono in evidenza un aspetto della santa e ne tengono in ombra altri".
In questo senso, allora, il romanzo di Brignole Sale* si puo' considerare una "summa" dei motivi che accompagnano il personaggio di Maria Maddalena? 
"Dal punto di vista della vicenda, Brignole Sale non inventa assolutamente nulla. La vita di Maddalena è quella data dall' agiografia. Brignole Sale ricama sui motivi, soprattutto sulla bellezza nei suoi vari aspetti, che è il motivo segreto che percorre tutto il romanzo, così come altre metafore: il fuoco, rappresentato prima dalle fiamme del desiderio e poi dal pallore della cenere; e poi l' acqua, il pianto, le lacrime. Questi motivi torneranno combinati in tutti i modi possibili. Il fatto più significativo è che Brignole Sale adotta la forma romanzo, un genere di consumo ancora agli inizi, assumendo un argomento sacro che si presta bene alla rappresentazione della bellezza. Negli inserti poetici, che sono delle amplificazioni, Brignole Sale sviluppa le sue fantasie barocche. Va detto, tra l'altro, che l'autore scrisse questo libro prima della conversione, quindi ha molte venature libertine, è un tipico impasto barocco di sacro e profano. Come la sua eroina, del resto: per questo piace tanto al gusto moderno".
Ma come si può consigliare la lettura di Brignole Sale al lettore moderno? 
"Consiglierei di leggere il romanzo a piccole porzioni, magari seguendo l' indice tematico (erano gli autori secenteschi stessi a compilare indici tematici per le loro opere), saltando qua e là a seconda dei temi, che sono come lanterne magiche. La lingua e l'eccesso di metafore possono essere d'ostacolo a una lettura continuata. Sarebbe come mangiare un cibo con troppa salsa".
Dunque, è la metamorfosi di Maria Maddalena a sollecitare diversi punti di vista. Puo' fare qualche esempio sul piano figurativo? 
"La rappresentazione iconografica della Maddalena viene da lontano: basti pensare alla pittura medievale. Il Beato Angelico la rappresenta attaccata ai piedi di Gesu' anche al momento della deposizione. Botticelli la ferma nell'attimo della conversione. Masaccio, nei primi del Quattrocento, la raffigura ai piedi della croce, in rosso, con lunghi capelli sciolti. Vincent Malo ce la fa vedere mentre lava i piedi al Cristo deposto. In pieno XV secolo, di solito abbiamo la figura di Maria Maddalena sola con un vaso di unguenti. Ovviamente, con una grande eccezione, quella di Donatello, straordinaria. Tra fine Quattro e inizio Cinquecento c'è la cortigiana, elegante e con vesti sontuose, a volte discinta. Con Tiziano abbiamo la penitente nella grotta, ma il tema biblico è un modo per evitare la censura di fronte alla nudità: basti pensare a tutte le Susanne cinquecentesche al bagno. Sostituire Venere con una santa era un artificio per rispettare gli obblighi imposti dalla Chiesa. In altri casi, non c'è nudo, come nei bellissimi dipinti di La Tour, per esempio quello con lo specchio. In Caravaggio trionfa l'estasi, così come in Rubens. Le varianti sono moltissime: dalla rappresentazione erotica della peccatrice, a quella mistica e devozionale, a quella penitenziale, eccetera".
E la letteratura? 
"L' esplosione si ha nel Seicento, specialmente in Francia. Ricordo che in Francia nel Medioevo Maria Maddalena (le cui reliquie si conservano in tre luoghi: a Vézelay, a Marsiglia e a Efeso) viene assunta come rappresentante di un grande ordine monastico, quello di Cluny, e diventa la protettrice dell' eremitaggio. La sua importanza, in Francia, dura fino all' Ottocento, quando Maria Maddalena diventa la bandiera della restaurazione cattolica (penso, per esempio, al padre Lacordaire). Ma torniamo al barocco. L'autore piu' famoso che nel Seicento si occupa di Maddalena è il provenzale Pierre de Saint Louis, il quale scrive un poema barocco straordinario che fu fonte di dileggio da parte della cultura francese, mal disposta verso il concettismo. Questo Pierre costruisce, attorno alla Maddalena, giochi incredibili, acrostici, anagrammi, metafore ardite. Poi c'è una ricca serie di pezzi lirici, madrigali e sonetti: in Italia, Marino ne ha di bellissimi. Sarebbe inoltre straordinario raccogliere le prediche seicentesche su Maria Maddalena come esempi della più incredibile eloquenza barocca".
Torniamo indietro, abbiamo dimenticato Aretino, che pure si interessa al personaggio. 
"Aretino, ovviamente, aveva i suoi buoni motivi per parlare di Maria Maddalena. Ma la assume come pendant dei personaggi piu' osceni, perché gli serve giocare con la mistica".
E il Novecento? Testori, per esempio, fa un libro su Maddalena con proprie poesie accompagnate da molti quadri, soprattutto barocchi. 
"Lasciamo perdere Testori. Certo, poteva piacergli il personaggio di Maria Maddalena: ma i suoi ultimi testi sono le miscele disgustose di un dannunziano cattolico, piene di sporcizie. Crede di essere barocco, ma il barocco lombardo è un'altra cosa".


* Anton Giulio Brignole Sale, Maria Maddalena peccatrice e convertita. Scritto nel 1636, è stato riproposto in una edizione a cura di Delia Eusebio nella collezione Pietro Bembo (Guanda, pp. 541), diretta da Dante Isella e Giovanni Pozzi.


Una immagine antica e familiare


Georges de La Tour, Maddalena allo specchio, Washington DC 

Il tema della Maddalena riveste un ruolo centrale nella storia dell'arte occidentale. E si capisce perché. La figura femminile più rappresentata in assoluto resta ovviamente la Vergine Maria, la madre di Gesù. Essa assume il profilo della santa, ha una figura dolce e amorevole, nei ritratti è avvolta dalle sue vesti, solo il collo, il volto, i piedi, le mani e le braccia si offrono allo sguardo dello spettatore. Altra cosa è Maria Maddalena, che è il personaggio femminile più rappresentato dopo la Vergine e che riunisce in sé due nature, in un primo tempo è la peccatrice, in un secondo tempo è la donna redenta. A un certo punto, nell'età moderna, la rappresentazione più libera del corpo si afferma, e questo per la Vergine Maria non sarebbe stato possibile. La Maddalena permette agli artisti di spostare l'attenzione dalla figura della madre affettuosa a quella della donna attraente e desiderabile. In tal modo torna in primo piano la peccatrice che si intravede dietro la donna redenta. Si veda per esempio l'opera di Tiziano (1533 circa) o quella di Artemisia Gentileschi (1615-1616). 


Il titolo di ogni quadro suggerisce una Maddalena penitente, tuttavia l'immagine trascende questa semplice definizione. La versione di Tiziano è decisamente più provocante. In quella di Artemisia, una certa sensualità traspare per via dell'ampia scollatura generosa e di una spalla nuda. Malgrado la Controriforma, nei secoli XVII e XVIII, persiste la tendenza a rappresentare l'immagine con una concretezza fisica e umana. Nel XIX secolo, si assiste a un'esplosione della nudità con Hayez (1833) e Canova (La Maddalena giacente).
Passando alla Maddalena di Georges de La Tour (1593-1652), non si tratta di un'unica rappresentazione, ma di quattro. Quattro dipinti dello stesso soggetto, come nella montagna Sainte Victoire di Cézanne; secondo Elias Canetti, l'ostinazione nel riprendere sempre lo stesso soggetto sarebbe dovuta a una volontà di resistenza alla morte; non è chiaro se questa interpretazione si applichi anche a Georges de La Tour. Fatto sta che la sua Maddalena  quattro volte ripetuta innova rispetto alla tradizione pittorica. Per trovare un paragone, bisogna tornare alla Maddalena di Giotto nella Cappella degli Scrovegni (1303-1305): in quel caso, la fisicità del volto e delle braccia era resa con estrema economia di mezzi, e la donna si protendeva verso Gesù che, in piedi, le chiedeva di fermarsi con un gesto della mano (Noli me tangere). La Maddalena di La Tour evoca per parte sua altre interpretazioni della figura femminile nella storia dell'arte, come la Gioconda di Leonardo e la madre di Cristo nelle sculture di Michelangelo, la Pietà in San Pietro e la Madonna con bambino di Bruges. In tutte queste opere, la figura rappresentata più che rimandare a una presenza viva dà corpo a un ricordo, che in Leonardo è reso dalla tecnica dello sfumato e in Michelangelo si cristallizza in una sorta di freddezza monumentale. La Maddalena di La Tour emerge dal buio alla tenue luce di una candela. È una donna giovane ridotta alla sua forma essenziale, con un volto assorto, è seduta, porta una gonna che lascia scoperte le gambe allineate in primo piano. Nel quadro è presente un teschio, motivo che ricorre spesso nell'iconografia del soggetto. Notevole è la presenza della candela che simboleggia la luce, la stessa vita umana nell'associazione con il teschio, l'anima individuale, il rapporto tra spirito e materia (la fiamma che consuma la cera). Il peccato e la redenzione non entrano per nulla in questo ordine di considerazioni, Quello che osserviamo attraverso il quadro è il profilo perenne, persistente nella memoria e immutabile nel tempo, della presenza femminile nel mondo degli uomini e della storia. 


The Magdalene with the smoking flame (1637),
Los Angeles Museum of Arts



The Penitent Magdalene (1639), New York, Metropolitan Museum of Art 


La Madeleine à la veilleuse (1640-1645), Louvre


sabato 31 gennaio 2026

Non strattonate Francesco


Enzo Bianchi
Non strattonate Francesco. Era un folle, sempre fuori posto

La Stampa Tuttolibri, 31 gennaio 2026 

Inverno 1224-1225, Francesco d’Assisi è un uomo di poco più di quarant’anni, che ha vissuto secondo la forma del santo Vangelo. Il Signore gli aveva dato dei fratelli, ai quali consegnò una Regola che la chiesa approvò, anche se continuava a ribadire che l’unica vera Regola è «osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo» (Regola Bollata 1). Quando la sua comunità è grande, nel 1220 egli rinuncia al governo dei fratelli ma non rinuncia e esserne guida spirituale, sebbene constati che ormai il progetto che il Signore gli aveva rivelato non era più seguito dai suoi fratelli ed egli era diventato oggetto di contestazione e anche di disprezzo.

Sovente in ritiro con qualche fratello, vive “la grande tentazione”, mentre la salute fisica peggiora e la malattia lo rende debole e gli toglie la vista. Nella sua infermità, è accolto da Chiara nel giardino del monastero, sempre più provato e tentato ma consolato dalla presenza di colei che si diceva “pianticella di Francesco”. Ormai somigliantissimo all’umano suo Signore, dopo una notte terribile, di tenebra anche interiore, al mattino si alzò e disse ai frati che erano con lui: «Per la grazia e benedizione così grande che mi è stata elargita… voglio, a lode di Lui e a mia consolazione e per l’edificazione del prossimo, comporre una nuova Lauda del Signore per le sue creature» (Leggenda perugina 43). E così, fatto silenzio, con il volto verso il sole che non vedeva più, essendo i suoi occhi fasciati dopo essere stati cauterizzati, cominciò a dire: «Altissimu onnipotente bon Signore …».

Ecco com’è nato il Cantico di frate sole: da un cristiano malato, debole, povero e tentato, ormai cieco, impossibilitato a vedere il sole e le altre creature. Con questo cantico nutrito dalla preghiera di Francesco, ispirato dai salmi biblici e generato dal suo cuore capace di vedere e osservare con gli occhi la bellezza di ogni creatura animata o inanimata, egli dice innanzitutto un “amen”, un “sì” alla vita e a questo mondo, quindi loda, ringrazia il suo Signore che chiama con confidenza e amore “mi’ Signore”, il mio Signore. Come ci testimonia Tommaso da Celano, Francesco «non era più un uomo che pregava, era ormai diventato preghiera vivente» («non tam orans, quam oratio factus»; Vita seconda 95).

È dunque un’intuizione singolarmente acuta quella di accedere alla vita di Francesco dal Cantico delle creature come fa Giulio Busi in Il Cantico dell’umiltà, Vita di San Francesco. E Busi lo fa riconducendo Francesco a una lettura finalmente profonda e non prona alle mode, come spesso è accaduto e continua ad accadere, soprattutto in questo anno di celebrazioni per l’ottavo centenario della morte.

C’è molto dell’autore in questa lettura di Francesco, molto del raffinato studioso di mistica ebraica, di conoscitore della Bibbia, di rigoroso filologo, di storico che conosce i documenti, li studia e li rispetta. Lontano dagli stereotipi e dai luoghi comuni ai quali ancora oggi è purtroppo e da troppi ridotto, Francesco è uno che deve parlare all’intimità e quindi è giusto che lo si renda attraverso una lettura intima, quindi vera, autentica, come quella che fa Giulio Busi.

Sottraendolo a quelle che sono le letture superficiali e di comodo che ne vengono spesso fatte - ecologista, pacifista, animalista, antiborghese, anticapitalista, anti gerarchico - il Francesco di Busi è scomodo perché contraddittorio. Questa non è una biografia ma una narrazione raffinata, elegante ma al tempo stesso ruvida, impietosa, spietata appunto perché non esita a mostrare la contraddizione che abita Francesco. In lui si muovono dialetticamente due aspetti irriducibili l’uno all’altro: quello della rottura, del cammino, del disagio cercato, della non garanzia della vita, e dall’altro il contemplativo, il mistico, il somigliantissimo.

Busi offre di Francesco non una descrizione ma un’interpretazione che sgorga da un maniacale studio delle fonti francescane. Emerge un Francesco esistenziale, cioè vissuto e non semplicemente rappresentato. È morto da ottocento anni ma da più di ottocento anni Francesco è strattonato da ogni parte e questo fa parte della sua testimonianza. Busi fa ben capire che non è possibile trovare Francesco fuori dal disagio da lui vissuto di non essere mai esattamente al suo posto. Non è al suo posto quando è il borghese che deve diventare un bravo mercante, non è al suo posto come cavaliere che parte per la crociata, non è al suo posto quando è un eremita, non è al suo posto neppure all’interno dell’ordine che ha fondato. Emblematico è l’episodio della “perfetta letizia” che Busi commenta alla perfezione: in una notte di pioggia, di gelo e di vento il santo di Assisi bussa alla porta di un suo convento e il guardiano lo caccia anche se lo ha riconosciuto, perché di notte non accolgono nessuno. È qui che Francesco pensa che l’umiliazione che sta subendo e la difficoltà che sta vivendo siano il suo percorso, la sua verità e per questo è perfetta letizia. Essere fuori posto è la sua grazia, una grazia molto tormentata.

Busi coglie poi l’essenziale, il nucleo incandescente della figura di Francesco ed è la sua follia secondo il vangelo, il suo radicalismo evangelico, quel suo attenersi ostinatamente al Vangelo sine glossa. Francesco è stato riconosciuto come il “somigliantissimo a Cristo”, una somiglianza che nasceva dalla familiarità con le Scritture e in particolare con il Vangelo di cui parla sempre e solo al singolare.

Di fronte a chi, improvvisandosi esperto di Francesco, ne sta facendo l’icona dell’italianità e il manifesto culturale italiano, il saggio di Busi è l’antidoto più efficace all’ideologia indecente priva di ogni spessore intellettuale, al devozionismo superficiale mancante di ogni profondità spirituale, e non per ultimo è anche l’anticorpo alla strumentalizzazione politica.

La storia si ripete, se si pensa che - come ha ricordato di recente Bruno Bignami - esattamente un secolo fa il fascismo officiava i settecento anni della morte di Francesco esaltandone l’italianità e il santo di Assisi fu salutato come “l’italiano per eccellenza”, dichiarando il 4 ottobre festa nazionale. Giuseppe Nicolini, allora vescovo di Assisi, vi fece eco proclamando Francesco “il più santo degli italiani e il più italiano dei santi”. In quella circostanza don Primo Mazzolari scrisse a un’amica: «Ho paura che la folla degli esteti della santità deturpi, in questo centenario rumoroso e vuoto, quel santuario di povertà e purezza». Non poteva che essere un figlio di Francesco, il custode del Sacro convento di Assisi fra Marco Moroni, a dichiarare aprendo l’anno giubilare francescano il 10 gennaio scorso: «Dobbiamo sempre vigilare di fronte alle derive della religione civile e alla tentazione degli atei devoti, e usare cautela quando si associano fede e identità nazionale».

Il Francesco di Giulio Busi aspira a dare un’anima evangelica a questo Paese e rifiuta di farsi stampella di una religiosità identitaria e nazionale.

lunedì 29 settembre 2025

Da che parte sta Dio


Carlo Verdelli
Stravolgere la religione (per fini politici)
Corriere della Sera, 29 settembre 2025

Mentre il mondo scivola verso il rischio catastrofico di un’altra grande guerra, con una irresponsabilità di atti e minacce che ci avvicinano al superamento del confine di non ritorno, prende sempre più corpo una impetuosa corrente d’odio che attraversa sia la scena internazionale sia quella dei singoli Stati, Italia compresa.

E uno dei collanti di questa crescente e rabbiosa intolleranza sembra diventato la croce. Non una qualsiasi: la croce di Cristo.

Non c’è un reato per l’uso improprio della parola Dio. Non esiste tribunale che sanzioni chi travisa a propri fini la pietra d’angolo del suo messaggio evangelico: ama il prossimo tuo come te stesso. Non c’è legge che eviti di trasformare il Padre in padrone. E così assistiamo al fenomeno di ideologie che, proprio nel nome di Dio, si cimentano a benedire posizioni e scelte che niente hanno a che fare con lo spirito evangelico e molto con una concezione autoritaria, gerarchica, dei rapporti sociali e anche delle relazioni politiche, belliche o commerciali che siano. Cuore di questa nuova chiesa, cristiana d’ispirazione ma tribale e pagana di fatto, sono gli Stati Uniti del secondo Trump, con un imperatore che si sente anche papa (si è fatto ritrarre in quella veste un po’ per celia e un po’ no), con la folla di fedeli Maga, con i suoi predicatori, come lo era Charlie Kirk, asceso a una specie di santità laica dopo essere stato oscenamente assassinato.

Diceva, l’influencer Kirk, di voler salvare l’America. In realtà voleva salvarne una soltanto: la sua, bianca, armata, impaurita. Una volta arringò la platea sostenendo che «Dio non ci ha fatti tutti uguali, ci ha dato ruoli diversi». Un’altra che «le minoranze devono ricordarsi di essere ospiti in questa casa». Spesso smussava queste uscite il giorno dopo, ma intanto il messaggio era arrivato. Kirk parlava alla pancia di un Paese che vede nella diversità una minaccia, che trasforma la fede in un’arma e la Bibbia in una bandiera. Un Paese che ha trovato in Trump non un leader ma uno specchio. Quel Trump che continua a invocare Dio non per chiedere perdono ma consenso, con un messaggio primitivo e potente: Lui è dalla nostra parte.

Difficile dire come faccia a stabilirlo, facilissimo capire il tornaconto di questa indebita appropriazione. Una legittimazione del proprio potere che trascende, letteralmente, il consenso elettorale. Un’investitura divina che cancella ogni traccia di responsabilità democratica e che vanta non illustri ma innumerevoli precedenti, dalle Crociate al «Gott Mit Uns», Dio è con noi, impresso sulle fibbie del Terzo Reich.

È il catechismo delle nuove destre, con la rispolverata trinità «Dio, patria e famiglia», che fa proseliti anche in Europa, dalla Francia di Marine Le Pen all’Ungheria di Orbán, con la premier italiana che rivendica con furore la propria cristianità, il vicepremier Salvini che ha attraversato una fase, ma sembrerebbe superata, di baci esibiti alla medaglietta della Madonna, e una maggioranza che impone al Parlamento una seduta in memoria e onore di Charlie Kirk, che nessuno conosceva prima che venisse  assassinato ma che è rapidamente assurto nell’eletta schiera dei martiri della Fede. 

Ancora, dal vangelo apocrifo dello stesso Kirk: «Dio ha creato l’America per essere una nazione cristiana e chi vuole cambiarla si mette contro il piano divino». Un’altra volta, rivolto ai manifestanti per i diritti civili: «Non abbiamo bisogno di più uguaglianza, abbiamo bisogno di più ordine». E ci risparmiamo i sermoni sulla prevalenza genetica dei bianchi sui neri o variamente colorati.

Non c’è davvero più religione in questa appropriazione indebita della religione più praticata al mondo e nella sua diabolica distorsione in qualcosa che sta agli antipodi di quanto predicato dal Cristo e incarnato nella sua Passione. Come se le Tavole dei Dieci Comandamenti, con il loro profondo e inderogabile insegnamento a fare il bene, non fossero incise sulla pietra ma vergate con inchiostro simpatico. Gli ultimi saranno i primi, altro che «America First». Ma quasi tutto è lecito in politica, anche condurci come pecorelle smarrite verso orizzonti angoscianti ma sotto sgargianti bandiere benedette da non si sa quale divinità, piegata alla propaganda, convocata nei comizi come un testimone compiacente.

Dall’8 maggio scorso, siede sul soglio di Pietro il pontefice Leone XIV, al secolo Robert Francis Prevost da Chicago, Illinois. Il primo papa statunitense a ricoprire quella carica. Viene da domandarsi che cosa prova a vedere il Dio che rappresenta su questa Terra tirato per la tunica per cause che esulano dalla sua onnipotente divinità e che, comunque, sembrerebbero molto lontane dalle indicazioni di fratellanza, uguaglianza, amore per l’altro e per la natura, predicate dal Verbo. Dovrebbe valere una specie di tutela contro ogni tentativo di contraffazione e forse proprio lui, il Papa americano, potrebbe mandare una colomba viaggiatrice al suo conterraneo Donald, con un messaggio legato alla zampetta: «Non nominare il nome di Dio invano. Secondo comandamento. Grazie». E soprattutto non usarlo come stemma sull’ariete che minaccia di travolgere l’ultima trincea della democrazia, della pace.

domenica 10 agosto 2025

L'esistenza storica di Gesù

 


Chi era veramente Gesù?
Jean-Christian Petitfils  
GEO Histoire Hors-Série n° 14, "Gesù e la nascita del cristianesimo", dicembre 2021 - gennaio 2022

Soggetto di un'infinita moltitudine di opere religiose, filosofiche, storiche, letterarie e artistiche, Gesù è senza dubbio la figura più affascinante della storia dell'umanità, che si sia credenti o meno. Non passa quasi sei mesi senza che vengano pubblicati diversi libri su di lui, solo in francese. Questo interesse riflette una spiccata curiosità storica, ma anche una ricerca di significato e spiritualità in un mondo ampiamente secolarizzato. Tuttavia, troppi libri rivolti al grande pubblico rimangono segnati da un'eccessiva soggettività o da un gusto per il sensazionalismo.

È quindi essenziale un approccio razionale, calmo ed equilibrato all'uomo Gesù, lontano da controversie o scandali. Cosa sappiamo veramente del contesto storico del fondatore del cristianesimo ? Chi era? Un taumaturgo itinerante, un nuovo profeta, un riformatore ebreo, il Messia atteso da Israele ? Per quale motivo e su istigazione di chi fu giustiziato? In breve, quali sono i fatti attendibili e quelli meno attendibili?

Il ruolo dello storico è quello di incrociare fonti e fatti comprovati, analizzare e soppesare i testi, tenere conto delle scoperte archeologiche (numerose negli ultimi anni in Israele) e infine formulare le ipotesi più probabili. Non deve essere vincolato da convinzioni religiose, ma deve fermarsi al mistero, rispettandolo, lasciando a ciascuno la libertà di interpretarlo secondo le proprie convinzioni. Pertanto, non può pronunciarsi, in quanto tale, su esorcismi, miracoli e a maggior ragione sul mistero dell'Incarnazione o della Resurrezione. Questo non rientra nella sua area di competenza. Gli è impossibile assicurare o negare che Gesù abbia effettivamente trasformato l'acqua in vino nel villaggio galileo di Cana, che abbia camminato sulle acque del lago di Tiberiade , che abbia moltiplicato i pani e i pesci a Tabgha per sfamare le folle accorse ad ascoltarlo, che abbia guarito il "cieco nato" a Gerusalemme o che abbia riportato in vita il suo amico Lazzaro nel piccolo villaggio di Betania.

Altre fonti che informano gli storici sull'esistenza di Gesù

Quali fonti sono disponibili oltre ai quattro Vangeli canonici, riconosciuti dalle Chiese cristiane? Sono poche: poche note tratte da autori antichi, Tacito, Plinio il Giovane, Svetonio e soprattutto dalle Antichità Giudaiche, un testo di uno storico ebreo romanizzato, Flavio Giuseppe, risalente alla fine del I secolo: "A quel tempo viveva un uomo saggio di nome Gesù. La sua condotta era giusta ed era noto per la sua virtù. E un gran numero di persone tra gli ebrei e altre nazioni divennero suoi discepoli. Pilato lo condannò alla crocifissione e alla morte. Ma coloro che erano diventati suoi discepoli continuarono a esserlo. Dicevano che era apparso loro tre giorni dopo la sua crocifissione e che era vivo: quindi era forse il Messia di cui i profeti avevano narrato meraviglie". Anche il Talmud babilonese , che sintetizza le tradizioni dei primi cinque secoli dell'ebraismo moderno , parla di lui: «Alla vigilia della Pasqua, “Yeshu ha-notsri” (Gesù il Nazareno) fu impiccato […] perché praticava la stregoneria e aveva sedotto e sviato Israele».

Questi testi, purtroppo, ci dicono poco del Gesù della storia. Attestano, tuttavia, che non era un mito, un personaggio immaginario, come alcuni hanno sostenuto fin dal XIX secolo. Persino il filosofo romano Celso, violento polemista anticristiano del II secolo, non dubitò della sua esistenza. Fu la Resurrezione a inciampare: "Morto, dite, è risorto e ha mostrato i buchi nelle mani. Ma chi ha visto tutto questo?". Oggi, nessuno storico serio mette in dubbio l'esistenza di Gesù.

Vergine col Bambino circondata da santi, Louvre (dipinto di Bellini, tra il 1490 e il 1500).  Wikimedia Commons

Tra le altre fonti, dovremmo menzionare i Vangeli apocrifi (cioè segreti, nascosti)? In realtà, si tratta di testi molto tardivi, uno, due o tre secoli dopo i Vangeli canonici, gli unici conservati dalla Chiesa . Alcuni raccontano fatti chiaramente leggendari, miracoli gratuiti e superflui (il Vangelo arabo dell'Infanzia racconta, ad esempio, la storia del bambino Gesù che plasma un passero dall'argilla e lo fa volare via immediatamente!). Altri sono intrisi di una dottrina esoterica, la Gnosi, molto lontana dal messaggio cristiano, ad esempio nella sua condanna delle donne ("Le donne non sono degne della vita", dice il Vangelo di Tommaso)... Il Vangelo di Giuda, che fece molto parlare di sé sulla stampa mondiale quando fu pubblicato nel 2006, appartiene allo stesso movimento e probabilmente proviene dai Cainiti, una setta che, nel I secolo d.C., adorava Caino. Questo " Vangelo " fu scritto non prima di 150 anni dopo la morte di Gesù. Elogia Giuda, che sacrificò l'"involucro carnale" del suo padrone offrendolo al dio Saklas (sic). Questo mistico miscuglio non può esserci di alcuna utilità per comprendere la vita di Gesù. In breve, gli apocrifi non alterano in alcun modo i dati storici che si possono ricavare dai Vangeli canonici, che risalgono agli anni '60 (prima della distruzione di Gerusalemme nel 70 da parte dei Romani e della deportazione dei suoi abitanti), in un'epoca in cui i testimoni oculari erano ancora numerosi.

Tra tutti i testimoni, Giovanni sembra essere il più affidabile.

I quattro Vangeli canonici – Matteo, Marco, Luca e Giovanni – sono la nostra fonte primaria. Tuttavia, queste catechesi biografiche, che la Chiesa considera testi ispirati, non sono libri di storia, né tanto meno resoconti dal vivo. Il loro scopo è proclamare la fede in Gesù Cristo, morto e risorto per il perdono dei peccati e la salvezza del mondo. Lo storico ha il diritto, pur rispettando il loro significato spirituale, di trattarli come documenti storici. Da questa prospettiva, è importante interrogarsi sulla loro genesi e attendibilità. L'importanza della tradizione orale all'epoca, rafforzata dall'efficacia delle tecniche di memorizzazione rabbiniche praticate dagli ebrei pii , depone a favore della loro accuratezza. Ciò è particolarmente vero poiché i primi apostoli controllavano rigorosamente la trasmissione delle parole di Gesù. Possiamo quindi ritenere che esse riportino generalmente fatti e discorsi attendibili, anche se presentano qua e là alcune contraddizioni.

Secondo Sant'Ireneo (II secolo), una prima versione del Vangelo di Matteo fu scritta in "lingua ebraica" da Levi, detto Matteo, uno dei dodici apostoli. Fu completata per esigenze catechetiche (in particolare in vista della conversione dei pagani) da altri autori, dando origine infine ai nostri tre Vangeli cosiddetti "sinottici" (cioè leggibili in parallelo, poiché ripetono in parte gli stessi episodi), di Matteo, Marco e Luca. Questi ultimi due autori non furono presenti agli eventi della vita di Gesù che raccontano. D'altra parte, il quarto Vangelo è opera di un testimone oculare diretto ed eccezionale. Infatti, con Andrea, suo fratello Simon Pietro, Filippo e Natanaele, Giovanni Evangelista fu uno dei primi cinque discepoli di Gesù all'inizio del suo ministero pubblico, prima della formazione del gruppo dei Dodici. Sappiamo che questo Giovanni morì a Efeso nell'anno 101 d.C. Secondo Policrate, vescovo di questa città dell'Asia Minore nel II secolo, egli era un sacerdote di Gerusalemme, membro del sommo sacerdozio, il che spiega perché il Vangelo è in gran parte incentrato su Gerusalemme e sul suo Tempio.

Molta confusione circonda Giovanni Evangelista. Troppo spesso, e a torto, viene confuso con l'apostolo Giovanni, figlio di Zebedeo, pescatore sul Mar di Galilea, morto martire in giovanissima età. Un padre della Chiesa, Papia, vissuto a metà del II secolo, ci aiuta a vedere con chiarezza: egli attesta l'esistenza di due Giovanni, da una parte il pescatore, membro dei Dodici, e dall'altra il presbitero ("sacerdote") Giovanni, che i suoi seguaci chiamavano il "discepolo amato". Il Vangelo di Giovanni è al tempo stesso il più mistico e il più storico. Secondo lui, la cronologia del ministero pubblico di Gesù si estende su tre anni, dalla primavera del 30 a quella del 33, e non su un solo anno, come i sinottici l'hanno riassunta in modo schematico e didattico. È la cronologia di Giovanni, senza dubbio, la più attendibile.

Alla luce di queste informazioni, cosa sappiamo della vita di Gesù? È naturalmente impossibile per gli storici pronunciarsi sulla sua nascita verginale. Questa affermazione di fede deriva dai Vangeli. È ribadita dal Credo degli Apostoli, la preghiera che la tradizione attribuisce loro: "E Gesù Cristo […] nacque dalla Vergine Maria". Eppure, ciò mise in imbarazzo i primi discepoli, poiché avrebbe potuto indurli a credere che il loro maestro fosse nato illegittimamente. Ai loro occhi, fu più imbarazzante che gratificante. Durante la sua vita, gli oppositori di Gesù non esitarono ad accusarlo apertamente di essere "nato da fornicazione". Il filosofo Celso, riprendendo un'interpretazione polemica che circolava nella diaspora ebraica, fece di Maria una donna adultera. Il vero padre di Gesù era, secondo lui, un soldato romano di nome Panthera (un cognome derivato probabilmente dal greco "parthenos", la fanciulla, la vergine).

La verginità di sua madre, Maria, messa in discussione

Si è pensato a lungo che, nella tradizione ebraica, la verginità fosse percepita in modo del tutto negativo ("Siate fecondi e moltiplicatevi...", dice la Bibbia ebraica) fino alla scoperta, nel 1967, da parte dell'archeologo Yigaël Yadin, di un testo tratto dai Rotoli del Mar Morto , il "Rotolo del Tempio". Vi si parla di vergini consacrate e persino di voti di verginità perpetua rispettati all'interno del matrimonio. In altre parole, una giovane ragazza poteva prendere marito e decidere (se il marito non si opponeva) di rimanere vergine. È questa la situazione in cui si trovò Giuseppe, lo sposo di Maria? Il nome Gesù ("Ieschoua") dato al bambino era estremamente diffuso all'epoca. È una contrazione del nome biblico "Yehôshoua'", Giosuè, successore di Mosè, che significa "Dio salva". Quando nacque? In ogni caso, non il 25 dicembre dell'anno 1. Fu solo nel IV secolo che questa data fittizia della Natività fu fissata da Papa Liberio, al fine di cristianizzare la festa pagana del solstizio d'inverno ... Non possiamo conoscere il giorno esatto della nascita di Gesù, ma possiamo ipotizzare l'anno del suo arrivo nel mondo. Si dice che sia sette anni prima della nostra era. In quell'anno, infatti, si verificò per ben tre volte una rarissima congiunzione dei pianeti Giove e Saturno nella costellazione dei Pesci, con l'apparizione di una stella abbagliante sconosciuta - lo sappiamo dai moderni calcoli astronomici, ma anche dalle tavolette cuneiformi scoperte a Sippar in Mesopotamia . Tuttavia, in modo inquietante, l'evangelista Matteo parla di una stella che appare, scompare e poi riappare. È questa stella a guidare i Magi venuti dall'Oriente .

Sappiamo qualcosa della comunità a cui apparteneva questo neonato. Proveniva da un piccolo clan di pii ebrei giunti dalla Mesopotamia nel II secolo a.C., che si dichiaravano discendenti di re Davide, i Nazareni o Nazareni. Queste persone attendevano la nascita di un messia, credendo di essere designate dalla profezia di Isaia: "Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse (n.d.r.: il padre di re Davide)". Fu in questa speranza che avevano chiamato il loro villaggio nella Bassa Galilea "Nazara" o Nazareth (da "netzer", il "chirurgo", cioè il germoglio). Probabilmente anche Maria faceva parte di questo gruppo, poiché i matrimoni erano combinati dalle famiglie all'interno di ciascun clan. Dove nacque Gesù? Non c'è motivo di dubitare che fosse a Betlemme, la città di Davide, come affermano i Vangeli di Matteo e Luca, gli unici che menzionano la sua infanzia. San Luca specifica addirittura che Maria, incinta, si recò in questa città in occasione del censimento effettuato dal governatore della Siria , Quirinio. Giuseppe doveva effettivamente essere registrato lì. Gli storici obiettano che l'unico censimento noto nella regione fu effettuato nell'anno 6 d.C., ma, come alcuni testi antichi sembrano suggerire, altri censimenti potrebbero essere stati effettuati lì negli anni precedenti.

Un altro punto dei Vangeli rimane senza risposta: il massacro dei bambini innocenti di Betlemme, ordinato da Erode e raccontato da Matteo, non è storicamente accertato. Ma non è impossibile se sappiamo che Erode il Grande era un tiranno paranoico e sanguinario.

Giovanni, autore di uno dei quattro Vangeli canonici, era un sacerdote ebreo e uno dei primi discepoli di Gesù (dipinto di Boccaccio Boccaccino, XV secolo).  Wikimedia Commons

I Vangeli sinottici parlano di "fratelli" e "sorelle" di Gesù. Dobbiamo stare attenti a non prendere questi termini alla lettera. Come nei villaggi africani di oggi, tutti nella Bassa Galilea si chiamavano a vicenda fratelli e sorelle. In ebraico e aramaico antichi, la stessa parola è usata per designare un fratello di sangue, un fratellastro, un nipote o un cugino ("'ah" o "hâ"). I Vangeli nominano quattro di questi "fratelli" di Gesù: Giacomo, Giuseppe, Simeone e Giuda. Giacomo, ad esempio, è figlio di una certa Maria, moglie di Cleofa. Quest'ultimo, secondo Sant'Ege Sippo, uno scrittore cristiano del II secolo, è fratello di Giuseppe, marito di Maria. Giacomo è quindi cugino di primo grado di Gesù. Sarebbe diventato il primo vescovo di Gerusalemme e sarebbe morto lapidato nel 62 d.C. Simeone, che potrebbe essere stato figlio della stessa Maria, scomparirà, dal canto suo, durante il regno di Traiano (98-117). Di Giuseppe, il presunto padre di Gesù, sappiamo poco, se non che è un "tektôn", un artigiano-falegname, il che lo rende più di un carpentiere proletario, come viene spesso chiamato. Gesù imparò il mestiere con lui, ed entrambi probabilmente lavorarono al grande cantiere della regione, la ricostruzione della città di Sefforis distrutta dai Romani.

I preti lo avevano etichettato come agitatore politico

Quando, nella primavera del 30 d.C., giunse al Giordano per farsi battezzare da Giovanni Battista, un nuovo profeta allora molto popolare, Gesù era un ebreo pio, radicato nel mondo culturale del suo tempo, totalmente permeato dalla fede di Israele. Subito dopo, divenne rabbino – un maestro insegnante – ma un rabbino singolare, eccezionale, non affiliato a nessuna delle tre grandi scuole religiose ebraiche dell'epoca, farisaica, sadducea ed essena. Come Giovanni Battista, attrasse folle di gente comune. Presto si formò un gruppo permanente di discepoli, che lo seguirono nei suoi viaggi in Galilea o a Gerusalemme: non solo i Dodici Apostoli, ma diverse decine, persino centinaia di persone, uomini e donne. Il più delle volte, soggiornava con due di loro, Simon Pietro e Andrea, pescatori a Cafarnao, sul Mar di Galilea, dove nel 1968 furono rinvenute le fondamenta della loro casa.

Non riduciamolo semplicemente a un saggio o a un filosofo che insegna l'amore fraterno e la condivisione, come fece Hillel il Vecchio, grande figura dell'ebraismo, qualche decennio prima. Gesù va oltre i rabbini farisei: promuove l'amore per i nemici. Attraverso il suo messaggio, annuncia il compimento della Legge e anche il suo superamento. Espresso nelle Beatitudini, il suo messaggio di amore e misericordia non è affatto consolatorio. Esige una preghiera a Dio libera da riti formalistici, abluzioni purificatrici o sacrifici animali. Ciò che conta è l'intenzione del cuore. "Beati i poveri in spirito", annuncia, in altre parole, coloro che si spogliano delle ricchezze di questo mondo per fare spazio a Dio nel loro cuore.

La sua predicazione contrasta certamente con quella dei suoi contemporanei e di coloro che lo hanno preceduto. Pur essendo umile e dolce, misericordioso verso la donna adultera che si rifiutò di far lapidare, pronuncia parole dure, lancia anatemi violenti, caccia i mercanti dal Tempio… L'autorità ineguagliabile con cui parla e si impone – lui, un modesto artigiano di Nazareth – è sorprendente: "Mosè vi ordinò di fare questo… Io vi ordino di fare quello…". Ancor più sorprendente, senza dubbio, per i suoi contemporanei: mentre la preghiera ebraica è piena di rispettosa deferenza verso Dio (riconosce la paternità divina sul suo popolo), egli non esita a chiamare suo Padre "Abba", una parola affettuosa che in aramaico significa "Padre amato"! Davanti ai suoi discepoli, inoltre, dice "Padre mio", mai "Padre nostro", se non per insegnare loro la preghiera che devono recitare. E la cosa più incredibile è che perdona i peccati, cosa che solo Dio può fare! Liberandosi dalla legge ebraica, si afferma come unico mediatore tra Dio e gli uomini: «Io sono la luce del mondo... Nessuno può venire al Padre se non per mezzo di me».

A sostegno di questa affermazione, egli compì segni e miracoli, come quello annunciato da Isaia sette secoli prima: "I ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi odono, i morti risuscitano...". Lo storico, ancora una volta, non può commentare questi prodigi. Si limiterà a notare che questi fatti, reali o presunti, suscitarono entusiasmo ai loro tempi e furono considerati dalle prime comunità cristiane come segni che autenticavano il messaggio e la messianicità di Gesù. L'unico taumaturgo ebreo conosciuto fino ad allora era Hanina ben Dossa (Honi, colui che faceva i cerchi), che poteva far cadere la pioggia a suo piacimento. Visse, si dice, nel I secolo a.C. Armato solo degli strumenti della sua scienza, lo storico non ha il diritto di concludere che Gesù sia il Figlio di Dio, ma può affermare di esserne convinto, mantenendo una relazione personale, unica e fusionale con il Padre. Andare oltre significherebbe naturalmente entrare nel dominio della cristologia.

A quel tempo, la Palestina era interamente dominata dai Romani. La Galilea, a nord, era amministrata da un piccolo re vassallo, Erode Antipa, figlio di Erode il Grande; la Samaria, al centro, e la Giudea, a sud (con Gerusalemme ), erano sotto il controllo diretto del prefetto Ponzio Pilato. Il popolo aveva difficoltà con questa occupazione, da qui il risveglio delle aspettative messianiche in quel periodo. Tuttavia, Gesù era a disagio con questa etichetta di messia che gli veniva data, perché i suoi contemporanei si aspettavano un salvatore guerriero e vendicatore che avrebbe scacciato i Romani. Pertanto, preferiva generalmente usare l'enigmatico termine "Figlio dell'Uomo", menzionato in uno degli scritti della Bibbia, il Libro di Daniele, nel II secolo a.C. Ora, il Figlio dell'Uomo è una figura infinitamente più grande di un messia temporale: è un personaggio per metà umano e per metà celeste, che deve tornare alla fine dei tempi per giudicare gli uomini.

Farisei e Sadducei si accordarono per uccidere Gesù

La predicazione di Gesù suscitò rapidamente scandalo. Non era davvero il messia atteso dall'Israele del suo tempo! Per i farisei, Gesù "si era fatto Dio": un'affermazione odiosa e inaccettabile. Per i sadducei, vicini ai sommi sacerdoti, rappresentava un pericolo: minacciò il loro potere finanziario quando, all'inizio del suo ministero, scacciò i mercanti dal cortile del Tempio. Dopo la resurrezione di Lazzaro, che emozionò le folle, i due gruppi antagonisti finirono per accordarsi per farlo uccidere.

Il Vangelo di Giovanni mostra che non ci fu alcun processo ebraico, nel senso che Gesù sarebbe comparso davanti al Sinedrio in seduta plenaria. Era anche proibito riunire i 71 membri di questa corte suprema alla vigilia di Pasqua – eppure, secondo i Vangeli sinottici, fu in questa data che il processo avrebbe avuto luogo. Fu per scopi didattici, e per rispettare la loro rigorosa cronologia, che questi Vangeli concepirono questo processo simbolico. Giovanni mostra, al contrario, che le controversie tra l'uomo di Nazareth e i suoi avversari si svolsero in modo più informale, durante le sue varie visite a Gerusalemme.

Nella primavera del 33, Gesù fu interrogato sulla "sua dottrina e sui suoi discepoli" dal sommo sacerdote onorario Anna, probabilmente circondato da gerarchi di Gerusalemme. Invece di giudicarlo personalmente, la loro intenzione era di consegnarlo come nazareno e presunto messia rivoluzionario all'occupante romano. Solo quest'ultimo, infatti, aveva diritto alla morte...

Il vero processo a Gesù, quindi, si svolge nel palazzo di Pilato a Gerusalemme. Il prefetto romano disprezza Anna e Caifa, questi "collaboratori" di cui si serve per mantenere la pace nel paese. Capendo molto rapidamente che Gesù non è affatto il messia rivoluzionario che gli presentano ("Il mio regno non è di questo mondo", gli disse), Pilato rifiuta di lasciarsi manipolare da loro e cerca di liberarlo, non per compassione, ma per disprezzo nei loro confronti. Tuttavia, deve rimanere cauto. L'anno precedente, nel 32, aveva portato di notte a Gerusalemme degli scudi d'oro con iscrizioni che glorificavano Tiberio. Per gli ebrei, questo era un atto di idolatria. Era stata presentata una denuncia contro di lui e l'imperatore lo aveva rimproverato. Così, quando i sommi sacerdoti lo accusarono di non essere "amico di Cesare" (Giovanni 19:12), si sentì costretto a cedere alle loro pressioni. Alla vigilia della Pasqua ebraica, il 3 aprile del 33 d.C., Gesù fu condotto al supplizio e crocifisso. Pilato fece porre sulla croce un'iscrizione con la scritta "Gesù il Nazareno, Re dei Giudei". Questo indicava che Gesù era morto come agitatore politico, come lo avevano definito i sommi sacerdoti.

Quando la tomba fu aperta, il corpo dell'uomo torturato scomparve.

La ricerca dello storico si ferma davanti alla tomba vuota scoperta da Pietro e Giovanni la mattina di Pasqua e al sudario lasciato disteso, come se il corpo fosse scomparso dall'interno. Non può che registrare le testimonianze di coloro che affermeranno di aver visto Gesù vivo dopo la sua morte: Maria Maddalena, i Dodici, tra cui Tommaso lo scettico, Giacomo e più di "cinquecento fratelli", come scrive San Paolo. Si imbatte nel mistero della Resurrezione, lasciando ciascuno libero di esprimere la propria opinione, in un approccio che non riguarda più la storia ma la fede.

L'autore, Jean-Christian Petitfils, è uno storico e scrittore. Ha pubblicato una biografia di Gesù con Fayard (disponibile anche nella collana Le Livre de poche).


Vito Mancuso
La risurrezione di Gesù e la salvezza degli uomini
Il Foglio, 23 marzo 2008

Io non vedo altra via per chiarirsi le idee se non pensare che il cadavere sia stato per così dire “assorbito” in una dimensione dell’essere di cui non abbiamo idea che è quella divina, avendo ricevuto una specie di decomposizione istantanea nella nostra dimensione per poi venire ricomposto in modo del tutto diverso e del tutto nuovo nella dimensione dell’eterno. Quando il suo “corpo spirituale” (espressione contraddittoria per dire la novità indicibile del fenomeno) si è mostrato di nuovo in questo mondo, ha mostrato la sua singolarissima peculiarità apparendo e disparendo. Ma una cosa è sicura: nella dimensione senza tempo e senza spazio che è propria dell’eternità di Dio, non può sussistere nulla di materiale. Il corpo in carne e ossa di Gesù “in cielo” non esiste. Gesù risorto mantiene la sua individualità personale (e per questo è lecito parlare di “corpo”), ma non la sua materialità carnale (e per questo il NT parla di corpo “spirituale”).