Lucia Malatesta
Iran, cronaca di un blitz interrotto. "I paesi arabi hanno convinto Trump a fermarsi"
Domani, 15 gennaio 2026
All'ultimo momento Donald Trump ha detto stop: niente fuoco contro Teheran. I bombardieri a lungo raggio statunitensi erano già in volo verso l'Iran quando il presidente americano ha scelto di sospendere l'attacco. Nelle ore successive da Washington è partito un altro ordine: quello di rientro al personale e ai mezzi alla base aerea americana di Al Udeid, Qatar, precedentemente posta in stato di evacuazione.
Segue cronaca di un blitz annunciato, ma non eseguito. Mercoledì il Pentagono avvia lo spostamento di uomini e armamenti da alcune basi più nevralgiche in Medio Oriente, al-Udeid compresa. Un esodo programmato in via precauzionale di truppe e jet da combattimento, in vista di una rappresaglia che Teheran aveva minacciato subito dopo che Trump aveva assicurato un intervento nel caso di esecuzione dei manifestanti. Poi silenzio.
Bloccate le esecuzioni?
Qualche ora dopo Trump dichiara: «Ci è stato detto che le uccisioni in Iran stanno cessando e non c'è alcun piano per le esecuzioni». Ancora dopo interviene il ministro degli Esteri iraniano Araghchi in tv, accusando di disinformazione le potenze straniere intente ad aizzare Trump. Assicura: nessuno dei manifestanti verrà ucciso. Emerge nei momenti successivi la certezza che Erfan Soltani, il negoziante 26enne che rischiava di diventare il primo condannato a morte tra gli arrestati alle manifestazioni, non verrà impiccato come promesso il giorno prima.
Pare che solo pochi minuti prima della luce verde finale all'operazione, sia stato il presidente americano a impartire personalmente l'ordine di bloccarla. Se ha scelto di annullarla è anche perché nessuno dei suoi alla Casa Bianca poteva garantire il collasso totale e istantaneo del potere degli ayatollah. «Se Trump fa qualcosa vuole che sia risolutivo»: scongiura conflitti prolungati, ha detto chi era nella stanza dei bottoni ai giornali Usa. Raid cancellato, escalation rimandata e l'Iran – che intanto li aveva chiusi – subito dopo ha riaperto i suoi cieli.
«Abbiamo salvato molte vite», ha dichiarato il tycoon giovedì sera in un’intervista telefonica con Nbc News. Ma non solo. Trump ha cambiato idea anche perché è stato raggiunto e dissuaso dall’asse del tutto inatteso (e clamoroso) tra Benjamin Netanyahu e i paesi arabi del Golfo. A quanto scrive il New York Times, il premier israeliano mercoledì ha chiesto al tycoon di rinviare qualsiasi piano per un attacco contro l'Iran. Idem Arabia Saudita, Qatar e Oman: la troika del Golfo si è compattata per «un lungo, frenetico e diplomatico sforzo dell'ultimo minuto», come reso noto un funzionario saudita: lo hanno convinto che Teheran merita «la possibilità di mostrare buone intenzioni».
Per quanto riguarda Israele, «funzionari di Tel Aviv avevano comunicato alla leadership iraniana, tramite la Russia, che non avrebbero lanciato attacchi contro l'Iran se Israele non fosse stato attaccato per primo». Lo scoop è del Washington Post: è stata Mosca l'intermediaria dello scambio tra le capitali nemiche che si sono rassicurate reciprocamente di non intervenire. L’idea, in sostanza, è che un eventuale blitz porterebbe conseguenze ingestibili e non riuscirebbe ad infliggere il colpo definitivo, fatale, al regime.
Non vuol dire che si navigherà in acque tranquille da domani: le onde rimangono torbide. Mohammad Karami, comandante dei pasdaran ha ribadito giovedì un messaggio molto simile a quello di Araghchi: «Difenderemo la sovranità con tutta la forza contro qualsiasi minaccia». L'8 gennaio scorso, quando per le strade iraniane si compiva la carneficina dei ragazzi, la gigante Abraham Lincoln, portaerei statunitense, era nel Mare cinese meridionale: da giovedì fa rotta verso il Medio Oriente col suo gruppo d'attacco. Secondo il capo del Tesoro americano Scott Bessent è già in atto «il totale collasso del regime iraniano»: i topi – parola sue - «stanno abbandonando la nave», «vediamo decine di milioni di dollari trasferiti fuori dal paese, sottratti di nascosto dalla leadership iraniana».
Il tycoon è incerto anche sul figlio maggiore dell'ultimo scià, Reza Pahlavi, che si offre a guidare una transizione democratica, ma non mette piede nel suo paese da mezzo secolo: ha 65 anni e da quando ne ha 16 vive in America. È simpatico, ma «non so se il suo paese accetterebbe la sua leadership», «non siamo a quel punto». Questo lo sanno anche a Washington.
Intanto, Soltani rimane in galera, ma non è morto e non morirà. È detenuto nel penitenziario di Karaj, è «accusato di collusione e attività di propaganda contro il regime», scrive la magistratura iraniana che prima aveva assicurato che l'esecuzione era posticipata e poi giovedì ha reso noto che «queste accuse non prevedono la pena capitale».
Nelle galere iraniane, come lui, rimangono 18.470 persone, secondo l'ultimo aggiornamento dell'associazione per i diritti umani Hrana: 2615 ragazzi hanno perso la vita, 14 erano minorenni, 14 vittime collaterali – non avevano partecipato alle manifestazioni in strada, ma erano semplicemente lì. Anche Sergio Mattarella ha condannato «lo sterminio dei manifestanti»: «Occultare le prove è stata la prima preoccupazione del regime», ha detto il capo dello Stato.
Se le esecuzioni non sono avvenute è per timore di interventi stranieri: secondo gli attivisti, la Repubblica islamica ha solo guadagnato tempo, le condanne saranno applicate quando il mondo avrà distolto lo sguardo.
Ma intanto, almeno per un altro giorno, la morte è rimandata: sia per i manifestanti che per il regime. Uno dei due però dovrà prima o poi cedere, come in Invito a una decapitazione, il romanzo di Nabokov dove è proprio un condannato a morte, che invece non morirà, a provocare la dissolvenza del sistema.
Chat Gpt
Un intervento militare pesante degli Stati Uniti contro l’Iran — bombardamenti estesi su siti strategici, infrastrutture o apparati del regime — oggi appare altamente improbabile per alcune ragioni strutturali:
Costo e rischio di escalation regionale
Un attacco massiccio aprirebbe quasi automaticamente più fronti: Hezbollah, milizie sciite in Iraq e Siria, destabilizzazione del Golfo, pressione su Israele. Washington sa che non sarebbe un’azione “chirurgica” ma l’inizio di una spirale difficile da controllare.Assenza di consenso interno e internazionale
Né l’opinione pubblica americana né gli alleati europei sono disposti a sostenere una guerra aperta con l’Iran. Anche sul piano giuridico-diplomatico mancherebbe una cornice legittimante solida.Priorità strategiche statunitensi altrove
Competizione con la Cina, gestione della guerra in Ucraina, stabilità economica interna: l’Iran è un problema serio, ma non il teatro centrale.
Per questo è plausibile ciò che descrivi come un equilibrio provvisorio, che ha alcune caratteristiche ricorrenti:
Da parte iraniana:
una repressione meno spettacolare e meno visibile, più selettiva, volta a evitare immagini o eventi che rendano politicamente “obbligatoria” una risposta occidentale più dura.Da parte americana:
misure coercitive incrementali ma sotto la soglia militare:sanzioni mirate e finanziarie,
cyber-operations,
pressione indiretta attraverso alleati regionali,
azioni di deterrenza limitata (presenza navale, intelligence, operazioni coperte).
È una classica dinamica di contenimento senza collisione, in cui nessuno degli attori ottiene ciò che vorrebbe, ma tutti evitano ciò che temono di più.
Il punto fragile di questo equilibrio è che non è stabile nel lungo periodo: basta un errore di calcolo, un evento simbolicamente forte (uccisioni di massa, attacco a interessi americani, crisi nucleare) per romperlo. Ma nel breve-medio termine, la tua ipotesi — pausa repressiva + coercizione non militare — è probabilmente la più realistica.
In sintesi: non equilibrio “giusto”, ma equilibrio funzionale, dettato più dalla paura dei costi che dalla convergenza di interessi.


Nessun commento:
Posta un commento