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| Nelson Moe |
Nunzio Dell'Erba
Stereotipi storici e Unità d'Italia
Pannunzio Magazine, 18 gennaio 2026
Il 13 gennaio scorso è uscito sul "Corriere Torino" l'articolo «Lettere da un terra lontana dalle idee di progresso e di civiltà» di Carla Piro Mander. Già il titolo dà un’immagine distorta del rapporto tra Nord e Sud al momento dell’Unità d’Italia. Esso è infatti più complesso di quanto emerge nella ricostruzione storica dell’autrice. I brani citati, peraltro già noti agli studiosi per essere presenti nel saggio di «Altro che Italia!» («Meridiana», 1992, 15, pp. 53-89) di Nelson Moe, poi ampliato nel volume «un paradiso abitato da diavoli identità nazionale e immagini del mezzogiorno» (Napoli 2004), non sono riproposti in modo preciso, essendo stati alquanto modificati o tagliati nelle parti più significative.
L’articolo si apre con un brano di una lettera che il 17 aprile 1861 Cavour invia a Emanuele Taparelli [e non Tapparelli] d’Azeglio: «Il Parlamento Nazionale ha votato e il Re ha sanzionato la legge in virtù della quale Sua Maestà Vittorio Emanuele II assume il titolo di Re d’Italia per sé e per i suoi successori. [..] A partire da questo giorno, l’Italia afferma a voce alta di fronte al mondo la propria esistenza. Il diritto che le apparteneva di essere indipendente e libera l’Italia lo proclama solennemente oggi». Segue un'altra lettera, precedente, di Cavour a William de la Rive (febbraio 1861). Il testo e il commento sono tratti dal saggio di Moe, senza che sia specificato in quale occasione la lettera stessa fu scritta, né il motivo per cui il Conte espresse quel giudizio dal momento che egli «non era mai andato più a sud di Firenze» (E. Artom, «Il Conte di Cavour e la Questione Napoletana», in «Nuova Antologia», 1901 p. 145 e Moe, p. 160). La lettera di Liborio Romano a Cavour (15 maggio 1861, elogiativa e smaccatamente servile, copre quasi un’intera colonna, ma non rispecchia il carattere dei meridionali e non dà adito al Conte di profetizzare il loro futuro. Ancora la lettera di Giovanni Battista Cassinis a Cavour, citata in modo parziale, non può essere datata «novembre 1861» in quanto il Conte era già morto da cinque mesi. La visita del Ministro di Grazia e Giustizia non si riduce «al sud del paese" ma fu effettuata nella città di Napoli, considerata in modo opposto dal federalista milanese Giuseppe Ferrari: Napoli è «una città colossale, ricca, potente».
Il primo dibattito parlamentare, svoltosi a Torino dal 2 al 6 aprile 1861, merita un cenno veloce in favore della lunga risposta di Cavour ad Emerico Amari, quasi mezza colonna e tagliata nel suo esordio iniziale, là dove il Conte riconosce al giurista siciliano la patente di «dottissimo giureconsulto», precisando di essere favorevole al decentramento e contrario all’imposizione della «tirannia d’una Capitale sulle province» (Moe, p. 323). Incomprensibile il motivo per cui l’autrice omette la parte elogiativa della Sicilia e dei fratelli Amari: «la creazione d’una casta burocratica che soggioghi tutte le membra e le frazioni nel Regno all’impero d’un centro artificiale cui lotterebbero sempre le tradizioni e le abitudini dell’Italia, non meno che la sua conformazione geografica, lo ebbi più volte ad esprimere […] al Conte Michele Amari, ed io non ho il menomo dubbio che, quando siano sedati i commuovimenti che alcuni mestatori s’ingegnano di suscitare rinfocolando le ire personali, sarà facilissimo di mettersi d’accordo sopra uno schema d’organizzazione, che lasci al potere centrale la forza necessaria per dar termine alla grande opera del riscatto nazionale, e conceda un vero auto-governo alle regioni ed alle province» (Moe, p. 323).
Questa risposta di Cavour, incomprensibile nell’articolo, è esplicita solo se si precisa lo scambio di opinioni con Emerico Amari e la sua richiesta dell’autonomia siciliana. Il giurista siciliano, critico verso la rappresentazione della Sicilia come fonte di corruzione e morbo della nazione, precisa: «Quando si parla di corruzione […] noi dobbiamo dire la verità, che noi, cioè, non siamo tutti corrotti per essere stati soggetti al Governo più corrotto. Io dirò, una volta per sempre, che non bisogna rappresentare questi due popoli (napoletano e siciliano) come non altro che una cancrena; no; noi siamo italiani ed abbiamo conservato le virtù italiane; abbiamo fatto la rivoluzione, e questo basta per dimostrare la nostra moralità» (Moe, p.177). Affastellare una serie di brani per dimostrare l’inferiorità della Sicilia rispetto al Piemonte significa condannare il passato in nome del presente e avallare una rappresentazione deleteria dello Stato unitario in formazione. Ben altra visione si ricava da una serie di aspetti fondamentali messi in rilievo da alcuni tra i maggiori storici di quel periodo (Rosario Romeo, Giuseppe Giarrizzo, Giuseppe Galasso, Ettore Passerin d’Entrèves, Paolo Alatri): le posizioni di Cavour sul Meridione d’Italia, il contributo dei meridionali al progresso del Piemonte e l’operosa attività scientifica da essi svolta nell’Ateneo di Torino. Il significato profondo della esperienza risorgimentale non è per nulla stravolto dalle notazioni episodiche di Nelson Moe. A sua volta l'autrice dell'articolo pubblicato dal "Corriere Torino" non riesce ad alzare lo sguardo al di sopra del lavoro che ha deciso di sfruttare per comporre il suo testo e quindi approda a una versione riduttiva e faziosa della storia, che pretende di raccontare. Sarebbe bastato prestare la dovuta attenzione alle idee chiaramente espresse in più occasioni dai principali promotori dell'Unità italiana per ridimensionare le banalità riscontrabili nella corrispondenza di personaggi tutto sommato di scarso peso. Cavour e i moderati della Destra storica avevano le carte in regola per ciò che riguardava la coscienza civile, essendo animati da una nobile idea della loro missione e da una autentica fede nella libertà.

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