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venerdì 30 gennaio 2026

Cacciari e il futuro della sinistra

Umberto De Giovannangeli 
Intervista a Massimo Cacciari: “Trump usa la forza perché gli USA sono deboli, ma colpire l’Europa non conviene”
l'Unità, 30 gennaio 2026 

Mentre il mondo è in un caos globale, in Italia si è aperta, a sinistra, una strana discussione sulle città-simbolo. Chi dice Kiev e Teheran, chi Minneapolis e Gaza. A questo siamo ridotti?

 Che vuoi che ti dica. È inutile gettare la croce sulla opposizione italiana. Siamo in una situazione drammaticissima. Parrebbe alla vigilia dell’affermazione di una destra a livello europeo. Ce la faranno a tenere ancora in Francia, in Germania, quando crolla lì, crolla tutto. Lì sono appesi a un filo. È una crisi politica, culturale che ha coinvolto tutte le forze socialdemocratiche ma anche cristiano popolari. Tutto l’asse politico su cui si è retta l’Europa dopo la Seconda guerra mondiale sta crollando o è già crollato. Questo è il punto. Cosa vuoi che c’entrino i Conte, le Schlein… Non conta niente parlare di loro. Non sono nient’altro che la risacca di un’ondata che ha travolto tutto. E le cause, ne abbiamo parlato tante volte, sono profonde, storiche, oggettive. Certo è che se si vuole davvero ricostruire un discorso, occorre partire dai fondamenti.

Quali, professor Cacciari?

Vedere quali sono i punti su cui è crollata la nostra tenuta. Uno di questi è la lettura dei rapporti economici, dei rapporti sociali, dei rapporti di produzione, come si diceva una volta. La sinistra non li ha interpretati, non li ha letti, non ha visto il mutamento, non è riuscita a trovare nuovi soggetti di politiche di opposizione, di attrito, rispetto al trionfo di questo capitalismo. Non c’entrava fare i rivoluzionari o caricature del genere. C’entrava analizzare le trasformazioni del capitalismo e capire cos’era, dov’era la popolazione sottomessa a questo processo.
Hai perso le vecchie classi di opposizione. Hai perso la classe operaia. E chi hai cercato di rappresentare? Tutti e nessuno. Dobbiamo essere “moderati”. Ma che diavolo vuol significare?! A cosa si riduce questa categoria di “moderatismo”? Vuol dire cerchiamo di rappresentare tutti e nessuno. Diventiamo un movimento d’opinione. Rifacciamo Giustizia e libertà. Questo perché non hai letto la trasformazione dei rapporti di produzione e quindi non hai definito chi fossero i nuovi soggetti di questi processi, chi li subiva e chi invece li determinava. È mancata completamente un’analisi diciamo pure materialistica della situazione totale. Hai subìto un vero assalto, in grande stile, globale, formidabile.
Sul piano delle politiche internazionali il crollo è stato ancora più disastroso. Dopo la caduta del Muro c’è stata la resa incondizionata. Hanno vinto loro, punto e stop. Neanche più si discute. Perché discuterlo vuol dire ecco, hai nostalgia dell’Unione Sovietica…Tacitati. La resa incondizionata. Accettalo e arrenditi. La resa incondizionata. Non si discute più, qualunque cosa facciano. Magari si discuticchia se proprio fanno le cose più incredibili, come la guerra in Iraq dicendoti che Saddam aveva le armi di distruzione di massa. Discuti un po’, ma proprio un po’. Ma sempre meno fino a ridurti al punto che la politica internazionale, nei fatti, della cosiddetta sinistra italiana è la von der Leyen. Ma che cavolo c’entra!


domenica 9 novembre 2025

Il software democratico

Josiah Ober 

Maurizio Ferrera
Il software democratico

Corriere della Sera La Lettura, 9 novembre 2025

Professore emerito della Stanford University, Josiah Ober è uno dei più importanti storici e teorici della democrazia. Ha dato fondamentali contributi alla conoscenza di questa forma di governo nel corso del tempo, a partire dalla democrazia ateniese. Per le sue ricerche pionieristiche e interdisciplinari è stato insignito del Premio Balzan 2025 per le Scienze dell’antichità. Nelle sue pubblicazioni più recenti Ober ha allargato lo sguardo alle sfide che la democrazia si trova oggi ad affrontare, soprattutto nelle sue componenti liberali. In dialogo con «la Lettura», Ober illustra il percorso evolutivo del «software democratico», le ragioni della sua crisi e i possibili scenari futuri.

In un suo recente scritto lei ha paragonato la democrazia a un software: un insieme di istruzioni per il governo della società. La prima versione di questo software fu adottata da Atene nel VI secolo avanti Cristo. Ci riassume i tratti essenziali del governo ateniese di quel periodo?

«Il tratto fondamentale, che caratterizza anche le versioni successive del software democratico, è l’assenza di un capo. L’insieme dei cittadini si autogoverna. Viene rifiutata per principio l’idea che ci sia un boss (un tiranno, una giunta oligarchica) a dettare legge per tutti. Per evitare l’anarchia si disegnano delle istituzioni che consentano di arrivare a decisioni vincolanti per tutti».

E quali erano le istituzioni della democrazia ateniese?

«C’era un’Assemblea (ecclesìa) a cui partecipavano con diritto di voto tutti i cittadini. L’ordine del giorno veniva deciso da un Consiglio più ristretto (boulé), i cui componenti erano estratti a sorte».

Di quali numeri stiamo parlando?

«I membri del Consiglio erano 500, all’Assemblea partecipavano in media circa 7 mila persone. Gli aventi diritto (circa 30 mila) erano i maschi adulti, titolari di cittadinanza ateniese. Erano escluse le donne, gli schiavi, gli stranieri. I cittadini dovevano anche prestare servizio nei vari organi che amministravano la giustizia».

Un impegno gravoso, da svolgere entro istituzioni affollate. Come si evitava il caos?

«Qui entra in gioco un altro tratto fondamentale della democrazia ateniese: il radicamento di una robusta cultura della cittadinanza. Ciascuno rispettava le regole scritte e non scritte su come interagire con gli altri: rispetto, tolleranza, senso del dovere. La democrazia non era solo un metodo di governo, ma anche una norma di condotta».

Chi inventò il software democratico e chi decise di sperimentarlo?

«Fu un processo graduale. Il punto d’inizio fu la crisi dell’Arcontato (una specie di giunta composta da aristocratici) all’inizio del VI secolo avanti Cristo. C’erano crescenti tensioni sociali fra nobili e popolo, c’era il rischio di guerra civile. Solone fu nominato mediatore fra le parti e riuscì a calmare le acque. I nobili rinunciarono al diritto di rendere schiavi i debitori inadempienti, il popolo non ottenne la redistribuzione delle terre. La città restò unita e riuscì a contrastare le mire espansionistiche di Megara».

Insomma, si iniziò con una specie di patto civile, per evitare disgregazione interna e sconfitta esterna. Fu questo patto a dare vita al regime democratico?

«Non subito. Solone limitò i poteri dell’aristocrazia, ma il salto verso la democrazia compiuta fu promosso da Clistene, decenni dopo. Erodoto racconta che l’arconte Isagora, sostenuto dagli spartani, voleva abolire il Consiglio. Clistene propose invece un nuovo sistema in cui fosse il demos stesso ad auto-governarsi. Il Consiglio si oppose a Isagora e vi fu una sollevazione popolare in suo sostegno».

Come molte volte nella storia, anche la democrazia ateniese nacque da una piccola rivoluzione.

«Non sappiamo di preciso come si svolsero i fatti. Ma sì, possiamo dire che in quel momento il demos prese coscienza di sé stesso e si mobilitò contro il rischio di tirannide».

La formula democratica promosse un lungo periodo di crescita e stabilità per Atene. Si consolidò non solo l’etica pubblica democratica, ma anche una cultura basata sul logos, l’uso della ragione. Sappiamo però che, con il passare del tempo, i processi di deliberazione democratica caddero vittima di manipolazioni demagogiche. È la critica di Platone, che divenne molto aspra dopo la condanna di Socrate e l’ascesa dei sofisti.

«In realtà il potenziale manipolatorio dei cosiddetti demagoghi trovava molti contrappesi. I partecipanti dell’Assemblea non erano sprovveduti. La varietà di estrazione sociale garantiva un patrimonio condiviso di conoscenza ed esperienza che nessun retore poteva permettersi di sfidare. Inoltre i demagoghi erano in competizione fra loro: il pluralismo conteneva in sé stesso potenti antidoti contro la manipolazione e la malafede. Le critiche di Platone, Aristotele o Tucidide entravano anch’esse nel dibattito pubblico, contribuendo ad arginare quelle spinte populiste che potevano manifestarsi nelle deliberazioni assembleari».

Parliamo delle nuove versioni del software democratico che furono «rilasciate» dopo l’esperienza dell’Atene classica. Lo scontro fra nobili ateniesi e popolo all’inizio del VI secolo a. C. ricorda la lotta fra patrizi e plebei agli esordi della repubblica di Roma: la secessione della plebe sull’Aventino e la mediazione di Menenio Agrippa.

«Vi sono molte similitudini fra Atene e Roma. Anche patrizi e plebei giunsero infine a un “patto civile”, che arginava l’arbitrio dei primi e concedeva nuovi diritti ai secondi. La democrazia nasce da questo tipo di compromessi: vi è una situazione di grave conflitto che minaccia l’integrità del gruppo politico, si apre un negoziato e si dà avvio a quella parificazione dei diritti politici che è la condizione necessaria per evitare un “boss”, la supremazia di qualcuno che detta legge».

Quali erano le differenze fra software romano e ateniese?

«Essenzialmente due. La formalizzazione del diritto, sorretta dalla professionalizzazione della giurisdizione, da un lato. E la politica della cittadinanza, dall’altro lato. Ad Atene, i cancelli della cittadinanza si chiusero definitivamente dopo le registrazioni di massa ai tempi di Clistene. I romani usarono invece la cittadinanza come strumento per governare i popoli sconfitti, cooptandone le élite. L’allargamento della cittadinanza a milioni di persone rafforzò le tutele civili ma fece a poco a poco evaporare i diritti di partecipazione politica».

Avviciniamoci all’era moderna. Nel medioevo nacquero i primi parlamenti, ma il passaggio decisivo

verso la democrazia dei moderni avvenne con la Rivoluzione Gloriosa in Inghilterra, che nel 1689 pose fine alla monarchia assoluta.

«La Rivoluzione Gloriosa adottò una nuova versione del software democratico, imperniata sul Parlamento. Il popolo si autogoverna tramite rappresentanti, visto che la democrazia diretta non era applicabile ai grandi numeri. L’istituto della rappresentanza fu un’innovazione di grande portata. Il patto civile includeva tutti. Ma le decisioni erano delegate a un nuovo ceto che si occupava di politica a tempo pieno, maturando specifiche competenze».

Fra rappresentanti e rappresentati potevano però crearsi tensioni. Mi viene in mente il discorso di Edmund Burke ai suoi elettori di Bristol nel 1774.

«Certo, emerse il problema di definire la natura del mandato elettorale: i rappresentanti dovevano servire gli interessi del proprio collegio oppure quelli dello Stato nel suo insieme? Burke portò argomentazioni molto convincenti a favore della seconda opzione».

Un secolo dopo la Rivoluzione inglese ebbe luogo quella americana. La Costituzione che entrò in vigore nel 1789 inizia con l’espressione «We the people»: è il popolo in prima persona a stabilire come intende governare sé stesso.

«Esattamente. Oltre per il suo contenuto, la Costituzione americana fu esemplare anche per il processo costituente. La Convenzione di Filadelfia fu caratterizzata da aspri conflitti tra le parti. Alla fine si raggiunse un accordo, un esplicito patto civile il cui obiettivo era creare una “repubblica” unita, a dispetto della divergenza di interessi».

Dalle rivoluzioni inglese e americana nacquero i Bills of Rights: le carte fondamentali dei diritti. L’Assemblea costituente della Francia rivoluzionaria parlò per la prima volta di diritti dell’uomo universali. La democrazia si congiunse al liberalismo e iniziò una nuova fase. Democrazia e liberalismo sono un unico software o due diversi?

«Due diversi. Il liberalismo introduce un’idea nuova: ciascun individuo è portatore di diritti pre-politici, che non dipendono dall’appartenenza a un determinato gruppo politico. Il diritto alla vita, alla proprietà, alla sicurezza personale, alla resistenza in caso di oppressione sono indisponibili e inalienabili».

Benjamin Constant le definì le libertà dei moderni: garanzie a difesa dei cittadini dal potere politico, dal suo esercizio arbitrario.

«Per la verità anche nell’Atene classica c’era già attenzione verso le violazioni della sfera provata. Demostene se la prese con quei politici che mandavano i propri emissari nelle case degli oppositori, costringendoli a fuggire sui tetti “come miserabili schiavi”. Sul piano civile, Atene aveva dei “quasi diritti”, però non veramente esigibili. La svolta si ha con il pensiero e le costituzioni liberali. Se la democrazia è autogoverno, il liberalismo è protezione dal governo (e da ogni forma di potere illecito). Il che implica il rispetto della rule of law e della separazione dei poteri».

Capisco la separazione dal punto di vista analitico.

Mi sembra però che democrazia e liberalismo siano comunque parenti stretti. Sul piano genealogico, la democrazia dei moderni si è da subito intrecciata con le garanzie liberali.

«Certo, anch’io sono convinto che il migliore software di governo sia quello composito che chiamiamo liberal-democrazia. Ma la separazione analitica implica anche la possibilità di una separazione pratica».

Vero, l’autogoverno degli antichi era democratico ma non liberale. E in epoca moderna prima di approdare alla democrazia rappresentativa con suffragio universale vi fu una lunga fase di governo liberale (almeno parzialmente) ma oligarchico, in mano a élite che si comportavano come capi.

«Nel mio libro Demopolis (2017) ho elaborato il concetto di “democrazia di base”, un sistema di governo che preservi il nucleo essenziale del software democratico: l’autogoverno dei cittadini, il rifiuto di un capo. Nel mio schema, la democrazia di base ha due obiettivi. Da un lato salvaguardare e promuovere la partecipazione politica. Dall’altro evitare la tirannia della maggioranza: il termine stesso evoca un contesto in cui la maggioranza diventa il boss della minoranza. Per realizzare questi due obiettivi ci vogliono tre condizioni: eguaglianza politica, libertà di parola e di associazione, rispetto della pari dignità di ogni cittadino».

Mancano molte libertà liberali: un tale sistema potrebbe imporre vincoli sul piano religioso o morale.

«Sì, ma questo è proprio il punto. Si possono avere fondamenta democratiche senza costruirci sopra l’intero edificio liberale (diritti universali, neutralità dello stato e così via). Per la democrazia di base ciò che conta sono le libertà politiche».

E perché qualcuno dovrebbe o vorrebbe rinunciare all’edificio liberale?

«Ho già detto che il connubio fra democrazia e liberalismo è il software di gran lunga preferibile. Non voglio proporre un divorzio fra i due. Ritengo però che l’edificio liberale si stia oggi rapidamente indebolendo. In vari Paesi, molti elettori sia di destra sia di sinistra associano il “liberalismo” a valori o processi negativi: elitismo, globalismo, capitalismo predatorio, oppure cosmopolitismo compiacente, esaltazione di una diversità fine a sé stessa, denigrazione dei valori tradizionali. Sono risorte visioni etnocentriche della sovranità popolare, per le quali la difesa della propria sicurezza, prosperità e identità conta più dell’universalismo dei diritti umani (pensiamo alla questione dei rifugiati). La mia paura è che le libertà liberali (alcune) possano perdere il sostegno della società all’interno degli attuali regimi liberaldemocratici e perdano capacità di attrazione nei regimi ibridi».

Insomma, la democrazia di base sarebbe una sorta di linea rossa: se l’edificio liberale non ce la fa a reggere dove già c’è o a radicarsi dove ancora non c’è, almeno salviamo le fondamenta democratiche. Ma così non si rischia di legittimare la cosiddetta «democrazia illiberale» come quella di Orbán in Ungheria?

«C’è questo rischio. Del resto tutti i Paesi oggi si autodefiniscono democrazie solo perché prevedono periodiche elezioni».

Che in effetti si svolgono anche in Corea del Nord. «Il mio schema implica la libertà di parola e di associazione. Senza queste libertà non c’è democrazia, ma dittatura elettorale, legittimata da una finta investitura popolare».

Ha in mente qualche caso specifico i cui un’autocrazia o un regime ibrido potrebbe adottare la sua formula di una democrazia di base?

«Quando ho scritto Demopolis avevo in mente le primavere arabe. In alcuni Paesi islamici sembravano aprirsi spazi per un cambio di regime. Dato il peso della religione musulmana, mi sembrava difficile che le élite arabe potessero accettare l’intero pacchetto liberale. Avrebbero però potuto accettare le libertà politiche e l’autogoverno su molte questioni pubbliche, fatte salve quelle che toccano valori e pratiche fondamentali dell’islam. Sembrava una strada fattibile».

Ma non ha portato molto lontano, purtroppo.

«Vero. In una situazione in cui sembra plausibile l’emergenza di un mondo post-liberale, noi teorici politici abbiamo il dovere di fornire concetti e argomenti utili per arginare le degenerazioni autocratiche».

C’è un rischio simile oggi anche in America?

«La democrazia americana è oggi afflitta da una spirale di polarizzazione che rischia di creare uno scenario “schmittiano”: la politica come scontro fra amici e nemici, un gioco a somma (e a tolleranza) zero. Si sta erodendo quel patto civile fondativo che sta alla base della nostra Costituzione: abbiamo interessi diversi, ma concordiamo sulle regole per prendere decisioni collettive e per organizzare lo spazio pubblico. Interagendo come “amici civili” e non come nemici. A cose fatte, i Padri Fondatori riconobbero che la Costituzione era un documento imperfetto; ma anche l’unico possibile per dare vita a una federazione capace di auto-governo. Benjamin Franklin pronunciò una frase famosa: “L’America avrà una repubblica, se sarà capace di mantenerla”. Ciò che intendeva sottolineare era la necessità di promuovere attivamente la cultura democratica dei cittadini. Un compito che non si è certo esaurito, e che in momenti come questo deve ritornare a essere una priorità».

domenica 5 ottobre 2025

Profezia di una convivenza possibile


Marco Damilano
Il popolo torna a fare politica: perciò Meloni lo criminalizza

Domani, 5 ottobre 2025

Da un lato «potenza, forza, violenza, diventati il criterio principale sul quale si fondano i modelli politici, culturali, economici e forse anche religiosi del nostro tempo. Dall’altro lato, però, in Terra Santa e nel mondo, vediamo sempre più spesso la reazione indignata della società civile a questa arrogante logica di potere e di forza. Le immagini di Gaza hanno ferito nel profondo la comune coscienza di diritti e di dignità che abitano il nostro cuore».

È toccato al patriarca latino di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa, nella lettera per i fedeli della sua diocesi, segnare il confine che passa tra le ragioni dell’umanità e il precipizio della violenza, auspicando un primo passo per la pace per la Palestina. Un nuovo confine che non ricalca gli schieramenti politici.

E che però aiuta a capire cosa sta succedendo in Italia, la marea di persone non convocate, spesso non organizzate, uscite di casa per manifestare per Gaza e per la Global Sumud Flotilla. Ieri a Roma almeno un milione, dopo lo sciopero di venerdì che ha fatto il giro dei media internazionali.

Quasi un nuovo bipolarismo: di là, il potere che si fa legge a sé, di qua la reazione della società civile, come scrive il cardinale Pizzaballa. Chi fa politica, specie da posizioni di governo, e chi per lavoro commenta quanto avviene, dovrebbe cercare di capirne le ragioni.

La reazione a destra

Invece, negli ultimi giorni, Giorgia MeloniMatteo SalviniIgnazio La Russa, i principali ministri, colpiti da un movimento imprevisto per dimensioni e mobilitazione, hanno preferito attaccare i manifestanti, con argomenti antichi: gli scioperanti che non vogliono lavorare, gli studenti che non vogliono andare a scuola, il weekend lungo.

«La Cgil fomenta l’odio sociale», ha detto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, parlando come quei notabili anni Cinquanta che disprezzavano il neo-realismo, citando a sua insaputa una delle battute del film capolavoro C’eravamo tanto amati, forse era un omaggio inconscio a Ettore Scola, irpino come lui.

A supporto ci sono commentatori, per brevità li chiameremo il Trombone Collettivo, che trattano i manifestanti con un mix di paternalismo e perbenismo, o addirittura invocano l’intervento di Benjamin Netanyahu sul corteo di Roma, invito perfettamente speculare allo striscione che inneggia al 7 ottobre.

Il governo ha scelto di cavalcare un sillogismo che recita: tutto il movimento, milioni di persone, è responsabile di ogni singolo atto che avviene al suo interno, compreso il gesto di imbrattare la statua di un papa; i partiti e i sindacati di opposizione sono i registi nascosti del movimento; ne consegue che tutti i leader di partiti e sindacati di opposizione sono responsabili di ogni atto di violenza, di ogni fumogeno sequestrato, di ogni carica contro la polizia, riproposta ossessivamente dai telegiornali.

Maggioranze e minoranze

Giorgia Meloni gioca a identificarsi con la Nazione, ad acchiappare nel supermercato dei valori ad offerta speciale tutti i simboli possibili, da Giovanni Paolo II a Francesco di Assisi, cavalcando un teorema ancora più scivoloso: chi non è d’accordo con me è contro lo spirito nazionale, la maggioranza degli italiani.

Un argomento che chi governa in un paese democratico dovrebbe sempre maneggiare con cura, soprattutto se si governa in nome di una minoranza elettorale: nelle Marche, presentate come un trionfo, Fratelli d’Italia ha raccolto il 27 per cento della metà degli aventi diritto al voto, in voti assoluti 155.540, ne aveva presi 216.396 alle europee del 2024, 222.116 alle politiche del 2022. Nella minoranza che va a votare, il centrodestra si è cementato, ma non ha sfondato. È il mantenimento del potere il sentimento che anima ora la destra all’improvviso non più populista, ora che il popolo va in strada per altri motivi, come ha scritto ieri Daniela Preziosi.

Un popolo in attesa di rappresentanza. Non è vero che su Gaza i partiti del centrosinistra hanno aspettato l’arrivo delle piazze per prendere posizione e seguono movimenti organizzati da altri, hanno organizzato la prima manifestazione di massa il 7 giugno. Ma non basta ancora per recuperare anni di frattura, di distanza dalla società, un vuoto in cui ha attecchito il vero nemico: non sono le destre, è la sfiducia.

Non serve certo tornare indietro, come vorrebbero i nostalgici del governismo, ma andare più in profondità. In questo popolo che non è più anti-politico, ma politicissimo. Non più sovranista, perché non predica prima i nostri, il nostro popolo, la nostra Nazione, verbo quotidiano dei Maga di ogni parte del mondo, ma scende in piazza per altri: un altro popolo, un’altra terra.

Per «la comune coscienza di diritti e di dignità che abitano il nostro cuore», come ha scritto il cardinale Pizzaballa, da quel luogo, la Palestina, Gerusalemme, dove da sempre ogni pietra è insieme contesa, insanguinata, ma anche profezia di una convivenza possibile.

sabato 3 gennaio 2015

Non c'è posto per la rendita nell'Italia di Ricolfi

Luca Ricolfi
Le due parti in commedia del governo Renzi e il partito che non c'è
Il Sole 24ore, 2 gennaio 2015

... La società italiana è sempre meno una società divisa in due, con una metà che guarda a sinistra e l’altra metà che guarda a destra. Questa semplificazione poteva reggere, forse, quindici o venti anni fa, nel cuore degli anni ’90 del secolo scorso. Allora a fronteggiarsi, anche politicamente, c’erano effettivamente due società. Da una parte la prima società, ovvero il mondo dei garantiti, fatto di dipendenti pubblici e occupati a tempo indeterminato delle imprese maggiori, protetti dall'articolo 18 ma anche dalle dimensioni aziendali (secondo il principio “too big to fail”). Dall’altra la seconda società, ovvero il mondo del rischio, fatto di piccole imprese, lavoratori autonomi, operai e impiegati, tutti esposti alle turbolenze del mercato e sostanzialmente privi di reti di protezione.
Gli uni, i garantiti, guardavano prevalentemente a sinistra, gli altri, gli esposti al rischio, guardavano prevalentemente a destra.
Oggi non è più così. Non perché non ci siano più una società delle garanzie e una società del rischio, ma perché oggi c’è anche una terza società. Una società che c’era già prima, ma che negli anni della crisi è cresciuta di dimensioni, fino a diventare di ampiezza comparabile alle altre due. Questa terza società è la società degli esclusi, o outsider, nel senso letterale di “coloro che stanno fuori”. Una sorta di Terzo Stato in versione moderna. Essa è formata innanzitutto di donne e di giovani, ma più in generale è costituita da quanti aspirano a un lavoro regolare (non importa se a tempo determinato o indeterminato), e invece si trovano in una di queste tre condizioni: occupato in nero, disoccupato, inattivo ma disponibile al lavoro. Si tratta di ben 10 milioni di persone, più o meno quanti sono i membri della società delle garanzie così come i membri della società del rischio.



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= lavoratori (garantiti)/imprenditori (esposti al rischio)/esclusi
e i redditieri? e i working poors: non gli occupati in nero, gli occupati a basso, bassissimo reddito? i lavoratori atipici, le partite iva schiacciate da una tassazione pesante?



Giulio Sapelli 
La crisi economica mondiale. Dieci considerazioni, Bollati Boringhieri, 2008. 

I paesi industrializzati europei hanno un misuratore infallibile della bassa crescita: il progressivo trasferimento di quote ingenti di capitali dal profitto alla rendita, a quella immobiliare e a quella improduttiva pubblica e privata. Quindi la persistenza di alte quote di risparmio è indice di bassa crescita … Ecco un altro dato fondamentale. Laddove si investe, non si investe più nei tradizionali confini. Si pensi alla Germania. Ebbene la Germania ha potentemente delocalizzato la sua industria e ha promosso investimenti in aree strategiche del nuovo mondo industrializzato … Solo il profitto capitalistico rivoluziona la società, costringe gli operatori all’innovazione e alla benefica e darwiniana lotta per l’esistenza, che rinvigorisce le menti con la progettazione strategica … La dialettica rendita-profitto deve tornare a essere un elemento di misurazione della salute dell’economia e della società. Se la rendita prevale sul profitto la società si ammala, le forze vive dello sviluppo declinano a vantaggio dell’interesse parassitario … I classici da rileggere per meditare come sia difficile vivere in un mondo senza industria manifatturiera, sono quelli che vedevano nell’industria, nel profitto e nelle nascite il sale della crescita e della civilizzazione.



Claudio Vercelli  
il cosiddetto terzo stato

Si tratta di un significativo segmento della nostra società, in forte crescita numerica. La sua debolezza intrinseca non gli è dettata solo dalla marginalità economica e sociale (una somma di poveri o di semi-poveri non fa una rivoluzione), che è semmai il prodotto delle trasformazioni che si stanno producendo in tutti i paesi a sviluppo avanzato, riconducibili, tra le altre cose, alla diffusione dei working poors, ma anche dal non avere dei baricentri comuni su cui iniziare ad avanzare istanze di rappresentanza. I "marginali" sono tali anche perché in perenne competizione tra di loro, impossibilitati a costituirsi come coalizione di interesse perché non hanno qualcosa di condiviso da difendere che non sia il senso di esclusione. Poiché, fino a che il disagio non si trasforma in domanda politica, trovando chi sia capace di rappresentarlo non solo nei semplici termini di una semplice manifestazione di risentimento (Lega e M5S) bensì in un fattore propulsivo del cambiamento dell'orizzonte delle priorità, il destino è comunque segnato. Ossia, ancorato al mantenimento dei vecchi, incartapecoriti equilibri, ancorché precari...