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lunedì 8 giugno 2026

Il gulag cinese

Sergio Basso
Controllo totale e lavoro gratis. Il gulag di Pechino

Corriere della Sera La Lettura, 7 giugno 2026

 «Timore e tremore», suggeriva Kierkegaard (e prima di lui San Paolo) di fronte all’Assoluto. «Sorvegliare e punire», Surveiller et punir en Chine, incalza con il suo libro, pensando al Partito comunista (ed evocando Michel Foucault), Jean-Philippe Béja, sinologo e politologo. Direttore di ricerca emerito a Parigi, dal 1975 vive la Cina dal di dentro. Aveva 26 anni allora, e toccò con mano l’autocensura e la paura della popolazione, da giovane studente che curiosava in bici per la periferia di Pechino di quegli anni. Attraverso una analisi storica rigorosa e toccanti testimonianze dirette, l’autore è giunto alla convinzione che la repressione e il controllo sociale non siano stati tragici incidenti di percorso, ma costituiscano il cuore pulsante del potere comunista cinese, ancora prima della fondazione della Repubblica popolare nel 1949. Per Béja, Mao Zedong perfezionò la sua spietata grammatica del potere sin dai tempi di Yan’an (il suo quartier generale alla fine degli anni Trenta), invitando le masse a criticare il Partito per far emergere le voci fuori dal coro e poi annientarle brutalmente con l’accusa di tradimento.

I capi del Pcc guardarono poi ai detenuti come a una vasta forza lavoro per l’edificazione del socialismo, dallo scavo di canali alla costruzione di ferrovie: manodopera a basso costo senza i costi della previdenza sociale, educando pure il cittadino ai nuovi valori, come suggerito anche dai consiglieri sovietici. Cosa volere di più? Ecco nati i laogai, «riforma attraverso il lavoro»: gulag alla cinese.

Il sistema ha dimostrato una straordinaria capacità di evolversi: dopo Mao, le riforme economiche del 1992 e l’apertura ai mercati, anche il sistema carcerario si è progressivamente modernizzato, integrandosi nelle catene di fornitura internazionali e ponendo l’accento sulla redditività delle imprese collegate ai centri di detenzione. Sono imprese i cui impiegati lavorano gratis e non possono esprimere rivendicazioni: è dove socialismo e capitalismo si incontrano davvero.

E poi. è arrivato Xi Jinping. Per Béja, siamo al «Grande Balzo all’indietro»: la repressione si abbatte su giornalisti e avvocati per i diritti umani (con la retata del 2015). Di fronte all’indebolimento dei vecchi strumenti di controllo (come il libretto di residenza, hukou, o le unità di lavoro, danwei), il regime ha optato per una sofisticata tecno-sorveglianza che sfrutta big data, cloud della polizia e le innumerevoli telecamere del sistema Skynet. Ciliegina sulla torta, si sono inventati la patente del «credito sociale» (shehui xinyong): si guadagnano punti pagando i debiti, facendo volontariato o fornendo informazioni utili alla polizia. Si perdono se si firmano troppe petizioni contro i quadri. Cosa si vince? Tassi agevolati e sconti per siti turistici. E per chi perde? Aumento dei tassi, rifiuto di promozioni, impossibilità di soggiornare in hotel di lusso e persino il divieto di viaggiare in aereo. È il recupero via app della delazione, tremenda pratica sopita dopo Mao ma in ripresa dal 2012, che segnala un’atomizzazione dell’organizzazione per agevolare il piano totalitario.

E poi ci sono le «minoranze etniche». Dal 2017, la Cina ha costruito una rete di «centri di istruzione e formazione professionale» (zàijiàoyùyíng), destinati in particolare a uiguri, kazaki e kirghisi.

Non bisogna scordare che Chen Quanguo, segretario del Pcc del Xinjiang (regione musulmana e turcofona), aveva ricoperto lo stesso ruolo in Tibet, arrivando a schierare l’esercito nei monasteri. Nel Xinjiang, in un reticolo di circa 400 strutture, ha confinato quasi un milione di uiguri il cui unico crimine era praticare la propria religione o esibire simboli vistosi come la barba e il velo. È un modello di governance radicalmente diverso dal nostro, e trasforma il controllo sociale in un’infrastruttura portante per garantire l’ordine nella corsa verso la modernità.

Nonostante l’abisso descritto, il lavoro di Béja non è una resa al dispotismo: con le interviste che l’autore ha ottenuto con un lavoro certosino di fiducia, il libro restituisce la voce e un nome alle vittime, da Wei Jingsheng ad Ai Weiwei. È un inno alla resilienza del popolo cinese, capace di non piegarsi del tutto alla macchina del terrore, e lancia un monito: dietro le metropoli scintillanti e i successi economici, il gulag cinese non è un reperto del passato, ma un’infrastruttura camaleontica e vitale per la sopravvivenza dell’ultimo grande impero totalitario. 

mercoledì 4 febbraio 2026

Chiara Saraceno su Askatasuna. I violenti e gli altri

Franco Giubilei
"La moltiplicazione dei reati criminalizza il dissenso. Si rischia la spirale violenta"
La Stampa, 4 febbraio 2026

Chiara Saraceno, esiste davvero un'area grigia nella borghesia che simpatizza con i violenti? 

Mi sembra una definizione un po' vaga, forse la procuratrice si riferiva a certi docenti universitari, ma al di là di questo non credo si tratti di una connivenza consapevole, quanto di una difficoltà a tenere insieme la difesa del diritto a manifeatare il dissenso e l'assunzione di responsabilità nei confronti di possibili derive violente. Chi sostiene il diritto di protestare dovrebbe anche dire chiaramente che c’è un limite. La violenza di una minoranza cancella la voce e le ragioni della maggioranza, fino a favorire l’equazione manifestanti-violenti e la repressione non solo della violenza, ma anche del dissenso, che sembra l’obiettivo di questo governo.

Le frange che hanno provocato gli scontri erano una minoranza, anche la parte pacifica ha delle responsabilità?

Non era una frangia esigua, erano diverse centinaia e non è stata una sorpresa, tutti sapevano che sarebbero arrivati. Non so quanto gli organizzatori siano stati conniventi, forse una parte di loro sì, ma se è stato così hanno sfruttato le buone ragioni della maggioranza dei ragazzi e li hanno fortemente strumentalizzati. Se avessi avuto un figlio in quel corteo avrei avuto molta paura.

... C'è connivenza?

Non è connivenza, ma intenzionale cecità, o sottovalutazione. È facile fare i protettori di Askatasuna quando la sera si torna a casa propria. ... 

Ma come si previene la violenza in una manifestazione?

Servirebbe un maggior esercizio di responsabilità da parte degli adulti e delle organizzazioni non violente, non solo per legittimare chi protesta ma anche per avvertire dei rischi e per prevenire meglio. Forse un servizio d'ordine sarebbe servito, ovviamente non quelli armati di manici di piccone degli anni 70, ma gente che facesse rispettare gli accordi con la prefettura. È stata anche strana la gestione dell'ordine pubblico: possibile che i manifestanti che si sono staccati dal percorso concordato siano stati lasciati avvicinarsi ad Askatasuna?

... Ricolfi sostiene che la sinistra di Berlinguer e Lama era molto più netta nella condanna della violenza della sinistra attuale.

Mi sembra una tesi un po' superficiale. Anche il Pci all'inizio tardò a prendere le distanze nettamente dal terrorismo "di sinistra" e venne criticato perché aveva tardato a denunciare i "compagni che sbagliano". Poi, certo, si organizzò. In secondo luogo, i violenti di oggi non sono una costola della sinistra, non è neanche amarchia, è puro spirito distruttivo, un po' come quelli che vanno allo stadio per aggredire i tifosi dell'altra squadra. mi pare però che la condanna sia netta.





Violenza, libertà e polizia

Rita Rapisardi
«Nuovi reati e pene iperboliche non risolvono i conflitti sociali»
il manifesto, 4 febbraio 2026

Dottor Enrico Zucca, pubblico ministero del processo sulle torture alla scuola Diaz nel luglio 2001, oggi procuratore generale a Genova, con le sue parole all’apertura dell’anno giudiziario ha posto l’accento sul recuperare l’azione della polizia alla tutela delle libertà.

Qual è il senso oggi con il governo che spinge verso una nuova stretta?

L’ottica repressiva di una polizia in postura militare contro un nemico indistinto, che si annida tra la folla di manifestanti, rischia di farla diventare il bersaglio d’ogni insoddisfazione, identificata con l’oggetto della protesta. Mentre la sua funzione è la tutela del diritto di manifestare, minato anche dall’azione dei violenti. Poliziotti guardiani di libertà e non guerrieri, perché la degenerazione dell’azione della polizia nel G8 ha rappresentato un trauma con effetto di deterrenza per il diritto di protesta, non per le frange violente, che ora puntualmente ritroviamo.

Le reazioni ai fatti di Torino di sabato scorso sembrano invece evocare il pugno duro.

Nuovi reati, aumenti di pene iperbolici sono risposte che placano ansie difensive, allarme sociale, senza alcun effetto pratico. La realtà impietosa rivela incapacità a risolvere sul piano penale fenomeni di conflitti sociali e dissenso violento, che sono presenti altrove in misura anche maggiore. Francia, Inghilterra hanno conosciuto vere e proprie rivolte violente estese all’intero territorio, non a qualche miglio quadrato delle nostre città. I reati commessi dai violenti sono repressi in Europa con condanne che non superano in media i due anni di reclusione. Il reato di devastazione e saccheggio, contestato con facilità dalle nostre procure, è punito con una pena minima di 13 anni e massima di 20. Dubbi sulla proporzionalità della pena li ha sollevati anche la Cassazione francese nell’ambito di una procedura di estradizione per un condannato del G8 a 15 anni. Quale effetto di deterrenza può avere allora questo overcharging? Non bastano i 15 anni a cui si può arrivare per il reato di resistenza aggravata durante la manifestazione?

La procura di Torino ha formalizzato l’apertura di un procedimento per devastazione, mentre Piantedosi ha parlato addirittura di terrorismo.

I suggerimenti governativi trovano già orecchie ben attente. Non è questo il punto. Perché la sanzione penale fino a tale parossismo è l’altra faccia dell’impotenza dello Stato a governare i fenomeni di violenza, siano hooligans o antagonisti vari. Se poi si mira a una prevenzione che restringe libertà fondamentali, si rinsalda l’immagine caricaturale dello Stato autoritario che i violenti si rappresentano, pensando di legittimarsi come paladini di libertà, mentre la loro azione è speculare manifestazione di rabbia impotente. L’estrema visibilità data dai mass media alla ripresa e narrazione delle azioni violente asseconda la finalità dimostrativa e simbolica delle stesse. Lo scopo dei violenti è da sempre evidenziare l’aspetto autoritario dello Stato dietro il volto democratico, che invece è il volto più temibile che rinunciamo a mostrare per vincere la nostra battaglia. Lo ricordava il giudice torinese Vladimiro Zagrebelsky, membro della Corte di Strasburgo, citando le parole di Robert Badinter, già ministro della Giustizia francese, per cui la lotta al terrorismo è questione di difesa dei nostri valori e diritti, anche nei confronti di coloro che possono cercare di distruggerli: «Non vi è nulla di più controproducente che combattere il fuoco con il fuoco, dare ai terroristi il pretesto ideale per trasformarsi in martiri e per accusare le democrazie di usare due pesi e due misure».

Spesso si usa il teorema dell’associazione a delinquere o terrorismo senza successo. È utile?

Attente analisi sottolineano che negli scontri di piazza non si tratta di terrorismo, ma di un fenomeno più complesso e composito, che spesso trasforma estranei, coagulati intorno alle violenze di pochi, in partecipanti al contrasto verso un’ingiustizia ritenuta. Cruciali per l’estensione del fenomeno, lo dimostra l’esperienza straniera, sono proprio la reazione della polizia e la sua reputazione. La necessità di inquadrare il fenomeno entro schemi di criminalità organizzata, di gruppi, di bande o associazioni, rischia di non cogliere le radici del dissenso violento.

I nuovi decreti sicurezza spingono verso norme ancora più securitarie e verso lo scudo penale non solo per la polizia.

Sul filo del rasoio della costituzionalità si propone una sorta di scudo per la polizia. Un ritorno a passate normative, già ripudiate in nome di quel nuovo codice tanto venerato oggi. Il chilling effect di un’indagine contro i poliziotti è smentito dalla semplice statistica dei procedimenti, men che mai delle eccezionali ipotesi di condanna. La realtà vede piuttosto una riluttanza a perseguire gli abusi, certo non zelo inquisitorio della magistratura, che in ogni caso ha sempre correttamente considerato il difficile contesto operativo degli agenti impegnati in ordine pubblico.

giovedì 29 gennaio 2026

Dalla parte dell'Iran

 

Francesca Luci 
Sull’Iran accerchiato dagli Usa pesa la frattura con la popolazione

il manifesto, 24 gennaio 2026

La Repubblica islamica continua a dibattersi in una spirale di crisi multidimensionale che investe il paese su più fronti. Alla crisi economica, la corruzione strutturale e l’ostilità popolare si somma ora l’accerchiamento delle forze americane, che minacciano di attaccare da un momento all’altro.

«Forse sarebbe stato possibile per il potere affrontare le profonde crisi che investono il nostro paese», dice Framarz F., imprenditore, da Teheran «Forse sarebbe stato possibile opporsi al tentativo israelo-americano di piegare l’Iran e imporre le proprie condizioni. Non sarebbe stata la prima volta che affrontavamo una durissima prova. Ma il sangue di migliaia di persone innocenti, cadute in appena due notti infernali, ha creato una frattura così profonda tra il potere e la popolazione che neppure un miracolo potrebbe portare alla riconciliazione», conclude Framarz, commosso.

IL NUMERO delle vittime resta incerto: poco più di 3mila secondo le autorità iraniane, fino a 30mila secondo l’opposizione all’estero. Qualunque sia la cifra reale, la tragedia ha scosso profondamente la società iraniana, toccando anche chi non si era mai opposto al sistema, ma neppure ne condivideva la politica.

Gli Stati Uniti hanno schierato quella che il presidente americano Trump ha definito «una grande armata accanto all’Iran», ma lascia intendere che la leadership di Teheran vuole «raggiungere un accordo».

Il sistema, ormai, è sorretto dal cerchio militare e religioso e da coloro che godono di interessi e privilegi diretti. Non sono pochi, certo, ma restano decisamente minoritari secondo qualsiasi sondaggio, inclusi quelli riconducibili all’amministrazione stessa. Arduo pensare che il vertice del potere possa piegarsi al diktat americano, pur trovandosi in estrema difficoltà. I comandanti dei Guardiani continuano a minacciare gravi conseguenze in caso di attacchi militari statunitensi, mentre l’economia iraniana continua il suo declino: tassi di cambio e prezzi dell’oro da record e continuo calo del mercato azionario.

«L’enorme sottrazione di risorse dalla cassa dello Stato per i fatti militari e per le migliaia di enti religiosi dipendenti direttamente dal potere supremo pesa enormemente sul mercato e sull’andamento dell’economia del paese – ci dice Sadegh H., economista residente a Teheran – I tentativi del governo Pezeshkian di invertire la rotta del mercato sono inutili. Il governo non ha liquidità: se non si raggiungerà un accordo con gli americani, la situazione peggiorerà».

SI STIMA che oltre il 55% dell’economia sia controllato dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie (Irgc). L’Irgc e le fondazioni religiose direttamente collegate al leader supremo Khamenei collaborano strettamente, gestendo ingenti risorse e controllando settori chiave dell’agricoltura, del turismo e dell’industria.

La proposta di inserire l’Irgc nella lista nera, con l’obiettivo di paralizzare gran parte dell’economia iraniana, sembra aver trovato consenso presso il ministero degli esteri italiano, che avrebbe deciso di proporre all’Unione europea il suo inserimento tra le organizzazioni terroristiche.

La notizia ha portato alla convocazione dell’ambasciatrice italiana in Iran, Paola Amadei. Il ministero degli esteri iraniano ha messo in guardia contro le «conseguenze distruttive» di qualsiasi etichettatura delle Guardie rivoluzionarie e ha invitato la Farnesina a «correggere i suoi approcci sconsiderati nei confronti dell’Iran», riportano i media iraniani.

Inserire l’Irgc nella lista nera non è così facile. Oltre a servire prove concrete di attività terroristiche, ci sono ostacoli giuridici: è un corpo statale e sanzionarlo solleva questioni di diritto internazionale. Serve l’accordo di tutti i paesi membri e colpire le sue ramificazioni economiche è difficile.

domenica 11 gennaio 2026

Iran, un paese in ostaggio

Alessia Melcangi 
Iran, piazze frammentate e regime compatto: il crollo degli Ayatollah non è vicino
La Stampa, 11 gennaio 2026

Le immagini che arrivano da Teheran sono ormai familiari: strade occupate, proteste spontanee, slogan urlati contro il regime. Non è una scena nuova per chi conosce la recente storia del Medio Oriente, e non lo è nemmeno per la Repubblica islamica dell’Iran, che da decenni alterna ondate di rivolta e cicli di repressione. Questo Paese ci ha mostrato più volte, con una chiarezza dolorosa, due verità parallele: da un lato, la tenacia con cui la sua popolazione torna a sfidare il nizam; dall’altro, la capacità dello stesso sistema di rispondere con una brutalità feroce, puntuale, metodica.

In Iran oggi è tornata la piazza. Ancora una volta. Prima i bazaarì, il ceto degli influenti commercianti travolti dall’ennesima svalutazione del rial; poi studenti, lavoratori, giovani delle grandi città; infine, le aree periferiche, dove il disagio economico si intreccia a rivendicazioni etniche e religiose. È l’ennesimo ciclo di mobilitazione degli ultimi venticinque anni, ma questa volta la Repubblica islamica appare più fragile. Più esposta. Il punto nuovo è che il regime arriva a questo passaggio dopo una sequenza di sconfitte e umiliazioni: la crisi dell’“asse della resistenza”, i proxy indeboliti, la guerra dell’estate scorsa contro Israele hanno mostrato tutti i limiti della celebre “deterrenza iraniana”. Il regime, oggi, non è semplicemente repressivo: è stanco, talmente incancrenito da non riuscire a offrire risposte politiche o economiche e, principalmente, incapace di leggere la realtà di ciò che accade dentro e fuori.

Tuttavia, il nodo decisivo resta un altro: la tenuta dei sistemi di sicurezza. Basij e Pasdaran, che vengono da quelle classi popolari che la Repubblica ha elevato, protetto, garantito, hanno tutto l’interesse a difendere lo status quo. E, soprattutto, provano un risentimento profondo verso quel ceto urbanizzato che guida le proteste politiche guardando a Occidente. Per molti giovani basij, aggredire le ragazze che si tolgono il velo non è solo obbedienza: è rivalsa. Per questo l’apparato resta sorprendentemente compatto. Le proteste, invece, non lo sono, almeno al momento. In Iran appaiono oggi tre movimenti distinti: quello economico, generalizzato e rabbioso, che reclama cambiamenti, ma non per forza sistemici; quello etno-religioso delle periferie (i baluci, gli arabi sunniti, i curdi), difficile da trasformare in mobilitazione nazionale, probabilmente manipolato da attori esterni; e quello politico, ciclico, radicato nelle élite urbane che chiedono la caduta del regime. Non emerge ancora un coordinamento, una leadership che sintetizzi il malcontento. Gli slogan pro-monarchia, che fanno sperare oltreoceano Reza Pahlavi, figlio dello scià, a malapena iraniano, appaiono come un gesto di sfregio verso un regime che demonizza il passato monarchico. C’è poi un elemento raramente colto dalla superficie: la crescente secolarizzazione della società iraniana. Paradossalmente, l’Islam al potere ha prodotto milioni di persone che non si definiscono più musulmane. Le moschee si svuotano, la pratica religiosa arretra, i giovani prendono distanza da un’ortodossia trasformata in apparato di controllo. La Repubblica islamica ha fatto dell’ortoprassi – il velo, le norme morali, la disciplina quotidiana – il nucleo della propria sopravvivenza.

Per questo Khamenei non può cedere: abbandonare quella rigidità significherebbe svuotare il regime delle fondamenta che lo sostanziano. Motivo per cui il sistema combina dogmatismo ideologico a feroce repressione.

A questo punto gli scenari possibili si giocano su due tavoli: la capacità dei manifestanti di individuare una piattaforma comune, resistente, che li unisca e li coordini; l’abilità del regime di differenziare la risposta. Non è semplice: il governo conta poco, i centri decisionali sono molteplici, gli equilibri interni rigidi. Un primo scenario è quello di una Repubblica islamica capace di introdurre riforme concrete: sospendere l’arricchimento dell’uranio, frenare gli sprechi, reindirizzare almeno parte delle risorse oggi assorbite dai proxy regionali verso il risanamento dell’economia. Significherebbe distinguere tra proteste politiche da reprimere e rivendicazioni economiche da accogliere, e rivelerebbe una lucidità istituzionale che il sistema non ha mai dimostrato. In una fase post-Khamenei, invece, il potere potrebbe passare ai Pasdaran, facili ad abdicare alla rigidità morale degli ayatollah, alleviando il controllo sulla quotidianità, per consolidare un sistema di censura politica più rigido, protetto da un apparato di sicurezza che rimarrebbe il vero baricentro del potere. Infine, il terzo scenario – e il più realistico – è quello di “un cambio di regime senza cambiare il regime”: un maquillage che prolunga l’agonia senza modificare le strutture di potere. Così l’Iran rimane sospeso in una contraddizione feroce: una società che cambia rapidamente e un regime che non può permettersi di cambiare. La domanda, allora, rimane la stessa: quanto può durare un regime che esiste solo per evitare la propria fine?

domenica 21 dicembre 2025

Il giorno della tolleranza zero


Niccolò Zancan
Migliaia con Askatasuna, poi la marcia di Torino si conclude in guerriglia
La Stampa, 21 dicembre 2025

Nessuno ha detto niente lungo il percorso. Non c’è stata una parola d’ordine, una chiamata alle armi. Ma già in via Vanchiglia, vedevi cambiare alcune persone accanto a te. Ragazzi in abiti diversi: giacche cerate, impermeabili, sciarpe nere, guanti. Si trascinavano dietro dei bidoni carichi di pietre. Alle 16.31, il rapper Willy Peyote si è staccato dal corteo per andare a vedere cosa succedeva all’orizzonte. Tutti avevamo la stessa curiosità. In corso Regina Margherita, ma ben prima del centro sociale Askatasuna, sgomberato per ordine del governo, un muro di poliziotti in tenuta antisommossa e mezzi pesanti bloccava la strada con il cannone dell’idrante già puntato sull’arrivo del corteo. Segnavano un limite. Era chiaro che sarebbe stato il giorno dello scontro totale.

I ragazzi con gli impermeabili sono passati nelle prime file, il cannone ha incominciato a sparare ancora prima di uno slogan, di un tentativo, di una provocazione.

Il momento di tensione tra la polizia e gli antagonisti del centro sociale Askatasuna durante la manifestazione 

 

Il tutto ha avuto un che di ovvietà. I ragazzi preparati alla battaglia sono andati avanti anche sotto l’acqua. A quel punto è partita una carica: manganellate dalla polizia, sassi e bottiglie dalle retrovie. Poi una pioggia di lacrimogeni: lacrimogeni sparati in ogni direzione, per più di venti lunghissimi minuti. Per fortuna molti avevano capito quello che sarebbe successo: via i bambini del quartiere, via gli anziani sostenitori di Askatasuna, via le famiglie solidali e i politici di Alleanza Verdi e Sinistra. A fronteggiare i poliziotti sono rimasti quelli più interessati alla battaglia, non pochi a dire la verità. Undici agenti sono rimasti feriti. C’era rumore di pietre, esplosioni e ferraglia. L’aria è diventata irrespirabile nel raggio di centinaia di metri.

Ieri le vecchie leve di Askatasuna erano al fianco delle nuove, in una specie di passaggio di consegne. Alla partenza del corteo, davanti a Palazzo Nuovo, sede dell’Università di Torino, Stefano Millesimo, 25 anni - uno degli indagati - ha detto: «Noi vogliamo attraversare liberamente le strade di questo quartiere. Non ci stiamo alla militarizzazione del governo. Questo è sempre stato un quartiere aperto, che unisce e non divide».

Da pochi giorni è cambiato il questore di Torino. È cambiato anche il modo di gestire l’ordine pubblico. Quello di ieri è stato il giorno della tolleranza zero, per i cultori del genere un bel giorno. Ma a vederlo dalla strada è stato un giorno molto pericoloso, in cui si sono viste anche delle crepe nel patto sociale che tiene insieme una comunità. Lacrimogeni fino alle finestre delle case. Una donna in sedia a rotelle che attraversava quella nube di gas. Un ragazzo che vomitava sorretto da un amico. Cittadini rabbiosi, urlavano contro i poliziotti: «Vigliacchi!». «Fascisti!» «Vi paghiamo noi lo stipendio!». «Dovete farvi schifo quando vi alzate alla mattina».

La battaglia si era spostata nelle vie limitrofe, bloccando ogni accesso al quartiere. Un quartiere che da tre giorni vive in condizioni speciali: c’è chi deve chiedere il permesso alla polizia per entrare e uscire da casa sua. Tutto è successo dopo Largo maresciallo Berardi, vittima delle Brigate Rosse. All’altezza del gasometro del vecchio quartiere operaio di Vanchiglia. Impossibile avvicinare il centro sociale Askatasuna, ora murato e chiuso.

Le reazioni della politica sono arrivate immediatamente. Il ministro Salvini: «Da una parte donne e uomini in divisa, che difendono la legalità. Dall’altra parte i soliti violenti, figli di papà frustrati e falliti. Lo sgombero di Askatasuna è solo l’inizio. Ruspe sui centri sociali covi di delinquenti». Il ministro Tajani: «Quello che è accaduto è la dimostrazione che Piantedosi ha fatto bene a ordinare lo sgombero. Se il centro sociale diventa il luogo dove si organizzano gli attacchi alle forze dell’ordine è giusto che il governo abbia preso una decisione ferma».

Il sindaco di Torino Lo Russo, che con Askatasuna aveva cercato di dialogare e adesso non sa cosa fare: «Desideriamo condannare con fermezza gli episodi di violenza che si sono verificati durante il corteo di oggi, esprimendo solidarietà e vicinanza alle forze dell’ordine coinvolte nei disordini, ai commercianti e a tutte le cittadine e i cittadini che hanno vissuto disagi, peraltro a pochi giorni dal Natale». La vicesegretaria della Lega Sardone: «Feccia rossa». Il sottosegretario Delmastro di Fratelli di Italia: «Ecco l’orrido volto di Askatasuna». A chi conviene lo scontro totale?