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lunedì 28 settembre 2026

La doppia vita di Nicole

Gianni Giacomino
La doppia vita di Nicole Formichetti: da prof modello a "Satana" del festino

La Stampa, 28 settembre 2026

In questi mesi cos’è successo alla professoressa Nicole Formichetti? Fino a giugno era insieme ai suoi alunni dell’istituto superiore “D’Oria” di Ciriè, nel Torinese, dove insegnava entusiasta italiano. Oggi invece è in carcere con l’accusa di favoreggiamento per l’omicidio di un uomo e per concorso nella distruzione del cadavere.

Cos’è che ha stravolto la sua vita e l’ha trasformata da donna di cultura in «Satana»? Così la definisce Cristian Matheus de Oliveira Morando, il 26enne fermato dalla Squadra mobile della polizia - insieme alla professoressa e a un’altra 22enne, Keith Butig detta “Sara” - per aver ucciso e fatto a pezzi Fabio Colapietro durante un festino a base di diversi tipi di droghe pesanti e alcol, organizzato proprio a casa della docente.

Che, sempre secondo il racconto del giovane, «era l’unica tra i tre che cercava un modo di sbarazzarsi del cadavere e tornare ad una vita normale». Quella che la prof aveva fatto fino a poco tempo fa. Quando? Difficile dirlo. Di sicuro era stata sposata e amava gli animali. Ed era arrivata a Torino da Rieti diversi anni fa proprio per insegnare ai ragazzi.

Sulla sua bacheca Facebook c’è una foto scattata nel luglio del 2018 che la immortala felice insieme ad una amica. Sono al Teatro Regio per assistere al Don Giovanni, il capolavoro di Mozart. Poi c’è un’altra immagine di aprile quando è al concerto di Gianna Nannini all’Inalpi Arena. Altre istantanee di Nicole alla torre degli Asinelli a Bologna e sulle montagne innevate che circondano il Piano della Mussa, su a 1.800 metri di quota. Poi ce n’è un’altra dove la docente di italiano è sorridente, in un luccicante abito da sera, è il 24 marzo 2018.

È bella e solare quell’insegnante che amano anche i suoi alunni. Ragazzi che lei riesce a coinvolgere nelle sue lezioni mai noiose ai quali consiglia libri da leggere e film da guardare. Allievi che accompagna nelle gite dove illustra monumenti, spiega leggende e personaggi storici. Adesso quella Nicole Formichetti non c’è più. Adesso c’è «Satana». L’ombra della donna che è stata. Ridotta a una magrezza impressionante dall’uso di droga e alcol. Quella che il gip Antonio Borretta definisce, con gli altri due, capace di «indubbia capacità di organizzazione dell’attività illecita e ostinata pervicacia nel perseguirla, sintomo di spiccata pericolosità e determinazione criminale».

Da quello che emerge, anche Formichetti avrebbe organizzato il festino al quale Colapietro ha portato qualunque tipo di droga, con un via vai tra l’appartamento e il parco Sempione, la base dei pusher. E tutto sarebbe filato liscio fino a quando, dopo un giorno e una notte scanditi dal consumo delle sostanze, è nata la colluttazione tra Colapietro e de Oliveira che lo avrebbe strangolato. «Se l’omicidio è avvenuto durante una colluttazione, non è detta l’intenzionalità e potrebbe essere preterintenzionale», ipotizza l’avvocato Wilmer Perga, difensore di de Oliveira Morando. «Lui ha ammesso il fatto dicendo che ha ucciso quell’uomo, seppure involontariamente».

Dopo aver cercato di rianimarlo per due ore, i tre iniziano a progettare di disfarsi del cadavere. Ma ci impiegano due giorni durante i quali la prof, sempre secondo il racconto del 26enne, avrebbe fatto delle ricerche sul web per capire quali modi c’erano per far sparire un cadavere. Scatta l’idea: o in un fiume o addirittura nel lago di Garda. Butig (tutelata dall’avvocato Roberto Francesco Rotella) e de Oliveira sono quindi usciti per comprare sacchi neri, candeggina, cemento rapido, una mannaia e un affilatore mentre Formichetti li aspettava nell’appartamento. Dove poi i mobili, i muri e i pavimenti sono stati tutti coperti con i sacchi.

«Poi, io e Nicole - ha raccontato ancora il 26enne - abbiamo iniziato a dividere le braccia, le mani, tutto il corpo, anche la testa… poi abbiamo iniziato e mettere le parti nei sacchi». Un orrore senza fine, «contesto agghiacciante», scrive il gip. Sempre de Oliveira e la professoressa di italiano infilano i primi pezzi del corpo in valigia, chiamano un taxi, si fanno portare lungo la Dora e lì gettano i resti ritrovati poi dai vigili del fuoco. Nell’interrogatorio di garanzia davanti al gip la prof, tutelata dagli avvocati Alessandro Bellina e Chiara Romano, non ha detto una parola: «Probabilmente - dicono i legali - non ha ancora realizzato quello che ha fatto». Per adesso tutti e tre, come richiesto dalla pm Lea Lamonaca, restano in carcere.

sabato 23 maggio 2026

Cosa dice El Koudri

l'avvocato Fausto Gianelli

Alfio Sciacca
L'ossessione di El Koudri: volevo lavorare, lo devo ai miei

Corriere della Sera, 23 maggio 2026

Salim El Koudri cerca di spiegare. Parla per la prima volta di ciò che lo tormentava. Quel tarlo che lo avrebbe spinto a lanciarsi con l’auto in corsa sulla folla in pieno centro a Modena. «I miei genitori hanno fatto tanti sacrifici per far studiare me e mia sorella. Non potevo deluderli. Avevo assolutamente bisogno di trovare un lavoro, ma si erano messi tutti contro di me».

MODENA «I miei genitori sono stranieri e hanno fatto tanti sacrifici per farmi studiare, non potevo deluderli. Avevo il dovere di trovare un lavoro adeguato, ma si erano messi tutti contro di me». Salim El Koudri, per la prima volta, prova a spiegare ciò che lo tormentava e che lo avrebbe spinto a lanciarsi con l’auto in corsa sulla folla in pieno centro a Modena. Ieri ha incontrato il suo legale Fausto Gianelli. Oltre due ore di colloquio.

L’avvocato

«Mi ha chiesto della turista amputata e come stanno le altre persone investite»

Ha parlato di quello che nella sua mente era una sorta di complotto per impedirgli di trovare un’occupazione. Lui che è italiano, ma si sentiva trattato ancora da marocchino. Durante l’interrogatorio di garanzia, quando gli era stato chiesto di declinare la nazionalità, con tono sicuro aveva risposto: «italiana». E ieri ha insistito: «Io sono italiano. Sono nato qui. Questo è il mio Paese, mentre i miei genitori sono stranieri. Sono venuti dal Marocco per dare un futuro migliore a noi figli».

Come già emerso dai primi accertamenti della polizia, la ricerca di un lavoro era diventata un’ossessione. Tempestava di mail e telefonate le agenzie per la ricerca di lavoro. «Io mandavo in continuazione mail — ha raccontato ieri —, ma non rispondevano. Mi hanno sabotato il pc non facendo partire le mail o forse mi hanno fatto il malocchio». E spiega sempre così il perché usciva poco da casa e non aveva amici. «Ma io non potevo mica perdere tempo stando in giro a far nulla — ha detto —. Io dovevo concentrarmi nella ricerca del lavoro». «Non specifica chi ce l’avesse con lui — spiega l’avvocato Gianelli—. Non ha fatto alcun riferimento all’università, alla quale in passato aveva mandato delle mail, o a qualche datore di lavoro in particolare. Ha detto che in generale c’erano persone che ce l’avevano con lui e che gli impedivano di fare quello che lui riteneva adeguato alla sua laurea per dare soddisfazione alla madre e al padre».

La figura del padre torna spesso nei discorsi di Salim. Un genitore colto, con una laurea in letteratura araba, ma anche dispiaciuto perché il figlio «aveva perso la fede».

Salim, infatti, non frequentava la moschea, beveva, e non osservava il Ramadan. Mentre il padre in passato ha frequentato regolarmente l’associazione islamica di Ravarino. Questo diverso approccio alla fede sarebbe stato anche motivo di tensione in famiglia.

Da una settimana la vita di Salim è racchiusa tra quattro mura spoglie. Isolamento totale per rischio suicidio. Senza la tv o un libro. Glieli farà arrivare il suo legale. Ha chiesto la Bibbia, anche se lui non si è mai convertito e non è neppure battezzato. «Quanto ai libri — ha detto al legale — non mandi romanzi, ma testi di storia e di attualità». Da tre giorni ha cominciato anche la cura farmacologica e il periodo di osservazione psichiatrica voluto dalla Gip.

Per flash comincia a parlare anche di quel che ha fatto sabato scorso e dei feriti. «Mi ha chiesto delle loro condizioni e in particolare della turista tedesca di cui gli avevo parlato, che ha perso le gambe», spiega l’avvocato Gianelli. Riesce anche a ricostruire tutta la dinamica. La strada da Ravarino fino a Modena e di lui che quella mattina «sapeva che doveva morire». Quanto al movente, però, non dice esplicitamente che in quel modo si voleva vendicare perché non trovava lavoro.

Per il momento non vuole incontrare i familiari. «Perché non mi sono ancora lavato», continua a ripetere. Nelle sue parole nessun segno di pentimento. «Sta pian paino prendendo coscienza, ma il pentimento è una cosa seria — spiega il legale —. Se io lo forzassi in tal senso sarebbe solo una grande ipocrisia. Salim deve ancora fare un lungo percorso prima che sia un pentimento vero».

venerdì 30 gennaio 2026

Non credevo morisse

 

Federico Gottardo
Lo sciacallo di Davide Borgione: “Non credevo morisse, pensavo non fosse grave”
la Repubblica, 30 gennaio 2026

Dice di essere dispiaciuto e sconvolto. E ai suoi avvocati assicura: «Non mi ero reso conto che quel ragazzo stesse così male, altrimenti avrei chiamato i soccorsi». Eppure quel ventenne torinese, italiano e incensurato, ha lasciato Davide Borgione in un lago di sangue, sull’asfalto di via Nizza, a Torino. E, secondo l’accusa della polizia locale e della procura, se n’è andato con il portafogli del giovane morto pochi minuti dopo all’ospedale Cto.

Il presunto “sciacallo” aspetta di essere interrogato dalla pm Delia Boschetto, che ha aperto un’inchiesta per omicidio stradale, omissione di soccorso e furto. Potrebbe avvenire nei prossimi giorni, quando verranno convocati sia lui sia il coetaneo che era con lui in auto la notte fra venerdì e sabato scorsi (difesi dagli avvocati Andrea Cagliero, Nicola Gallicchio e Paolo Galvagno).

Invece è già stato sentito il funzionario di banca, 36 anni, che potrebbe aver urtato Borgione quando era già caduto dalla bici elettrica che aveva noleggiato dopo essere uscito dalla discoteca Milk di via Sacchi: «Ho notato un ragazzo che andava in bici a zig zag – si è difeso il 36enne, assistito dall’avvocata Anna Rossa Oddone e indagato per omicidio stradale e omissione di soccorso –. Poi non l’ho più visto e mi è sembrato di passare sopra un dosso. Ma, se l’avessi investito, avrei sentito delle urla».

La sua auto, una Jeep Avenger di ultima generazione, è stata sequestrata e verrà analizzata per verificare danni compatibili con un impatto. Verrà anche dato un incarico per una perizia tossicologica per verificare se la vittima avesse assunto alcol, sostanze stupefacenti o medicinali. Poi si continueranno a scandagliare i filmati delle telecamere di videosorveglianza lungo via Nizza, che hanno già permesso di risalire ai tre indagati e dovrebbero chiarire nel dettaglio cosa sia successo fra le 4.15 e le 4.19.

Cioè fra quando Borgione è caduto dalla bici, probabilmente da solo, e quando è stato finalmente soccorso dai giovani che si sono fermati e hanno chiamato il 112. Al momento restano tanti dubbi e neanche l’autopsia è riuscita a scioglierli: non è chiaro se il diciannovenne sia morto per l’impatto con l’asfalto o per l’urto con la Jeep del bancario. Di certo c’è che la causa del decesso è un trauma cranico e che il diciannovenne non è stato travolto, come accertato dal medico legale incaricato dalla pm, Roberto Testi. Che depositerà la sua relazione entro due mesi.

Dopo l’autopsia, eseguita martedì, la procura ha dato il nullaosta al funerale, che si terrà oggi pomeriggio: a partire dalle 8 è aperta la camera ardente al Cto, da dove la salma partirà alle 15.10 per l’ultimo saluto previsto per le 15.40 nel tempio crematorio di corso Novara, accanto al cimitero monumentale.

venerdì 26 settembre 2025

Francia. Il sistema bloccato


Alessandra Coppola / Edwy Plenel
"Noi minacciati da destra e sinistra. Così nel 2011 abbiamo sollevato il velo sul caso
 
Corriere della Sera, 26 settembre 2025

I lettori possono stare tranquilli: «Le bonnet (il coprimicrofono, ndr) è un po’ scosso per essere stato gettato a terra da Carla Bruni-Sarkozy, ma sta bene», scrive ironicamente Médiapart. E lo storico fondatore, Edwy Plenel, 73 anni, rotto a ben altre provocazioni, al telefono con il Corriere prosegue sulla stessa linea: «Da oggi in poi non dirò più abbonez-vous, abbonatevi, ma abonnet-vous...».

Il caso del «berretto» di spugna rosso maltrattato dalla ex première dame viene sepolto così, da un sorriso sotto i baffi; a margine di una giornata storica per la politica e la giustizia francese, ma anche per questo sito di informazione (e soprattutto d’inchiesta) costruito nel 2008 da Plenel (dopo 25 anni da caporedattore a Le Monde) come una sfida alla grande stampa francese. E via via affermatosi come il terzo quotidiano online del Paese, oltre 230 mila abbonati, zero pubblicità, nessun investimento né ingerenza esterni.

Soddisfatto?

«Beh, non ci sarebbe stato questo processo senza Médiapart — risponde Plenel da Modena, dove presiede la giuria del Dig, il Festival di giornalismo investigativo —. Abbiamo fatto le prime rivelazioni sull’affaire Sarkozy-Gheddafi 14 anni fa; la Procura se n’è occupata due anni più tardi, e noi intanto siamo andati avanti anche con le nostre indagini».

Ruolo chiave l’ha avuto il Parquet national financier, istituzione giudiziaria creata a Parigi per combattere la grande criminalità economica e finanziaria...

«...messa in piedi nel 2013 dopo l’affaire Cahuzac (sottosegretario socialista alle Finanze durante la presidenza Hollande, condannato per frode e riciclaggio, ndr) sollevato ugualmente da un’inchiesta di Médiapart. Dimostrazione dell’importanza di un giornalismo e di una giustizia indipendenti, in una democrazia viva».

Nel caso del processo all’ex presidente Nicolas Sarkozy, qual è il cuore? Come lo riassumerebbe?

«Si tratta di un’enorme vicenda di corruzione. La condanna è stata inflitta in ragione di un’associazione criminale, che nel codice penale francese è quanto di più simile all’italiana associazione a delinquere di stampo mafioso. E cioè un’associazione il cui scopo è la corruzione, la regola è segreta, il fine sono i soldi, il potere».

L’inchiesta stavolta è arrivato fino al vertice assoluto dello Stato: un ex presidente della Repubblica. La stupisce?

«No, perché la Francia è una sorta di monarchia repubblicana, l’Eliseo una roccaforte che protegge chi la occupa. E Médiapart è diventato un sassolino nella scarpa di questa gente. Gli impediamo di accordarsi tra di loro e al fondo di essere protetti da un’aura d’impunità».

Al di là del gesto stizzoso della signora Sarkozy, avete nel tempo ricevuto minacce, pressioni?

«Sono stato anche attaccato fisicamente in un ristorante per alcune rivelazioni legate al #metoo (si riferisce all’attrice e regista Maïwenn, condannata a un risarcimento, ndr)... Ci sono stati degli atti violenti, ma anche una violenza verbale, da destra a sinistra. Sarkozy ha detto che siamo “una fabbrica di falsi”; per Mélenchon (il leader della France Insoumise, ndr) siamo un “giornalaccio”...».

Dal presidente Mitterrand, quando era a «Le Monde», passando per Hollande, lei — che pure viene da una militanza giovanile nella corrente trotskista del Partito socialista — non ha fatto mai sconti a nessuno. Meno che mai all’attuale capo di Stato Emmanuel Macron. Che cosa gli imputa?

«In modo quasi caricaturale, la volontà popolare è oggi a Parigi confiscata da una sola persona, che ha tutti i poteri. Compreso quello di non tener conto delle elezioni parlamentari e delle proteste, di agire senza contraddittorio».

Non è questa la forza del sistema presidenziale francese?

«Quel che voi in Italia considerate un generatore d’instabilità, il vostro sistema parlamentare, io lo vedo come una protezione, perché obbliga a una cultura del confronto, della discussione. Quella che in Francia sembra stabilità è invece debolezza, impasse. Che aggrava il sentimento generale d’impotenza. E produce collera. Di qui gli scioperi, le grandi manifestazioni di piazza e i movimenti come “blocchiamo tutto”. E nel disastro delle sinistre inconciliabili, l’ascesa anche da noi della destra estrema».

mercoledì 13 agosto 2025

Femminicidi, le denunce inutili


Agence France-Presse
Libération
Accoltellata dal suo ex compagno nei pressi di Saint-Malo, Tatiana ha sporto due denunce, a luglio e agosto 
Libération, 13 agosto 2025

Una tragedia nella tragedia. Come molte donne vittime di femminicidio , Tatiana aveva sporto denuncia prima di essere accoltellata a morte dal suo ex compagno nella notte tra venerdì 8 e sabato 9 agosto a Saint-Jouan-des-Guérets (Ille-et-Vilaine). Secondo un comunicato stampa della procura della Repubblica diffuso martedì 12 agosto, si era recata per la prima volta alla stazione di polizia di Saint-Malo il 18 luglio. Poche settimane dopo, aveva sporto un'altra denuncia, questa volta alla gendarmeria di Châteauneuf, nell'Ille-et-Vilaine. Entrambe le indagini erano in corso al momento della sua morte.

Durante il suo primo colloquio con le forze dell'ordine a luglio, ha riferito che il suo ex compagno, dal quale si era separata all'inizio di luglio, aveva costantemente cercato di rimettersi in contatto con lei da allora. "Per riconquistarla, le inviava numerosi messaggi, cercava di contattarla frequentemente per telefono e si presentava regolarmente a casa sua, a volte per lasciarle fiori o chiederle di recuperare effetti personali", ha dichiarato la procura. Poiché la trentenne ha spiegato di non aver subito alcuna violenza di alcun tipo, la polizia avrebbe descritto il reato come una denuncia per "molestie". La sua seconda denuncia è stata presentata il 2 agosto a Châteauneuf per "danni contraddittori". Questa volta, sospettava che il suo ex avesse danneggiato la sua auto.

Uomo ucciso a colpi di arma da fuoco da un agente di polizia

L'ex compagno 38enne di Tatiana si è presentato al piano di sotto del suo condominio l'8 agosto. Era scesa con le sue due figlie, di 15 e 17 anni, avute da un'altra relazione. Il suo terzo figlio, un bambino di otto anni, non era presente. Dopo una lite, l'uomo ha accoltellato la donna diverse volte, di cui due al collo, uccidendola.

L'aggressore è poi fuggito in auto, inseguito dalle forze dell'ordine, verso la sua abitazione a Taden (Côtes-d'Armor), rifiutandosi di obbedire per ben tre volte. Secondo il pubblico ministero, alla vista dei gendarmi, ha deciso di "rientrare di corsa nel suo veicolo da cui era appena sceso per recuperare un machete". L'uomo ha adottato un "atteggiamento attivo e molto minaccioso nei confronti degli agenti della gendarmeria" ed è stato infine ucciso a colpi d'arma da fuoco da un gendarme. I risultati dell'autopsia confermano l'uso di un taser sull'uomo e indicano la presenza di " due fori di proiettile che hanno causato un'emorragia interna, che ne ha causato la morte".

L'agente di polizia che ha sparato è stato inizialmente arrestato, ma la misura è stata revocata nella notte tra il 9 e il 10 agosto. Le due figlie di Tatiana, testimoni della tragedia, sono state ricoverate in un reparto specializzato dell'ospedale di Saint-Malo, prima di essere affidate ai servizi sociali per l'infanzia.