Giovanni Tesio
L’antisentimentale per cui gli italiani sono sempre gli altri
La Stampa Tuttolibri, 10 gennaio 2026
Ironico e risoluto, solitario e determinato, generoso di una generosità che passa attraverso i suoi apparenti contrari, il “bastian contrario” Sebastiano Vassalli è stato uno degli autori più costanti e più presenti degli ultimi sessant’anni di vita civile e letteraria. Interprete di usi e di abusi letterari e nazionali, moralista radente delle più ipocrisie, ma su tutto e soprattutto romanziere di scrittura. Artista, poeta, scrittore, saggista, polemista, collaboratore di giornali (vale la pena di ricordare almeno la fortunata rubrica degli “Improvvisi”, che tenne sul Corriere della Sera, poi raccolti in un volumetto da Roberto Cicala con una prefazione di Paolo Di Stefano). E proprio Roberto Cicala ne è sempre stato, oltre che amico, il più pronto e convinto seguace: sostenitore prima di Vassalli in vita, e ora - a dieci anni dalla morte - autore di questo volume nato dalle carte e dalla memoria. Memoria assistita dai critici più fervidi e più provveduti, il che significa attenti - come Cicala è - tanto alla filologia quanto all’ermeneutica di un’opera plurale, ricca di volti e di risvolti, del tutto restia alla chiacchiera, franca e persino ruvida di modi, antisentimentale fino al sacrificio, tutta tesa al controcanto e al disincanto, al disvelamento delle ipocrisie degli italiani che sono sempre “gli altri”, ai nodi remoti e prossimi di una storia che rivela la sua fatica, ai mostri che nutre e che la nutrono, ai mutamenti epocali fino ai futuri e ai futuribili, alle derive e ai naufragi, al nulla che l’attraversa. Si potrebbe parlare di Vassalli come di un convinto pessimista, se lui non si fosse sempre difeso raffigurandosi nelle vesti del più onesto realista. Il suo itinerario - a partire dalla biografia - meriterebbe la sonda del maestro con cui si laureò, Cesare Musatti, quando in lui ribollivano gli estri più dissonanti: quelli che gli valsero da parte di Mario Fubini un’alta valutazione e un giudizio quasi desolato, certamente perplesso. Ciò che consente di sostenere con ottima ragione che Vassalli attraversa tempi e fasi, modi e scritture, ma resta costantemente fedele ai suoi occhi disincantati, ai suoi carotaggi di profondità, alle sonde dei suoi contrari e delle sue contrarietà, che negli incontri decisivi con Giulio Bollati sfociarono in una vera e propria vocazione. Dal fondo di un amico in crisi fu proprio il maieuta Bollati a trasformare Vassalli in un narratore. Bollati che eventi fortunosi avevano trasformato in un pendolare tra Torino e Milano con soste frequenti a Pisnengo, il romitorio di macerazioni perturbate che Vassalli si era scelto, fucina di grandi discussioni sulla storia dell’Italiano fluttuante (la stessa che nell’inchiesta Sangue e suolo porta Vassalli a viaggiare nella terra degli “italiani trasparenti” del Sud Tirolo). Come del resto trascurare il coraggio intellettuale che Vassalli ha saputo assumere? I sospetti sulle ambiguità di uno Sciascia troppo morbido con la Mafia. La sferzante disputa sulla Lettera a una professoressa intentata contro don Milani («La patacca del santo Educatore»), la sostanziale difesa di Bouvard e Pécuchet, troppo frettolosamente liquidati da una critica miope e auto-protettiva. E si potrebbe continuare. Tre, in ogni caso, i tempi che Cicala scandisce con ricchezza di ragioni e di esempi. L’adesione alla neoavanguardia, subito segnalata da Manganelli come esercizio strenuo di un carnevale virtuosistico, di una inaudita bisboccia verbale. Poi la fase di una transizione che si muove tra rovesciamenti e parodie, ma già orientata a una narrabilità compatibile. E infine quella sorta di inversione che ha fatto di Vassalli - dopo il libro appassionato e identitario che è La notte della cometa - il narratore delle storie scovate negli anfratti di quel nulla in cui la Storia si avvita e si avvelena. Questo l’autore dei titoli maggiori, che non sempre sono i più conosciuti: La Chimera, certo, che gli valse lo Strega, ma L’oro del mondo, ma Marco e Mattio, ma Le due chiese, ma Terre selvagge, e prima ancora Un infinito numero. L’oro del mondo tuttavia a spiccare tra tutti per la sua struttura composita, per la sua denuncia spietata, per l’energia dello stile robusto e anche per la presenza di un paesaggio che non esita a diventare un personaggio avvolgente e decisivo, in Vassalli sempre accudito. E poi, non ultima quantunque più volte rinnegata, la poesia, non solo come esercizio proprio (vissuto alla maniera dell’ultima sigaretta di Zeno), ma come affermazione di verità, un poeta «ogni cometa di Halley», che in Amore lontano - uno dei suoi lasciti più sorprendenti - trova il modo di dichiararsi nei suoi apici radicali, da Omero a Rimbaud (di Campana avendo già detto tanto), ma in bella vista anche la silenziosa testina marmorea di Saffo, la lirica poetessa di Mitilene, che accompagna le pagine come una citazione fortemente allusiva. «Et in Arkadia ego», potremo dire, purché si noti la kappa velenosa, compagna delle Belle lettere, del tutto antifrastiche, condivise e irrise con il sodale Attilio Lolini. ll volume grosso e documentato di Cicala tutto questo certifica con dovizia di partizioni, non lasciando nulla di intentato: vita, opere, testimonianze critiche, traduzioni, bibliografia, o meglio sarebbe forse dire bibliografie, apparato iconografico, indice dei nomi. Un lavoro che se non fosse - immagino - una questione di diritti d’autore, sarebbe pronto per accompagnare l’accoglienza di Vassalli in un auspicabile volume del pantheon “meridiano”.

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