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| Vivian Motzfeldt, ministro degli esteri della Groenlandia |
Anna
Lombardi
Il politologo: “Fiordi, ghiacci e montagne, l’occupazione
della Groenlandia a rischio disastro"
la Repubblica, 15 gennaio 2026
«Se dovesse esserci una militarizzazione errata della Groenlandia, la sicurezza nazionale americana e la pace regionale, potrebbero uscirne compromesse anziché favorite. Certo, ci sono cose che si possono implementare: a partire dall’accordo del 1951 con la Danimarca, poi confermato dal governo groenlandese nel 2004, che permette agli Stati Uniti di aprire nuove basi. Gli americani, insomma, hanno già la possibilità di esercitare ampio controllo militare su un Paese che, non va mai dimenticato, è parte dalla Nato e sotto il suo ombrello». Ulrik Pram Gad, politologo del Danish Institute for International Studies è coautore del saggio Greenland in Arctic Security. «Se gli Stati Uniti chiedessero di ampliare la collaborazione militare — e pure quella mineraria — in nome del reciproco interesse, non troverebbero certo porte chiuse».
I groenlandesi temono azioni ostili da parte degli Stati Uniti?
«Non temono un’invasione quanto un boicottaggio. Sanno che un tentativo di occupazione si trasformerebbe nel suo opposto: un’operazione di ricerca e soccorso. I centri abitati non sono collegati da strade: lì ci si sposta in nave o con piccoli aeroplani e una volta sbarcati, i militari non riuscirebbero a muoversi su un territorio composto da fiordi, ghiacciai e monti che solo i nativi conoscono bene. La popolazione teme pressioni come il blocco delle comunicazioni o degli approvvigionamenti».
Secondo Trump, se gli Usa non controlleranno la Groenlandia, lo faranno Cina e Russia.
«L’Artico è una regione molto vasta. Navi russe e cinesi l’attraversano, ma per ora si muovono in altre aree, trasportando gas naturale liquefatto dalla penisola russa di Yamal — 3mila chilometri dalla Groenlandia — verso l’Asia. La strategia nucleare russa si concentra invece sulla penisola di Kola, dove sono posizionati missili puntati sugli Stati Uniti: zona monitorata dalla Nato e piuttosto lontana dalla Groenlandia. Il vero pericolo potrebbero semmai essere i sottomarini russi che da sotto i ghiacci polari, si infiltrino attraverso il varco “Giuk” quello fra Groenlandia, Islanda e Regno Unito. Ma ancora una volta: riguarda tutti i Paesi Nato. Temo che una lettura errata di queste dinamiche potrebbe innescare un’escalation, che renderebbe tutti meno sicuri».
Qual è il ruolo della Groenlandia nella difesa degli Stati Uniti?
«Quello che già assolve: sorvegliando, attraverso radar e altri mezzi, ciò che si muove e avvicina dall’ area euroasiatica. Lo US Space Command lì gestisce i radar della base di Pituffik, occupandosi proprio di individuare i missili in arrivo ed eventuali minacce spaziali. Per implementare la difesa americana, si possono aprire nuove basi da cui far decollare F-35 e usare droni e navi lungo la costa. Tutte cose già in linea con l’accordo del 1951».
Un provocatorio post della Casa Bianca ieri chiedeva: “Da che parte stai, groenlandese?”. Ecco, cosa vuole la popolazione?
«Il rapporto con Danimarca e Stati Uniti è stratificato e complesso. Di sicuro la gente apprezza lo stato sociale danese, ma vive un traumatico conflitto emotivo verso chi li ha colonizzati e discriminati tanto a lungo. Negli anni ‘70 e ‘80, poi, consideravano colonizzatori pure gli americani che avevano ancora diverse basi sull’isola. Prima di Trump si era invece instaurato un buon dialogo con gli Stati Uniti: che avevano iniziato a parlare direttamente con il governo di Nuuk, scavalcando Copenaghen. Le pretese di Trump hanno però cancellato quella disponibilità e risvegliato rancori sopiti. Se fossero economicamente forti, non avrebbero dubbi, vorrebbero essere groenlandesi, autonomi e indipendenti. Ma finché non ne avranno la forza, resteranno ancorati alla Danimarca».



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