Dario Basile
Struzzo Einaudi. La forza della pazienza
Corriere Torino, 19 gennaio 2026
«È uno struzzo, quello di Einaudi, che non ha mai messo la testa sotto la sabbia», scriveva Norberto Bobbio. Il celebre struzzo stilizzato è da sempre l’emblema della casa editrice torinese e ancora oggi, sulla porta esterna di via Biancamano 2 a Torino, si può vedere il vecchio marchio editoriale ovale con lo struzzo che morde un chiodo. Nel contrassegno si legge il motto: «Spiritus durissima coquit», «Lo spirito digerisce anche le cose più dure». Lo struzzo è un’icona che non è rimasta uguale a se stessa, quasi a voler indicare un valore paritario alla tradizione e al cambiamento. In un gioco di passato e presente, da sempre caro all’einaudi, negli anni il logo è cambiato e di struzzi se ne sono viste diverse versioni, alcuni d’autore. Si pensi allo struzzo realizzato da Renato Guttuso, o quello uscito dalla matita del grande Pablo Picasso o, ancora, la versione dipinta da Giacomo Manzù. Ma procediamo con ordine. Come noto, la casa editrice Einaudi viene fondata nel 1933 da un gruppo di amici, allievi del liceo classico D’Azeglio. Anima imprenditoriale del gruppo dei fondatori è Giulio Einaudi. Il celebre struzzo, in origine, è stato ereditato dalla rivista «La Cultura» di cui Einaudi fu l’ultimo editore. All’inizio del 1934, la rivista, che non navigava in buone acque, viene infatti rilevata insieme al suo marchio da Giulio Einaudi. Nel 1935 «La Cultura» è definitivamente soppressa dal regime fascista. E così il marchio, adottato per la prima volta nel volume di Luigi Salvatorelli, Il pensiero politico italiano dal 1700 al 1870, passa sistematicamente ai libri della casa editrice.
Il simbolo dello struzzo che inghiotte un chiodo di ferro al motto di «Spiritus durissima coquit» era stato ideato a metà Cinquecento per un tal Girolamo Mattei, che ebbe la capacità di attendere le condizioni giuste per poter vendicare la morte del fratello ucciso. Non stiamo quindi parlando di uno struzzo che manda giù tutto, accettando anche i soprusi, ma al contrario della forza della pazienza e della perseveranza che permette di affrontare anche le sfide più ardue. A quasi cento anni dalla fondazione della casa editrice si può quindi dire che quel simbolo immobile, quel lungo collo che guarda avanti, rappresenta l’immobilità nel cambiamento. Nulla cambia, perché tutto cambi. Nelle copertine Einaudi lo struzzo è un elemento discreto, sempre presente ma non troppo ingombrante. Nell’antologia Einaudi 1948 Pavese scriveva: «Spiritus durissima coquit è il cartiglio che il vecchio struzzo, insegna delle edizioni Einaudi, porta intorno al capo. E per molto tempo questo emblema fu l’unica illustrazione, l’unico lusso tipografico che accompagnasse i severi volumi nostri». Per decenni quello struzzo è stato elaborato dai grafici partendo dalle immagini antiche, fino a quando nel 1946 Giulio Einaudi ne chiede una versione a Renato Guttuso. Ma, come detto, non è l’unico struzzo d’autore. Nel 1951, durante una visita di Giulio Einaudi nella sua casa di Antibes, Pablo Picasso decide di donargli lo struzzo da lui disegnato. In quel periodo, Picasso stava lavorando alle illustrazioni per l’edizione francese delle Storie naturali di Georges-louis Leclerc de Buffon e tra queste opere vi era anche lo struzzo, che colpì particolarmente Einaudi. Fu così che l’artista glielo volle offrire nella versione originale.
Del logo originario esiste anche una diversa e raffinata versione disegnata da Giacomo Manzù nel 1961. Racconta Walter Barberis, presidente della Giulio Einaudi Editore: «Ci sono due modi di rappresentare lo struzzo normalmente. Uno che mette la testa sotto la sabbia. Ecco, questo è esattamente l’opposto. È quello dallo stomaco molto robusto che digerisce anche le cose più dure. Lo struzzo qui è rappresentato con un chiodo in bocca e con un cartiglio che riporta il motto latino. Il significato storico e il significato attuale per noi è questo: la possibilità di ricercare, di fare cultura, di dare strumenti anche nei momenti più difficili, dove bisogna saper digerire anche le avversità». In un mondo come quello in cui la casa editrice è nata, quell’emblema aveva un significato particolare. Perché negli anni ’30 il fascismo era trionfante. Eppure, quel messaggio risuona sempre moderno. «Questo spirito di resilienza è, credo, totalmente attuale, almeno simbolicamente. Fare cultura oggi significa contrastare derive che si leggono nella storia delle nostre società, non solo cosiddette occidentali. È un momento particolarmente difficile in cui le guerre mettono in discussione ogni istanza di pace e fare cultura significa non solo digerire le cose più dure, ma provare a costituire una trincea, una barriera contro la disumanità che alla fin fine è il senso di questo marchio». Quello struzzo rappresenta il prestigioso catalogo Einaudi che, per usare le parole di Ernesto Franco, «è il luogo della memoria, ma una memoria intesa non come semplice archivio o malinconica nostalgia, bensì come fonte di idee vive per immaginare senza paure un futuro possibile».

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