Fulvia Caprara
Valeria Bruni Tedeschi: "Io, don Ciotti, Torino e quel fidanzato morto per overdose
La Stampa, 18 gennaio 2026
«Ho deciso di fare in Italia, a Torino, il mio prossimo film. Al centro di tutto c’è un centro frequentato da giovani, ispirato a uno di quelli creati da Don Ciotti». Ai 38° European Film Awards, Valeria Bruni Tedeschi, candidata per Duse di Pietro Marcello («mia madre è molto contenta, va dicendo in giro che sono nominata agli Oscar»), annuncia il suo nuovo progetto, un ritorno alle origini, ma anche la voglia di raccontare «un microcosmo dove sono andata spesso che rispecchia bene le fragilità dei ragazzi, e pure le nostre, perché siamo tutti in pericolo. Un posto, insomma, che è un po’ uno specchio dell’umanità».
Come è maturato il progetto?
«Ho girato lì un pezzo di documentario per nutrirmi di quel luogo, di quelle persone meravigliose che lo animano. Tutto sarà ri-lavorato nel film, Mimmo Calopresti me ne parlava da tanti anni, trovo pure che lui e Don Ciotti si assomiglino fisicamente, potrebbero essere fratelli. Sono sempre stata ossessionata dalla figura eccezionale di Luigi Ciotti».
Che cosa la affascina di lui?
«La sua resistenza, la sua battaglia, ha fatto di tutto, compreso lo sciopero della fame per riuscire a far votare la legge per cui i tossicodipendenti non devono essere considerati criminali, ma malati. Ha speso la sua vita per gli ultimi, tossici, migranti, donne vittime di violenza, persone che vogliono cambiare sesso. Quella di cui mi ha più parlato, una volta a pranzo con lui, è stato un prete disperato, che ha voluto incontrarlo per dirgli che era una donna. Mi ha raccontato di come avesse aiutato questa persona, fino al momento in cui si è operata. Mi ha anche detto che, quando è morta e c’è stato il funerale, ha voluto che il corpo di quella che era diventata una signora, fosse collocato nella stessa posizione con cui vengono messi i preti. Questo mi ha fatto piangere».
Cos’altro racconta il film?
«Non c’è solo Don Ciotti, il film è anche autobiografico, perché ho avuto un fidanzato morto di eroina. La droga è qualcosa che mi tocca, che mi abita, che fa parte della mia vita. Molto spesso i ragazzi drogati pensano di curarsi con la droga, sanno confusamente di avere una malattia, ma non avendo medici e medicine, ricorrono alle sostanze. La droga è comunque un segno di disperazione, la disperazione fa parte di tutti noi, per questo non dobbiamo guardare i drogati come persone inferiori. Io li guardo molto umilmente. Anzi, quelli che ho visto nel centro sono al di sopra di noi, perché hanno il coraggio di essere onesti, di guardarsi dentro, di fare autoanalisi e cercare di uscirne. Mi sembrano tutti degli eroi».
Nel film c’è anche un elemento spirituale?
«Quando scrivo o dirigo un film, la spiritualità c’è sempre, fa parte di me e della mia vita. Nei miei film ci sono sempre preti o un pezzo di Chiesa, magari solo come un portone chiuso. L’altro giorno sono andata a Parigi, in una chiesa in rue du Bac “La medaglia miracolosa”, dove si va quando si vuole chiedere qualcosa. So che la preghiera non dovrebbe essere questo, ma io dovevo proprio chiedere… era il mese di chiusura, succede una volta all’anno, mi sono ritrovata a pregare davanti a un portone chiuso… poi però c’è un problema».
Quale?
«Vicino alla chiesa c’è un negozio di cioccolato, ogni volta che vado in quella chiesa, penso che dopo mi comprerò un cioccolatino. So che non dovrei, che non è una bella cosa, e invece ogni volta ci casco. È successo anche l’altra volta. Mi sono comprata due bei pezzi di cioccolata».
Non la preoccupa fare cinema oggi, in Italia, dove l’unico titolo che sbanca il botteghino è Buen Camino di Checco Zalone?
«Certo, è complicato. Però ci sono anche film meravigliosi come Io Capitano, che ha avuto successo, non per questioni ideologiche, ma perché è un film di grande poesia. Mi ha veramente colpita, da quando l’ho visto mi sento diversa. Con gli occhi e il cuore più aperti, come risvegliata, dalla coscienza della sofferenza. Ogni tanto la poesia è più forte di tutto, anche della commedia, della volgarità. Certe volte vince, allora cerchiamo di aiutarla a vincere».
La Duse nel film di Pietro Marcello crede alle lusinghe del Duce, combatte, forse, una battaglia contro i mulini a vento. L’arte entra in crisi in momenti storici drammatici come allora e come oggi?
«Certo, infatti io mi sono sempre sentita donchisciottesca nel modo di pormi nella vita, nel fare battaglie con convinzione, che poi magari si rivelano inutili. Credo che avere contatti con la gente al potere, come fa Duse nel film, sia un’ingenuità. E infatti ammette di essersi sbagliata. Nessun artista riuscirà ad averla vinta contro il dittatore. Però sono convinta che facendo quello che possiamo, nella musica, nel cinema, nella letteratura, possiamo resistere all’orrore, alla guerra, al caos. L’arte può mettere in ordine il caos dell’esistenza, metterci in contatto con l’empatia che, per me, è l’essenza della resistenza».
Il femminismo fa parte di questa resistenza?
«Sono molto sensibile al tema, a iniziare da quello dei salari che non vale ovviamente solo per il cinema. È assurdo che le donne siano pagate ancora molto meno degli uomini, questa è una battaglia che non è ancora vinta. Poi deve cambiare il linguaggio, i rapporti umani, il patriarcato deve essere decostruito, bisogna cercare l’uguaglianza. Da piccola avevo letto un libro che ha dato il via al mio essere femminista, si chiama Dalla parte delle bambine, ero eccitatissima, mi sentivo una rivoluzionaria. Quello su cui, invece, non sono assolutamente d’accordo è la “cancel culture”».
Perché?
«Perché non si possono riscrivere i codici. Va bene dire che non vanno bene, ma le epoche vanno riguardate da una prospettiva diversa, bisogna ri-contestualizzare. Quando da ragazzina ho subito abusi, come ho raccontato nel mio film I villeggianti, i miei genitori mi hanno guardata con dolcezza, ma non hanno fatto niente, era un’epoca cui quella cosa non era considerata così grave. Non posso essere ancora oggi arrabbiata con mia madre perché allora non fece nulla, per loro era così. Con mia figlia discuto spesso di questo, c’è uno scontro generazionale. Lei parla di Picasso e della sua vita, io le dico “ma che cosa vuoi fare? Chiudere il suo museo?”. Penso che le opere d’arte così come i cammini degli artisti non possano essere cancellati, se ne può discutere, si può dialogare, ma non cancellare».

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