mercoledì 7 gennaio 2026

Il vespaio sudamericano

Gianni Beretta / Marco Mariano 
"I sentimenti antimperialisti non sono solo della sinistra"

il manifesto, 7 gennaio 2026

Un esordio all’insegna del peggio questo 2026 con l’intervento di Donald Trump in Venezuela, sul quale chiediamo un parere a Marco Mariano, professore di Storia dell’America del Nord all’Università di Torino e autore di “Tropici Americani. L’impero degli Stati Uniti in America Latina nel Novecento” (Einaudi 2024).

«Che sarebbe accaduto qualcosa dopo il trasferimento della portaerei Ford dal Mediterraneo e l’impressionante dispiegarsi della flotta Usa nei Caraibi c’era da aspettarselo. Ciò nonostante mi ha colpito una simile accelerazione degli eventi in Venezuela dove si è subito applicata la strategia dell’ultimo documento sulla Sicurezza nazionale che parla esplicitamente di egemonia neoimperiale nell’emisfero occidentale, dunque nelle Americhe. A mo’ di corollario Trump della Dottrina Monroe di due secoli fa, riformulata nei primi del ‘900 dal presidente Theodore Roosvelt con la politica delle cannoniere. Senza minimamente preoccuparsi del rispetto del diritto internazionale e della Costituzione, visto che il Congresso è stato disinvoltamente ignorato».

Il tutto con il pretesto della lotta al narcotraffico per la quale Nicolás Maduro sarà sottoposto a processo.

Un’artificiosa accusa per dare una parvenza di legalità alla decapitazione di un governo. Ricorda quanto accaduto con l’invasione dei marines a Panama del 1989 che rovesciò per lo stesso motivo il presidente/generale Antonio Noriega, anch’egli tradotto negli Usa e condannato. Con la differenza che Noriega storicamente era stato un loro alleato che a un certo punto aveva cominciato a fare troppo da sé; mentre Maduro è un “bolivariano”.

Per non parlare della clamorosa contraddizione per la quale appena un mese fa Donald Trump ha disposto l’indulto e la liberazione dell’ex narco/presidente dell’ultradestra oligarchica dell’Honduras, Juan Orlando Hernández, riconosciuto tale e condannato a 45 anni dallo stesso tribunale di New York che dovrà giudicare Maduro. Il tutto per favorire l’elezione a Tegucigalpa del suo fedelissimo delfino Nasry Asfura che assumerà la presidenza il prossimo 27 gennaio.

A conferma che in effetti la droga, che dal Venezuela eventualmente si dirige verso l’Europa, c’entra poco. Tanto che recentemente a una domanda al Segretario di Stato Usa sulla scarcerazione di Hernández, Marco Rubio ha risposto con palese imbarazzo che non era stato coinvolto in quella decisione. Detto ciò l’inquilino della Casa Bianca è riuscito nel suo blitz a Caracas anche grazie alla vulnerabilità degli apparati militari e di sicurezza venezuelani che è riuscito a infiltrare. Ma ora viene il difficile in un paese (a differenza di Panama) di quasi trenta milioni di abitanti. Dove al tycoon interessano il petrolio e le miniere d’oro; non certo il ristabilimento di un sistema democratico pur conservatore come invece piacerebbe a Rubio. Tanto che ha avuto un atteggiamento liquidatorio nei confronti della nobel per la pace Corina Machado; dando paradossalmente un’opportunità alla dialogante vice di Maduro, Delcy Rodríguez, nominata presidente ad interim dalla Corte Suprema locale (con l’avallo del ministro della difesa generale Vladimir Padrino) che ha comunque rivendicato la sovranità nazionale e il rimpatrio di Maduro.

Come pensa evolverà la reazione del resto dei paesi latinoamericani?

Il sentimento antimperialista del Centro e Sudamerica non è storicamente prerogativa esclusiva della sinistra. Vedi i Perón in Argentina o i Vargas in Brasile, con la loro tradizione nazionalista. Di conseguenza l’operazione venezuelana può avere degli effetti controproducenti non solo in Brasile, Messico e Colombia. Difficile poi prevedere gli effetti sulla comunità latina negli States dove secondo molti sondaggi, soprattutto per la politica delle deportazioni, si è prodotto un buyer remorse ovvero un pentimento di aver votato Trump in particolare fra i messicani e centroamericani della California. A differenza della soddisfazione dei cubani e venezuelani della Florida. Salvo che questi ultimi non vengano ora espulsi verso il loro paese “liberato”.

Quale potrebbe essere invece la reazione dello zoccolo duro trumpista come i Maga?

Secondo i sondaggi una forte maggioranza dell’opinione pubblica Usa, che sostiene la politica dell’America First, non condivide gli interventi in altri paesi. Compresa una parte non trascurabile della base trumpista. Vedi l’abbandono di Marjorie Taylor, ex fedelissima dell’inquilino della Casa Bianca. Anche se l’azione in Venezuela si è rivelata al momento poco costosa e, pare, senza vittime di statunitensi. Mentre Trump ha al contrario dichiarato di voler realizzare persino nuove infrastrutture a Caracas, soprattutto nel settore petrolifero.

Da ultimo, sul piano geopolitico internazionale cosa potrebbe accadere nei rapporti con la Russia di Putin, che nel subcontinente latinoamericano in realtà conta assai poco. Ma soprattutto con la Cina che invece vi opera importanti investimenti da ormai un quarto di secolo. Vedi il controllo della gestione dei porti di ingresso/uscita del Canale di Panama, non ancora del tutto ceduta. O la costruzione del nuovo porto del Perù sul Pacifico; o ancora, per fare un altro esempio, l’estrazione del rame in Cile. Entrambe si sono limitate a condanne a parole.

Concordo che la Russia non conti pressoché nulla in quell’emisfero. Salvo a questo punto essere stata legittimata a posteriori nella sua invasione dell’Ucraina. Al contrario Pechino sì costituisce un problema. Anche se in Venezuela il petrolio destinato ai cinesi non era neanche nella quantità dovuta per restituire i consistenti pagamenti anticipati da Pechino già ai tempi di Hugo Chavez. Senza contare il doppio gioco operato da Maduro che con Biden aveva riaccolto la Chevron nello sfruttamento dei pozzi; con tanto di conferma di quell’accordo con la subentrata amministrazione Trump. Detto questo, in un contesto di crescente spartizione imperiale globale, privo di rimostranze significative del resto della comunità internazionale, penso che gli Stati uniti e il grande competitor strategico sia economico che tecnologico cinese non punteranno allo scontro bensì a una spartizione. In questo senso la stessa Taiwan potrebbe temere qualcosa.

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