Alessia Melcangi
Iran, piazze frammentate e regime compatto: il crollo degli Ayatollah non è vicino
La Stampa, 11 gennaio 2026
Le immagini che arrivano da Teheran sono ormai familiari: strade occupate, proteste spontanee, slogan urlati contro il regime. Non è una scena nuova per chi conosce la recente storia del Medio Oriente, e non lo è nemmeno per la Repubblica islamica dell’Iran, che da decenni alterna ondate di rivolta e cicli di repressione. Questo Paese ci ha mostrato più volte, con una chiarezza dolorosa, due verità parallele: da un lato, la tenacia con cui la sua popolazione torna a sfidare il nizam; dall’altro, la capacità dello stesso sistema di rispondere con una brutalità feroce, puntuale, metodica.
In Iran oggi è tornata la piazza. Ancora una volta. Prima i bazaarì, il ceto degli influenti commercianti travolti dall’ennesima svalutazione del rial; poi studenti, lavoratori, giovani delle grandi città; infine, le aree periferiche, dove il disagio economico si intreccia a rivendicazioni etniche e religiose. È l’ennesimo ciclo di mobilitazione degli ultimi venticinque anni, ma questa volta la Repubblica islamica appare più fragile. Più esposta. Il punto nuovo è che il regime arriva a questo passaggio dopo una sequenza di sconfitte e umiliazioni: la crisi dell’“asse della resistenza”, i proxy indeboliti, la guerra dell’estate scorsa contro Israele hanno mostrato tutti i limiti della celebre “deterrenza iraniana”. Il regime, oggi, non è semplicemente repressivo: è stanco, talmente incancrenito da non riuscire a offrire risposte politiche o economiche e, principalmente, incapace di leggere la realtà di ciò che accade dentro e fuori.
Tuttavia, il nodo decisivo resta un altro: la tenuta dei sistemi di sicurezza. Basij e Pasdaran, che vengono da quelle classi popolari che la Repubblica ha elevato, protetto, garantito, hanno tutto l’interesse a difendere lo status quo. E, soprattutto, provano un risentimento profondo verso quel ceto urbanizzato che guida le proteste politiche guardando a Occidente. Per molti giovani basij, aggredire le ragazze che si tolgono il velo non è solo obbedienza: è rivalsa. Per questo l’apparato resta sorprendentemente compatto. Le proteste, invece, non lo sono, almeno al momento. In Iran appaiono oggi tre movimenti distinti: quello economico, generalizzato e rabbioso, che reclama cambiamenti, ma non per forza sistemici; quello etno-religioso delle periferie (i baluci, gli arabi sunniti, i curdi), difficile da trasformare in mobilitazione nazionale, probabilmente manipolato da attori esterni; e quello politico, ciclico, radicato nelle élite urbane che chiedono la caduta del regime. Non emerge ancora un coordinamento, una leadership che sintetizzi il malcontento. Gli slogan pro-monarchia, che fanno sperare oltreoceano Reza Pahlavi, figlio dello scià, a malapena iraniano, appaiono come un gesto di sfregio verso un regime che demonizza il passato monarchico. C’è poi un elemento raramente colto dalla superficie: la crescente secolarizzazione della società iraniana. Paradossalmente, l’Islam al potere ha prodotto milioni di persone che non si definiscono più musulmane. Le moschee si svuotano, la pratica religiosa arretra, i giovani prendono distanza da un’ortodossia trasformata in apparato di controllo. La Repubblica islamica ha fatto dell’ortoprassi – il velo, le norme morali, la disciplina quotidiana – il nucleo della propria sopravvivenza.
Per questo Khamenei non può cedere: abbandonare quella rigidità significherebbe svuotare il regime delle fondamenta che lo sostanziano. Motivo per cui il sistema combina dogmatismo ideologico a feroce repressione.
A questo punto gli scenari possibili si giocano su due tavoli: la capacità dei manifestanti di individuare una piattaforma comune, resistente, che li unisca e li coordini; l’abilità del regime di differenziare la risposta. Non è semplice: il governo conta poco, i centri decisionali sono molteplici, gli equilibri interni rigidi. Un primo scenario è quello di una Repubblica islamica capace di introdurre riforme concrete: sospendere l’arricchimento dell’uranio, frenare gli sprechi, reindirizzare almeno parte delle risorse oggi assorbite dai proxy regionali verso il risanamento dell’economia. Significherebbe distinguere tra proteste politiche da reprimere e rivendicazioni economiche da accogliere, e rivelerebbe una lucidità istituzionale che il sistema non ha mai dimostrato. In una fase post-Khamenei, invece, il potere potrebbe passare ai Pasdaran, facili ad abdicare alla rigidità morale degli ayatollah, alleviando il controllo sulla quotidianità, per consolidare un sistema di censura politica più rigido, protetto da un apparato di sicurezza che rimarrebbe il vero baricentro del potere. Infine, il terzo scenario – e il più realistico – è quello di “un cambio di regime senza cambiare il regime”: un maquillage che prolunga l’agonia senza modificare le strutture di potere. Così l’Iran rimane sospeso in una contraddizione feroce: una società che cambia rapidamente e un regime che non può permettersi di cambiare. La domanda, allora, rimane la stessa: quanto può durare un regime che esiste solo per evitare la propria fine?

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