lunedì 26 gennaio 2026

Una terapia d'urto

Simona Forti
L'Europa smetta di mentire a sé stessa e segua la terapia d'urto di Carney

La Stampa, 26 gennaio 2026

Se Thomas Mann dovesse riscrivere oggi La Montagna Incantata, il suo sanatorio non ospiterebbe più intellettuali in declino, ma leader globali regrediti a uno stadio infantile, affetti da un’incapacità cognitiva di abitare la nuova realtà. Al centro della scena, il Bullo: Donald Trump. Privo di Super-io e di qualsiasi senso della vergogna, egli è il bambino che ha intuito prima degli altri che la forza emotiva della rabbia conta infinitamente di più della verità dei fatti. Strategia o patologia poco importa: egli incarna il paziente psicotico che afferma una cosa e la contraddice nella frase successiva senza il minimo imbarazzo. Lo fa per il piacere brutale di dimostrare che esiste solo la sua volontà di potenza e che la coerenza e la legalità sono un vincolo per i deboli. Il suo obiettivo non è l’ordine, ma il caos. È così che può dirigere il gioco e distribuire le parti: gli imitatori, gli allineati, i compiacenti e, infine, i bullizzati umiliati.

In questo scenario di regressione collettiva, la figura di Mark Carney si è stagliata improvvisamente come l’adulto nella stanza. «Oggi vi parlerò di una rottura dell’ordine del mondo»: con questo incipit secco, l’ex governatore delle banche centrali di Canada e Inghilterra ha rotto l’incantesimo della “menzogna istituzionalizzata”. Carney ha capito una cosa fondamentale. Per trattare con i “pazienti difficili” del nuovo disordine serve una terapia d’urto che parta dal riconoscimento della realtà. E per formulare questa diagnosi non si è affidato a teorie economiche, ma ha evocato la figura di un altro presidente. Non un banchiere, ma un drammaturgo che conosceva intimamente i meccanismi di finzione dei sistemi totalitari: Václav Havel.

Il cuore del discorso – che a noi parla non tanto del Canada, ma del il bivio di fronte a cui si trova l’Europa – ruota intorno alla celebre parabola del fruttivendolo di Praga, protagonista di quel piccolo capolavoro del 1978 che è Il potere dei senza potere. Havel ci racconta di un negoziante che, ogni mattina, espone in vetrina tra le cipolle e le carote il cartello con lo slogan: «Proletari di tutto il mondo, unitevi!». Non lo fa per convinzione ideologica, né per un reale desiderio di unione proletaria. Lo fa come mero rituale di conformità. Quel cartello è un segnale inviato al sistema, un messaggio in codice che dice: «Ho paura, e per questo obbedisco senza fare domande. Sono in regola, lasciatemi in pace».

Proiettata sulla scena geopolitica odierna, quell’immagine è potente. È lo specchio del cartello che le democrazie occidentali – e l’Europa in particolare – hanno esposto in vetrina negli ultimi trent’anni per segnalare la propria lealtà all’«ordine internazionale basato sulle regole». Anche se, come Carney riconosce, «sapevamo tutti che era, almeno in parte, una finzione». Sapevamo che le grandi potenze si auto-esentavano sistematicamente da quelle regole; sapevamo che il diritto internazionale era rigido con i deboli e flessibile con i forti; sapevamo che l’integrazione economica con le autocrazie non avrebbe portato automaticamente alla loro democratizzazione. Eppure, abbiamo partecipato zelanti al rituale. Eravamo esattamente quel fruttivendolo. Pur di non disturbare l’automatismo del sistema e garantirsi una vita tranquilla fatta di rotte sicure e mercati aperti, abbiamo accettato di vivere in una zona grigia, sospesa tra la verità privata (il mondo è pericoloso) e la menzogna pubblica (il commercio ci renderà liberi e sicuri).

La regressione alla prepotenza e alla «realtà brutale» del potere ha reso oggi quell’ipocrisia un lusso insostenibile. Carney è stato netto: non siamo in un periodo di transizione, siamo dentro la rottura. Non è tanto il contenuto economico della proposta di Carney a doverci interessare – come ha scritto ieri Andrea Malaguti, l’Europa non possiede le vastissime risorse energetiche né la geografia protetta del Nord America – quanto il richiamo all’urgenza morale e politica di uscire dallo “stato di minorità”. Continuare a esporre il cartello quando la vetrina è andata in frantumi non è più un gesto di prudenza diplomatica. È sottomissione patologica ai bulli.

Havel ci ha insegnato che la forza del sistema non risiede nella sua verità, ma nella disponibilità di tutti a comportarsi come se fosse vero. È un’illusione che regge finché l’ultimo attore non smette di recitare. L’ideologia del “business as usual” funziona come un ponte tra l’individuo e il potere: permette all'uomo di nascondere a se stesso di essere diventato ingranaggio di una macchina che lo stritola. Per l’Europa, continuare a convocare summit che producono comunicati vuoti, fingere che l’alleanza atlantica sia monolitica, significa perpetuare l’automatismo cieco che ci ha resi vulnerabili.

Se il Vecchio Continente vuole continuare a esistere come soggetto storico, deve fare proprio l’appello a “vivere nella verità” di Havel. Riconoscere che la vecchia logica è finita non significa diventare cinici o aggressivi. Significa trovare la nostra strada fuori dalla tracotanza dei grandi poteri e dall’arrendevolezza dei bullizzati. Vivere nella verità, per l’Europa, vuol dire ammettere la propria solitudine strategica. Significa guardare in faccia il fatto che l’ombrello americano si sta chiudendo. È un passaggio doloroso. Ci costringe ad abbandonare il tepore della compiacenza. Il fruttivendolo di Havel, se toglie il cartello, rischia di perdere il suo posto tranquillo nella società; l’Europa rischia lo stesso spaesamento. Ma l’alternativa è la scomparsa per irrilevanza. Carney ci avverte che oggi la nostalgia per il vecchio mondo è una forma di paralisi cognitiva. È il bambino che stringe gli occhi sperando che il mostro scompaia. L’unica strategia rimasta è smettere di recitare una parte in un ordine che non esiste più. Togliere il cartello dalla vetrina, smontare la menzogna istituzionalizzata, è la precondizione necessaria per tornare a vedere le cose come sono. È l’atto fondativo di una nuova maturità. Solo chi smette di mentire a se stesso sulla propria condizione può iniziare a costruire le basi, anche materiali, della propria autonomia. Havel scriveva che il “potere dei senza potere” risiede nel rifiuto di partecipare alla menzogna. Oggi, per l’Europa, questo rifiuto è l’unico atto politico capace di rompere l’assedio e trasformare la nostra debolezza materiale in una nuova, lucida forza morale.

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