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giovedì 29 gennaio 2026

Da dove viene l'Ice

Igiaba Scego
Instagram, gennaio 2026

L'Ice deriva direttamente non dalla Gestapo, ma dagli slave catchers ovvero individui o gruppi di individui che si mettevano a caccia delle persone schiavizzate in fuga dalle piantagioni e dalle catene. La letteratura afroamericana ci mostrato più di uno slave catcher. Ve ne ricordo un paio. Arnold Ridgeway de La Ferrovia sotterranea di Colston Whitehead che perseguita la protagonista Cora nella fuga per la libertà. E poi le persone che hanno inseguito Sethe e che hanno costretto la donna a uccidere la sua Beloved, la sua figlioletta. Perché meglio morta che in catene. Meglio la libertà della morte che la prigionia della piantagione. Il libro lo avete riconosciuto: Amatissima di Toni Morrison.   
Quindi l'Ice è un prodotto autoctono, le squadracce fasciste e naziste hanno ai tempi molto imparato (prima o poi dovremo parlare della fascinazione di Hitler per alcuni metodi statunitensi) da questa parte che non ci piace degli Stati Uniti (perché c'è un'altra parte che ci piace molto, quella democratica rappresentata dalla bellezza della gente scesa in piazza), una parte che può mangiarsu la democrazia.
Anche i metodi, rapimenti, brutalità, violenza, nessun codice etico ricordano molto i fantasmi che gli Stati Uniti non hanno mai risolto.

La riemersione degli slave catchers, del suprematismo nativista wasp [acronimo di white «bianco», anglo-saxon «anglosassone» e protestant «protestante»], ora chiamato ICE è davvero il segno della grande  crisi che sta attraversando il paese.
Poi come al solito si dice veniamo per i somali, per i latinos, poi in realtà sono tutti nel mirino della violenza. Per questo gli abitanti del Minnesota si sono stretti forte forte ai loro vicini di casa e di vita.
Essere vicini solidali è la prima forma di democrazia.

PS non minimizzo le squadracce naziste e fasciste. Sono state brutali. Ma per capire ICE ci serve fare un raffronto con la storia della brutalità e della violenza nate da schiavitù e genocidio sul suolo americano. 

 

Davide Orecchio 
La violenza nel tempo di Trump

Nazione indiana, 25 gennaio 2026

 Molti hanno paragonato gli ‘squadroni’ di Trump alla Gestapo nazista o alle squadracce fasciste. Uso simile della violenza, analoga impunità paramilitare. I drappelli di agenti Ice che terrorizzano le comunità degli Stati Uniti, che rastrellano e uccidono al di là di qualsiasi controllo e autocontrollo, hanno una natura fascista, a me sembra innegabile, come è fascista l’impugnatura del presidente che li ha sguinzagliati. Ma ogni violenza politica ha la sua tradizione di riferimento. Per questo trovo molto convincente un ragionamento di Igiaba Scego

A me sembra una lettura lucida, ma ogni sguardo ha la sua tradizione di riferimento ed è mosso da una personale e ancestrale paura rispetto a una violenza politica della quale teme il ritorno. Per questo molti di noi nel braccio dell’assassino Ice che spara sull’inerme infermiere Alex Jeffrey Pretti hanno rivisto il manganello dello squadrista fascista che, prima di dare fuoco alla Camera del Lavoro, frantuma il cranio del sindacalista socialista, o hanno ritrovato la pistola dell’ufficiale Gestapo nell’atto di sparare alla nuca di un prigioniero.

Europa e Stati Uniti condividono spettri. L’Occidente condivide spettri. Diciamola più chiaramente: ogni sistema democratico occidentale (mi limito a questo per non allargare troppo il discorso) nasconde ed eredita dai regimi precedenti un inconscio Mr. Hyde, una natura politica violenta, fascista, razzista, “istituzionale”, una violenza di Stato storica pronta a risorgere e incarnarsi nel militare o paramilitare che reprime e uccide, o nel giudice che condanna senza un giusto processo. La democrazia, per negazione, è anche una coscienza: consapevolezza che Hyde può sempre essere sprigionato, non è morto e non morirà mai. L’intera Costituzione italiana è costruita a partire da questa coscienza (ed è da sempre, infatti, nel mirino delle destre). E le democrazie occidentali, dal 1945 a oggi, non hanno seppure con molte ipocrisie provato a vivere in base a questo comandamento? La loro identità e sopravvivenza dipendevano dalla resistenza delle catene cui Hyde era legato. La democrazia sa di essere imperfetta perché sa di contenere il mostro. E qui “contenere” ha due significati.

Nell’America di Trump, Hyde è libero dalle catene. E non è verosimile che nella stessa epoca convivano un’America a guida fascista e un Occidente (o quel che ne resta) democratico. Francia e Germania, i più importanti Paesi europei, sono vicinissimi a consegnarsi a forze politiche di estrema destra o neofasciste. L’Italia l’ha già fatto. Fermiamoci qui, non deprimiamoci troppo. C’è però un elemento nuovo nell’uso della violenza dalle parti di Washington rispetto ai fascismi storici: quella del secolo scorso era gente che nella violenza ci sguazzava, gli squadristi venivano dalle trincee, la brutalità politica era per loro uno strumento domestico, ed era connaturata anche ai vertici, a duci e Führer. Un aspetto che rende “diversamente” disumano Trump è invece la sua indifferenza, la sua distanza dalla furia che sta scatenando, resa poco meno che astrazione e teoria dalla prospettiva dello Studio ovale o di un post su Truth. Trump è lontanissimo dall’infelicità e dalla sofferenza che sta procurando. Si comporta come un dio alieno o come un faraone digitalizzato, ma i bottoni che preme hanno effetti reali, dubito però che lui se ne accorga, il suo distacco sembra andare al di là dello stesso male che lo nutre.

Anni fa, in un lontano 2012, lo psicologo canadese Steven Pinker sostenne che l’umanità fosse prossima alla fine della crudeltà, che non ci fosse un’epoca storica meno violenta di quella attuale. Non ero del tutto convinto allora da quel ragionamento, e oggi lo rileggo con un’amarezza che non sa nemmeno sorridere: il tempo, i fatti, l’hanno sepolto. Tutto il contrario: il nostro è il tempo della violenza e, a causa della sua natura, è un tempo che non riusciamo a comprendere. Allarghiamo lo sguardo: qualcuno è capace di inserire in un quadro razionale il massacro di Gaza o l’eccidio in Iran? Qualcuno è in grado di individuare le motivazioni di questi mali sterminatori? Il potere ha riscoperto la disumanità. Ed è intollerabile che proprio il nostro tempo abbia scelto questa ferocia, che proprio nel nostro tempo il progresso sia tornato a essere una menzogna.

domenica 19 gennaio 2025

Primo Levi, una lettera inedita



Primo Levi a Bianca Guidetti Serra, 27 aprile 1945
Una spaventosa schiavitù, Corriere della Sera, La Lettura, 18 gennaio 2025

Kattowice, 27 aprile

Bianca carissima,
posso finalmente tentare di nuovo di scrivere a Torino: chi sa che non succeda un nuovo miracolo, e non ci riesca ancora una volta di stabilire una comunicazione attraverso mezza Europa in armi. Ed ecco un riassunto della mia storia. Prima di tutto, occorre qui correggere e completare tutte le vaghe notizie che ho mandato da Monowiz. L’anno di schiavitù sotto i tedeschi è stato spaventosamente duro: a causa della fame, del freddo, della fatica e soprattutto delle decimazioni che, a intervalli irregolari, hanno diradato le nostre file. Fra i 600 partiti con me da Fossoli, sono stati scelti all’arrivo 95 uomini “validi” per il campo di Monowiz. Degli altri, vecchi, donne, bambini, si è persa ogni traccia. Di noi 95, siamo vivi in 6: scriverò in fine il nome degli altri 5. Gli altri, per lo più, sono morti di malattie o di stenti, o sono stati uccisi perché inabili al lavoro. Io ho potuto mantene[rmi] in salute e (relativamente!) in forze, grazie alla generosità senza pari di Lorenzo Perrone, un muratore di Fossano che oltre a permettermi di comunicare coi miei, mi ha portato quasi quotidianamente, per 6 mesi, il cibo che detraeva dalla sua misera razione. Non è vero che io abbia lavorato con soddisfazione. Per 9 mesi il lavoro è stato una tortura quotidiana, e comunicare con Perrone era, per me e per lui, un grave rischio. Solo negli ultimi 2 mesi (Nov. e Dic.) sono riuscito a piazzarmi al coperto in un laboratorio. L’11 genn. ho preso la scarlattina e sono stato ammesso all’infermeria del campo. Il 17 genn. il campo intero è stato evacuato: noi malati siamo stati abbandonati a noi stessi; le SS hanno deportato all’interno tutti i sani, e dopo 48 ore di marcia ininterrotta li hanno tutti trucidati. Il 27 genn. siamo stati raggiunti dai Russi: in 10 giorni un quarto di noi malati erano morti di fame, di freddo o per mancanza di cure. La mia convalescenza è stata lunga, interrotta da numerosi traslochi. Dal principio di marzo mi trovo qui, in un campo russo di concentramento dove si radunano tutti gli stranieri che i russi hanno salvato dai tedeschi. A parte la nostalgia e l’incertezza sui nostri cari, qui non si sta male. Io lavoro volontario come infermiere; godo di una certa libertà, mangio e dormo bene e mi sono rimesso ottimamente in salute.

Attendiamo con ansia il giorno del rimpatrio, ma per ora non si sa nulla di positivo. Solo oggi ho saputo dai giornali che Torino è libera.

Bianca, tu non hai idea di quanto ti debbo, e di che cosa sono state per me le due lettere e il pacco che sono cadute nella monotonia della nostra vita laggiù. Spero che mia madre e Anna Maria siano vive in Italia, e abbiano conservato rapporti con te; se così è, mi possono scrivere, indirizzando a: Primo Levi

Ulica Ferdinandgrube 5 – Konzentrazionslager Kattowice. Ecco i 5 (oltre a me) sopravvissuti del mio convoglio da Fossoli: Dott. Leonardo Debenedetti, di To., sfollato a Asti; Luciano Mariani, di Venezia;

Eugenio Ravenna, di Ferrara; Dott. Aldo Moscati, di Livorno; Avv. Remo Jona, di Torino. Ti prego di cercare di notificare questi nomi ai rispettivi interessati. Ti prego ancora di rispondere, se è possibile, per la via più rapida (posta aerea? espresso? telegramma? non so se sia possibile) perché non sono sicuro di restare qui a lungo: e datemi notizie di tutti, sono spaventosamente inquieto sulla sorte di voi tutti: abbiamo notizie così vaghe sull’Italia! Addio, Bianca, arrivederci, bacia per me mia madre e mia sorella — e tante, tante grazie

P.S. Dopo la liberazione, ho avuto notizie di Vanda e di Luciana. Vanda è morta in Agosto, di dissenteria, nel campo di Birkenau. Luciana è stata con lei fino a luglio, poi è stata inviata come dottoressa in un campo presso Breslavia. Franco Sacerdoti, di Torino, è stato con me fino al 17 Genn., poi ha seguito la sorte dei più; così Alberto Dalla Volta di Brescia. È quasi certo che non si sono salvati.

Ho anche trovato qui Elsa Levi di Isacco, ma poi l’ho persa di vista.