Maurizio Maggiani
Trump onnipotente alla sfida con Dio
La Stampa, 12 gennaio 2026
A volte mi capita di starmene soprappensiero e di dimenticarmene per un po’, forse per un giorno intero, ma non di più, per il resto il pensiero ormai mi assilla, ma perché sono così disgraziato, così inetto da non essere riuscito in tutto questo tempo della mia lunga vita ad avere un mio Dio, a mettere insieme bastante fede e buona volontà, sufficiente anelito? E sì che ne avrei bisogno come del pane. Li vedo i credenti, ne conosco diversi, e stanno tutti meglio di me, non saprei dire se sono più felici, ma di sicuro meno soli e la solitudine in tempi come questi è disperante. Loro, i credenti, hanno in ogni ora del giorno e della notte chi avocare a sé, interpellare, chiedere spiegazione, e anche all’occorrenza litigarci, de profundis clamavi ad te Domine, Domine exaudi vocem meam, intanto che dallo sprofondo dove giaccio io non so a chi chiedere, in chi sperare, e in definitiva nemmeno con chi prendermela, visto che da qualunque parte mi giro ne trovo sempre di nuovi da non riuscire neppure a ricordarmi tutti i nomi. E ho una ragione impellente ora, una intuizione proprio di questi giorni, se esistesse un Dio, Donald Trump avrebbe qualcuno di cui aver paura, una paura fottuta. «Io rispondo solo a me stesso», Trump l’imperatore apostata. Che io sappia nessuno ha mai osato tanto, nessun re e duca e presidente, nessun imperatore, Giuliano detto per calunnia l’Apostata rispondeva pure ai suoi dei; forse a qualche truculento serial killer è passato per la testa un delirio del genere, ma non ne sono così sicuro, tanto per dire, Adolf Hitler sosteneva di rispondere al suo popolo e agli dei del Valhalla tutt’insieme. Donald Trump ha sfidato Iddio nel suo terreno, l’onnipotenza, e nonostante si sia attrezzato con una coorte di predicatori profondamente atei, ho il sospetto che gli capiti di pensarci, magari un attimo prima di prendere sonno, probabilmente quando ha uno di quei mancamenti di spirito tipici dell’età e della tempra, e se esiste come certi dicono? Eh sì, sarebbe davvero una bella cosa. Perché allora io se fossi Dio, e qui nessuna intenzione di contendere con Giorgio Gaber, se io che non sono nessuno fossi anche solo per pochi minuti Iddio, allora sai cosa farei? Niente di truculento per la verità, niente di biblico, ma me lo metterei qui davanti, lo farei mettere comodo, lo guarderei dritto negli occhi, senza un filo di astio o malevolenza perché Iddio è superiore a certe passioni umane, e gli farei la seguente domanda, solo questo, «Bene, ora che hai disfatto ogni cosa e ti sei preso tutto quello che volevi, cosa pensi di farci? ».
Ho la pasoliniana certezza di ciò che accadrebbe. Innanzi al Dio che tutto vede e tutto sa, il vecchio imperatore prenderebbe a impallidire, quindi a balbettare incomprensibili fonemi e infine soccomberebbe all’evidenza di non avere una risposta, probabilmente ne rimarrebbe fulminato. Perché una risposta non ce l’ha, non ce l’avrebbe nessuno nei suoi panni. L’onnipotenza non è che un delirio e il delirio non è che un disordine della mente. Il dominio di Trump si fonda sul delirio, può anche pensare di poterlo governare il disordine, ma il disordine non si governa, che ne deliri lui e i suoi consiglieri e sodali che se li è scelti tutti peggio di lui, che ne pensino i geni che se lo sono scelto pensando di fare affari d’oro nel disordine globale.
Un po’ mi duole dirlo, ma confesso di aver rubato la divina, fatale domanda a Palmiro Togliatti, detto il Migliore tra i suoi, appena un pelo sotto la divinizzazione. Il 14 luglio del ’48 Palmiro Togliatti fu vittima di un attentato per puro caso non mortale, immediatamente ne seguì una mobilitazione generale dei militanti comunisti e socialisti, si era in clima insurrezionale. Narra la leggenda che a placare gli animi fosse nientemeno che Gino Bartali con la sua vittoria al Tour de France. Le cose non andarono proprio così; intanto perché Bartali il suo Tour lo vinse 11 giorni dopo l’attentato, quando le cose si erano sistemate già da un pezzo, e poi perché fu lo stesso Togliatti a impedire che la situazione degenerasse al limite della rivoluzione; lui aveva imposto al suo partito una scelta definitiva, la via democratica al socialismo, il resto non sarebbe stato che disordine e sconfitta. Un aneddoto spiega bene cosa accadde; a Torino [a Milano in realtà, ma poco importa] i militanti avevano assaltato e preso la prefettura, il simbolo e il corpo dello Stato, telefonarono entusiasti all’ospedale dove il Migliore era ricoverato per dare la fausta notizia, Togliatti non essendo abbastanza divino non aveva un carattere conciliante, si fece passare il telefono e raggelò gli entusiasti, bravi, bravi, e adesso cosa ve ne fate? Niente, niente di niente naturalmente, a meno di non voler scatenare una guerra civile in piena guerra fredda; il disordine quando non è deliro è allucinazione. E il cuore pulsante del disordine è la guerra, la guerra è l’unica seria garanzia per fecondare il disordine. Per imporre il suo delirio al mondo intero, Donald Trump ha per prima cosa dichiarato guerra al suo popolo; guerra guerreggiata come vediamo, guerra senza limite, almeno finché il suo popolo non si arrenderà senza condizioni al suo delirio, la pacificazione gli è inconcepibile, sarebbe la sua fine. Allo stesso modo, cosa sarebbe Vladimir Putin senza la sua guerra se non un meschino curatore fallimentare di sé stesso? Putin soffre per altro di una debolezza ignota a Trump, ha un’ideologia, ha un suo dio, per quanto orribile possa essere la sua immagine; al confronto il suo è un delirio tutto sommato modesto, di scarsa fortuna, le vittime che ha mietuto tra il suo popolo non gli hanno concesso di farne a sufficienza in Ucraina e dove gli pare e piace per potersi insediare imperatore.

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