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| Claudio Mencacci |
Nicla
Panciera
Trump narcisista? No, piuttosto è un solipsista. Il
parere dello psichiatra
la Repubblica, 30 gennaio 2026
A poche ore dall’ultima fiammata sulla salute mentale di Donald Trump, quella accesa dalle pesanti parole, poi smentite, del premier slovacco Robert Fico, “traumatizzato” dalle condizioni del tycoon di cui è un alleato, una puntualizzazione arriva dal Congresso della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia Sinpf di Milano. La riflessione sulla personalità del presidente statunitense smentisce la narrazione popolare di disturbo narcisistico di personalità. Sempre più studiosi, infatti, fanno riferimento al concetto di solipsismo, concetto poco noto al grande pubblico ma molto discusso in ambito specialistico.
“Il solipsista” ha spiegato Claudio Mencacci, psichiatra, direttore emerito del dipartimento di Neuroscienze dell’ospedale Fatebenefratelli Sacco di Milano e co-presidente Sinpf “è una persona che diventa l’unico punto di riferimento di sé stessa. A differenza del narcisista, non tenta neppure di sedurre o compiacere gli altri: semplicemente non riesce a riconoscerne l’esistenza come soggetti autonomi. Il mondo esterno smette di avere consistenza”.
Non si fanno diagnosi
Ma Mencacci ha tenuto a precisare che non è possibile fare diagnosi a distanza, senza incontrare il paziente. Quindi risulta difficile stabilire se Trump abbia o meno una patologia psichiatrica. “Esiste una regola etica molto chiara in psichiatria: non si può attribuire una diagnosi a una persona che non è stata valutata direttamente” ha precisato Mencacci. “Tuttavia, è legittimo discutere di modelli comportamentali quando questi sono già oggetto di un ampio dibattito scientifico internazionale. Un dibattito che, negli ultimi anni, ha coinvolto centinaia di psichiatri statunitensi ed europei”.
Il tema, secondo Mencacci, non riguarda la curiosità mediatica ma la
salute collettiva. “Caratteristiche che possono apparire come tratti
individuali diventano un problema quando influenzano decisioni che hanno
ricadute planetarie” ha puntualizzato lo psichiatra. “La storia
dimostra che le valutazioni psichiatriche sui grandi leader arrivano
spesso solo a posteriori, talvolta dopo conseguenze drammatiche. Per
questo è importante oggi saper leggere i segnali, senza banalizzazioni.
Il solipsismo
Il solipsismo è un modello comportamentale, non patologico, quindi, che fa riferimento a tratti come l’incapacità di conformarsi alle regole, il disprezzo delle norme sociali, la tendenza alla menzogna, l’irritabilità, la mancanza di empatia e di rimorso, tutti elementi ampiamente descritti nella letteratura psichiatrica.
“Sono caratteristiche che, se osservate nella gestione di un potere senza limiti, assumono un peso completamente diverso rispetto alla vita privata”, ha sottolineato Mencacci, che ha aggiunto un ulteriore elemento di riflessione: la disinibizione e il discontrollo degli impulsi. “Molti colleghi americani e inglesi hanno evidenziato come l’assenza di filtri nel linguaggio e nei comportamenti pubblici possa suggerire una disfunzione dei lobi frontali. In età avanzata, questi segnali vengono talvolta associati al timore di un possibile deficit cognitivo di tipo organico, anche se ribadisco che si tratta di ipotesi teoriche”.
Domenico Agasso
Luigi Zoja: "Trump con il dito alzato, sindrome di onnipotenza. Non spiega e impone"
La Stampa, 30 gennaio 2026
Iperattività permanente, pensiero a brevissimo termine, paranoia, «sindrome di onnipotenza», instabilità, costruzione di una realtà semplificata che sostituisce dati, approfondimenti e storia. «E poi c’è un gesto, più delle parole, che racconta l’esercizio del potere di Donald Trump: il dito puntato, che non argomenta ma accusa, non spiega ma impone». Luigi Zoja, psicoanalista e sociologo, tratteggia il profilo del presidente degli Stati Uniti.
Professore, il Tycoon è l’uomo più potente del mondo, dobbiamo allarmarci per il suo attivismo imprevedibile e controverso?
«Occorre
subito fare una distinzione fondamentale. Da psicoanalista non posso,
per principio, formulare diagnosi cliniche su persone che non conosco
personalmente. Sarebbe scorretto, ed è stato persino oggetto di condanne
nei tribunali americani. Ricordo, per esempio, la campagna contro Barry
Goldwater, candidato alla presidenza nell’America degli anni Sessanta:
uno spot democratico lo dipingeva come un folle pronto alla guerra
nucleare, mostrando un fungo atomico. Quel messaggio fu condannato,
perché non si può attribuire una patologia clinica a distanza. Lo stesso
vale per Trump. Clinicamente non si può parlare. Ma come cittadino,
questo sì, posso esprimere valutazioni di buonsenso».
E che cosa vede da cittadino?
«Un’eccitabilità
estrema, un’iperattività continua, una mancanza di riflessione. Trump è
dominato da ciò che negli Stati Uniti chiamano short-termism: il
pensiero a brevissimo termine. È il suo modello di comportamento. Non è
una categoria clinica, ma socio-politica. Se ne è scritto molto, anche
sul New York Times. Su questo credo siamo tutti d’accordo».
C’è un parallelo con altri leader?
«Sì,
ma sempre con cautela. Prendiamo Putin: è discutibile, ma ha una
coerenza di lungo periodo. Io l’ho definita “Putinland”, una sorta di
Disneyland storica, in cui il passato russo viene ricostruito in modo
bidimensionale, mitologico. Trump costruisce qualcosa di simile: una
“Trumpland”. Lo slogan “Make America Great Again” presuppone un’America
del passato “grande”. Ma quando? Dov’è documentata questa grandezza
perduta? Non c’è. Non è un progetto storico, è uno slogan pubblicitario.
Con un elemento simbolico ricorrente».
Quale?
«Il
dito puntato. Nelle conferenze stampa Trump indica, accusa,
personalizza lo scontro. Il dito puntato non è una categoria clinica, ma
una categoria umana e comunicativa potentissima. Non dice un concetto,
dice un’immagine. È una semplificazione estrema: “Tu sei il problema”.
Lo abbiamo visto mille volte nella storia: dai poster dello “Zio Sam” ai
manifesti dei regimi totalitari, fino alla propaganda fascista. Non è
una patologia, è un gesto arcaico di autorità. Nel caso di Trump
colpisce perché quel dito non si posa mai su un bersaglio stabile. Può
puntarlo contro il giornalista, poi contro l’Iran, contro Maduro, contro
l’Europa. È una drammatizzazione continua, che sostituisce
l’argomentazione».
E quale effetto produce?
«Introduce
un’autorità che non si discute, che non argomenta, che non spiega. È
questo che mi preoccupa: non il gesto in sé, ma ciò che sottintende. Un
potere che non sente il bisogno di giustificarsi».
Questa narrazione sembra funzionare.
«Funziona
perché è semplicissima e superficiale. È come la propaganda delle
offerte speciali: “Vi vendo un’America che tornerà a essere il primo
Paese manifatturiero del mondo”. Ma questo è impossibile. Non perché
l’America sia andata male, ma perché il mondo è cambiato: Cina e India
non esistevano, economicamente, nel 1945. Dopo la seconda guerra
mondiale gli Stati Uniti rappresentavano metà dell’economia globale;
oggi sono un quarto, o meno. Non per declino, ma perché altri sono
cresciuti».
Entra in gioco anche la psicologia collettiva?
«Certo.
Internet, superata una certa soglia, non aumenta più l’informazione ma
la confusione. Consultiamo i social, non i dati ufficiali. Questo
produce una disponibilità enorme a credere a narrazioni irreali. E la
propaganda trumpiana si fonda proprio su questo: su una non-realtà
condivisa».
Lei nel suo lavoro ha studiato a lungo la paranoia. Qui c’è qualcosa di simile?
«Attenzione:
non parlo di diagnosi. Ma il meccanismo sì, quello è riconoscibile. La
paranoia - come diceva Jung - non è altro che l’esagerazione di funzioni
umane normali: il sospetto, la critica, la vigilanza. Tutti sospettiamo
un po’. Il problema è quando il sospetto diventa totale. I grandi
dittatori del Novecento – Hitler, Stalin – hanno vissuto dentro cerchi
sempre più ristretti di “yes men”. Questo rafforzava la loro visione
distorta del mondo. È un meccanismo che si autoalimenta».
E oggi?
«Vediamo qualcosa di simile: un leader
che vive in una bolla, circondato da compiacenza. Anche a Mar-a-Lago,
anche tra leader europei, si assiste spesso a un ammutolimento davanti a
Trump. Questo è pericoloso, perché il dissenso scompare, e con esso il
confronto con la realtà. E lascia spazio alla “sindrome di
onnipotenza”».
Ci spiega?
«Parliamo di
megalomania in senso umano, non clinico. È l’idea di poter giudicare
tutto e tutti senza possedere le informazioni di base. Se un parente
stretto si comportasse così, ci preoccuperemmo. Trump giudica il mondo,
ma talvolta confonde perfino dati geografici elementari (Groenlandia con
Islanda). Questo non è un dettaglio. Ed è segno anche di instabilità».
Come la definirebbe?
«C’è
imprevedibilità, irrequietezza, continue retromarce. Nella politica
americana circola una battuta famosa: “È uno da cui non comprerei
un’auto usata”. Perché non sai cosa ti sta vendendo. Trump mai ha
spiegato che cosa fosse davvero quell’America “grande” del passato. È
poco affidabile come politico, ma prima ancora come essere umano. E per
capirlo non serve uno psicoanalista: basta il buonsenso».

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