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domenica 13 settembre 2026

Italia di fatto

Si Mohamed Kaabour

Youssef Hassan Holgado e Marika Ikonomu
L'islamofobia è un disegno politico: le destre negano un'Italia che c'è

Domani, 13 settembre 2026 

Creare un’emergenza per alimentare la percezione di insicurezza. È il filo che unisce i partiti della destra estrema in Europa, da Alternative für Deutschland di Alice Weidel a Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Passando anche per partiti di governo come Fratelli d’Italia e Lega. A giudicare dall’exploit ottenuto da AfD alle elezioni in Sassonia-Anhalt e dalla crescita nei sondaggi di Fn, sul piano del consenso funziona. Meno nella descrizione del reale.

«I bambini tedeschi vengono aggrediti perché cristiani», sostiene Weidel, secondo cui «diventiamo stranieri a casa nostra». Per Vannacci «l’omogeneità culturale è già compromessa, con oltre il 12 per cento di stranieri sul suolo nazionale». Il suo programma non include «l’immigrazione», ma la «remigrazione». Che, lo ha detto ospite da Otto e mezzo, significa di fatto «deportazione». Chi rimane, quel 4 per cento di popolazione di origine straniera fissato come tetto massimo, secondo l’ex generale, deve assimilarsi. E vuole «che in Italia vivano gli italiani».

Italia di fatto


Ma cosa significa essere italiani? Per i partiti post-fascisti europei l’Islam non è compatibile con la cultura occidentale, le persone in movimento sono invasori e l’identità europea ha origini romano-cristiane e greche. Non può essere contaminata, scrive Fn.

Qual è, invece, l’«Italia di fatto»? È un paese «già cambiato», «fatto di storie, percorsi e biografie differenti che contribuiscono ogni giorno alla vita democratica». Lo scrive Idem Network, una rete che riunisce amministratori e amministratrici locali, con background migratorio e non, che accoglie chiunque condivida una visione partecipata e solidale della politica. Una realtà che «testimonia come nel nostro paese ci sia una classe dirigente capace di leggere e interpretare la complessità dei nostri tempi» e contrasta le «semplificazioni “identitarie”», riflettendo sul «significato contemporaneo dell’essere italiani, sul rapporto tra cittadinanza e appartenenza». «L’italianità non è granitica», precisa SiMohamed Kaabour, consigliere comunale a Genova, insegnante e coordinatore della rete.

In un paese in cui le persone con background migratorio sono considerate permanenza provvisoria, relegate a essere forza lavoro, «esiste un’Italia in carne e ossa che nessuno può negare», continua. «La classe dirigente futura avrà sempre più una testimonianza interna di persone che hanno una storia di migrazione in famiglia».

Le persone di origine straniera in Italia, secondo la Fondazione Ismu, al 1 gennaio 2025 erano 5 milioni e 898mila. Il 9,1 per cento della popolazione del paese. Si stimano 339mila persone senza permesso di soggiorno, mentre, a scuola, circa uno studente su otto non ha la cittadinanza, di questi tre su cinque sono nati in Italia. Invece di riconoscere formalmente l’Italia di fatto, nella corsa sempre più a destra di questa campagna elettorale, la Lega sta accelerando l’approvazione del ddl Iezzi, previsto in aula il 21 settembre, che prevede casi di sospensione o revoca della cittadinanza.

Se lo Stato non riconosce


Il clima che si respira è percepito come pesante, soprattutto dalla popolazione di origine straniera, spiega Kaabour. L’appartenenza a un territorio non è automatica. Lo sa Raisa Labaran, infermiera e consigliera comunale a Brescia, nata e cresciuta nella città lombarda da genitori di origine ghanese e nigeriana. «Certo che mi sento italiana, ma avrei voluto che per andare in gita sulla mia carta di identità non ci fosse scritto “non valida per l’espatrio”. L’appartenenza può essere forte, ma serve la formalità per sostenerla». Labaran, che ha ottenuto la cittadinanza a 18 anni, ha le deleghe ai temi della Salute e lavora in un’agenzia di prevenzione. Come lei, ci sono sempre più persone con background migratorio impegnate in politica, soprattutto a livello locale. «Qualitativamente parlando, però», dice, «la strada è ancora lunga. C’è sempre la narrazione che ci vuole in politica perché portiamo i voti di una comunità. Io non sono rappresentativa di una comunità, ma della società in cui vivo».

L’attivismo di Labaran non è iniziato con la candidatura in una lista civica. È nato 25 anni fa, all’indomani dell’attentato alle Torri gemelle, sui temi dell’inclusione, dei diritti delle persone con background migratorio, anche musulmane: «Per far capire che non tutti i musulmani sono terroristi, per i giovani nati o cresciuti in Italia smarriti in un racconto che ci accusa di cose che non ci appartengono».

Se a livello locale c’è un’apertura, «a livello regionale, nazionale o europeo, gli spazi della politica sono ancora chiusi», afferma Othmane Yassine, avvocato e consigliere a Fermignano, con deleghe all’Europa e alle politiche di inclusione, a cui si sono aggiunte le deleghe al Pnrr. Yassine è nato nel 1990 a Casablanca, in Marocco, e nel 1996 si è trasferito con la famiglia nella provincia di Pesaro e Urbino. Ha studiato Giurisprudenza, poi un dottorato di ricerca internazionale, e all’età di 24 anni è entrato in politica, dopo aver visto lo slogan della Lega che recitava: «Le palestre ai nostri figli». «Io ero figlio di quel paese non potevo trovarmi emarginato», racconta. Anche Kaabour è nato in Marocco e, arrivato in Italia a dieci anni, non ha potuto ottenere la cittadinanza ai 18. Un mancato riconoscimento che ha avuto anche conseguenze, per un periodo, sul suo lavoro.

Violenza del linguaggio


Il linguaggio escludente non è frutto di questa campagna elettorale. La Lega ha sempre portato avanti campagne contro le persone di origine straniera, ma «c’era un limite». Ora il linguaggio si è fatto «sempre più aggressivo», denuncia Labaran. Tanto che, per la prima volta nella sua vita, ha pensato: «Se a un certo punto mi chiederanno di andarmene, dove potrei andare? Non vedo un altro posto come casa».

Le parole maranza, remigrazione, deportazione, movimentazione coatta, rastrellamenti, «vengono ripetute con facilità e senza coglierne la portata storica né il significato reale», sottolinea Kaabour, che recentemente ha ricevuto migliaia di attacchi, offese razziste e minacce di morte sui social. Un’escalation di violenza che il consigliere ha notato anche nelle istituzioni ed è «frutto di un clima costruito in modo consapevole». Yassine, alla sua prima candidatura, ha ricevuto insulti come «Terrorista islamico» e una lettera con minacce di morte. Attacchi che continua ancora oggi a ricevere sui social, in quello che chiama «uno sdoganamento del razzismo».

Descrive l’islamofobia come disegno politico, una storia già vista con altre religioni: «Una politica che mira al consenso e alla creazione di una società chiusa, che prende di mira un determinato gruppo e disegna tutto lo scandalo possibile affinché possa attecchire l’idea della paura». Le persone musulmane chiedono di esercitare il diritto di professare il loro credo nelle moschee, create, in mancanza di una legge per l’edilizia di culto, in spazi privati. L’unico strumento giuridico offerto loro per potersi riunire, spiega l’avvocato, è l’associazione culturale: «Di fatto, però, tutte le moschee vengono strumentalmente chiamate abusive, quando in realtà, a livello giuridico, nessuna lo è».

Nel rifiuto dell’Islam, c’è poi un ulteriore piano che – come mostra il divieto di niqāb e burqa in classe che il ministro Valditara vuole introdurre – si appropria del linguaggio femminista e della parità di genere per rappresentare le donne musulmane esclusivamente come vittime e oppresse. «Da donna in politica, in più musulmana e con il velo, la gente mi vede come quella che non riesce a liberarsi dalle tradizioni, che non ha un suo pensiero», racconta Labaran.

«Tutto ciò è in funzione di una riuscita politica – conclude Kaabour –, ma di una disfatta del paese. La riuscita politica è individuale, mentre la disfatta del paese è collettiva». In questo modo, per Yassine, «stiamo negando a questo paese di strutturarsi in prospettiva». L’impegno politico dei tre amministratori locali guarda anche alle nuove generazioni con una storia di migrazione in famiglia, perché si sentano riconosciuti e rappresentati. Occorre quindi, dicono, occupare gli spazi pubblici, portare la propria voce, la propria narrazione, i propri corpi, con un impegno quotidiano.

lunedì 24 agosto 2026

Brescia microcosmo dell'Italia


"Tutto ciò che si può desiderare dall'Italia, in un unico luogo": Brescia, il gioiello nascosto della Lombardia

La ricca storia e cultura della città sono finora passate inosservate, ma i suoi abitanti, fieri e orgogliosi, sono determinati a cambiare questa situazione.

WNon abbiamo appena iniziato a camminare che scorgo il vicolo laterale, che si snoda dalla strada principale in un mosaico di muri gialli illuminati dal sole, finestre con persiane chiuse e archi in ombra. "Cos'è lassù?" Elena, la mia guida, accenna un sorriso ironico. "Quello è Carmine. Da bambino mi avevano avvertito di non andarci."

Svolto nel vicolo. Ci sono molti graffiti. Accanto a un simbolo dell'anarchia, qualcuno ha spruzzato la scritta " morte al decoro " – morte al decoro. Sono incuriosito. Proseguiamo, scoprendo un labirinto di strade colorate piene di bar e ristoranti, alcuni dei quali hanno appena aperto.

Come il suo quartiere bohémien, Brescia è una città italiana che si rischia di non notare: è vicina alle Dolomiti e al Lago di Garda, ma non abbastanza da poter essere un punto di partenza per esplorarli. I turisti tendono a sfrecciare via diretti a Milano o Verona. Orgogliosa della sua città, Elena è determinata a convincermi che vale la pena fermarsi. "Vedrai. Abbiamo tutto ciò che si può desiderare dall'Italia, tutto in un unico posto."

Andrea, gestore del bar I Dù dela Contrada a Carmine, Brescia. Foto: Kevin Rushby/The Guardian

La sua sicurezza è condivisa da Andrea, la manager de i Dù dela Contrada , un bar di Carmine dove entriamo per un caffè. Oggetti curiosi sono sparsi per il locale, e il bancone è tappezzato di fototessere, donate dai suoi numerosi clienti. "Vent'anni fa, questa era una zona di prostitute e ladri", mi dice Andrea. "Ora è più sicura, ma rimane vivace e in crescita."

Gli spiego la missione di Elena e lui annuisce. "Ha ragione, chiedi a chiunque."

"OK. A chi dovrei chiedere adesso?"

"Piera dell'Osteria dei Mercanti. È un vero personaggio."

E così inizia una giornata magica nella città dove ci muoviamo, una persona che conduce all'altra, ogni incontro arricchito dalla profonda conoscenza che Elena ha della sua città natale.

Troviamo Piera seduta in mezzo a un gruppo di amici, il tavolo coperto di tazze di caffè e un paio di bicchieri del pirlo , l'aperitivo preferito di Brescia . "Qui i drink sono speciali", mi dice. "Abbiamo la Franciacorta a due passi. Sono venuta qui 17 anni fa e ho capito subito che sarei rimasta."Nel giro di 20 minuti, sono seduto fuori a mangiare la pizza più buona della mia vita, per colazione.

Ci manda a incontrare la sua amica Maria. Questo significa attraversare la piazza medievale della città, Piazza della Loggia, dominata dalla Torre dell'Orologio , un magnifico orologio con due automi a grandezza naturale, "i pazzi del tempo", che dal 1581 scandiscono le ore su una grande campana. Non riusciamo a trovare Maria, ma incontriamo il suo affabile amico Antimio, il cui ristorante Lestro è al tempo stesso un omaggio agli anni '70 e un laboratorio dove sperimenta instancabilmente, perfezionando la pizza.

Un attimo dopo, mi ritrovo nella sua cucina a ricevere una rapida lezione sulla miscela di farine speciali, i migliori metodi di impasto, come preparare i formaggi... "Mi piace mescolare scamorza affumicata e mozzarella, ma il mio preferito è il bagòss , una specialità locale". Nel giro di venti minuti, sono seduto fuori, ad ascoltare quei matti che battono i piedi per terra e a mangiare la pizza più buona della mia vita... a colazione.

Piazza della Loggia. Fotografia: Bogdan Lazar/Getty Images/iStockphoto

Rinfrancati in questo modo, Antimio ci manda dietro l'angolo a visitare Roberto al sontuoso Teatro Grande di Brescia . Il teatro fu fondato nel 1660 ed è considerato uno dei più belli d'Italia. Il sontuoso caffè con i suoi affreschi è un luogo popolare per la merenda , la tradizionale sosta pomeridiana con la torta, ma la visita aggiunge dettagli affascinanti, come il modo in cui i cavalli venivano condotti sul palcoscenico e come Puccini, umiliato dal rifiuto della sua nuova opera, Madama Butterfly, alla Scala di Milano, la portò qui nel 1904 riscuotendo un grande successo.

Il suggerimento di Roberto è la chiesa di San Cristo, ma prima facciamo una deviazione per Piazza Vittoria che Mussolini, all'apice del suo potere nel 1932, aveva rimodellato secondo i principi fascisti, sfrattando gli abitanti per erigere monumenti alla giovinezza, all'energia e alla forza; in altre parole, rozzi blocchi neoclassici attorno a un'imponente statua di nudo maschile. Un decennio dopo, Mussolini tornò, questa volta come fantoccio tedesco, a governare la Repubblica di Salò, uno stato residuo che comprendeva Brescia. Negli ultimi anni, la piazza è stata ristrutturata, ma il nudo maschile rimane in un magazzino e la grande lettera "M" maiuscola su un edificio non si riferisce al dittatore caduto.

Sto iniziando a capire perché Elena creda che Brescia sia un microcosmo della storia e della cultura italiana. Ora mi riporta nella medievale Piazza della Loggia per indicarmi un dettaglio che mi era sfuggito: una piccola colonna che segna il punto esatto in cui, nel 1974, esplose una bomba uccidendo otto persone. Le forze politiche dell'era Mussolini raggiunsero il loro apice negli anni '70 e '80, gli anni di piombo , quando gruppi fascisti e Brigate Rosse si scambiarono attentati, sequestri e assassinii mortali. L'entità della carneficina è testimoniata dalle centinaia di targhe commemorative che costeggiano il castello medievale di Brescia, sovrastante la città, ognuna delle quali rappresenta una vittima.

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Dopo questa cupa digressione, ci rinfreschiamo nella Chiesa di San Cristo , una chiesa cinquecentesca nota come "la Cappella Sistina di Brescia" per i luminosi affreschi che ricoprono ogni spazio disponibile. A pochi passi si trova l' Osteria del Savio , un locale rinomato per la cucina locale, dove gustiamo i casoncelli , ravioli ripieni di salvia e burro, e poi i malfatti , gnocchi di montagna tipici della zona, mentre la proprietaria Michaela ci spiega il motivo della presenza di una colonna romana al centro del suo ristorante. "In realtà si estende per altri 5 metri e i miei vicini hanno il capitello: lo usano come tavolino da caffè."

La Chiesa di San Cristo è conosciuta come la Cappella Sistina di Brescia per i luminosi affreschi che ricoprono ogni spazio disponibile.

Ritrovare la storia nascosta sotto le colonne è una tradizione bresciana. Già negli anni Venti dell'Ottocento, alcuni archeologi decisero di scavare sotto la sommità di una colonna romana in un giardino cittadino adibito a zona picnic. Ciò che scoprirono fu un vasto complesso templare e una statua di bronzo, la Vittoria Alata, datata al I secolo a.C.

Una breve passeggiata lungo il viale ci conduce in quel luogo, ora un sito archeologico parzialmente sotterraneo . Altri reperti romani si trovano nel vicino Museo di Santa Giulia , un labirinto di antichi edifici che potrebbe facilmente occupare un'intera giornata, ma lo visitiamo velocemente perché è ora di andare ad assaggiare del vino.

Se Brescia si mantiene al di fuori dei circuiti del turismo di massa, anche la sua regione vinicola, la Franciacorta, è un segreto ben custodito. Piantati su terreni vulcanici a sud del Lago d'Iseo, questi vigneti producono un vino spumante così buono che la maggior parte viene consumata dagli abitanti del luogo.

Monte Isola, un'isola sul lago d'Iseo. Fotografia: Faber 1893/Getty Images

Alloggio sulle rive del lago a Sulzano, a 30 minuti di auto da Brescia, e il giorno dopo prendo il traghetto per Monte Isola, un'isola nel lago. Circondata da montagne e meta popolare per le gite di un giorno dei bresciani, l'isola conserva ancora la sua genuina cordialità. Nel negozio di reti da pesca, Paulo mi mostra i nodi per realizzare una rete usando un ago a doppia punta che "è lo stesso strumento ritrovato a Pompei". Più avanti, nella piccola fabbrica di reti, la proprietaria Daniella mi indica una foto di sua nonna intenta a riparare le reti, poi mi dice che ormai la maggior parte delle reti da calcio della Serie A vengono prodotte qui. Nel negozio dietro l'angolo, mi offrono un assaggio del loro salame locale: ne sono molto orgogliosi. Ma il momento culminante, per me, è quando entro, senza preavviso, nel cantiere navale Arquette.

Questo è il tipo di posto dove reali e miliardari comprano barche di legno fatte a mano, ma Andrea e suo padre non hanno tempo per le arie e le formalità. Sono artigiani, e mi mostrano con orgoglio i lavori in corso. "I nostri antenati erano costruttori di gondole a Venezia", ​​dice Andrea. "Nel 1640 arrivarono qui e si innamorarono così tanto di Brescia e dei suoi dintorni che decisero di rimanere". Una decisione, ammetto con Elena, che posso approvare pienamente.