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giovedì 10 settembre 2026

Soluzioni climatiche in prospettiva



Matthew Pearce
Gli scienziati hanno individuato le soluzioni climatiche con maggiori probabilità di raggiungere "punti di svolta positivi"

The Guardian, 10 settembre 2026 

Un rapido passaggio globale all’elettricità pulita potrebbe innescare una “cascata” di progressi verso la riparazione dei danni al pianeta causati dalla crisi climatica, secondo un rapporto che individua le soluzioni ambientali più probabilmente in grado di determinare un cambiamento.

L’analisi si concentra sui “punti di svolta positivi” – soglie oltre le quali una tecnologia o una pratica sostenibile diventa sempre più economica, diffusa o popolare politicamente, consentendo ai progressi di diventare autoalimentati.

Individua nell’elettricità pulita la transizione con la “più alta leva”, perché l’energia solare ed eolica più economica può accelerare il cambiamento ben oltre il settore energetico. L’energia pulita migliora l’economia dei veicoli elettrici, delle pompe di calore e dei processi industriali più puliti, riducendo al contempo l’inquinamento atmosferico e stimolando un’ulteriore domanda di elettricità da fonti rinnovabili.

Il rapporto si basa sul lavoro del professor Tim Lenton, direttore fondatore del Global Systems Institute dell’Università di Exeter, che studia i punti di svolta climatici dagli anni ’90.

Steve Smith, autore del rapporto e ricercatore presso l’Università di Exeter, ha dichiarato: “La cascata dell’energia pulita che stiamo vedendo ora sta facendo molto più di quanto chiunque si aspettasse anche solo 10 anni fa.”

L’energia solare ed eolica hanno già superato punti di svolta positivi in molti mercati importanti, ha affermato Smith, poiché la crescente diffusione ha ridotto i costi, attirato investimenti e favorito un’ulteriore espansione.

Il rapporto, prodotto dall’Università di Exeter con il premio Earthshot, applica la scienza dei punti di svolta a 51 aree prioritarie nell’ambito di cinque obiettivi ambientali: proteggere la natura, ripulire l’aria, risanare gli oceani, eliminare i rifiuti e affrontare la crisi climatica.

Smith ha affermato che i punti di svolta positivi potrebbero essere intesi come la controparte benefica delle pericolose soglie climatiche, come il collasso delle calotte glaciali o la morte delle barriere coralline.

“I punti di svolta possono anche giocare a nostro favore,” ha detto. La rapida crescita dell’energia solare, dell’energia eolica e dei veicoli elettrici, così come il recupero di alcuni sistemi naturali, ha mostrato che il cambiamento benefico può accelerare dopo aver raggiunto una soglia critica.

Tuttavia, la transizione verso l’energia pulita è ostacolata dalla lentezza della pianificazione e dell’espansione della rete, in particolare nelle economie più ricche, e da una grave carenza di investimenti altrove. L’Africa riceve meno del 2% degli investimenti globali nell’energia pulita nonostante possieda il 60% delle migliori risorse solari del mondo, secondo il rapporto.

Le ricerche citate nell’analisi suggeriscono che politiche coordinate a sostegno dell’energia pulita, dei trasporti e del riscaldamento potrebbero anticipare di due-otto anni i punti di svolta in questi settori. I progressi in un settore rendono più facili quelli negli altri aumentando la domanda di elettricità pulita, incoraggiando gli investimenti e riducendo ulteriormente i costi.

La trasformazione delle catene globali di approvvigionamento delle materie prime è identificata come un altro intervento ad alto impatto. Un numero relativamente ristretto di aziende, banche e autorità di regolamentazione controlla il commercio di materie prime tra cui carne bovina, soia, olio di palma, legname, cacao e caffè, che nel loro insieme sono responsabili di gran parte della deforestazione tropicale mondiale.

Allineare le politiche di grandi mercati come l’UE, la Cina, il Regno Unito e gli Stati Uniti potrebbe rendere i prodotti a deforestazione zero la norma globale, ha affermato il rapporto. Se autorità di regolamentazione, produttori e istituzioni finanziarie adottassero standard comuni, per le aziende potrebbe diventare sempre più difficile vendere o finanziare beni legati alla distruzione delle foreste.

“Bisogna riuscire ad allineare non solo i produttori, ma anche i responsabili delle politiche, i grossisti, i consumatori, le banche, le compagnie di assicurazione, e fare in modo che tutti lavorino e facciano la stessa cosa,” ha detto Smith.

Anche la cucina pulita e l’energia domestica sono vicine ai punti di svolta in alcuni Paesi, poiché i modelli commerciali pay-as-you-go e l’energia solare decentralizzata rendono le tecnologie più pulite più accessibili e convenienti. Circa 2,1 miliardi di persone dipendono ancora da combustibili solidi per cucinare, esponendosi a una dannosa inquinamento dell’aria negli ambienti interni, con donne e bambini che ne subiscono gli effetti in misura sproporzionata.

Smith ha inoltre indicato la riduzione delle emissioni di metano come uno dei modi più rapidi per modificare il corso del riscaldamento globale. Il metano è responsabile di circa il 30% del riscaldamento registrato finora, ma rimane nell’atmosfera solo per circa 12 anni.

“La riduzione del metano è una delle leve più rapide che abbiamo a disposizione per limitare il picco del riscaldamento,” ha detto. I satelliti e i droni possono ora individuare perdite di metano che in precedenza erano invisibili, consentendo a interventi relativamente poco costosi di influenzare la traiettoria della temperatura entro un decennio.

Il rapporto sostiene che anche l’adattamento climatico potrebbe diventare auto-rinforzante. Quando si dimostra che le difese contro le inondazioni, i sistemi di allerta precoce e le infrastrutture resilienti riducono le perdite, possono abbassare i costi delle assicurazioni e dei prestiti, attrarre investitori e rendere più interessanti ulteriori investimenti.

Ma la finanza sta spesso andando nella direzione opposta. Circa 7,3 mila miliardi di dollari (£5,4tn) confluiscono ogni anno in attività che degradano la natura, rispetto a circa 220 miliardi di dollari per le soluzioni basate sulla natura, secondo i dati delle Nazioni Unite citati nel rapporto.

“Per ogni £1 investita nella protezione della natura, ne vengono spese £30 per cercare di degradarla,” ha detto Smith. “Quindi è una scelta politica e non è una mancanza di finanziamenti. È il modo in cui vengono utilizzati.”

venerdì 26 giugno 2026

Le troppe illusioni sul clima

Telmo Pievani
Le troppe illusioni sul clima

Corriere della Sera, 26 giugno 2026

Un’ondata di calore opprimente e insistente sta rendendo più difficile la nostra vita. Non possiamo lavorare all’aperto nelle ore centrali della giornata. Anziani, bambini e persone fragili rischiano danni seri alla salute. Il Po in una settimana ha perso il 60% della sua portata d’acqua. Alla siccità e alla canicola fanno da contraltare temporali violenti e grandinate devastanti. Come dicono i contadini, piove male.

Dobbiamo considerare tutto ciò come un’emergenza di cui sorprenderci, una calamità ineluttabile, come un evento eccezionale che racconteremo ai nostri nipoti? Purtroppo no. Quanto sta accadendo è la nuova normalità che dovremo vivere a ogni stagione, per i prossimi decenni. Lo sanno bene le assicurazioni, che hanno aumentato di molto i costi per le coperture degli eventi naturali. Siamo dentro un grande processo di cambiamento, al quale abbiamo contribuito e che adesso ha un’inerzia tutta sua che non possiamo fermare. Le leggi della fisica sono indifferenti ai nostri discorsi. Possiamo anche decidere di ignorarle, ma loro continueranno ad agire.

Ogni volta che la cappa torrida ricopre il nostro Paese, scatta il dibattito se essa sia causata o meno dal riscaldamento climatico. La causa specifica di queste temperature è un anticiclone africano che trattiene sull’italia masse di aria calda di origine subtropicale. Dunque il clima non c’entra nulla? Al contrario.

La causa di fondo è che il riscaldamento globale indotto dalle attività umane rende questi fenomeni estremi più frequenti, più intensi e più lunghi. Una metafora calcistica ci può aiutare. Se Lionel Messi ha segnato due gol all’austria, la causa diretta sta nella respinta imperfetta del portiere in quel momento o nel passaggio filtrante di un compagno. Ma se Messi ha una media di uno o due gol a partita, è assai probabile che segnerà anche la prossima. Come giudichereste un allenatore che incontra l’argentina e non mette un difensore a marcare Messi perché tanto l’ultimo gol che ha fatto è stato fortunoso e ha pure sbagliato un rigore? Per capire il clima, non bisogna guardare il fatto specifico, ma le tendenze complessive.

Certe bolle di afa asfissiante ci sono state anche in passato, certo, ma erano meno frequenti, più brevi e circoscritte. L’improbabile adesso diventa possibile. Non c’è mai stato un momento migliore di questo per essere un incendio o un’inondazione. L’europa si sta scaldando più velocemente del previsto. La temperatura superficiale del Mediterraneo centrale in estate supera i 30 gradi, come ai tropici. Tutto quel calore significa energia in circolo, vapore acqueo che si sposta, poi incontra masse di aria fredda e scatena piogge torrenziali altrove. Quando faremo il bagno quest’estate in un mare caldo come un brodo, pensiamo alle alluvioni di Valencia e della Romagna: è lo stesso processo.

Chi sa di essere dentro un cambiamento dovrebbe agire di conseguenza e farsi trovare pronto. Ci vogliono realismo e prevenzione. Non serve che la scienza con largo anticipo ci dica esattamente quando e dove ci sarà il prossimo evento estremo. Se le evidenze suggeriscono che le probabilità di un evento avverso in un dato territorio (il rischio) sono alte, significa che quell’evento accadrà, che ci piaccia o no, in un certo lasso di tempo medio.

Quindi, invece di chiedere ogni volta stati di calamità e fondi speciali, ammettiamo di essere in uno stato di vulnerabilità permanente. Le emissioni globali di gas serra continuano ad aumentare e il passaggio a energie rinnovabili è rallentato da ostacoli, diversivi, ostilità di ogni tipo e forti interessi economici contrari. Ma la transizione è inevitabile: la questione è in quanto tempo la faremo. Più aspetteremo e più il conto economico del riscaldamento climatico lieviterà. Lo pagheranno i nostri figli.

Nel frattempo dovremo adattarci alle nuove circostanze, riducendo i danni, mettendoci fantasia, innovazione e lungimiranza. La soluzione non è certo aria condizionata per tutti. Un esempio virtuoso fra i molti: depavimentare e piantare alberi. Anziché continuare a consumare suolo, togliere dalle città cemento e asfalto dove non sono necessari comporta una riduzione della temperatura percepita anche di 5-10 gradi. Durante le isole di calore urbane, questa scelta pragmatica salva la vita della gente nei quartieri.

Il problema dell’adattamento è chi paga. Un dettaglio che sfugge a molti quando si parla di anticiclone africano è l’aggettivo: africano. In un editoriale apparso su questo giornale il 25 agosto 1976, Italo Calvino rifletteva su un’estate piena di «disastri»: terremoti (quello del Friuli del 6 maggio di quell’anno); eruzioni vulcaniche in Paesi lontani; inondazioni; carestie; la guerra a Beirut (allora come oggi); e naturalmente Seveso, accaduto un mese prima. «Le catastrofi causate dall’uomo — notava lo scrittore — si compenetrano con quelle naturali». Non è cambiato molto in mezzo secolo: i disastri che chiamiamo «naturali» in realtà sono spesso disastri umani, di mancata prevenzione, di avidità, di insensibilità verso le diseguaglianze.

Il rischio è lo stesso, ma l’esposizione al rischio può cambiare radicalmente. La tempesta Daniel nel settembre 2023 fece 17 vittime in Grecia e migliaia in Libia: era la stessa tempesta. Gran parte del costo del riscaldamento climatico sarà pagato dai Paesi più poveri della fascia equatoriale e tropicale del Pianeta, che hanno contribuito in minima parte alle emissioni. Oltre all’ingiustizia in sé, questo squilibrio genererà flussi migratori, instabilità geopolitica e altri conflitti per le risorse. Mentre soffriamo per questo caldo, pensiamo a coloro che lo sopportano per quasi tutto l’anno, senza le nostre infrastrutture, senza aria condizionata, senza un servizio sanitario nazionale.

Nella notizia che i disastri sono umani più che naturali si nasconde una speranza: se il problema siamo noi, e non una natura matrigna o un Pianeta impazzito, allora possiamo rimboccarci le maniche e fare la differenza.


martedì 23 giugno 2026

Gli effetti del caldo sul corpo




Ondata di calore: cosa provoca il caldo estremo al nostro corpo

La Francia e diversi altri paesi europei stanno affrontando un'ondata di calore nel giugno 2026 che sta già battendo diversi record. Questi episodi di ondata di calore comportano rischi significativi per la salute, in particolare per gli anziani o per coloro che soffrono di patologie preesistenti.

Courrier International, 22 giugno 2026, inizialmente pubblicato il 18 luglio 2022

Secondo gli esperti, le ondate di calore [come quella che la Francia e alcune parti d'Europa stanno vivendo nel giugno 2026 ] diventeranno più frequenti, più intense e di durata maggiore. E avranno conseguenze significative per il nostro organismo. Secondo uno studio pubblicato nel 2021 , "circa 356.000 decessi nel 2019 potrebbero essere collegati al caldo estremo", riporta New Scientist.

Alcune persone, come gli anziani e i bambini piccoli, sono più vulnerabili di altre e meritano un'attenzione particolare. "Studi recenti suggeriscono che si registra un aumento di almeno il 10% degli accessi al pronto soccorso nei giorni in cui le temperature raggiungono o superano il 5% più alto dell'intervallo di temperatura normale per una determinata località", avvertono Laurence Wainwright dell'Università di Oxford e Eileen Neumann, neuroscienziata dell'Università di Zurigo, su The Conversation.


Sudorazione e dilatazione dei vasi sanguigni


Ma cosa succede esattamente? Il sito web dell'emittente britannica BBC, uno dei tanti media che hanno dedicato un articolo agli effetti del calore sul corpo umano, ce lo ricorda:

"Che ci troviamo nel bel mezzo di una tempesta di neve o di un'ondata di calore, il nostro corpo si sforza di mantenere una temperatura interna di circa 37 °C."

Con l'aumento della temperatura esterna, il nostro corpo adotta le misure necessarie per mantenere la propria temperatura in equilibrio, in modo che le funzioni metaboliche possano operare normalmente. Ciò avviene principalmente attraverso la produzione di sudore e la dilatazione dei vasi sanguigni.

"La dilatazione dei vasi sanguigni provoca un calo della pressione arteriosa, che costringe il cuore a lavorare di più per pompare il sangue. Per le persone con patologie cardiache, il rischio di infarto è quindi maggiore", avverte Nuovo scienziato. Inoltre, l'eccessiva sudorazione può causare la perdita di minerali dall'organismo. "In casi estremi, bassi livelli di sodio nel sangue possono provocare nausea e mal di testa", sottolinea la rivista scientifica. La combinazione di un brusco calo della pressione arteriosa e di un'eccessiva sudorazione può portare ad altri disturbi come vertigini, confusione, crampi muscolari, stanchezza estrema e persino svenimenti.


Bevi acqua e stai all'ombra.


Per evitare questi problemi, il consiglio principale è semplice: mantenetevi idratati! L'acqua è la vostra migliore amica. Ma se vi sembra una fatica, non preoccupatevi, "tutti i tipi di bevande sono efficaci nel fornire al corpo i liquidi necessari", assicura il New York Times.Succhi di frutta, latte, tè e persino bibite gassate possono essere ottimi idratanti. Tuttavia, tenete presente che bibite gassate e succhi di frutta sono spesso ricchi di zuccheri, il che può comportare un diverso problema di salute". D'altra parte, l'alcol e le bevande contenenti caffeina dovrebbero essere limitati o addirittura evitati. 


sabato 30 maggio 2026

Ecologie della percezione


ECOLOGIE DELLA PERCEZIONE
Terrance Hayes
The New Yorker, 1 giugno 2026

In una giornata così calda che nemmeno la mosca domestica
che ti osserva riesce a muoversi,
noti che i suoi occhi assomigliano quasi
alle cupole nere e lucide che ricoprono
le telecamere di sicurezza degli aeroporti.
Gli occhi composti della mosca domestica
 sembrano fari con occhiali da vista spessi come
 fondi di bottiglia, in un caldo torrido.
Quando la tua unghia raschia via un ciglio o una scaglia 
di cenere grande come l'ala di una mosca grassa dal tuo occhio,
questa viene moltiplicata migliaia di volte
negli occhi della mosca domestica.
Il moscerino nero si riproduce nei ruscelli e nei fiumi
durante i giorni più caldi dell'estate,
ma non può sopravvivere con la tristezza come la mosca domestica.
Bolle di aria buona e cattiva si formano in singole
lenti esagonali note come ommatidi.
Ogni ommatidio funziona come un occhio,
ma nessuno vede lo spettro del rosso o del giallo.
Per la mosca sei una miriade di mosaici 
di visioni tricromatiche ultraviolette, grigie, blu e verdi
che raschiano qualcosa dal tuo occhio:
una lacrima di olio o di sudore in alcuni ommatidi,
un germoglio, una goccia di muco o cecità in altri,
una larva perlacea e sfocata che ricorda
i primi giorni da cani della mosca domestica sulla terra.
Quando fa così caldo, potresti anche dover fare i conti
con il tafano, che è
quasi ciò che pensi sia la mosca domestica
quando la guardi.
Le zanne dei tafani lacerano le orecchie
dei giorni da cani. Le piaghe brillano
sulle orecchie dei cani come diamanti.
I giorni da cani invadono la terra.
Le mosche domestiche si alzano come piccoli aerei
in orbita attorno a un pianeta infiammato e infiammabile.
Le mosche domestiche emergono dalle larve come frammenti,
fantasmi, croste e nuvole di cenere.
Sia lode all'unica mosca domestica che non fugge,
il vento tenuto a bada si è trasformato in violenza.
Non puoi scacciare il clima.
Tu sei molteplici paesaggi stravaganti,
vale a dire, sei più che ultraterreno
raschiando e grattando il fiocco o la ciglia
che ti prudono l'occhio negli occhi della mosca.
Non puoi scacciare la mosca.


ECOLOGIE DELLA PERCEZIONE
Terrance Hayes
The New Yorker, 1 giugno 2026 

On a day so hot not even the housefly
watching you can move,
you notice its eyeballs almost favor
the shiny black domes that cover
airport security cameras.
The housefly’s compound eyeballs
 look like headlights wearing prescription
 Coke-bottle goggles in a violent heat.
When your fingernail scrapes a lash or flake 
of ash the size of a fat fly’s wing from your eye,
it’s multiplied several thousand times
in the housefly’s eyes.
The blackfly breeds in streams & rivers
during the dog days of summer
but cannot survive on sadness like the housefly.
Bubbles of good & bad air flare in individual
hexagonal lenses known as ommatidia.
Each ommatidium functions like an eye,
but none sees spectrums of red or yellow.
To the fly you are myriad mosaics of ultraviolet,
gray, blue & green trichromatic visions
scraping something from your eye:
a tear of oil or sweat in some ommatidia,
a bud, a bead of mucus or blindness in others,
a pearly, blurry larva recalling
the housefly’s first dog days on earth.
When it’s this hot, you may also contend
with the horsefly, which is what
you almost think the housefly is
when you look at it.
The fangs of horseflies tear the ears
of the dog days. The sores shine
on the ears of the dogs like diamonds.
Dog days swarm the earth.
Houseflies rise like small planes
orbiting an inflamed, flammable planet.
Houseflies rise out of maggots like fragments
& figments & scabs & clouds of ash.
Praise be to the one housefly that does not flee,
the wind at bay gone violent.
You cannot shoo the climate.
You are multitudinous outlandish landscapes,
which is to say, you are more than otherworldly
scraping & scratching the flake or lash
itching your eye in the eyes of the fly.
You cannot shoo the fly.




giovedì 21 maggio 2026

Adolescenti di periferia

Chiara Saraceno
I ragazzi di periferia e lo sguardo degli altri

La Stampa, 21 maggio 2026

 «Servirebbero più parchi e meno pregiudizi sul mio quartiere». Così dichiara un tredicenne coinvolto nella ricerca di Save the Children sull’esperienza dei bambini e adolescenti che crescono nelle periferie urbane dei comuni capoluogo delle aree metropolitane (Luoghi che contano) presentata nei giorni scorsi. Periferie che non sono state individuate con un criterio geografico, ma utilizzando la mappatura realizzata dall’ISTAT in base ad un nuovo indice di disagio socio-economico elaborato sperimentalmente dall’ISTAT, che ne ha individuate 172 in tutto il paese, il 73% delle quali tuttavia si trova a Roma, Milano, Napoli, Torino e Palermo. Periferie quindi non in senso geografico, ma in senso sociale, perché presentano sia una forte concentrazione di gruppi socio-economicamente svantaggiati, un’alta incidenza di dispersione scolastica, di microcriminalità e disagio psicosociale, sia una carenza di servizi, opportunità e infrastrutture essenziali, quali servizi educativi e sanitari di qualità, dotazioni culturali e sportive, spazi verdi, trasporti pubblici efficienti e connettività digitale. Sono a maggiore densità di bambini e adolescenti delle aree non deprivate, eppure sono oggetto di scarsi investimenti, quando non di vero e proprio abbandono. Chi cresce in questi contesti, non solo ha minori opportunità di sviluppare appieno le proprie potenzialità, rischia tassi di dispersione scolastica esplicita e implicita molto superiori a quelli di chi vive in altre zone della stessa città e di perdere per via persino la capacità di aspirare. Spesso soffre anche lo stigma associato al luogo in cui vive, che diventa anche uno stigma sulle persone che lo abitano, riducendo ulteriormente la possibilità di essere riconosciuti e valorizzati per quello che si è e si può essere. Come ha detto una quindicenne, “io per esempio ho vari amici che ho conosciuto da poco e quindi mi sono presentata. Appena gli ho detto che ero del rione (…) avevano già dato dei cattivi sguardi su di me perché pensavano che siccome ci sono persone così, magari posso esserlo pure io”.

Tra dati noti e meno noti ne emerge un quadro della difficoltà che incontrano troppi bambini e adolescenti nel loro percorso di crescita, e di quanto esse non siano imputabili solo a fragilità familiari o a particolari sfortune biografiche, ancor meno ad una cattiva disposizione dei bambini e adolescenti stessi. Conta l’incuria, indifferenza di politiche pubbliche che troppo spesso lasciano sguarniti di beni essenziali proprio i luoghi a maggiore concentrazione di povertà economica, bassa istruzione, difficoltà lavorative; salvo interpretarne i problemi in modo esclusivamente securitario quando succede qualcosa che disturba l’ordine pubblico. Il dato più nuovo su cui vorrei soffermarmi è l’ambivalenza con cui gli adolescenti intervistati considerano il luogo in cui vivono: luogo di mancanza di cose indispensabili – trasporti pubblici efficienti, servizi sanitari e sociali, spazi verdi, spazi in cui potersi incontrare e divertire in sicurezza e senza dover spendere, pulizia delle strade e svuotamento tempestivo dei cassonetti - ma insieme luogo di appartenenza, in cui si può stare con amici, tra pari, senza essere giudicati e guardati dall’alto in basso, luogo in cui si sono fatte e fanno anche cose belle (e per questo brucia lo sguardo negativo che sentono dall’esterno). Sarà perché hanno meno possibilità di uscire dal loro quartiere dei loro coetanei che abitano in zone meno, o non deprivate, sembra anche che abbiano una conoscenza, e identificazione, maggiore della zona dove vivono e delle persone che la abitano. Desiderio di andarsene per trovare occasioni migliori e invece che a migliorare sia il contesto in cui attualmente vivono per consentire loro di scegliere se rimanere o andarsene, convivono anche nella stessa persona. Una ambivalenza che è anche un interrogativo per i policy maker e un potenziale terreno su cui lavorare non solo per, ma con questi fin troppo consapevoli bambini e bambine, ragazzi e ragazze.

Utili indicazioni in questo senso si trovano nel capitolo conclusivo del rapporto di ricerca, a partire da quella che è necessario definire una strategia nazionale per le politiche urbane orientata all’infanzia, unitaria e stabile nel tempo, che assuma i contesti urbani più fragili come ambiti prioritari di intervento, al fine di garantire una tutela effettiva dei diritti di bambini, bambine e adolescenti. Ne dovrebbe fare parte, come una componente stabile e qualificante dei processi decisionali. Anche il coinvolgimento strutturato e continuativo di bambini, bambine e adolescenti nei processi di rigenerazione urbana.

martedì 19 maggio 2026

Non chiamatela follia

Giuseppe Lavenia
Non chiamatela follia

la Repubblica, 19 maggio 2025

Il caso di Modena ci sta mostrando la tendenza sempre più diffusa a trasformare automaticamente la salute mentale in violenza. È quello che sta accadendo in queste ore sui social, nei commenti, nei dibattiti improvvisati. Basta la parola “fragilità psichica” perché scattino paura, odio, inviti alla punizione, etichette disumane. E così la sofferenza mentale smette di essere compresa e diventa il nuovo mostro da dare in pasto all’opinione pubblica.

Una pericolosa scorciatoia

È una scorciatoia emotiva ed è pericolosissima. Perché la stragrande maggioranza delle persone che soffrono di un disturbo mentale non è violenta. Non aggredisce e non rappresenta un pericolo sociale. Molto più spesso quella sofferenza la vive nel silenzio, nell’isolamento, nella vergogna di chiedere aiuto, nella paura di essere giudicata.

Quando la cronaca incontra la rabbia collettiva

Ma tutto questo scompare nel momento in cui la cronaca incontra la rabbia collettiva. Sui social stiamo assistendo a qualcosa di inquietante. Commenti violenti, odio incontrollato, diagnosi fatte in pochi secondi, persone che invocano “matti da rinchiudere” come se la psichiatria dovesse diventare una discarica sociale dove nascondere tutto ciò che spaventa. Non c’è spazio per comprendere la complessità. C’è solo il bisogno di trovare un colpevole semplice a un problema complesso.

Aumentano le fragilità ma diminuiscono le risorse

Eppure i dati raccontano una realtà molto diversa da quella costruita dalla paura. Secondo il ministero della Salute e la Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica (SIEP), in Italia oltre 845 mila persone sono seguite dai servizi di salute mentale. Ma il nostro Paese investe nella salute mentale circa il 3% del Fondo Sanitario Nazionale, una delle percentuali più basse in Europa.

Tradotto: aumentano le fragilità, ma diminuiscono gli strumenti per accoglierle. Mancano psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, educatori. Mancano servizi territoriali realmente presenti. Mancano interventi precoci. E quando una persona interrompe le cure, si isola o smette lentamente di esistere socialmente, troppo spesso ce ne accorgiamo soltanto quando il dolore esplode.

L’errore che facciamo

Non possiamo continuare a usare la salute mentale per spiegare automaticamente il male. Perché così facendo stiamo costruendo una società ancora più sola. Una società in cui chi soffre avrà sempre più paura di chiedere aiuto per non essere visto come pericoloso. Una società che parla continuamente di benessere psicologico, ma che davanti alla fragilità reale reagisce ancora con paura, giudizio e distanza.

Nel frattempo aumentano solitudine, ritiro sociale, disagio giovanile e dipendenze emotive. Secondo le ricerche della nostra associazione Di.Te., 7 adolescenti su 10 chiedono agli adulti più ascolto e meno giudizio. E sempre più ragazzi raccontano di sentirsi compresi più da un’intelligenza artificiale che da una persona reale. Questo dovrebbe interrogarci profondamente.

Il caso di Modena allora non può diventare soltanto l’ennesima discussione sulla sicurezza o sull’emergenza psichiatrica. Deve costringerci a guardare una società che si accorge della sofferenza solo quando diventa tragedia.

Proteggere la fragilità prima che il dolore diventi cronaca

Servono più professionisti nei servizi pubblici e nelle scuole. Serve continuità nelle cure, serve prevenzione. Ma soprattutto serve smettere di raccontare la salute mentale come una minaccia sociale.

Perché una società civile non si riconosce da quanto velocemente trova qualcuno da odiare. Si riconosce da quanto riesce a proteggere le fragilità prima che il dolore diventi cronaca.

mercoledì 1 aprile 2026

Il nazionalpopulismo in Europa



Julie Carriat 
Marc Lazar, storico: “La grande forza del nazionalismo è rispondere alla rabbia sociale con una narrazione mobilitante”
In un'intervista a "Le Monde", il ricercatore riflette sulle lezioni apprese dall'ascesa al potere dei "nazional-populisti" in Ungheria, Italia e Polonia, basandosi su una nota scritta in collaborazione con l'Institut Montaigne.

Le Monde, 1 aprile 2026

Marc Lazar è uno storico. Ha pubblicato, nel 2025, da Gallimard, Pour l’amour du peuple. Storia del populismo in Francia, XIX-XXI secolo.  È anche coautore di una nota di analisi sulle politiche “nazionali-populiste” in Ungheria, Italia e Polonia, per l’Institut Montaigne, con il politologo Christophe Jaffrelot, direttore degli studi dell’Institut Montaigne, Blanche Leridon, e Jeanne Lebaudy, project manager all’interno del think tank liberale.

Ungheria, Polonia, Italia: tre paesi in cui i nazionalisti – Fidesz, Diritto e Giustizia nazionalconservatrice (PiS) e Fratelli d’Italia – sono saliti al potere. Cosa insegna lo studio comparativo di questi tre casi?

Il nostro lavoro mira a capire cosa succede quando questi nazionali-populisti di destra salgono al potere. Al di là dei discorsi sulla “minaccia” [che rappresentano], abbiamo guardato i fatti e abbiamo voluto identificare i punti in comune come elementi di grande differenziazione.

Mentre in Francia si profila la possibilità di una vittoria del Raggruppamento Nazionale [nelle elezioni presidenziali del 2027], ci è sembrato fondamentale descrivere i fatti. I contesti differiscono, ma molto spesso queste formazioni arrivano al potere in un contesto di difficoltà socio-economiche e grande diffidenza politica. Anche l'unione della destra è un elemento favorevole, con il dominio schiacciante di Viktor Orban in Ungheria in questo campo.

È così anche in Italia, dove Giorgia Meloni, nel 2022, ha beneficiato, tra l'altro, di un sistema elettorale in cui la coalizione di destra ha presentato un solo candidato per il ballottaggio di un solo membro in un turno. È apparsa anche come una persona nuova in campo politico, dopo essersi rifiutata di partecipare al governo di unità nazionale di Mario Draghi durante la pandemia nel 2021.

E Giorgia Meloni ha fatto una campagna su un discorso nazionale mescolando indignazione contro i prezzi dell'energia e l'ostilità all'immigrazione.

In tutti e tre i paesi, questi corsi di formazione assumono il malessere sociale. In Polonia e Ungheria, questa retorica sociale è unita a una critica radicale delle élite, contrarie al popolo sofferente. La grande forza del nazional-populismo è rispondere alla rabbia sociale con una narrazione mobilitante. Quest'ultimo si è talvolta tradotto in una vera e propria politica basata sullo Stato, come in Polonia, dove, grazie in particolare al sostegno dell'Unione europea, il governo ha saputo evidenziare una forte crescita e tutta una serie di nuove prestazioni sociali. Ma nell’Ungheria di Orban, la retorica sociale non si è affatto tradotta in azione.

I tre paesi condividono, alla base di questa promessa sociale mantenuta o meno, una "narrazione nazionale", come direbbe lo storico Pierre Nora, una storia sulla nazione, con la promessa di dare priorità ai cittadini rispetto agli immigrati e la valorizzazione del paese in tutta la sua gloria storica.

Tuttavia, le discussioni si arenano su un certo pragmatismo, soprattutto per quanto riguarda l'immigrazione...

Questa è la difficoltà affrontata dai leader nazionali-populisti: una delle ragioni del loro successo è la retorica anti-migranti, ma l’esercizio del potere li porta a dedicarsi. Di fronte a un calo dei dati demografici, i tre paesi hanno bisogno di una forza lavoro immigrata. In Ungheria come in Polonia, il 7% della popolazione è un immigrato; in Italia, 5 milioni di immigrati sono stati colpiti per una ventina di anni. Orban, dopo aver accusato le élite globalizzate e Bruxelles, sta cercando di farla franca con un discorso sul “lavoratore ospite”, che dovrebbe andarsene mentre veniva.

Inoltre, tutti e tre i paesi hanno attuato politiche pronataliste che, finora, hanno avuto un effetto molto limitato. Ma l'esempio più eclatante in termini numerici è quello dell'Italia. Meloni ha emanato due decreti, ognuno dei quali ha portato all'ingresso di poco meno di 500.000 lavoratori immigrati, tra cui, in entrambi i casi, 185.000 lavoratori stagionali nei settori dell'agricoltura e del turismo. Questo approccio molto fermo di Meloni contro l'immigrazione clandestina, unito a politiche di immigrazione legale selettiva – che, peraltro, selezionano attentamente i paesi di origine per cercare di evitare gli immigrati musulmani – sta trovando sempre più consenso in Europa.

Nonostante un discorso comune sull’“Europa delle Nazioni”, lei dimostra che in termini di geopolitica, ciascuno dei paesi adotta una linea separata...

Se tutti parlano di sovranità nazionale da riconquistare contro l'Unione europea, la loro strategia in questo settore è diversa. Inoltre, i tre partiti non siedono in un gruppo unico al Parlamento europeo: Fratelli d’Italia e il PiS siedono nel gruppo ECR [conservatori e riformisti europei], Fidesz in quello dei patrioti europei.

È soprattutto intorno alla guerra in Ucraina che compaiono differenze, con Polonia e Italia impegnate con Kiev, mentre l'Ungheria è molto più vicina a Vladimir Putin. Rispetto agli Stati Uniti, se i tre Paesi sono profondamente atlantisti, compongono in modo diverso con Donald Trump. Orban è stato un'ispirazione dal trumpismo e ha un forte sostegno ideologico. D’altra parte, possiamo vedere il disagio di Meloni di fronte alle avventure militari di Trump, in particolare in Iran, e al fallimento del suo tentativo di imporsi in intermedio tra Roma, Bruxelles e Washington.

Un'altra caratteristica comune a questi leader: ovunque, lavorano per smantellare sistematicamente lo stato di diritto…

È quasi una lista di cose da fare per i nazionalpopulisti: quando si arriva al potere, si prende il controllo della magistratura, si attaccano i giudici e le corti costituzionali, si intimidisce l'opposizione, ma anche i media, gli intellettuali e le università. L'Ungheria è il paese in cui questo processo è più avanzato. Orbán ha realizzato una "democrazia illiberale", più che in Polonia, dove la resistenza è persistita. Tuttavia, la partita non è ancora finita; a due settimane dalle elezioni parlamentari in Ungheria [del 12 aprile] , l'opposizione non è stata eliminata.

La democrazia italiana, dal canto suo, si distingue per la sua resilienza. È una democrazia consolidata, ben più radicata che in Ungheria o in Polonia, dove rimane, per molti aspetti, un concetto relativamente nuovo. L'Italia ha ancora un Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, garante della Costituzione; ha ancora giudici che hanno bloccato determinate misure, ad esempio dichiarando incompatibile con lo stato di diritto l'esternalizzazione in Albania della gestione delle richieste di asilo; e, infine, l'Italia si distingue per la resistenza dell'opinione pubblica. L'opposizione è certamente divisa, ma il 54% degli elettori ha respinto il referendum Meloni sulla riforma giudiziaria del 23 marzo. Una grave battuta d'arresto.

La democrazia italiana, invece, è illustrata dalla sua capacità di resistenza. È una democrazia consolidata, molto più stabile che in Ungheria o Polonia, dove rimane, per molti versi, una nuova idea. L'Italia ha ancora un Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, garante della Costituzione; ha ancora giudici che hanno bloccato la strada verso determinate misure, ad esempio dichiarando non in conformità con lo stato di diritto l'esternalizzazione in Albania della gestione delle domande di asilo; e, infine, l'Italia è illustrata dalla resistenza del pubblico. L'opposizione è certamente divisa, ma il 54% degli elettori ha votato contro il referendum sulla giustizia a Meloni il 23 marzo. Una battuta d'arresto importante.

Leggendo i suoi lavori, ci si rende conto anche che l'adesione dei nazionali-populisti al potere segni l'inizio di lunghi cicli politici dagli esiti incerti...

Assolutamente. In Polonia, nonostante una forma di alternanza dall'elezione nel 2023 del liberale Donald Tusk, il PiS rimane il primo partito nel Paese, e il presidente della Repubblica ne è espressione. In Italia, Meloni rimane molto popolare, nonostante la sua battuta d'arresto nel referendum. Il nazionalismo è un fenomeno politico profondo che abbraccia questioni esistenziali sulla democrazia, l’Europa, la situazione sociale, l’identità, la ricerca del significato, l’aspettativa di un leader forte e al contempo il desiderio di partecipazione diretta. È, per me, quella che caratterizza il nostro XXI° secolo.


https://www.lemonde.fr/politique/article/2026/04/01/marc-lazar-historien-la-grande-force-du-national-populisme-est-de-repondre-a-une-colere-sociale-par-un-recit-mobilisateur_6675837_823448.html?search-type=classic&ise_click_rank=1


giovedì 29 gennaio 2026

Dalla parte dell'Iran

 

Francesca Luci 
Sull’Iran accerchiato dagli Usa pesa la frattura con la popolazione

il manifesto, 24 gennaio 2026

La Repubblica islamica continua a dibattersi in una spirale di crisi multidimensionale che investe il paese su più fronti. Alla crisi economica, la corruzione strutturale e l’ostilità popolare si somma ora l’accerchiamento delle forze americane, che minacciano di attaccare da un momento all’altro.

«Forse sarebbe stato possibile per il potere affrontare le profonde crisi che investono il nostro paese», dice Framarz F., imprenditore, da Teheran «Forse sarebbe stato possibile opporsi al tentativo israelo-americano di piegare l’Iran e imporre le proprie condizioni. Non sarebbe stata la prima volta che affrontavamo una durissima prova. Ma il sangue di migliaia di persone innocenti, cadute in appena due notti infernali, ha creato una frattura così profonda tra il potere e la popolazione che neppure un miracolo potrebbe portare alla riconciliazione», conclude Framarz, commosso.

IL NUMERO delle vittime resta incerto: poco più di 3mila secondo le autorità iraniane, fino a 30mila secondo l’opposizione all’estero. Qualunque sia la cifra reale, la tragedia ha scosso profondamente la società iraniana, toccando anche chi non si era mai opposto al sistema, ma neppure ne condivideva la politica.

Gli Stati Uniti hanno schierato quella che il presidente americano Trump ha definito «una grande armata accanto all’Iran», ma lascia intendere che la leadership di Teheran vuole «raggiungere un accordo».

Il sistema, ormai, è sorretto dal cerchio militare e religioso e da coloro che godono di interessi e privilegi diretti. Non sono pochi, certo, ma restano decisamente minoritari secondo qualsiasi sondaggio, inclusi quelli riconducibili all’amministrazione stessa. Arduo pensare che il vertice del potere possa piegarsi al diktat americano, pur trovandosi in estrema difficoltà. I comandanti dei Guardiani continuano a minacciare gravi conseguenze in caso di attacchi militari statunitensi, mentre l’economia iraniana continua il suo declino: tassi di cambio e prezzi dell’oro da record e continuo calo del mercato azionario.

«L’enorme sottrazione di risorse dalla cassa dello Stato per i fatti militari e per le migliaia di enti religiosi dipendenti direttamente dal potere supremo pesa enormemente sul mercato e sull’andamento dell’economia del paese – ci dice Sadegh H., economista residente a Teheran – I tentativi del governo Pezeshkian di invertire la rotta del mercato sono inutili. Il governo non ha liquidità: se non si raggiungerà un accordo con gli americani, la situazione peggiorerà».

SI STIMA che oltre il 55% dell’economia sia controllato dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie (Irgc). L’Irgc e le fondazioni religiose direttamente collegate al leader supremo Khamenei collaborano strettamente, gestendo ingenti risorse e controllando settori chiave dell’agricoltura, del turismo e dell’industria.

La proposta di inserire l’Irgc nella lista nera, con l’obiettivo di paralizzare gran parte dell’economia iraniana, sembra aver trovato consenso presso il ministero degli esteri italiano, che avrebbe deciso di proporre all’Unione europea il suo inserimento tra le organizzazioni terroristiche.

La notizia ha portato alla convocazione dell’ambasciatrice italiana in Iran, Paola Amadei. Il ministero degli esteri iraniano ha messo in guardia contro le «conseguenze distruttive» di qualsiasi etichettatura delle Guardie rivoluzionarie e ha invitato la Farnesina a «correggere i suoi approcci sconsiderati nei confronti dell’Iran», riportano i media iraniani.

Inserire l’Irgc nella lista nera non è così facile. Oltre a servire prove concrete di attività terroristiche, ci sono ostacoli giuridici: è un corpo statale e sanzionarlo solleva questioni di diritto internazionale. Serve l’accordo di tutti i paesi membri e colpire le sue ramificazioni economiche è difficile.

mercoledì 21 gennaio 2026

La solitudine dei giovani

Nina Fresia
Vecchioni: "Il dolore per mio figlio non mi lascerà mai. I giovani di oggi i più soli di sempre"

La Stampa, 21 gennaio 2026

MILANO. «Si dice che il dolore passi con il tempo, ma è il contrario: è il tempo che va avanti, mentre il dolore resta sempre lì». Per Roberto Vecchioni niente riuscirà a rimuovere la sofferenza che prova per la perdita del figlio Arrigo, morto nel 2023 dopo aver lottato per diciassette anni contro una malattia mentale.

Per provare a trasformare quel dolore in aiuto per gli altri, con la moglie Daria Colombo il cantautore ed ex insegnante ha costituito, in ricordo del figlio, la Fondazione Vecchioni. L’obiettivo è quello di combattere lo stigma nei confronti della malattia mentale attraverso la cultura: «Se ci si ammala di diabete non si prova vergogna e così dovrebbe essere anche per le patologie psichiatriche. Purtroppo, credetemi, anche di vergogna si muore», ha affermato Colombo, presidente della Fondazione.

Il cantautore alla presentazione a Milano della fondazione dedicata al figlio 

I numeri raccontano di una reale emergenza: secondo l’Istituto superiore di sanità, la seconda causa di morte tra i 15 e i 29 anni è il suicidio. Dopo la pandemia, l’intento suicidario è aumentato del 147%. «Tendiamo a mettere le malattie mentali in un angolo e a non considerarle, invece sono frequentissime», ha sottolineato Vecchioni, «e la sofferenza si quadruplica se pensiamo a chi è vicino a chi vive questi disturbi, che sia un genitore o un fidanzato».

Professore, la Fondazione nasce anche per far sentire meno sole le famiglie di chi affronta un disagio mentale: com’è possibile accompagnarle?

«Non si possono dare delle risposte, ma fornire costruzioni di alternative. Anche se sono marginali e superficiali: il nucleo rimane sempre il dolore che si prova. Nei fatti lo possiamo coprire ogni tanto, ma non se ne andrà mai. A volte è eccessivo, ti perfora. Specie quando sei solo, magari la sera quando vuoi dormire. Ma in altri momenti una piccola possibilità di coprirlo c’è».

Lei in che modo lo fa?

«Ti occupi di altre cose, ami moltissimo, ami tutti quelli che hai intorno: i tuoi figli e i tuoi nipoti. E, perché no, ti lasci andare anche alla cultura, alla lettura, al cinema. Alle cose che, alla fine, fanno l’umanità. Questo ti dà sempre forza».

E a dare un aiuto, dall’esterno, non dovrebbero essere anche le istituzioni?

«Per farlo ci vorrebbero dei politici all’altezza. Tutto parte dalla politica, il resto si irradia. E la politica andrebbe spronata, in tutti i modi, con articoli, lettere personali, colloqui. Ho vissuto tragicamente l’esperienza di mio figlio, affidandomi sia al servizio pubblico che a quello privato. Nessuno dei due è stato all’altezza».

Molti ragazzi e ragazze si rivolgono all’intelligenza artificiale per sfogare i loro problemi, come mai secondo lei?

«È nel destino del tempo che si sia arrivati a questo. Ma non bisogna mai dimenticare che c’è una cultura dalla quale è arrivata anche questa tecnologia. Va usata tutta la cultura artificiale possibile e immaginabile, va benissimo. Ma siamo persone, quindi abbiamo anche sentimenti che la cultura artificiale non ci può restituire».

Si preferisce parlare con una macchina piuttosto che con una persona in carne e ossa anche perché si teme di essere stigmatizzati?

«Credo che si abbia un po’ paura e anche vergogna di sé stessi. Ad esempio, in moltissimi passano molto tempo giocando online: poker, bridge, scacchi o altro in versione digitale. Questo perché non hanno un vero avversario: è vergognoso perdere con un avversario, ma non con una macchina. Dovremmo invece recuperare la cultura della sconfitta. Non è una fine, ma è un confronto. Molti ragazzi sono fragili, fragilissimi, e appena hanno un momento di crisi si sentono persi. Invece le crisi avvengono a tutti, e noi adulti dobbiamo spiegare che c’è sempre una soluzione».

Quello delle malattie mentali è un tema molto sensibile per le generazioni più giovani: è un problema solo loro o semplicemente non ce ne siamo mai accorti prima?

«La situazione per i giovani oggi è molto più precaria di quella di altre generazioni. Per tante ragioni: prima di tutto, hanno vissuto il periodo del Covid. Poi si confrontano con una società esterna che è forse la peggiore da duemila anni a questa parte. Non hanno individuato in questo mondo qualcosa che potesse spingerli a entrarci. Hanno quindi inventato una loro equazione e lì si sono rifugiati. Ma non deve essere così, loro sono il futuro».

Come farli uscire dal loro guscio?

«Devono attingere dal buono che abbiamo avuto nel passato, che è stato tanto, almeno fino al Novecento, per continuare l’umanità. Guardare, per esempio, a quello che i greci ci hanno passato, i dubbi che ci hanno lasciato, dall’astronomia alla letteratura. Devono farsi delle domande: perché viviamo? Chi sono gli altri? È importante stare attenti ai particolari, uscire dal proprio ambito stretto: fermarsi davanti a un quadro e cercare di capire cosa trasmette, non voltarsi dall’altra parte dopo un minuto».

sabato 10 gennaio 2026

Le promesse mancate di Giorgia

 

Dieci promesse non mantenute dal governo Meloni nel 2025
Il Post, 31 dicembre 2025

In alcuni casi sono impegni precisi presi per il 2025, e non rispettati. In altri, sono battaglie storiche che anche quest’anno non sono state portate a termine, e anzi per certi versi sono state platealmente contraddette. Non è in queste dieci promesse mancate che può risolversi il bilancio dell’azione del governo di Giorgia Meloni nel 2025, ma i ritardi e le mancanze nel perseguire gli obiettivi prefissati denunciano senz’altro una certa difficoltà, visto che siamo ormai nel quarto anno della legislatura, e dunque il programma elettorale dovrebbe essere in realtà già in larga parte completato.

1) Il ponte sullo Stretto
La più imponente delle promesse mancate, se non altro da un punto di vista fisico, riguarda il ponte sullo Stretto. Il ministro dei Trasporti Matteo Salvini lo ha fissato come obiettivo fondamentale del suo mandato e ha più volte annunciato l’imminente avvio dei lavori. «A poche settimane l’avvio dei cantieri», disse ad aprile. «Entro l’estate», confermò a fine luglio. È finito il 2025, e i cantieri ancora non ci sono, anche a causa delle storture e delle lacune nel progetto rilevate dalla Corte dei conti, a cui il governo, dopo un’aspra polemica, si è detto pronto a replicare. Non lo ha ancora fatto, anzi.

2) I 25 miliardi per le imprese
La promessa mancata più rilevante sul piano finanziario è invece quella che Meloni aveva fatto l’8 aprile scorso, quando aveva annunciato lo stanziamento di 25 miliardi di euro a favore delle imprese per fare fronte ai dazi imposti da Donald Trump. Le fonti da cui intendeva reperire una mole così consistente di risorse erano varie, e prevedevano procedure complesse e cervellotiche. Di fatto, quasi nulla di quei soldi è stato effettivamente messo a disposizione del sistema industriale italiano.

Per certi versi è proprio questa la mancanza più evidente del governo: la difficoltà nell’introdurre misure e riforme a sostegno della produttività e degli investimenti per la crescita. Anzi, la gestione dei principali progetti di questo genere, come Transizione 5.0, è stata piuttosto fallimentare. Quando ha provato a modificarli il governo ha finito col combinare dei mezzi disastri, generando insofferenza e proteste tra gli industriali.

Nella legge di bilancio si è cercato di correggere alcune delle storture più evidenti, e nella revisione fatta dal governo all’ultimo momento utile sono stati inseriti poco più di 3 miliardi per le imprese, che serviranno però in buona parte per finanziare delle vecchie misure introdotte dai precedenti governi che Meloni e il ministro per le Imprese Adolfo Urso avevano voluto eliminare, salvo poi rivalutarle a tre anni di distanza. Tutto questo è successo in un contesto piuttosto drammatico per la produzione industriale, che ha registrato un calo quasi ininterrotto da quando c’è il governo Meloni (32 mesi su 36 di decrescita).

3) La vendita dell’ex ILVA
Ricadono sotto le competenze di Urso anche le mancate promesse sugli impianti dell’ex ILVA di Taranto. Nell’ottobre del 2024 il ministro disse che la procedura per vendere l’acciaieria, alla quale si erano inizialmente mostrate interessate 15 aziende, si sarebbe conclusa con successo con ogni probabilità «già agli inizi del prossimo anno», cioè del 2025. Siamo alla fine dell’anno e l’esito della gara pare ancora incerto e lontano: anzi, a novembre Urso ha annunciato che ai due principali gruppi rimasti in ballo se ne era aggiunto un terzo.

4) Il Piano Casa
Anche il Piano Casa resta tra gli annunci rimasti in sospeso. Meloni lo aveva presentato come una priorità per il governo nel suo intervento al Meeting di Rimini, a fine agosto. Dal suo staff e da quello di Salvini, direttamente coinvolto nel progetto, erano circolate inizialmente stime di spesa enormi, di circa 15 miliardi, poi progressivamente ridotte a 8 e a 3. Nella legge di bilancio non c’è nulla di tutto ciò: è previsto soltanto il possibile utilizzo, a fini di piani di edilizia popolare, di un fondo di 560 milioni tra il 2028 e il 2030: ma era un fondo già stanziato nella legge di bilancio dello scorso anno, che è stato semplicemente confermato.

5) I centri in Albania, di nuovo

«Funzioneranno», aveva assicurato Meloni nel dicembre del 2024, parlando dei centri per migranti in Albania. «Il modello Albania funzionerà», ha ripetuto Meloni alla Camera questo dicembre. Si capisce quindi che no, neppure nel 2025 ha funzionato. E nel 2026 forse, ma ancora non si sa. Nel frattempo il numero degli sbarchi di persone migranti dal Mediterraneo si è stabilizzato: ci sono stati 66.296 arrivi nel 2025, una ventina in più rispetto al 2024, e sostanzialmente in linea coi 67.040 registrati nel 2021, l’ultimo anno prima dell’arrivo del governo Meloni.

6) Il piano per le carceri
Ultimamente l’emergenza umanitaria del sovraffollamento carcerario è stata richiamata spesso anche dal presidente del Senato Ignazio La Russa, che è dello stesso partito della presidente del Consiglio. Meloni a gennaio aveva promesso «7.000 nuovi posti in tre anni, a partire dal 2025». A novembre il suo sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, aveva rilanciato: 11.000 nuovi posti entro la fine del 2027. Da quando Meloni ha fatto quell’annuncio i nuovi posti, secondo i dati del ministero della Giustizia aggiornati al 26 novembre, sono stati 479. Contando anche quelli che si stima siano stati consegnati in tutto l’anno, si arriva a circa 650.

7) Le pensioni
Rientra invece nella categoria delle battaglie storiche del centrodestra la riduzione dell’età pensionabile. Nell’agosto del 2022 Salvini aveva esortato i suoi elettori a spernacchiarlo se nel giro di un anno, arrivato al governo, non avesse abolito la legge Fornero, da lui contestata in modo violento per oltre un decennio.

Di anni ne sono passati più di tre: ma anche il 2025 si è concluso senza alcuna abolizione della legge Fornero, e anzi con un generale inasprimento dei parametri per il pensionamento anticipato. Dal 2027, inoltre, il governo prevede un ulteriore innalzamento dell’età pensionabile: l’esatto contrario di quello che era stato promesso.

8) Le accise
Nella stessa categoria va incluso anche l’impegno di Meloni per la riduzione delle accise sui carburanti. Nel 2019 la leader di Fratelli d’Italia ne chiedeva la progressiva abolizione, definendole uno scandalo e una vergogna. Anche nel terzo anno del suo governo, come già nei due precedenti, Meloni ha introdotto invece un aggravio complessivo delle accise.

La legge di bilancio prevede, a partire dal primo gennaio, un allineamento di quelle sulla benzina e di quelle sul gasolio: le prime scenderanno di 4,05 centesimi al litro, le seconde aumenteranno in modo corrispondente, così che entrambe si fisseranno a 672,90 euro per 1.000 litri di benzina (poco più di 67 centesimi a litro). Da questa rimodulazione, in virtù del maggior consumo di gasolio rispetto alla benzina, lo Stato incasserà 587 milioni di euro in più nel 2026, e più di 1,3 miliardi complessivi fino al 2028.

Analogamente aumenteranno anche le accise sul tabacco: da 29,5 a 32 euro per mille sigarette nel 2026, e poi 35,50 euro nel 2027 e 38,50 euro a partire dal 2028. Ne conseguirà un maggior gettito di 213 milioni di euro per l’anno prossimo, 466 milioni nel successivo e 797 milioni nel 2028.

9) La riduzione delle tasse
Nella politica fiscale il governo Meloni viene meno a un proposito tante volte ribadito dai partiti del centrodestra: la riduzione delle tasse. Considerando le misure introdotte nel 2025, la pressione fiscale sale infatti al 42,8 per cento, il tasso più alto da dieci anni a questa parte, laddove in passato la proposta di Meloni era stata quella di introdurre un limite costituzionale del 40 per cento.

Questo poco onorevole record viene paradossalmente conseguito inasprendo le imposte di cui il centrodestra predicava l’abolizione nel suo programma elettorale del 2022, come l’IRAP (imposta regionale sulle attività produttive, aumentata per banche e assicurazioni) che Silvio Berlusconi definiva «l’imposta rapina» e la “Tobin tax”, quella sulle transazioni finanziarie, che la Lega definiva «distorsiva» e per questo ne invocava la soppressione.

10) Il sostegno alla natalità
Un altro punto su cui il governo Meloni è venuto meno alle promesse è un’altra storica battaglia del centrodestra: quella per la natalità. A luglio il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti lasciò intendere che stava lavorando all’introduzione di una «super detrazione» per le madri: 2.500 euro per il primo figlio, e ulteriori 5.000 euro per ciascun altro figlio. Ci aveva già provato l’anno precedente, e quello prima ancora, promettendo nuove poderose agevolazioni fiscali per le famiglie numerose, che sarebbero costate intorno ai 5 miliardi di euro.

Non se ne fece nulla nel 2023 e nel 2024, e non se ne è fatto nulla neppure quest’anno. La misura più consistente su questo tema è l’aumento da 40 a 60 euro mensili del bonus per le madri che abbiano almeno due figli e un reddito ISEE (calcolato cioè con questo specifico indicatore) non superiore a 40mila euro annui, fino al compimento del decimo anno del figlio più piccolo (o diciottesimo anno, se si hanno almeno tre figli). Il costo complessivo dell’intervento è di 630 milioni di euro.