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venerdì 30 gennaio 2026

Come funziona Trump

 

Claudio Mencacci

Nicla Panciera
Trump narcisista? No, piuttosto è un solipsista. Il parere dello psichiatra
la Repubblica, 30 gennaio 2026

A poche ore dall’ultima fiammata sulla salute mentale di Donald Trump, quella accesa dalle pesanti parole, poi smentite, del premier slovacco Robert Fico, “traumatizzato” dalle condizioni del tycoon di cui è un alleato, una puntualizzazione arriva dal Congresso della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia Sinpf di Milano. La riflessione sulla personalità del presidente statunitense smentisce la narrazione popolare di disturbo narcisistico di personalità. Sempre più studiosi, infatti, fanno riferimento al concetto di solipsismo, concetto poco noto al grande pubblico ma molto discusso in ambito specialistico.

“Il solipsista” ha spiegato Claudio Mencacci, psichiatra, direttore emerito del dipartimento di Neuroscienze dell’ospedale Fatebenefratelli Sacco di Milano e co-presidente Sinpf “è una persona che diventa l’unico punto di riferimento di sé stessa. A differenza del narcisista, non tenta neppure di sedurre o compiacere gli altri: semplicemente non riesce a riconoscerne l’esistenza come soggetti autonomi. Il mondo esterno smette di avere consistenza”.

Non si fanno diagnosi

Ma Mencacci ha tenuto a precisare che non è possibile fare diagnosi a distanza, senza incontrare il paziente. Quindi risulta difficile stabilire se Trump abbia o meno una patologia psichiatrica. “Esiste una regola etica molto chiara in psichiatria: non si può attribuire una diagnosi a una persona che non è stata valutata direttamente” ha precisato Mencacci. “Tuttavia, è legittimo discutere di modelli comportamentali quando questi sono già oggetto di un ampio dibattito scientifico internazionale. Un dibattito che, negli ultimi anni, ha coinvolto centinaia di psichiatri statunitensi ed europei”.

Il tema, secondo Mencacci, non riguarda la curiosità mediatica ma la salute collettiva. “Caratteristiche che possono apparire come tratti individuali diventano un problema quando influenzano decisioni che hanno ricadute planetarie” ha puntualizzato lo psichiatra. “La storia dimostra che le valutazioni psichiatriche sui grandi leader arrivano spesso solo a posteriori, talvolta dopo conseguenze drammatiche. Per questo è importante oggi saper leggere i segnali, senza banalizzazioni.

Il solipsismo

Il solipsismo è un modello comportamentale, non patologico, quindi, che fa riferimento a tratti come l’incapacità di conformarsi alle regole, il disprezzo delle norme sociali, la tendenza alla menzogna, l’irritabilità, la mancanza di empatia e di rimorso, tutti elementi ampiamente descritti nella letteratura psichiatrica.

“Sono caratteristiche che, se osservate nella gestione di un potere senza limiti, assumono un peso completamente diverso rispetto alla vita privata”, ha sottolineato Mencacci, che ha aggiunto un ulteriore elemento di riflessione: la disinibizione e il discontrollo degli impulsi. “Molti colleghi americani e inglesi hanno evidenziato come l’assenza di filtri nel linguaggio e nei comportamenti pubblici possa suggerire una disfunzione dei lobi frontali. In età avanzata, questi segnali vengono talvolta associati al timore di un possibile deficit cognitivo di tipo organico, anche se ribadisco che si tratta di ipotesi teoriche”.

 

Domenico Agasso
Luigi Zoja: "Trump con il dito alzato, sindrome di onnipotenza. Non spiega e impone"
La Stampa, 30 gennaio 2026 
 

Iperattività permanente, pensiero a brevissimo termine, paranoia, «sindrome di onnipotenza», instabilità, costruzione di una realtà semplificata che sostituisce dati, approfondimenti e storia. «E poi c’è un gesto, più delle parole, che racconta l’esercizio del potere di Donald Trump: il dito puntato, che non argomenta ma accusa, non spiega ma impone». Luigi Zoja, psicoanalista e sociologo, tratteggia il profilo del presidente degli Stati Uniti.

Professore, il Tycoon è l’uomo più potente del mondo, dobbiamo allarmarci per il suo attivismo imprevedibile e controverso?
«Occorre subito fare una distinzione fondamentale. Da psicoanalista non posso, per principio, formulare diagnosi cliniche su persone che non conosco personalmente. Sarebbe scorretto, ed è stato persino oggetto di condanne nei tribunali americani. Ricordo, per esempio, la campagna contro Barry Goldwater, candidato alla presidenza nell’America degli anni Sessanta: uno spot democratico lo dipingeva come un folle pronto alla guerra nucleare, mostrando un fungo atomico. Quel messaggio fu condannato, perché non si può attribuire una patologia clinica a distanza. Lo stesso vale per Trump. Clinicamente non si può parlare. Ma come cittadino, questo sì, posso esprimere valutazioni di buonsenso».

E che cosa vede da cittadino?
«Un’eccitabilità estrema, un’iperattività continua, una mancanza di riflessione. Trump è dominato da ciò che negli Stati Uniti chiamano short-termism: il pensiero a brevissimo termine. È il suo modello di comportamento. Non è una categoria clinica, ma socio-politica. Se ne è scritto molto, anche sul New York Times. Su questo credo siamo tutti d’accordo».

C’è un parallelo con altri leader?
«Sì, ma sempre con cautela. Prendiamo Putin: è discutibile, ma ha una coerenza di lungo periodo. Io l’ho definita “Putinland”, una sorta di Disneyland storica, in cui il passato russo viene ricostruito in modo bidimensionale, mitologico. Trump costruisce qualcosa di simile: una “Trumpland”. Lo slogan “Make America Great Again” presuppone un’America del passato “grande”. Ma quando? Dov’è documentata questa grandezza perduta? Non c’è. Non è un progetto storico, è uno slogan pubblicitario. Con un elemento simbolico ricorrente».

Quale?
«Il dito puntato. Nelle conferenze stampa Trump indica, accusa, personalizza lo scontro. Il dito puntato non è una categoria clinica, ma una categoria umana e comunicativa potentissima. Non dice un concetto, dice un’immagine. È una semplificazione estrema: “Tu sei il problema”. Lo abbiamo visto mille volte nella storia: dai poster dello “Zio Sam” ai manifesti dei regimi totalitari, fino alla propaganda fascista. Non è una patologia, è un gesto arcaico di autorità. Nel caso di Trump colpisce perché quel dito non si posa mai su un bersaglio stabile. Può puntarlo contro il giornalista, poi contro l’Iran, contro Maduro, contro l’Europa. È una drammatizzazione continua, che sostituisce l’argomentazione».

E quale effetto produce?
«Introduce un’autorità che non si discute, che non argomenta, che non spiega. È questo che mi preoccupa: non il gesto in sé, ma ciò che sottintende. Un potere che non sente il bisogno di giustificarsi».

Questa narrazione sembra funzionare.
«Funziona perché è semplicissima e superficiale. È come la propaganda delle offerte speciali: “Vi vendo un’America che tornerà a essere il primo Paese manifatturiero del mondo”. Ma questo è impossibile. Non perché l’America sia andata male, ma perché il mondo è cambiato: Cina e India non esistevano, economicamente, nel 1945. Dopo la seconda guerra mondiale gli Stati Uniti rappresentavano metà dell’economia globale; oggi sono un quarto, o meno. Non per declino, ma perché altri sono cresciuti».

Entra in gioco anche la psicologia collettiva?
«Certo. Internet, superata una certa soglia, non aumenta più l’informazione ma la confusione. Consultiamo i social, non i dati ufficiali. Questo produce una disponibilità enorme a credere a narrazioni irreali. E la propaganda trumpiana si fonda proprio su questo: su una non-realtà condivisa».

Lei nel suo lavoro ha studiato a lungo la paranoia. Qui c’è qualcosa di simile?
«Attenzione: non parlo di diagnosi. Ma il meccanismo sì, quello è riconoscibile. La paranoia - come diceva Jung - non è altro che l’esagerazione di funzioni umane normali: il sospetto, la critica, la vigilanza. Tutti sospettiamo un po’. Il problema è quando il sospetto diventa totale. I grandi dittatori del Novecento – Hitler, Stalin – hanno vissuto dentro cerchi sempre più ristretti di “yes men”. Questo rafforzava la loro visione distorta del mondo. È un meccanismo che si autoalimenta». 

E oggi?
«Vediamo qualcosa di simile: un leader che vive in una bolla, circondato da compiacenza. Anche a Mar-a-Lago, anche tra leader europei, si assiste spesso a un ammutolimento davanti a Trump. Questo è pericoloso, perché il dissenso scompare, e con esso il confronto con la realtà. E lascia spazio alla “sindrome di onnipotenza”».

Ci spiega?
«Parliamo di megalomania in senso umano, non clinico. È l’idea di poter giudicare tutto e tutti senza possedere le informazioni di base. Se un parente stretto si comportasse così, ci preoccuperemmo. Trump giudica il mondo, ma talvolta confonde perfino dati geografici elementari (Groenlandia con Islanda). Questo non è un dettaglio. Ed è segno anche di instabilità».

Come la definirebbe?
«C’è imprevedibilità, irrequietezza, continue retromarce. Nella politica americana circola una battuta famosa: “È uno da cui non comprerei un’auto usata”. Perché non sai cosa ti sta vendendo. Trump mai ha spiegato che cosa fosse davvero quell’America “grande” del passato. È poco affidabile come politico, ma prima ancora come essere umano. E per capirlo non serve uno psicoanalista: basta il buonsenso».

 

lunedì 13 gennaio 2025

Il sistema-Musk: dove va il mondo




Massimo Cacciari, Musk oracolo di una destra mai vista e quella sinistra ancorata al passato, La Stampa, 13 gennaio 2025

Metti i Musk al comando!” - Questo sembra il segno dell’epoca in cui già siamo entrati. Nessun disegno politico, nessuna definita strategia segnano questo processo. Si tratta di una evoluzione, proprio in senso culturale-antropologico, del sistema che regge ormai il nostro mondo. L’opinione pubblica vi partecipa, soggetto attivo e oggetto in uno, quanto i suoi “capi” politici. La potenza della Tecnica (l’Apparato globale formato da economia, finanza, scienza, innovazione, sviluppo) non è più sentita da tempo come ciò che è in grado di rispondere ai nostri bisogni, di superare il bisogno, ma l’Autorità sovrana che li produce e li detta. La Tecnica domina il dover essere dell’umanità e ne è diventata, in tutta evidenza, la nuova religione. È essa che ci guida nella nebbia, promettendoci, se ci affideremo alla sua intelligenza, di eliminare l’angosciosa imprevedibilità dello stesso futuro. Ciò che la Tecnica afferma si trasforma in una sorta profezia. Quanto esplicabili gli algoritmi su cui si basa? Quanto responsabili i suoi oracoli? Domande di giorno in giorno più oziose – ciò che universalmente si avverte è che la Macchina, Macchina ormai divenuta intelligente, “spirituale”, rappresenta il fattore fondamentale della nostra vita. E i suoi padroni ne sono perciò, di necessità, i sovrani. Stupirsi dell’affermazione politica dei Musk potrebbe suonare perciò agli orecchi di un sano realismo un patetico lamento.

Si sono affermate nel corso degli ultimi decenni culture politiche che hanno assecondato un tale processo e che nulla hanno a che fare con le destre e le sinistre del Novecento. Queste esprimevano tutte, in forme anche contrapposte, in lotta tra loro, la volontà politica di volgere ai propri fini la potenza del sistema tecnico-economico. Esse concepivano ancora la Tecnica in quanto strumento. Cambia tutto tra anni ’70 e ’80. Lì è la vera rivoluzione. Segnata dai Reagan e dalle Thatcher. Le destre neo-conservatrici e neo-liberiste mantengono soltanto come orpello ideologico, a scopo demagogico, alcuni dei connotati delle destre storiche: retoriche nazionalistico-identitarie, velleità civilizzatrici (l’idea della propria come la sola, autentica civiltà), l’esaltazione dello strumento penale come fattore di sicurezza. In realtà la loro forza consiste nella capacità di aderire pienamente alla potenza globale del sistema economico-finanziario che guida la rivoluzione tecnologica del nuovo Millennio. Eliminare gli impedimenti che ne limitano l’affermazione, amministrare il contesto culturale e sociale in modo che ne interiorizzi i “valori” (il primo dei quali sarà il successo individuale, da perseguire con ogni mezzo, sul modello dei grandiosi successi della Tecnica), questo soltanto è ciò che deve residuare della “vocazione politica”.


... La vecchia sinistra ... ha parlato per qualche tempo di un capitalismo borghese che non esisteva più. Poi è rimasta incantata dalle ideologie della fine della storia, della globalizzazione economico-finanziaria come portatrice universale di democrazia e di pace. Mentre le nuove destre saltavano sul carro dei vincitori, riuscendo così anche a dare l’impressione di guidarlo, le sinistre difendevano arcaiche forme di centralità di parlamenti e assemblee elettive, senza un’idea neppure sulla loro riforma.

Vince la potenza politica delle destre? No, vince l’immagine di potenza che il sistema-Musk esprime - e che le nuove destre, quelle che contano, del tutto estranee alle geografie parlamentari del Novecento, idolatrano. Le sinistre perdono perché appaiono fuori gioco rispetto ai fattori determinanti il nostro destino. La loro è una forma di astensionismo, che dura dagli anni ’80, sia da ogni effettuale partecipazione che da ogni efficacia critica allo stato di cose esistente. La loro “astensione” determina il crollo della loro rappresentatività soprattutto rispetto ai settori sociali più deboli e colpiti. E anche questo, a guardar bene, è del tutto ragionevole: sono i meno protetti ad aver bisogno di protezione. E dove vuoi cercarla se non presso quelli che ti appaiono più agguerriti?

Poiché noi siamo nel pieno e non alla fine della storia, poiché le contraddizioni si moltiplicano, nulla è deciso. È certo però che le sinistre occidentali avranno un futuro se riusciranno a comprendere davvero le ragioni oggettive del loro fallimento, ragioni che travalicano di milioni di leghe limiti e difetti tattici o errori di leader, e sapranno non semplicemente “ricollocarsi” all’altezza delle nuove forme sociali di produzione, ma rappresentare, all’interno di queste forme, un segno vivente di contraddizione. Contraddizione tra il pensiero necessariamente unico della Macchina “spirituale” e coscienza critica, tra lavoro dipendente e comandato, da un lato, cui sempre più appartiene anche quello del ricercatore e dello scienziato, e, dall’altro, la prepotente istanza di libertà che dalla stessa scienza proviene. Senza utopismi, con i piedi ben fondati sulle possibilità reali che proprio le conquiste dell’intelletto umano oggi ci offrono, ma che dilegueranno come neve al sole senza una politica che sappia distribuire equamente la ricchezza prodotta e creare le condizioni di una federazione tra popoli e nazioni oltre ogni delirio egemonico.





domenica 4 gennaio 2015

Le grida manzoniane, nel testo




I promessi sposi
capitolo 1

Questa specie, ora del tutto perduta, era allora floridissima in Lombardia, e già molto antica. Chi non ne avesse idea, ecco alcuni squarci autentici, che potranno darne una bastante de’ suoi caratteri principali, degli sforzi fatti per ispegnerla, e della sua dura e rigogliosa vitalità. Fino dall’otto aprile dell’anno 1583, l’Illustrissimo ed Eccellentissimo signor don Carlo d’Aragon, Principe di Castelvetrano, Duca di Terranuova, Marchese d’Avola, Conte di Burgeto, grande Ammiraglio, e gran Contestabile di Sicilia, Governatore di Milano e Capitan Generale di Sua Maestà Cattolica in Italia, pienamente informato della intollerabile miseria in che è vivuta e vive questa città di Milano, per cagione dei bravi e vagabondi, pubblica un bando contro di essi. Dichiara e diffinisce tutti coloro essere compresi in questo bando, e doversi ritenere bravi e vagabondi... i quali, essendo forestieri o del paese, non hanno esercizio alcuno, od avendolo, non lo fanno... ma, senza salario, o pur con esso, s’appoggiano a qualche cavaliere o gentiluomo, officiale o mercante... per fargli spalle e favore, o veramente, come si può presumere, per tendere insidie ad altri... A tutti costoro ordina che, nel termine di giorni sei, abbiano a sgomberare il paese, intima la galera a’renitenti, e dà a tutti gli ufiziali della giustizia le più stranamente ampie e indefinite facoltà, per l’esecuzione dell’ordine. Ma, nell’anno seguente, il 12 aprile, scorgendo il detto signore, che questa Città è tuttavia piena di detti bravi... tornati a vivere come prima vivevano, non punto mutato il costume loro, né scemato il numero, dà fuori un’altra grida, ancor più vigorosa e notabile, nella quale, tra l’altre ordinazioni, prescrive: Che qualsivoglia persona, così di questa Città, come forestiera, che per due testimonj consterà esser tenuto, e comunemente riputato per bravo, et aver tal nome, ancorché non si verifichi aver fatto delitto alcuno... per questa sola riputazione di bravo, senza altri indizj, possa dai detti giudici e da ognuno di loro esser posto alla corda et al tormento, per processo informativo... et ancorché non confessi delitto alcuno, tuttavia sia mandato alla galea, per detto triennio, per la sola opinione e nome di bravo, come di sopra. Tutto ciò, e il di più che si tralascia, perché Sua Eccellenza è risoluta di voler essere obbedita da ognuno. All’udir parole d’un tanto signore, così gagliarde e sicure, e accompagnate da tali ordini, viene una gran voglia di credere che, al solo rimbombo di esse, tutti i bravi siano scomparsi per sempre. Ma la testimonianza d’un signore non meno autorevole, né meno dotato di nomi, ci obbliga a credere tutto il contrario. È questi l’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signor Juan Fernandez de Velasco, Contestabile di Castiglia, Cameriero maggiore di Sua Maestà, Duca della Città di Frias, Conte di Haro e Castelnovo, Signore della Casa di Velasco, e di quella delli sette Infanti di Lara, Governatore dello Stato di Milano, etc. Il 5 giugno dell’anno 1593, pienamente informato anche lui di quanto danno e rovine sieno... i bravi e vagabondi, e del pessimo effetto che tal sorta di gente, fa contra il ben pubblico, et in delusione della giustizia, intima loro di nuovo che, nel termine di giorni sei, abbiano a sbrattare il paese, ripetendo a un dipresso le prescrizioni e le minacce medesime del suo predecessore. Il 23 maggio poi dell’anno 1598, informato, con non poco dispiacere dell’animo suo, che... ogni dì più in questa Città e Stato va crescendo il numero di questi tali (bravi e vagabondi), né di loro, giorno e notte, altro si sente che ferite appostatamente date, omicidii e ruberie et ogni altra qualità di delitti, ai quali si rendono più facili, confidati essi bravi d’essere aiutati dai capi e fautori loro,... prescrive di nuovo gli stessi rimedi, accrescendo la dose, come s’usa nelle malattie ostinate. Ognuno dunque, conchiude poi, onninamente si guardi di contravvenire in parte alcuna alla grida presente, perché, in luogo di provare la clemenza di Sua Eccellenza, proverà il rigore, e l’ira sua... essendo risoluta e determinata che questa sia l’ultima e perentoria monizione. Non fu però di questo parere l’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Don Pietro Enriquez de Acevedo, Conte di Fuentes, Capitano, e Governatore dello Stato di Milano; non fu di questo parere, e per buone ragioni. Pienamente informato della miseria in che vive questa Città e Stato per cagione del gran numero di bravi che in esso abbonda... e risoluto di totalmente estirpare seme tanto pernizioso, dà fuori, il 5 decembre 1600, una nuova grida piena anch’essa di severissime comminazioni, con fermo proponimento che, con ogni rigore, e senza speranza di remissione, siano onninamente eseguite. Convien credere però che non ci si mettesse con tutta quella buona voglia che sapeva impiegare nell’ordir cabale, e nel suscitar nemici al suo gran nemico Enrico IV; giacché, per questa parte, la storia attesta come riuscisse ad armare contro quel re il duca di Savoia, a cui fece perder più d’una città; come riuscisse a far congiurare il duca di Biron, a cui fece perder la testa; ma, per ciò che riguarda quel seme tanto pernizioso de’ bravi, certo è che esso continuava a germogliare, il 22 settembre dell’anno 1612. In quel giorno l’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Don Giovanni de Mendozza, Marchese de la Hynojosa, Gentiluomo etc., Governatore etc., pensò seriamente ad estirparlo. A quest’effetto, spedì a Pandolfo e Marco Tullio Malatesti, stampatori regii camerali, la solita grida, corretta ed accresciuta, perché la stampassero ad esterminio de’ bravi. Ma questi vissero ancora per ricevere, il 24 decembre dell’anno 1618, gli stessi e più forti colpi dall’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Don Gomez Suarez de Figueroa, Duca di Feria, etc., Governatore etc. Però, non essendo essi morti neppur di quelli, l’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Gonzalo Fernandez di Cordova, sotto il cui governo accadde la passeggiata di don Abbondio, s’era trovato costretto a ricorreggere e ripubblicare la solita grida contro i bravi, il giorno 5 ottobre del 1627, cioè un anno, un mese e due giorni prima di quel memorabile avvenimento. Ne fu questa l’ultima pubblicazione; ma noi delle posteriori non crediamo dover far menzione, come di cosa che esce dal periodo della nostra storia. Ne accenneremo soltanto una del 13 febbraio dell’anno 1632, nella quale l’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, el Duque de Feria, per la seconda volta governatore, ci avvisa che le maggiori sceleraggini procedono da quelli che chiamano bravi. Questo basta ad assicurarci che, nel tempo di cui noi trattiamo, c’era de’bravi tuttavia.

mercoledì 16 luglio 2014

Voltaire, lo spirito dogmatico





Lo spirito dogmatico portò negli uomini il furore delle guerre di religione. Ho indagato per molto tempo come e perché questo spirito dogmatico, che divise le scuole dell’antichità pagana senza provocare il minimo disordine, ne abbia prodotti tra noi di così orribili. La causa non è solo nel fanatismo: giacché i gimnosofisti e i bramini, i più fanatici degli uomini, non fecero mai male se non a se stessi. Non si potrebbe trovare l’origine di questa nuova peste, che ha devastato la terra, nel combattimento naturale dello spirito repubblicano che animò le prime chiese contro l’autorità che odia ogni genere di resistenza? Le assemblee segrete, che sfidavano dapprima nelle caverne e nelle grotte le leggi di alcuni imperatori romani, formarono a poco a poco uno stato nello stato: era una repubblica nascosta all’interno dell’impero. Costantino la trasse fuori dai sotterranei per metterla accanto al trono. Presto l’autorità, connessa alle grandi cariche, si trovò in opposizione con lo spirito popolare che aveva ispirato fino ad allora tutte le assemblee dei cristiani. Spesso, quando il vescovo di una metropoli faceva valere un sentimento, un vescovo suffraganeo, un prete, un diacono, ne avevano uno contrario. Ogni autorità ferisce segretamente gli uomini, tanto più che ogni autorità vuole sempre accrescersi. Quando si trova, per resisterle, un pretesto che si crede sacro, la rivolta diventa subito un dovere. Così gli uni diventano persecutori, gli altri ribelli, con Dio chiamato come testimone di entrambe le parti.

(traduzione di Claudio Tugnoli)
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  L’esprit dogmatique apporta chez les hommes la fureur des guerres de religion. J’ai recherché longtemps comment et pourquoi cet esprit dogmatique, qui divisa les écoles de l’antiquité païenne sans causer le moindre trouble, en a produit parmi nous de si horribles. Ce n’est pas le seul fanatisme qui en est cause ; car les gymnosophistes et les bramins, les plus fanatiques des hommes, ne firent jamais de mal qu’à eux-mêmes. Ne pourrait-on pas trouver l’origine de cette nouvelle peste qui a ravagé la terre, dans ce combat naturel de l’esprit républicain qui anima les premières Eglises contre l’autorité qui hait la résistance en tout genre ? Les assemblées secrètes, qui bravaient d’abord dans des caves et dans des grottes les lois de quelques empereurs romains, formèrent peu à peu un Etat dans l’Etat : c’était une république cachée au milieu de l’empire. Constantin la tira de dessous terre pour la mettre à côté du trône. Bientôt l’autorité attachée aux grands sièges se trouva en opposition avec l’esprit des chrétiens. Souvent, dès que l’évêque d’une métropole faisait valoir un sentiment, un évêque suffragant, un prêtre, un diacre, en avaient un contraire. Toute autorité blesse en secret les hommes, d’autant plus que toute autorité veut toujours s’accroître. Lorsqu’on trouve, pour lui résister, un prétexte qu’on croit sacré, on se fait bientôt un devoir de la révolte. Ainsi les uns deviennent persécuteurs, les autres rebelles, en attestant Dieu des deux côtés.

Le siècle de Louis XIV, chapitre XXXVI