martedì 13 gennaio 2026

Il gangster del mondo

Nathalie Tocci
La spallata esterna e i destini del regime
La Stampa, 13 gennaio 2026

Non è la prima volta che l’Iran è travolto da proteste di massa, né che queste scatenano una violenta repressione da parte del regime. Eppure, mai come oggi la sopravvivenza della Repubblica islamica appare così incerta. Oltre a un dissenso interno sempre più diffuso, l’Iran deve infatti fare i conti con un’America e un’Israele ormai senza freni.

In questa nuova ondata di proteste, le cause del malcontento interno ruotano, come già nel 2019, attorno all’economia. Al centro c’è la rabbia di una classe media di commercianti sempre più impoverita dall’impennata dell’inflazione e dalle sanzioni internazionali. Sebbene le manifestazioni abbiano radici socio-economiche, la richiesta dei manifestanti è squisitamente politica. Si tratta di una rivendicazione più radicale rispetto al passato, anche quando le confrontiamo con proteste di matrice più marcatamente politica, come quelle del 2009 o del 2022. In sintesi, chi scende in piazza oggi non sembra accontentarsi di riforme parziali sociali o politiche, ma puntare al rovesciamento del regime.

Tuttavia, la sola dinamica interna non basterebbe a far presagire un cambiamento imminente. Da un lato, l’apparato di sicurezza resiste e reprime. Come visto in Venezuela, ad esempio, prima dell’attacco statunitense, un regime può essere profondamente impopolare senza che ciò ne determini automaticamente la fine. Repressione e violenza possono bastare a soffocare le proteste. E la Siria insegna che questa strategia può “funzionare” a lungo, anche quando il regime perde il pieno controllo territoriale del Paese: ci sono voluti 14 anni prima della caduta di Bashar al-Assad.

Dall’altro lato, a Teheran non esiste un’opposizione organizzata e credibile. Oggi, l’ex principe ereditario Reza Pahlavi, figlio dello scià deposto nel 1979, si propone come alternativa al regime e ha raccolto più consenso che in passato, anche grazie al sostegno di attori esterni. Tuttavia, è poco realistico pensare che Pahlavi — che non mette piede in Iran da 46 anni — possa guidare con successo un Paese grande, complesso ed eterogeneo senza che questo precipiti nel caos.

Passiamo così alla dimensione internazionale della crisi iraniana. Ciò che potrebbe rendere diverse queste proteste da quelle del passato è il ruolo di due attori: gli Stati Uniti di Donald Trump e Israele di Benjamin Netanyahu. Quando Israele attaccò l’Iran l’estate scorsa, chiamò l’operazione “Leone nascente”, richiamando il simbolo dell’Iran monarchico. Inoltre, è noto da anni che Israele fomenti l’opposizione delle minoranze etniche in Iran, a partire dai curdi. Netanyahu, in vista delle prossime elezioni, deve fare i conti con il peso della catastrofe del 7 ottobre e con il fatto che Hamas, sebbene indebolita, rimanga in piedi. Quale modo migliore, allora, per presentarsi all’elettorato se non sventolando quella che ama definire «la testa del serpente», ossia il regime iraniano?

Poi ci sono gli Stati Uniti di Trump, un tempo considerati — erroneamente — isolazionisti. Trump aveva infatti rigettato l’idea che gli Stati Uniti fossero il «poliziotto del mondo», che spesso trascinava Washington in guerre decennali, con costi esorbitanti ed esiti catastrofici. Tuttavia, come ogni presidente, con in mano strumenti militari senza pari al mondo e sui quali il suo potere è pressoché illimitato, ha iniziato a farne uso. La differenza rispetto al passato è che Trump non è interessato a promuovere pace e democrazia quanto meno facendo finta di rispettare le regole. A lui non interessano processi di riconciliazione e democratizzazione che richiedono un lavoro lento e complesso. Bastano l’immediatezza dello show e i profitti dell’affare, disconoscendo, non semplicemente violando, qualunque norma. Gli Stati Uniti di Trump non sono più il «poliziotto del mondo»; ne sono diventati il gangster.

Ed è qui che tutti i nodi vengono al pettine, stendendo una fitta nebbia sul futuro dell’Iran. È plausibile che, questa volta, le proteste non si plachino con la sola repressione. La rabbia interna crescente e un sostegno esterno — soprattutto se si traducesse in una nuova guerra di Israele e Stati Uniti, più lunga dei 12 giorni dell’ultimo conflitto — potrebbero portare alla decapitazione del regime. Ma ciò che accadrebbe il giorno dopo resta quanto mai incerto. Da un lato, non esiste un’opposizione organizzata in Iran. Dall’altro, un reale cambio di regime — non una semplice rimozione della Guida suprema Ali Khamenei seguita dalla presa del controllo da parte delle forze di sicurezza — richiederebbe un coinvolgimento statunitense ben più massiccio di quanto Trump sia probabilmente disposto a fare. Il risultato di una pasticciata via di mezzo sarebbe il caos, uno scenario contro gli interessi di tutti tranne che di una persona: Netanyahu.

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