Mario Barenghi
Antelme e la distruzione della specie umana
Doppiozero, 27 gennaio 2026
Mai come quest’anno è necessario celebrare il Giorno della Memoria. Mai come quest’anno la ricorrenza è stata così attuale, così significativa, così pregnante. Per molto tempo è stato lecito ritenere che il 27 gennaio fosse una data importante soprattutto per i non ebrei. Alla memoria ebraica, infatti, la Shoah s’imponeva comunque: era a tutti gli altri che conveniva ricordare quanto era accaduto. Erano coloro che per loro fortuna non erano stati toccati da quella tragedia, nemmeno indirettamente, che potevano dimenticarsene – o magari essere tentati di farlo. Ora le cose sono cambiate. Una celebrazione che anno dopo anno rischiava di logorarsi, diventando per molti, specie fra i più giovani, un rituale ripetitivo e privo di mordente, ha riacquistato una bruciante attualità, nel più paradossale e doloroso dei modi.
I tragici eventi degli ultimi ventiquattro mesi hanno messo in evidenza con inedito nitore il divario che sussiste fra due divergenti e non compatibili visioni del Giorno della Memoria. Il politologo franco-libanese Gilbert Achcar (Gaza, génocide annoncé. Un tournant dans l’histoire mondiale, La Dispute, 2025) le ha sintetizzate in due motti. Il primo suona «Plus jamais ça aux Juifs»: mai più questo agli ebrei. Il secondo, semplicemente, «Plus jamais ça»: mai più, a nessuno; mai più, e basta. Da un lato un’interpretazione limitativa, esclusiva e nazionalistica; dall’altro l’interpretazione universalistica, che riguarda l’umanità in quanto tale. Ed è quest’ultima – è quasi inutile precisarlo – l’unica conforme all’insegnamento dei grandi testimoni dello sterminio. Mai ce ne eravamo resi conto tanto chiaramente come oggi, quando lo Stato fondato all’indomani della tragedia della Shoah, e in buona misura proprio a seguito di essa, si è reso responsabile di una guerra che nell’arco di pochi mesi, dopo il 7 ottobre 2023, ha assunto carattere genocidario. Il che significa che nessuno può dirsi immune dai perversi meccanismi mentali che possono produrre i comportamenti mostruosi rappresentati in maniera paradigmatica da quello che fu lo Stato delle SS. I germi della disumanità covano nell’animo di ogni essere umano: contenerli, controllare che non si propaghino e prendano forza, impedire che abbiano il sopravvento, è un dovere perennemente attuale.
Oggi, israeliani e palestinesi (la maggioranza degli israeliani, una frazione comunque determinante dei palestinesi) appaiono accomunati dal reciproco disconoscimento dell’umanità dell’altro. I nemici non sono uomini, sono nemici e basta: dei lutti degli altri non si fa alcun conto. Con la differenza che Israele è un Paese libero e prospero, mentre Gaza, prima della distruzione seguita all’assalto del 7 ottobre 2023, denominato “Diluvio di al-Aqsa”, non meno assurdo che atroce (umanamente atroce, politicamente assurdo), assomigliava a una prigione a cielo aperto. Analogamente, israeliani e gazawi sono accomunati dal fatto di aver scelto di affidare la propria rappresentanza politica alle forze più radicali e intransigenti: da una parte l’estrema destra israeliana, che da sempre persegue la strategia della pulizia etnica nei territori occupati, dall’altra Hamas, movimento islamista che ripudia ogni compromesso e coltiva il terrorismo. Con la differenza che a Gaza le uniche elezioni sono state tenute nel 2005, mentre in Israele, da allora, si è votato nove volte.
Anche in questa luce, rileggere Primo Levi è sempre istruttivo. Nel 1982 l’autore di Se questo è un uomo fu tra coloro che condannarono l’invasione del Libano, e dopo i massacri di Sabra e Chatila chiese le dimissioni del primo ministro Menachem Begin. Non ci possono essere dubbi sul giudizio che avrebbe formulato sulla politica, ben altrimenti spietata e sanguinaria, di Netanyahu. In generale, da tutti i suoi scritti e interventi – in particolare dalle interviste, spesso notevolissime per lucidità ed equilibrio – emerge una visione della vita associata lontana quanto più non si potrebbe dell’attuale recrudescenza del primato della forza bruta sui valori della ragione e del dialogo.
Un’altra buona occasione per ripensare il senso del Giorno della Memoria è offerta dalla nuova traduzione, sempre presso Einaudi, di uno dei classici della memorialistica concentrazionaria, L’Espèce humaine di Robert Antelme, apparso in Francia nel 1947 (lo stesso anno di Se questo è un uomo), e molto apprezzato da Elio Vittorini, che lo pubblicò, sia pur in versione ridotta, nei «Gettoni» (La specie umana, 1954); solo nel 1969 uscì la prima traduzione integrale, ad opera di Ginetta Vittorini. Questa nuova versione è firmata da una traduttrice di vaglia, Stefania Ricciardi, alla quale si deve fra l’altro la proposta per i tipi di Neri Pozza di uno dei maggiori scrittori belgi francofoni contemporanei, Antoine Wauters, e che qualche anno fa si era cimentata con un altro monumento della letteratura dello sterminio, la Suite francese di Irène Némirovsky (Bompiani, 2020). Il volume comprende inoltre tre testi di Antelme legati alla Specie umana finora inediti in Italia, uno storico intervento di Georges Perec, a titolo di Prefazione, il saggio Robert Antelme o la verità della letteratura, sulla cui importanza si era già soffermato Alberto Cavaglion nella prefazione all’edizione einaudiana del 1997, e una dotta e corposa postfazione di Domenico Scarpa, seguita da una ricca bibliografia.

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