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martedì 14 luglio 2026

Sinner alla riscossa


Giuliano Malatesta
Wimbledon è ancora di Sinner

il manifesto, 12 luglio 2026

Accade tutto in meno di cinque minuti, dopo essere stati oltre due ore con il fiato sospeso, ammirando la versione migliore di Zverev di sempre. Sul 3-3 del terzo set, in perfetto equilibrio, Sinner annulla una palla break con una smorzata, con il tedesco che scivola perdendo l’appoggio del piede destro. Si potrebbe già leggere come un indizio. Nel game successivo le parti si invertono. Ma Zverev, complice un diritto finito chissà dove, è costretto a cedere la battuta e probabilmente anche molto altro. Per reazione la racchetta viene scaraventata a metri di distanza. È probabile che in quel preciso istante si sia dimenticato dei versi della poesia If di Rudyard Kipling che campeggiano all’ingresso del Centre Court dell’All England Club: «Che tu possa incontrare il trionfo e il disastro e fronteggiare quei due impostori nello stesso modo». La finale di Wimbledon termina in quel momento. Anche se materialmente ci vorrà quasi un’altra ora di gioco prima che Jannik Sinner alzi le braccia al cielo, dopo un ultimo bellissimo game in cui Sasha ha provato una disperata remuntada.

Il numero uno al mondo batte Alexander Zverev per 6-7 7-6 6-3 6-4, vince il suo quinto titolo Slam e conquista il trofeo londinese per la seconda volta consecutiva. Qualcosa di impensabile solo pochi anni fa. «È una sensazione fantastica. Sono molto orgoglioso di me stesso. Dopo Parigi è stata dura, ho lavorato tanto e dovuto sacrificare molto del mio tempo, ma ne è valsa la pena», ha affermato un sorridente Sinner nella conferenza stampa post-partita. Soddisfazione poi postata sul suo profilo Instagram: «We did it again».

È stata una partita di grande intensità, assai diversa da quella che tutti pronosticavano alla vigilia. Per merito soprattutto di un Alexander Zverev davvero rigenerato dal primo successo Slam ottenuto a Parigi il mese scorso, grazie al quale si è levato di dosso il non simpatico appellativo di ex predestinato. Anche la mente vuole la sua parte. Sinner, da parte sua, ha dimostrato di essere un campione. Vincere, è scontato dirlo, non è mai facile, ma confermarsi è di gran lunga più difficile, soprattutto in uno sport ipercompetitivo come il tennis, dove un dettaglio infinitesimale può fare tutta la differenza del mondo. Oggi ha servito benissimo, come sempre in quest’ultimo periodo, ha tenuto nel momento migliore di Zverev, senza scomporsi, e non appena il tedesco è stato costretto a rifiatare — era impossibile giocare quattro ore a quel livello — ne ha approfittato per allungare il passo, senza più voltarsi indietro. Chirurgico, as usual. Un pregio che hanno solo i migliori.

La partita, dicevamo. È stata giocata su pochissimi punti e dominata dai servizi, al punto che sembrava essere tornati indietro ai vecchi match su erba novecenteschi. Zverev è apparso subito molto a suo agio sull’erba di Church Road e più propositivo e aggressivo del solito, con percentuali di servizio che nei primi due parziali sono sembrate irreali (85%). Nel tie-break del primo set è stato un bel diritto lungolinea del tedesco a rompere l’equilibrio, mentre nel secondo tie-break l’italiano ha trovato il modo di rispondere efficacemente allungando sin dal primo punto. Poi quei cinque minuti cruciali nel terzo hanno di fatto indirizzato la finale. Che il tradizionale ballo di Wimbledon, con Linda, abbia inizio.

domenica 5 luglio 2026

L'ascesa di Alcaraz e Sinner

 Carlos, Jannik... e nulla fu più come prima

Tennis. Giri Nathan racconta l’ascesa di Alcaraz e Sinner, due campioni che hanno cambiato lo scenario di questo sport: la tecnica, i risultati, le personalità, le debolezze in un racconto godibile

Eliana Di Caro
Il Sole 24ore, 5 luglio 2026

L’erba di Wimbledon «è bellissima da guardare anche senza che ci si giochi sopra un bel tennis. E quando poi comincia il tennis si sente solo una quiete dove dovrebbe esserci il suono, attutito dalla vegetazione: niente cigolii di suole, niente rimbombi della palla che colpisce il campo, solo lo scoppio limpido di quando sbatte sulle corde, una serena semplicità sonora. Non ci sono le insegne sgargianti degli sponsor che deturpano solitamente le linee laterali di ogni altro torneo: sulla pubblicità Wimbledon è schizzinosa, e la riduce al minimo. I giocatori, vestiti di un obbligatorio bianco integrale, attenuano ulteriormente gli stimoli visivi»: non si può non cominciare da qui, dalle parole che Giri Nathan dedica al più prestigioso torneo del mondo – oggi ci sono gli ottavi di questa edizione – per parlare di Cambiocampo, il libro che esplora la rivalità tra Carlos Alcaraz e Jannik Sinner (ma non solo). Un’opera di grande successo negli Stati Uniti, ora tradotta in italiano.

Sin dalla copertina – con i due tennisti in azione nelle loro traiettorie estreme sullo sfondo di terra rossa – il volume dichiara il proprio intento: raccontare l’ascesa incontrastata dello spagnolo e dell’italiano che nel 2024 e nel 2025 si sono spartiti gli Slam e gran parte dei Masters 1000, lasciando agli altri le briciole. L’autore trova il giusto equilibrio nel dar conto di tecnica di gioco e risultati da un lato, tratti caratteriali e aneddoti dall’altro. Ne viene fuori una lettura godibile e stimolante: per chi segue il tennis, scatta immediatamente il confronto con le proprie idee e i propri ricordi; chi sa poco o nulla di questo mondo si incuriosisce e – chissà – magari gli si avvicina.

Tutto nasce da una sera degli Us Open del 2022 in cui Nathan decise, sfinito da una giornata a Flushing Meadows (uno dei luoghi sacri del tennis, ma molto grande, rumoroso e stancante), di tornare a casa e guardare lì il quarto di finale tra due giocatori della nuova generazione, Sinner e Alcaraz, appunto. Se ne pentì perché in quelle intensissime cinque ore fu definitivamente chiaro che il circuito si arricchiva di due campioni che avrebbero cambiato per sempre lo scenario di questo sport. Lasciandosi alle spalle, una volta per tutte, i big three, o meglio: Roger Federer e Rafa Nadal, ma non Novak Djokovic che aveva – e ha, pervicacemente – ancora qualcosa da dire.

Nathan ha seguito i due giovani talenti passo dopo passo, arrivando a decifrarne il carattere, le fragilità, il rapporto con il team. Se all’inizio balzano agli occhi gli elementi comuni – la potenza dei colpi, la velocità negli spostamenti, la destrezza acrobatica in difesa, la mentalità vincente che porta sempre a cercare il punto –, seguendoli appena un po’ emergono subito le differenze: Carlos «gioca con calore», Jannik «sembra vivere nel permafrost», il primo «cerca la partecipazione del pubblico», il secondo «la riservatezza». Per lo spagnolo «il tennis è una passione», per l’azzurro, «una religione». Nathan si sofferma sul suono della palla: il rumore dei colpi di Sinner è inconfondibile, pare quello di un’arma da fuoco, eppure generato con il proverbiale controllo del suo gioco ordinato e geometrico. Alcaraz è estroso e imprevedibile, non sai mai cosa aspettarti: «Combina in un unico psichedelico punto tanti aspetti che normalmente non stanno insieme», scrive Nathan. Due giocatori diversi e complementari. Man mano che si rinnovano le sfide tra loro – le finali che tutti aspettano, con il paradosso che i match degli altri quasi perdono d’interesse – la rivalità diventa più affascinante, caratterizzata da temperamenti così diversi e un gioco sempre spinto al limite. Un binomio celebrato anche dall’espressione Sincaraz (ma i sostenitori del rimpianto “Fedal” – Federer + Nadal – non ammettono paragoni...).

Certo, nel momento in cui licenziava il libro, l’autore non poteva immaginare i colpi di scena di quest’anno (l’infortunio al polso dello spagnolo che è fermo da metà aprile; il tonfo di Jannik al Roland Garros, sconfitto al secondo turno dal meno talentuoso dei fratelli Cerundolo, dopo un’infilata di successi nei precedenti Masters 1000). Abituati alla vincente regolarità dei big three, è sembrato uno strano tiro giocato dai numeri 1 e 2 del mondo. Ma in fondo per chi, come Giri Nathan, ama il giocatore più eccentrico e meno classificabile in schemi tradizionali – Daniil Medvedev – neanche poi tanto.

Al russo l’autore dedica un capitolo appassionato. Una vera e propria dichiarazione d’amore. Ne ricorda lo stile di gioco tutto particolare, il furioso nervosismo in campo e, per contro, la calma e ironica postura nelle conferenze stampa post match in cui Daniil spiega pacatamente che cosa non ha funzionato, dove l’avversario è stato superiore, perché non è riuscito a raddrizzare la partita. O viceversa. Non solo: capita che faccia osservazioni schiette sul gioco dei suoi colleghi, e spesso – scrive l’autore – risultano più utili di quanto detto dai diretti interessati.

A proposito di conferenze stampa (e di libertà di un giornalista di fare le domande che vuole), Nathan cita «il tono lievemente frettoloso e divertito» con cui Sinner «lascia intendere che stia trovando la domanda sciocca, che vorrebbe che tu fossi bravo col tuo lavoro quanto lui lo è nel suo», e rievoca la vicenda del Clostebol – sostanza dopante cui l’italiano è stato trovato positivo e per la quale è stato sospeso tre mesi – ricordando come in quel caso (agli Us Open 2024) fosse stato invece «impeccabilmente paziente e chiaro» con tutti loro. Una fase difficile che il tennista di Sesto Pusteria ha saputo superare brillantemente, tornando in campo alla grande nella primavera del 2025 e sfiorando il colpaccio in finale al Roland Garros, su quella terra che ancora doveva regalargli un successo importante: sciupò tre match point contro Carlitos, arrendendosi al supertiebreak del quinto set dopo cinque ore e mezza di battaglia. Una partita epica, «un tennis migliore di qualsiasi cosa questi due avessero prodotto fino a quel momento», un epilogo che probabilmente ha rubato il sonno a Jannik per più di una notte. Ma l’azzurro era già pronto a prendersi Wimbledon, il primo italiano di sempre.

In attesa di un vero terzo incomodo (Fonseca? Jodar?) non resta che attendere il rientro di Alcaraz. E il prossimo libro di Giri Nathan.

Giri Nathan
Cambiocampo. È iniziata un’altra epoca del tennis
Traduzione di Luca Sofri
Altrecose, pagg. 360, € 20

mercoledì 3 giugno 2026

Marta Kostyuk

 


Briefing sulla guerra in Ucraina: "Il vostro Paese sta uccidendo altre persone" - la stella del tennis attacca i rivali russi


Warren Murray con giornalisti e agenzie del Guardian
1 giugno 2026


  • L'ucraina Marta Kostyuk, neo semifinalista del Roland Garros, ha criticato duramente le sue avversarie russe, accusandole di aver chiarito "da che parte stanno" con il loro silenzio dopo la notte di attacchi con droni e missili a Kiev e in altre città, che hanno causato almeno 23 morti. "Voglio iniziare parlando di questa partita storica che abbiamo giocato oggi con Elina [Svitolina]", ha detto Kostyuk dopo aver sconfitto la sua connazionale . "Abbiamo vissuto un'altra notte molto difficile in Ucraina, soprattutto a Kiev. Tante vittime. Voglio dedicare questa partita al popolo ucraino e alla sua resilienza ... Con tutto quello che sta succedendo, per me essere qui è una vera benedizione e non penso alla vittoria. Sono qui per rappresentare l'Ucraina e per divertirmi".

  • A Kostyuk è stato chiesto un commento sulle sue rivali russe, tra cui Diana Shnaider e la sua prossima avversaria in semifinale, Mirra Andreeva, che in passato hanno affermato di concentrarsi solo sulla pallina da tennis ed evitare discussioni politiche. "Sono tutte adulte. Sanno di cosa parlano. Sanno cosa sta succedendo. Hanno i telefoni. Hanno Instagram. Si informano", ha detto Kostyuk. "Vorrei che prendessero una posizione più chiara su ciò che sta accadendo, soprattutto quando il loro Paese sta uccidendo altre persone".

Gli spettatori del Roland Garros si avvolgono in una bandiera ucraina. Foto: Thibault Camus/AP

  • Kostyuk ha elogiato Daria Kasatkina , che ha cambiato la sua fedeltà dalla Russia all'Australia, come esempio di qualcuno che si è espresso pubblicamente nonostante le pressioni sulla sua famiglia . "Non credo che viva in Russia, ma la maggior parte delle giocatrici non vive in Russia", ha detto Kostyuk. "Non c'è niente che ti impedisca di farlo se non credi in qualcosa... Conosco persone che hanno lasciato la Russia nel momento in cui è iniziata la guerra, che hanno venduto tutte le loro attività, che si sono lasciate tutto alle spalle perché semplicemente non sono d'accordo con quello che il loro paese sta facendo ad altre persone". Kostyuk ha affermato che rappresentare l'Ucraina è diventato più importante dei risultati.

  • I micidiali attacchi contro l'Ucraina di martedì dimostrano come la Russia sia in grado di sfruttare la carenza globale di missili intercettori per la difesa aerea , scrive Peter Beaumont. Il MIM-104 Patriot è stato ampiamente utilizzato dagli alleati degli Stati Uniti, soprattutto nel Golfo, e anche dall'Ucraina. La campagna israelo-americana contro l'Iran, oltre che contro l'Ucraina, ha scatenato una corsa alle scorte sempre più scarse di missili intercettori. Volodymyr Zelenskyy, presidente dell'Ucraina, ha ripetuto più volte il suo appello agli Stati Uniti per un aumento delle scorte di intercettori.

sabato 31 gennaio 2026

La sconfitta di Sinner

Giuliano Malatesta
Finché c'è Djokovic la storia non è scritta
il manifesto, 31 gennaio 2026

MELBOURNE. Passata ‘a nuttata, e terminati i postumi della sbornia, qui a Fili d’Erba sembra opportuno tornare per un momento all’incredibile semifinale di ieri sera, che ha visto Jannik Sinner soccombere al termine di una battaglia durata oltre quattro ore contro quel demone di Novak Djokovic. L’anziano maestro che dopo cinque sconfitte consecutive torna, forse per l’ultima volta, a superare il giovane allievo. Che, è meglio ribadirlo, per evitare quella sindrome tutta italiana di fare a pezzi i propri idoli un momento dopo averli glorificati, non ha giocato affatto una modesta partita. Certo, ha le sue responsabilità, ha interpretato i punti importanti in maniera troppo conservativa, e le otto palle break mancate nel quinto set sono difficili da digerire, ma è opportuno evidenziare che le colpe di uno vanno di pari passo con i meriti dell’altro.

Facciamo un gioco: ipotizziamo che qualcuno ignaro del risultato stamane si fosse preso la briga di dare una rapida occhiata alle statistiche. Immagino non avrebbe avuto dubbi nel convincersi che il match sia andato dalla parte italiana. I dati questo lascerebbero presagire: un numero di vincenti drammaticamente superiore (72-46), un maggior numero di punti totali (152-140), 26 aces contro 11, e lo stesso numero di errori gratuiti, 42. Ma come sa chi segue il grande circo del tennis i dati sono utilissimi per descrivere gran parte della storia, non necessariamente raccontarla tutta. E qui entrano in gioco i meriti di Nole. Che ha vinto i punti più importanti, quando la palla scottava, e la maggior parte degli scambi lunghi, cosa piuttosto sorprendente, giocando sempre in maniera propositiva con l’obiettivo di andare a prendersi il punto invece di aspettare eventuali regali dall’altro lato del campo.

Un dato, invece, andrebbe approfondito. Non è una novità ma si tende a dimenticarla in fretta. Jannik Sinner incontra serie difficoltà a vincere le partite quando si trascinano al quinto set. I numeri dicono che ha un record di sei vittorie e undici sconfitte. Carlitos Alcaraz, tanto per avere un parametro di riferimento, ha quindici vittorie e una sola sconfitta. Se sia un problema solo fisico o anche legato all’emotività è difficile dirlo.

Infine una considerazione. La sorprendente vittoria di Djokovic ha avuto il merito, se così vogliamo chiamarlo, di interrompere la striscia di finali consecutive tra i due ragazzini terribili del tennis contemporaneo.

Sfide che divertono il pubblico, appassionano sponsor e televisioni, e che raccontano di una magnifica rivalità tra due persone diametralmente opposte. Dal punto di vista caratteriale, uno misurato e sobrio, nel modo di essere come nel linguaggio verbale, l’altro irruento e più luminoso, e naturalmente da quello più squisitamente stilistico.

Però un problemino forse inizia a intravedersi. Al di là della prestazione fenomenale di Djokovic il tennis in questo momento sembra sia una questione privata tra loro Sinner e Alcaraz. Con i tornei che per ovvi motivi tendono a non ostacolare questa rivalità. Ma verrà un giorno, forse non troppo lontano, in cui sentiremo bisogno di un terzo incomodo per ravvivare la scena. Come Nole ai tempi di Rafa e Roger. Ne riparleremo.

Intanto domani godiamoci la finale, consapevoli che i miracoli difficilmente si ripetono a distanza ravvicinata.

lunedì 1 dicembre 2025

Ricordo di Nicola Pietrangeli

Gianni Clerici
Pietrangeli: “Caro Clerici, ti racconto la mia vita. Non l'ho mai detto a nessuno, ma sarei il conte Nicola Shirinsky”
la Repubblica, 8 settembre 2013, ripubblicato il primo dicembre 2025

ROMA - E allora non potei fare a meno di guardarlo. Come avevo fatto con oggetti di autentica meraviglia, il San Giovanni Battista di Caravaggio, la frase di Proust sulla Marchesa di Guermantes, lo stop al volo di un ormai decrepito Meazza. Quello che guardavo, con gli occhi di chi in fondo già capiva di essere uno spettatore, dotato della consapevolezza dell'ammirazione, era un ragazzino di sedici anni. Nel viso paffuto sotto i riccioli, nell'espressione concentrata e dolcemente impegnata dei bambini quando giocano. Così come questa mattina di fine estate ci troviamo al Foro Italico, allora ci trovavamo su un campo del vecchio Tennis Parioli, nell'antica sede di viale Tiziano. Ero lì nella speranza di vincere un nuovo torneo di seconda categoria, un torneo che, a vent'anni compiuti, mi avrebbe avvicinato o ammesso all'agognata prima categoria. E quell'insolito avversario del secondo turno, ammesso forse perché figlio di un socio, perché raccomandato, mi aveva appena trafitto con un passante di rovescio come mai ne avevo visti, io che già avevo incontrati Gianni Cucelli e Marcello Del Bello, i nostri eroi di Coppa Davis.

Un passante giocato dall'angolo sinistro, due metri fuori dal campo, a me che stavo a rete, ad aspettare una sicura, facilissima volée. Decisi di credere a un colpo di fortuna, ma già sapevo, in fondo, quel che sarebbe avvenuto cinque punti più tardi, nella medesima, identica circostanza. Avvenne, infatti, senza che il bambino mostrasse segni di sorpresa, o di entusiasmo, e fui costretto a rassegnarmi al fatto che avesse un talento ben superiore al mio, e che in un prossimo futuro mi avrebbe superato: oh, di quanto! Mi rassegnai dunque a vincere la mia banale partita rimanendo indietro a palleggiare, soprattutto sul diritto, meno pericoloso, e a stancarlo.

E così accadde, in un paio d'ore di banali ribattute e di corse, solo a tratti interrotte da uno di quei suoi rovesci iridescenti. Ma le sorprese non erano finite. Dopo avermi stretto la mano con un angelico sorriso, quasi la nostra fatica altro non fosse stata che un gioco, il bambino svicolò dal campo. Lasciata la sua unica racchetta in un angolo, lo vidi scavalcare una siepe, e affrettarsi verso il vicino rettangolo verde del campo della Lazio, dove fu accolto da grida gioiose di coetanei, e subito ammesso alla partitella degli Allievi, e rimproverato per il ritardo da un anziano allenatore.

Fu, quello, il mio primo incontro con Nicola, un amico che avrei rivisto centinaia, forse migliaia di volte, nella nostra lunga vita, e del quale il giornale mi ha chiesto un'intervista per celebrarne l'ottantesimo compleanno. Ci incontriamo davanti allo stadio del tennis che porta il suo nome, caso più unico che raro per un ex sportivo vivente, il campo sul quale ha vinto due Internazionali d'Italia: "Ho chiesto a Petrucci, ex presidente del Coni, perché non mi avesse intitolato invece del vecchio il nuovo campo centrale: "Perché il vecchio è monumento nazionale e nessuno lo può toccare, Nicola, quell'altro no...". Per quell'altro "c'è tempo".

L'intervista non è di quelle facili, come sempre accade quando il giornalista conosce troppo bene l'intervistato, tanto bene da aver rifiutato, anni addietro, di scriverne una biografia. Il lettore, certamente uno dei nostri, un aficionado, capirà quindi benissimo perché, in un simile ricordo, lo scriba abbia privilegiato un paio di flash a una scheda biografica che potrebbe comunque cominciare pressappoco così.

"Nasco a Tunisi da madre russa e padre italiano. Non l'ho mai detto a nessuno, ma avrei potuto farmi chiamare conte. I miei nonni russi erano nobili e poiché mia madre non aveva fratelli maschi trasmise il suo titolo a me. Sarei il conte Nicola Shirinsky Pietrangeli. Quanto al mio nonno paterno era tedesco e aveva la moglie svedese. Insomma, sono un bel bastardo. Durante la guerra i francesi ci cacciarono da Tunisi. Passammo la notte di Natale del '46 su una nave per Marsiglia, come emigranti. Quando arrivai a Roma avevo tredici anni e diventai molto popolare a Piazza di Spagna. Ero "Er Francia". Non capivo una parola di italiano, solo russo e francese. Poi il russo l'ho dimenticato, per imparare male l'italiano. Papà diventò rappresentate di Lacoste, dopo aver visto giocare Cucelli e Del Bello secondo lui con vestiti non adatti al tennis. Nei primi anni '50 in un anno riuscì a vendere 280 mila magliette, ognuna costava 2.800 lire. Gli dissi: "Papà aggiungi cento lire in più per me". Ma lui disse di no. Ho fatto i calcoli: mi sarei comprato quattro appartamenti".

Un altro flash. Dopo il primo, quello di un'intuizione non meno sicura che ovvia, me ne ritorna subito alla mente un secondo: la vittoria del Roland Garros del 1960, la seconda dopo quella del '59. Pensate che, giovane inviato de Il Giorno, il mio amato direttore, Italo Pietra, non aveva ritenuto importante la trasferta dell'anno precedente, una vittoria contro il poco conosciuto sudafricano Vermaak, il cui serve and volley era stato sommerso dai passanti di Nicola. Questa volta dovetti tuttavia insistere, garantire verbalmente che una seconda vittoria sarebbe stata sicura, e mi assisi, unico giornalista italiano, nello stadio che già avevo visitato tre volte da mediocre giocatore.

Infine raggiungemmo - anzi, mi scuso - Nicola raggiunse la finale contro Ayala. Ero ottimista sul risultato, ma meno ottimista di me era il mio ospite, un genio chiamato Gil de Kermadec, già tennista francese del mio livello, segretario di Samuel Beckett tanto lucido da decidere di cessare di scrivere "perché è migliore lui", futuro factotum del tennis francese, inventore di una macchina cinematografica perché "i campioni si rendano conto dei loro punti deboli". Gil, che scriveva per Paris Presse, temeva che quel maratoneta presuntuoso del cileno riuscisse ad allungare la partita tanto da logorare il talento di un Nicola "troppo pigro per allenarsi alla corsa". Nicola era, tra l'altro, segretamente preoccupato per l'importanza di una vittoria, storicamente insolita, di un secondo Roland Garros, torneo Slam iniziato soltanto nel 1925, ultimo dei Big Four. Passavamo quindi la sera, per distrarci, in un ristorante vicinissimo al famose night club di Regine, una dama allora famosissima, delle cui amiche eravamo amici. Raccontarono, i giornalisti italiani assenti, che avessimo trascorso la serata ballando sfrenatamente sui tavoli, in preda all'alcool, mentre a mezzanotte salutammo e raggiungemmo le nostre abitazioni.

"Da Regine ci andavamo tutte le sere perché se non passavamo portava iella. Ma a mezzanotte a casa, e quanto al resto hai ragione tu: soltanto gossip".

L'amico de Kermadec aveva, al solito, visto giusto. Invece che tentare, come i precedenti avversari, una partita d'attacco, Ayala cercò, sin dall'inizio, di logorare Nic. Rispondeva ai profondi rovesci del nostro con un malefico rovescetto avvelenato, ribatteva ai suoi dropshot con tocchi ancor più corti, insomma, come scrisse il grandissimo Antoine Blondin "non perdeva la ruota sull'Izoard". Erano, a quei tempi, almeno per un (ora ex) addetto ai lavori, accessibili gli spogliatoi. Ricordo di aver evitato ogni suggerimento come vidi il medico del torneo che, insieme alle calze, liberava Nic anche della pelle dei piedi. Quello che fu, più tardi, ritenuto un "campione snob", uno che "avrebbe fatto meglio ad allenarsi", dopo sofferenze degne di un martire riuscì ad allungare tanto da consentirsi una serie decisiva di winners nell'ultimo set.

"Finita la partita avevo i calzini rossi di sangue. Per due giorni sono andato in giro in ciabatte".

Per rimanere al Roland Garros, lo stadio che consacrò Pietrangeli numero uno mondiale sul rosso, è giusto ricordare l'anno seguente che condusse Nic vicinissimo - un set - da una tripletta sino ad allora mai realizzata. Fu probabilmente un eccesso di disinvoltura e insieme di umanità a privare Nicola del terzo titolo. Testimone e insieme amico, ricordo di aver palesato un timido dubbio quando mi informò di aver chiesto al giudice arbitro Ostertag, solitamente burocraticissimo, due giorni di libertà per tornare a casa.

"Susy, mia moglie, era incinta del nostro primo figlio. E allora io vado dal giudice e gli dico "parto!". La domenica sono partito, mio figlio è nato e ancora oggi non so perché l'ho fatto ma sono rimasto a Roma altri tre giorni. Ritorno il giovedì e scopro che mi hanno aspettato: ero il più forte in quel momento".

Fin lì Nicola aveva dominato il torneo, e il suo avversario, lo spagnolo Santana, era sì promettentissimo, ma non ancora affermato come poi sarebbe divenuto. Inventore, sui campi rossi, di colpi liftati, Santana si impose, nel quarto e quinto, a un avversario che, secondo me, era mentalmente uscito dal torneo. Secondo Nicola, perché Santana era l'unico a credere di poterlo battere.

"Santana vince, io salto la rete ma dall'altra parte non trovo nessuno. Era passato sotto, emozionato. E mi disse che era passato sotto la rete perché era così che faceva quando era un povero raccattapalle. Lui piangeva e io ridevo".

Quel 1960 fu un anno capitale nella vita di Pietrangeli. Dopo il Roland Garros giunse Wimbledon, che la rapidissima erba dei tempi precludeva, per solito, a tennisti tipici della terra battuta. La semifinale contro Rod Laver finì tanto tardi, al quinto set, che mi costrinse, come accade nel giornalismo sportivo, a stilare due pezzi, nel primo dei quali Nicola vinceva il match, nel secondo lo perdeva. Mentre compitavo il secondo, maledicevo il primo game del quinto, in cui Nicola aveva servito male, e subìto un break che non riuscì mai a recuperare, nonostante lo scout della partita, nelle teche del Wimbledon Museum, ancora rechi una somma di punti a lui favorevoli. In finale, ad attendere uno dei due, già era pronto Neale Fraser, che poi vinse. Vecchio amico, partner di frequenti doppi a carriera finita, Neale fu spesso battuto da Nicola, come a Parigi nel 1959, e in più di una occasione ebbe a confidarmi che aveva temuto di fronteggiarlo in finale, a disagio com'era, lui mancino, nel confronto tra i reciproci rovesci. Ma ho parlato di un anno capitale, per Nic. Fu, il 1960, quello delle Olimpiadi romane. Dopo le ultime affermazioni, Pietrangeli era stato considerato più che degno da Jack Kramer di far parte della sua troupe. Erano i tempi in cui i tennisti si dividevano in due gruppi di appartenenza. I professionisti, in grado di essere remunerati per le loro esibizioni, e i dilettanti, che per diletto avrebbero giocato i tornei tradizionali, e in realtà percepivano modesti guadagni in nero dagli organizzatori o dalle Federazioni. L'offerta di Kramer fu tale che, mentre Nicola avrebbe desiderato acquistare una Maserati, la moglie Susy preferiva un appartamento ai Parioli. Ma, una volta di più, finì per prevalere il cuore di Nic. Durante la cerimonia di apertura dei Giochi, cui entrambi presenziammo, Pietrangeli si commosse all'idea di un mondo che, per denaro, stava per svendere.

"Mi misi a piangere. Avevo fatto quella scelta, i professionisti li battevo tutti in allenamento, era l'unico modo per guadagnare qualcosa: e mi consideravano un fuorilegge". E, dopo ore difficili, telefonò a Tony Trabert, che rappresentava Kramer. Stracciò il contratto, e me ne diede notizia che non tardai a comunicare, nella mia cinica professione di autore di scoop. "Oggi i giovani non capirebbero".

Non fu quella l'unica occasione in cui un uomo nato a Tunisi, che avrebbe potuto rappresentare Tunisia o Francia in Coppa Davis, dimostrò amore per l'Italia. "A diciott'anni potei scegliere se avere il passaporto italiano oppure no, se giocare con la Francia o la Tunisia oppure no. Scelsi di stare qui, e non so se oggi lo rifarei". Alla fine di una carriera che ancora lo vede come il giocatore mondiale con il maggior numero di presenze, 164, in Coppa Davis, (110 singoli e 54 doppi), Nicola, ormai capitano non giocatore di Davis, si ritrovò di fronte la metà di un Paese che la storia, anche recente, vede diviso nelle antiche fazioni di guelfi o ghibellini. Per la terza volta in finale di Davis (dopo le due perdute contro l'Australia proprio da Pietrangeli con il mio ex partner Sirola), l'Italia, avvantaggiata da un ritiro politico dell'Urss, si ritrovava nel 1976 favorita in finale, sempre fuori casa, con il Cile. Era, il Cile, vittima di una dittatura di destra, guidata dal Generale Pinochet, che aveva estromesso un governo condotto dal socialista Allende. Iniziò, allora, in Italia, una campagna disinformata quanto faziosa, campagna della quale fui io stesso oggetto, mentre sia Nicola che lo scriba, tutt'altro che pro-Pinochet, erano serenamente favorevoli alla sfida tennistica. Nicola fu minacciato, così come i quattro membri della squadra Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli, da gruppi di quelli che osai definire "gli squadristi rossi", uno dei quali si segnalò gettando macchine per scrivere dalla finestra di una Federtennis della quale sarebbe divenuto in seguito segretario. Il brillante cantautore Modugno ("Volare, oh oh") divenne ancor più noto con due storici versi che assursero a slogan: "Non si giocano volée con il boia Pinochet". Nicola resistette con felice pacatezza alle provocazioni e alle minacce, affermò - come Panatta - che avrebbero dovuto sequestrargli il passaporto per impedirgli la trasferta, e riuscì infine a convincere gli interessati pacifisti del governo Andreotti, e segretamente l'onesto incaricato del Pci, onorevole Pirastu, in favore dell'ostacolatissima partenza.

"Non mi sono mai occupato di politica, ma nel '76 ero diventato popolarissimo, o impopolarissimo, in Italia solo perché ogni santo giorno cercavo di convincere tutti ad andare a giocare a Santiago. A me di Pinochet non me ne fregava nulla. Avevo la macchina della polizia sotto casa 24 ore su 24. Sotto le finestre mi urlavano "brutto fascista ammazziamo te e la tua famiglia". Ma io insistevo. Andiamoci a Santiago, andiamoci perché sarà l'unica Coppa Davis che potremo portarci a casa. E cosi siamo partiti scortati dai carabinieri. Le stesse cose le sostenni contro gli Usa quando decisero di boicottare i giochi di Mosca del 1980, però in quel caso mi diedero tutti ragione... ".

Giunti in Cile, ci ritrovammo di fronte, nelle vesti di capitano, lo stesso Ayala che Nicola aveva superato al Roland Garros e, dopo aver apprezzato la sportività di un pubblico grato per la decisione della trasferta, una squadra che, come scrisse per primo lo scriba "era zoppa dalla gamba destra", a causa di uno stiramento sofferto dal suo numero uno, Jaime Fillol. L'incontro fu quindi una passeggiata, complicata dalla reticenza politica di un nuovissimo presidente, l'avvocato Galgani, tanto che, al sorteggio, la squadra rifiutò di annodarsi la cravatta della Federtennis, e preferì quella celebrativa del Club dello Scriba, che Nic mi onora di portare anche oggi. Fu una facile vittoria, che rimane la nostra sola in Davis. Anche al ritorno il successo non ottenne i favori che avrebbe meritato, tanto che, priva di un luogo di sicuro deposito, la Coppa dovette trascorrere una notte in attesa tra le braccia di Nic, nella sua stanza da letto romana.

"Al ritorno ci accolsero a insulti: dovemmo scappare come ladri da un'uscita secondaria, roba da pazzi". Come premio di tutto ciò, dopo una sconfitta mal digerita della finale dell'anno seguente, a Sydney, Nicola si ritrovò licenziato da una squadra ingrata, e dal suo presidente Galgani, che avallò un colpo di stato condotto da un geloso direttore tecnico, Belardinelli.

"Parce sepulto" mi dice Pietrangeli, al termine di questo incontro che spero vedrete integralmente su Repubblica Tv. Un dialogo che ripercorre la sua vita certo meglio di questo scritto, e al termine del quale l'aficionado si domanderà perché non l'abbia scritto quel libro su Pietrangeli. Me l'ha chiesto un grosso editore, confesso, così com'è accaduto per altri tre miei famosi amici, ormai scomparsi. Ma sono convinto di non poter scrivere biografie su gente che ho conosciuto troppo bene. È, probabilmente, un limite professionale. Non certo umano.

domenica 9 novembre 2025

Sinner italiano di elezione

Marco Aime
L'inutile e dannoso dibattito sull'identitarismo di Jannik Sinner

Domani, 8 novembre 2025 

In questi giorni mi è tornata alla mente quella storiella del pipistrello ferito: arrivano due uccelli, lo guardano e dicono: «Non è dei nostri» e se ne vanno lasciandolo lì. Arrivano due topi, lo osservano e poi anche loro dicono: «Non è dei nostri» e lo abbandonano, fino a che il povero pipistrello muore.

Mi è tornata in mente leggendo in questi giorni le polemiche sull’”italianità” di Sinner, nelle quali si intrecciano ignoranza, stupidità e identitarismo da quattro soldi, che ci danno l’idea di come sia facile costruire (o demolire) un’idea di identità, che può rimanere a livello di gossip, come in questo caso, ma trasformarsi in qualcosa di più grave se sale di grado.

Da un lato Sinner viene accusato di essere poco “italiano” o addirittura di non esserlo del tutto. Su che base? Su un giornale sportivo si legge che «non esulta da italiano» quando vince.

Come a dire che se si è nati qui, bisogna scalmanarsi per forza o urlare alla Tardelli. In caso contrario si perde la nazionalità. Lo si accusa di avere un accento tedesco – cosa neppure troppo vera – come migliaia di altoatesini.cora più assurdo se si pensa che viviamo in un paese dove gli accenti fanno parte della storia e del presente. Un rapper in calo di fama ha persino scritto che è «un purosangue italiano con l'accento di Hitler». Inutile ogni commento. Così come non varrebbe la pena di citare Bruno Vespa, aggiuntosi subito alla lista degli accusatori, visto che abbiamo un governo che sventola l’italianità, l’orgoglio dell’appartenenza, tranne poi inchinarsi davanti al despota straniero.

Dalla parte opposta, invece, ecco arrivare le accuse dal comandante degli schützen dell'Alto Adige Christoph Schmid: «Sai bene che affermazioni come questa, soprattutto se pronunciate da una personalità tanto conosciuta, hanno un effetto che va ben oltre lo sport. Vengono accolte con soddisfazione dai nazionalisti italiani, mentre qui da noi suscitano preoccupazione. Perché toccano questioni per noi centrali: la nostra lingua, la nostra storia, la nostra identità». L’affermazione in questione è quella, pronunciata da Jannik a Torino in cui dice di essere felice di essere nato in Italia e non in Austria.

«Fa male quando personalità di spicco del nostro territorio, con parole avventate, danno l'impressione che questo legame storico (con l'Austria) e l'autonomia faticosamente conquistata abbiano perso significato» prosegue Schmid, «Quando in futuro ti verrà chiesto del tuo sentimento nazionale, ti preghiamo di riflettere sul peso delle tue parole».

“Identità”, parola maledetta che avvelena ogni dibattito, nella sua volontà di ridurre le persone alla loro origine, territoriale in questo caso. Ancora più assurda se evocata per un ragazzo, che gira il mondo continuamente, che parla inglese per la maggior parte del suo tempo, che frequenta gente di ogni parte del pianeta.

Questa retorica delle radici, quest’ossessione dell’autoctonia sono un residuo atavico da cui non riusciamo a scrollarci. Se da un lato merci e servizi si globalizzano, dall’altro sembra che gli umani si ri-tribalizzino. L’evocazione delle radici porta a una sorta di naturalizzazione del pensiero di un individuo, che, per il solo fatto di essere nato in un posto, deve corrispondere a certe caratteristiche ed esserci affezionato. La radice cresce nel suolo, ma allora perché l’Italia non riconosce lo ius soli?

Ribadisco, il caso Sinner non meriterebbe più attenzione di quante se ne riservi a un semplice pettegolezzo, ma è un segnale che non va sottovalutato, perché riflette un pensiero, quello identitario, che porta acqua al mulino delle destre.

È la base su cui si costruiscono i nazionalismi e sappiamo a cosa hanno portato. La nostra identità, se proprio vogliamo usare questo termine, non sta nel nostro passato, ma davanti a noi, nel modo in cui, quotidianamente, costruiamo le nostre relazioni con gli altri.